Il 1° giugno, quattro lavoratori agricoli migranti sono morti in condizioni atroci in Calabria, nel sud dell’Italia. Questo nuovo dramma ha messo in luce, ancora una volta, le condizioni di sfruttamento a cui sono sottoposti i migranti.
Questi giovani lavoratori, di età compresa tra i 19 e i 29 anni, provenivano dall’Afghanistan e dal Pakistan. Un quinto lavoratore, riuscito a fuggire dall’auto in fiamme, ha raccontato che erano stati «puniti» in quel modo per aver preteso di essere pagati. I due assassini, anch’essi pakistani, erano dei «caporali», intermediari incaricati di reclutare, trasportare nei campi e tenere a bada una manodopera ridotta in schiavitù.
Secondo la FLAI, sezione dei lavoratori agricoli del sindacato CGIL, il 70% dei lavoratori agricoli migranti lavora senza contratto e i contratti di lavoro del restante 30% non corrispondono né al numero effettivo di ore lavorate, né alla retribuzione effettivamente percepita. Il giovane bracciante afgano sopravvissuto all’omicidio ha raccontato che lui e i suoi compagni venivano pagati 5 euro l’ora, dai quali venivano detratte ogni sorta di «spese», intascate dai «caporali», per il trasporto fino ai campi, l’affitto – 500 euro al mese per una cuccetta in una baracca – e persino l’accesso al rubinetto dell’acqua.
Questi omicidi atroci non costituiscono una tragica eccezione, e tanto meno, come cerca di suggerire l’estrema destra razzista, il risultato di «regolamenti di conti tra stranieri». Due anni fa, è stato un datore di lavoro tipicamente italiano a lasciare che Satnam Singh, un operaio a cui una macchina per l’imballaggio dei meloni aveva strappato un braccio, si dissanguasse, prima di abbandonarlo per strada davanti a casa sua, con il braccio mozzato gettato in una cassa.
Le morti di Satnam ieri, di Amin, Ullah, Safi e Waseem oggi, segnano lo sfruttamento quotidiano dei lavoratori vittime del «caporalato». Secondo le stime della FLAI, dei 430.000 migranti senza documenti che lavorano nei campi, 100.000 sono prigionieri di questo sistema che, se da un lato permette agli intermediari che fungono da carcerieri di arricchirsi, dall’altro avvantaggia innanzitutto i datori di lavoro agricoli italiani, che registrano un fatturato annuo di 4,8 miliardi di euro.
Sabato 6 giugno, le migliaia di manifestanti che si sono radunati ad Amendolara, a poche centinaia di metri dal luogo dell’omicidio, hanno denunciato gli imprenditori che si arricchiscono grazie a questa schiavitù e la complicità dei governi che si sono succeduti. Dopo gli omicidi, la ministra del Lavoro, Marina Calderone, si è recata in Calabria per dichiararsi preoccupata… di evitare che le aziende agricole vengano stigmatizzate e affibbiate di una «cattiva reputazione». E ha esortato a non fare «generalizzazioni che potrebbero perturbare il lavoro di questo settore»!
Il governo Meloni vanta il suo «decreto flussi», che autorizza l’ingresso e il soggiorno dei lavoratori immigrati reclutati dai datori di lavoro che ne hanno bisogno. Ma lo sfruttamento «regolarizzato» a piccole dosi di un esiguo numero di lavoratori immigrati non elimina il vantaggio che rappresenta per i datori di lavoro la possibilità di sfruttare eccessivamente le centinaia di migliaia di lavoratori senza documenti. Questo sfruttamento, partito dai campi, si è del resto diffuso nell’edilizia – in particolare nel cantiere del consolato degli Stati Uniti a Milano, nei magazzini logistici della Pianura Padana o nelle fabbriche tessili della Toscana.
Trasformare i migranti in clandestini a vita è molto redditizio per i datori di lavoro e la legge contro il «caporalato», approvata dieci anni fa, non è stata nemmeno lontanamente applicata. Dei 200 milioni di euro previsti nei fondi stanziati dall’Unione europea per combattere questo sistema, 180 milioni sono stati restituiti a Bruxelles dal governo italiano. È un messaggio abbastanza chiaro che indica ai datori di lavoro che, senza temere la legge, possono continuare a imporre condizioni di semi-schiavitù ai lavoratori più precari, il che permette loro di esercitare pressione sui salari e sui diritti dell’intera classe operaia.
Lo scorso anno, i lavoratori senza documenti e senza diritti delle fabbriche tessili di Prato avevano condotto un determinato movimento di sciopero denominato «primavera 8×5». Si erano conquistati contratti di lavoro per settimane di cinque giorni da otto ore. È proprio l’esempio di questi operai, consapevoli di poter contare solo sulle proprie forze e sulla propria unità, che può guidare i lavoratori dei campi e delle fabbriche.