Russia: l'attentato di Mosca e come viene utilizzato

Il 24 marzo è stato dichiarato dal regime russo giorno di lutto nazionale in seguito alla sparatoria avvenuta due giorni prima in una sala concerti alla periferia di Mosca, il cui bilancio provvisorio era già di più di 140 morti e un centinaio di feriti.

L’attentato è stato il più sanguinoso in Russia da vent'anni a questa parte, quando i separatisti ceceni presero in ostaggio dei bambini in una scuola di Beslan, nel Caucaso e l'assalto della polizia fece 330 morti e 720 feriti. Questa carneficina rientrava nei piani di un potere che Putin aveva assunto quattro anni prima: spingere l'opinione pubblica a sostenere un regime il cui pugno di ferro veniva presentato come garante dell'ordine.

Da allora il contesto è cambiato, ma non il modo in cui il regime manipola fatti e opinioni. Poco dopo l'attentato del 22 marzo, Putin si è rallegrato in televisione dell'arresto di quattro sospetti in una foresta vicino all'Ucraina, sostenendo che Kiev si stava preparando a dare loro rifugio. Poi la macchina propagandistica del Cremlino è entrata in azione. Ha ribadito che l'attacco, organizzato dall'Ucraina, era stato istigato dagli Stati Uniti, nonostante che i terroristi arrestati fossero tagiki e che un ramo di Daesh (i terroristi islamisti) avesse rivendicato la responsabilità dell'operazione.

È difficile decidere tra le smentite di alcuni, le accuse di altri o le confessioni estorte con la tortura, anche se non si può escludere che il Cremlino sia coinvolto in un modo o nell'altro in questo attacco: non sarebbe la prima volta che usa un simile bagno di sangue come strumento.

Furia “sicuritaria”

In ogni caso, sulla scia di Putin, i suoi sostenitori si sono scatenati, compresi i parlamentari e l'ex presidente Medvedev, chiedendo la fine della moratoria sulla pena di morte. Questa moratoria fu decisa nel 1996, quando la Russia di Eltsin voleva rendersi rispettabile agli occhi dell'Occidente, ma non ha mai impedito al governo di giustiziare gli oppositori, come il caso Navalny ha ricordato di recente. E i video delle torture inflitte a uno dei terroristi o le immagini dei massacri compiuti dalla polizia in occasione di precedenti prese di ostaggi, senza dimenticare i racconti dei soldati di ritorno dall'Ucraina, dicono abbastanza quanto valga la vita umana per il Cremlino e i suoi cani da guardia.

Gli uomini di Putin gridano alla pena di morte in un momento in cui la maggioranza della popolazione è stata scossa dall'attacco. Infatti, è all'intera popolazione che intendono dimostrare che non si fermeranno davanti a nulla per difendere il loro ordine e gli interessi della folla di burocrati e oligarchi che il regime rappresenta. L'obiettivo è quello di utilizzare la situazione per giustificare la pressione che le autorità stanno rafforzando sull'intera società. Di più, si tratta di mettere in guardia tutti coloro che nelle classi lavoratrici vorrebbero opporsi alle drastiche misure sociali che il governo sta preparando, e naturalmente a una nuova mobilitazione. In quest'ottica, il regime ha trovato un modo di dividere le file della classe operaia, proprio mentre si prepara a sferrare nuovi attacchi.

Il dito puntato contro i migranti

Non appena è stato annunciato che i terroristi erano di origine tagica, le autorità hanno scatenato la polizia nei quartieri abitati da lavoratori provenienti dall'Asia centrale ex sovietica. Poiché il ramo del Khorasan (Asia centrale) di Daesh ha rivendicato la responsabilità dell'attacco, hanno presentato tutti questi "migranti" come potenziali terroristi islamisti. La polizia è solita chiedere un riscatto se i loro documenti non sono in regola e da mesi li raduna e li ricatta dicendo : "O vi arruolate nell'esercito russo o vi deportiamo", sapendo di avere carta bianca per commettere i peggiori abusi. Questa atmosfera non può che aver incoraggiato gli autori di attacchi xenofobi, che si sono moltiplicati un po' ovunque. In grandi città come Ekaterinburg, la capitale politica ed economica degli Urali, i padroni dei centri commerciali hanno avuto l'ordine di fornire alla polizia i dati degli "stranieri" che assumono. Come risultato immediato, la maggior parte di loro sono stati licenziati.

Questi migranti, che trentatré anni fa avevano la stessa cittadinanza sovietica dei russi, non hanno nulla a che fare con il terrorismo di Daesh: sono venuti a lavorare in Russia per sfuggire alla miseria che regna nella loro regione d'origine, e il Cremlino lo sa bene. Ma vuole creare una psicosi collettiva per unire la popolazione russa dietro di sé, rendendo ancora più precaria la parte già più sfruttata del proletariato.

I media e i politici del regime sono pieni di retorica come "I russi sono una famiglia" e "Una famiglia che soffre deve restare unita". È una menzogna, perché gli oligarchi e i burocrati di cui il regime fa gli interessi appartengono a una famiglia che non è quella dei lavoratori! I burocrati hanno saccheggiato la Russia, gli oligarchi hanno distrutto il sistema sovietico per monopolizzarne la ricchezza. Il loro potere ha permesso ai più poveri delle ex repubbliche sovietiche - e il Tagikistan è il più povero di tutti - di andare alla deriva. Ha permesso ai responsabili locali di diventare potentati rapaci e sanguinari, aprendo moschee e chiudendo scuole e fabbriche. Gli abitanti di queste regioni non hanno altra scelta che cercare di sopravvivere in una miseria senza fondo o partire per la Russia, dove diventano lavoratori paria. Ai giovani che si ribellano a questa scelta o sono disperati, il movimento islamista offre armi per uccidere, un mezzo per sopravvivere prima di essere uccisi a loro volta, senza ovviamente offrire la minima via d'uscita dall'impasse infernale in cui sono intrappolati.

Checché ne dica la propaganda xenofoba del Cremlino, i lavoratori russi hanno tutti i motivi di sentirsi più vicini ai loro fratelli di classe del "vicino estero" che ai loro oppressori e sfruttatori, anche se condividono lo stesso passaporto russo interno. Lo Stato dei burocrati e degli oligarchi di Putin non è il loro, è il loro peggior nemico. E contro di esso è nell'interesse dei lavoratori unirsi, indipendentemente dalle loro origini, per difendere i loro interessi, andare verso una società libera dalla guerra, dall'oppressione e dalla miseria, perché l'avranno sottratta a questa classe di sfruttatori.

P L