Meloni, un bilancio positivo… per i padroni

Venerdì 4 settembre a Bari, Giorgia Meloni ha inscenato un’autocelebrazione davanti a una platea di militanti, sottolineando l’eccezionale longevità del suo governo: 1.413 giorni, un record dall’istituzione della Repubblica nel 1946.

Non aveva molto da dimostrare ai 4.000-5.000 sostenitori giunti da tutto il Paese per questa grande «festa dell’Italia più forte». Tra striscioni con scritte del tipo «Giorgia nostra Madonna» e «I comunisti e i migranti sono la cancrena d’Italia», si trovava in un terreno già conquistato per lanciare la campagna di Fratelli d’Italia, in vista delle prossime elezioni politiche. «Governo più stabile, Italia più forte», si leggeva sui manifesti del comizio, mentre l’opuscolo di 26 pagine distribuito ai suoi sostenitori esaltava la «credibilità ritrovata» del Paese.

Per gli ambienti economici, gli investitori e le grandi imprese, che applaudono a mani piene il governo Meloni, «stabilità e forza» sono infatti all’ordine del giorno. Fin dal suo arrivo al potere, la dirigente di estrema destra, erede del neofascismo, ha dimostrato di essere al servizio del grande capitale. Abbandonando ogni dichiarazione demagogica sulla difesa degli interessi della «gente comune», Meloni ha subito indossato i panni della regina dell’austerità e del rigore di bilancio. La feroce oppositrice ai «diktat» dell’Unione europea si è trasformata in garante del controllo del deficit, il che le è valso un prestito di 122 miliardi di euro e oltre 71 miliardi di sovvenzioni da parte dell’Unione europea, di cui ovviamente hanno potuto beneficiare i grandi gruppi italiani. Non si parlava più di promesse «sociali». Sulle pensioni, ad esempio, contrariamente a quanto sosteneva Fratelli d’Italia, il governo Meloni non è tornato sui propri passi riguardo all’innalzamento dell’età pensionabile e ha persino abolito una misura che avrebbe permesso alle lavoratrici di andare in pensione prima, sebbene con una pensione inferiore.

Per quanto riguarda la spesa pubblica, Meloni ha annunciato l’aumento delle spese militari e, al contempo, ha ammesso di voler tagliare la spesa sociale di 7,5 miliardi di euro, mentre l’accesso alla sanità pubblica sta diventando praticamente impossibile. E mentre si vantava sul palco di aver aumentato il numero di posti di lavoro, 2.500 operai dell’Ilva di Taranto, a 100 km di distanza, ricevevano la lettera di licenziamento, mentre la Electrolux confermava la soppressione di quasi 1.500 posti di lavoro e la chiusura del proprio stabilimento di Ancona. I piani di licenziamento si susseguono nelle grandi aziende, mentre si moltiplicano i posti di lavoro precari e sottopagati, che molti lavoratori, in particolare tra gli over 60, sono costretti ad accettare. Le statistiche sugli infortuni sul lavoro registrano inoltre un record di decessi per l’anno 2025, che colpisce in particolare i lavoratori immigrati dell’edilizia, dell’agricoltura e della logistica, nonché quelli di età superiore ai 60 anni.

Per quanto riguarda i salari, Meloni ha osato contrapporre all’idea di un salario minimo, che al contrario di altri paesi europei non esiste in Italia, il «salario giusto». I salari dei lavoratori italiani sono già tra i più bassi dell’Europa occidentale mentre i prezzi dei carburanti e tutte le bollette salgono alle stelle ma sicuramente per i padroni questi salari sono giustissimi. Possono ringraziare il governo di Giorgia Meloni.