Internazionale
GKN, Whirlpool, Timken: le multinazionali licenziano incassando utili. In aprile il fondo speculativo Melrose, proprietario della GKN Driveline di Campi Bisenzio, ha ceduto azioni e incassato i relativi utili per 22 milioni di sterline. Un importo superiore al costo annuo dei 422 lavoratori della fabbrica, 19 milioni

LA TREGUA E’ FINITA, E CE NE SIAMO ACCORTI SUBITO

A partire da luglio, non appena ottenuto lo sblocco dei licenziamenti, le situazioni di crisi non si contano. Le imprese non hanno approfittato soltanto di quanto era già consentito nell’accordo farsa siglato dai Sindacati, in cui si “raccomandava” l’utilizzo degli ammortizzatori sociali come misura alternativa, ma sono andate oltre, licenziando anche dove e quando l’accordo non lo avrebbe consentito: vedi il caso della Manifattura Riese, proprietaria del marchio Navigare, che ha aperto la procedura di licenziamento collettivo cessando l’attività nonostante non abbia problemi di bilancio, e nonostante per il settore tessile il termine per il blocco fosse stato prorogato al 31 ottobre. Dopo aver accettato di fatto lo sblocco dei licenziamenti, ora il Sindacato confederale non riesce a fare niente di più che balbettare lamentele o invocare l’intervento di un Governo che ovviamente, salvo deplorare formalmente le situazioni più eclatanti, non ha intenzione di muovere un dito. Anzi, l’intervento delle istituzioni nei confronti di chi sta protestando può esemplificarsi in quanto è avvenuto al presidio della Texprint di Prato, organizzato per opporsi al licenziamento di 17 operai e alle durissime condizioni di lavoro in fabbrica: sgomberato dalla forza pubblica, con l’arresto di alcuni componenti. Dal nord al sud, la situazione non cambia: solo nel settore della componentistica auto, hanno comunicato la chiusura la multinazionale Timken di Villa Carcina a Brescia, con il licenziamento di 106 lavoratori, la Gkn di Campi Bisenzio con 422 dipendenti, la Giannetti Ruote di Ceriano Laghetto, in provincia di Monza, con 152 licenziamenti. Scaduto il blocco, ripartono anche i licenziamenti alla Whirlpool di Napoli, che annuncia la partenza della procedura di licenziamento per 340 operai. In più casi i licenziamenti sono avvenuti comunicando con semplici messaggi whatsapp, il che ha fatto gridare allo scandalo più di un politico. Certo, si tratta di una procedura scandalosa; ma non si può focalizzare l’interesse sulle modalità, per sorvolare invece sul merito. I licenziamenti non sono meno scandalosi se avvengono con raccomandata e ricevuta di ritorno. Al verificarsi dei fatti, il commento di Francesca Re David, segretaria generale della Fiom-Cgil, è stato a dir poco surreale: “Il Governo ha sbagliato a sbloccare i licenziamenti dell’industria senza aver messo in campo adeguate politiche industriali, vincoli per le imprese e una riforma degli ammortizzatori sociali in grado di affrontare la transizione ecologica dell’industria nel rispetto dei lavoratori e dei territori.” (Il Fatto Quotidiano, 19.7.21) A parte l’ormai consueta nota stonata che punta a difendere anzitutto “il sistema industriale nazionale”, quando sarebbe più che sufficiente se il Sindacato si occupasse della difesa dei lavoratori e delle lavoratrici, a parte che la transizione ecologica con la maggior parte degli attuali licenziamenti c’entra poco o niente, Re David sembra essere vittima di una totale amnesia, non rammentando le dichiarazioni entusiastiche del segretario confederale Cgil Maurizio Landini, all’indomani del presunto accordo sullo sblocco dei licenziamenti: “E’ stata una giornata veramente importante: l’unità delle unioni sindacali e la mobilitazione di sabato hanno prodotto un grande risultato per tutto il Paese” (Panorama, 30.6.21). Nemmeno due settimane dopo, il grande risultato risultava tale solo per le imprese; Landini stesso, soltanto dieci giorni dopo, era costretto a constatare: “Io credo che quello che sta succedendo in alcune aziende sia una cosa inaccettabile, una logica da far west”. Si direbbe che Landini faccia finta di aver scoperto l’acqua calda, posto che il far west esiste da un bel po’ nel mercato del lavoro, e - più che inaccettabile - appare tacitamente accettato dalle organizzazioni sindacali. L’unica strada percorribile la indicano quelle realtà di fabbrica dove si comincia a organizzarsi autonomamente, quando con l’aiuto delle organizzazioni sindacali di base, quando agendo come comitati di fabbrica: l’esempio più chiaro lo ha portato il collettivo di fabbrica della GKN di Campi Bisenzio, capace di lanciare parole d’ordine semplici e chiare, proprio per questo raccolte e capite da altri lavoratori e da giovani, che hanno animato il presidio e partecipato alle manifestazioni organizzate in autonomia dagli operai stessi. Che non si sono limitati a difendere solo la loro fabbrica, solo il loro territorio, ma hanno cercato di unire le vertenze e hanno capito con lucidità che il nodo non è solo sindacale, è un nodo politico, e che l’attacco non è ai lavoratori di una particolare fabbrica, ma alla classe operaia nel suo insieme.
Aemme


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