Internazionale
Afghanistan

il ritorno dei talebani, risultato di vent’anni di guerra imperialista

Da "Lutte de Classe" n° 218 - Settembre 2021

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Il 15 agosto, i talebani hanno preso Kabul, la capitale dell’Afghanistan, dopo aver conquistato la maggior parte del paese, facendo scappare il capo del governo Ashraf Ghani, ma soprattutto migliaia di afghani che si oppongono al regime medievale che vogliono instaurare. Così i talebani, prima alleati degli Stati Uniti e poi diventati nemici da annientare nel 2001, sono tornati al potere dopo vent’anni di guerra e di occupazione americana in un paese devastato.

"Gli americani non dovrebbero morire per una causa che gli afghani non vogliono difendere... Abbiamo dato loro tutto. Ma non possiamo dar loro la volontà di combattere per il loro futuro", ha detto, il 31 agosto, Joe Biden incolpando il popolo afgano della disfatta americana. Ora i responsabili americani e occidentali presentano il loro intervento come se fosse stato finalizzato a stabilire la pace, la democrazia e i diritti umani in Afghanistan, ma il popolo di quel paese non lo avrebbe capito.

Non possiamo dimenticare, però, che la vera ragione di questo intervento è la risposta agli attentati dell’11 settembre 2001, la dimostrazione che la potenza americana non avrebbe lasciato impunito l’affronto e, più in generale, non avrebbe permesso a nessuno di mettere in discussione il suo dominio. Infatti l’unica responsabile della situazione è la politica perseguita dagli Stati Uniti, anche prima e dopo dello scoppio della guerra nel 2001.

Per difendere il suo dominio, l’imperialismo è pronto a schiacciare i popoli con le bombe, ad affidarsi alle forze più reazionarie, a dividere per continuare a dominare e depredare il pianeta a beneficio delle multinazionali. E anche se tutto ciò può portare a qualche contraccolpo, come oggi in Afghanistan, non conosce altro che questa politica di forza, contrariamente alla sua propaganda che pretende di diffondere i "valori" della democrazia e della pace in tutto il mondo.

Imporre la dominazione imperialista ad ogni costo

Già negli anni ’70, quando il regime dell’Afghanistan era legato all’URSS, gli USA aiutarono ad armare, finanziare e addestrare i mujaheddin, signori della guerra etnici e tribali che combattevano gli occupanti sovietici in nome dell’Islam. L’obiettivo era quello di indebolire il "nemico" sovietico. Quando l’URSS lasciò finalmente l’Afghanistan nel 1989, gli americani proseguirono ad armare le stesse milizie per rovesciare il governo esistente, che l’URSS continuava a sostenere con munizioni, carburante e forniture. Nel momento in cui quel regime cadde, la rivalità per il potere tra le varie milizie, comprese quelle sostenute dagli USA, aprì un nuovo periodo di guerra civile. Decine di migliaia di persone furono uccise e gran parte del paese, compresa Kabul, fu distrutta.

Nel tentativo di ristabilire l’ordine, il Pakistan ebbe il sostegno finanziario della monarchia saudita e l’assistenza della CIA per creare, nel 1993-1994, una nuova forza armata di ex mujaheddin e giovani reclutati nei campi profughi, i talebani. Rivendicando un radicale fondamentalismo religioso, conquistarono il sostegno popolare. Nel settembre 1996, salirono finalmente al potere con l’approvazione americana. Nel 1998 Zbigniew Brzezinski, che fu consigliere per la sicurezza di Carter, l’ex presidente degli Stati Uniti, e consigliere per gli affari esteri di Obama durante la sua campagna presidenziale, ha giustificato questa politica come segue: "Cosa è più importante nella storia del mondo? I talebani o la caduta dell’impero sovietico? Qualche estremista islamico o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?"

L’11 settembre 2001, gli attacchi al World Trade Center suscitarono l’orrore in tutto il mondo, e specialmente negli Stati Uniti. Questo attacco omicida rivelava una certa vulnerabilità della principale potenza imperialista. Gli Stati Uniti dovevano mostrare al mondo quanto può costare caro sfidarli. L’amministrazione Bush e la borghesia statunitense si servirono immediatamente dell’emozione così creata per far accettare alla popolazione nuove avventure militari in nome della "guerra al terrorismo". L’Afghanistan fu scelto come obiettivo. Ancora al potere all’epoca, i talebani furono accusati di nascondere il fondatore di Al-Qaeda Bin Laden, che era diventato il nemico da uccidere dopo essere stato uno dei protetti di Washington.

Il 9 ottobre 2001, meno di un mese dopo l’11 settembre, con la benedizione dell’ONU iniziarono massicci bombardamenti. Per diverse settimane, aerei e missili da crociera statunitensi schiacciarono il paese sotto un tappeto di bombe, munizioni a grappolo e napalm. Gli Stati Uniti inviarono solo una piccola forza di terra, agenti della CIA e forze speciali per sostenere la milizia dell’Alleanza del Nord, un gruppo di signori della guerra con legami di lunga data con la CIA. Cinque settimane dopo, i talebani avevano perso il potere.

La guerra aveva provocato la perdita di migliaia di vite afgane, non un solo soldato americano era stato ucciso, e la dimostrazione sembrava perfettamente riuscita. Ma, in realtà, era l’inizio di una guerra di occupazione sanguinosa che gli Stati Uniti non furono i soli a condurre. Dietro di loro seguì una coalizione di numerosi paesi, a cui l’Italia aderì nel gennaio 2002.

L’impantanamento nella guerra

Certamente non era la preoccupazione dei dirigenti americani l’instaurazione di un potere democratico, né la difesa dei diritti delle donne, nonostante l’intensa propaganda che la rivendicava. Dopo aver dato la loro lezione con le bombe, cercarono di ristabilire una certa stabilità sperando di potersi disimpegnare al più presto. Nel dicembre 2001, portarono al potere Hamid Karzai, che aveva il curriculum perfetto: capo di un clan pashtun, il più grande gruppo etnico del paese, e un ex signore della guerra che aveva mantenuto legami con il deposto regime talebano. Fu eletto due volte, nel 2004 e nel 2009, anche grazie alle frodi, prima di dover, finalmente, cedere il posto al suo ex ministro delle finanze Ashraf Ghani nel 2014.
Questo governo continuò a fare affidamento sui signori della guerra - ed ex talebani - occupati a ritagliare feudi e ad estorcere denaro alla popolazione. I dirigenti statunitensi non potevano ignorarlo.

Il governo fantoccio al potere fu rapidamente minato dalla corruzione a tutti i livelli. Gli Stati Uniti spesero decine di miliardi per formare l’esercito afgano, che ufficialmente doveva essere composto da 300.000 soldati. Ma per anni molti capi militari intascarono gli stipendi di migliaia di soldati fittizi, e di centinaia di battaglioni fantasma. Spesso i veri soldati, invece, dovevano aspettare mesi per essere pagati. In queste condizioni, molti erano costretti ad unirsi a una delle tante milizie esistenti, quella che pagava meglio o quella che permetteva di proteggere il loro villaggio e la loro famiglia.

I talebani, senza il potere dal 2001, tornarono nelle loro tradizionali aree di influenza, nell’est e nel sud del paese, dove l’etnia pashtun a cui appartengono è in maggioranza, o in Pakistan, il paese di confine. Vi trovarono appoggio e poterono così controllare progressivamente alcune regioni, beneficiando, inoltre, dei proventi dell’oppio nel sud del paese. L’esercito americano non riuscì a sconfiggere la resistenza armata in questo paese più grande dell’Iraq, nonostante l’invio di un numero sempre maggiore di soldati salito fino al culmine di 100.000 nel 2011.
Parallelamente, l’imperialismo applicò i suoi metodi abituali di armare varie milizie, alcune delle quali erano composte da mercenari pagati da compagnie private americane. A partire dal 2001, la CIA istituì un dispositivo indipendente dalle operazioni militari statunitense. Per combattere i talebani e al-Qaeda, furono reclutate e equipaggiate, forze paramilitari afgane che sarebbero state accusate di tortura e crimini di guerra. Questo è ciò che ora Biden chiama l’aver voluto "aiutare" un popolo per fare "rinascere" il paese.

A partire dal 2014, ci furono attacchi compiuti da milizie che avevano giurato fedeltà all’organizzazione Stato Islamico, il prodotto marcio dell’intervento imperialista in Iraq diventato poi l’Isis. Come in Iraq e Siria, gli anni di guerra, di occupazione e di interventi delle varie forze su cui l’imperialismo faceva affidamento, continuarono a destabilizzare il paese, senza sconfiggere la resistenza talebana. Gli Stati Uniti erano sempre più invischiati nella guerra.

Eletto nel 2008, Obama aveva promesso la fine delle "guerre eterne" entro il 2014. Poi Trump ne ha seguito l’esempio, facendo del ritorno dei soldati americani un punto focale della sua campagna elettorale. Nel 2018, i rappresentanti statunitensi, ancora alla ricerca di un interlocutore affidabile, finirono per giocare un’altra carta cominciando discussioni con i talebani. Il mullah Abdul Ghani Baradar, uno dei fondatori del movimento, che era stato arrestato a Karachi, in Pakistan, nel 2010 fu liberato sotto la pressione degli Stati Uniti per incontrare il rappresentante americano Zalmay Khalilzad.

Alla fine di febbraio 2020, un cosiddetto accordo di pace fu finalmente firmato a Doha, in Qatar. Il governo afgano non era stato invitato, e ciò significava che l’imperialismo voleva smettere di sostenerlo. L’avanzata dei talebani fu allora rapida, e il già debole esercito afgano andò in pezzi. Come dichiarava un alto responsabile americano: "Dareste la vostra vita per dei leader che non vi pagano in tempo e sono più interessati al loro proprio futuro?". Le autorità locali, ben consapevoli del cambiamento dell’equilibrio di potere sul territorio, spesso, si schierarono con i talebani senza combattere, in cambio della promessa di non avere problemi. La diffidenza, e soprattutto l’odio della popolazione verso gli Stati Uniti e il governo afgano, e la speranza di vivere nuovamente in sicurezza, aiutarono i talebani a guadagnare terreno in molte province.

Il ritorno dei talebani

Nelle città, soprattutto a Kabul, l’arrivo dei talebani non ha fatto che confermare i timori di quella parte della popolazione le cui condizioni di vita erano migliorate con la presenza occidentale. È il caso delle donne che hanno potuto studiare, accedere a posti di responsabilità e conquistare diritti per i quali, all’inizio di settembre, alcune hanno coraggiosamente fatto ancora manifestazioni di protesta a Herat e nella capitale. Ma per tutti coloro che vivono nelle campagne, cioè i tre quarti degli afghani, il problema principale rimane la povertà.

Ora l’Afghanistan è uno dei paesi più poveri del mondo. Un afghano su tre soffre la fame. Tra il 2001 e il 2010, il paese ha ricevuto quasi 26 miliardi di dollari, teoricamente destinati allo sviluppo, ma solo due miliardi sono stati spesi per l’educazione e la salute. Solo la metà dei bambini in età scolare va in classe. Questo dato è ancora più basso per le ragazze, di cui solo il 38% frequenta la scuola. In molti villaggi, comunque, le donne non hanno visto migliorare la loro sorte sotto i governi precedenti. Per fare solo un esempio, il baad, lo scambio di donne per porre fine alle vendette familiari, è ancora praticato. Nei villaggi che sono stati ripetutamente distrutti, dove intere famiglie hanno dovuto sopportare più volte gli abusi dei gruppi armati, i talebani sembrano non essere quelli peggiori.

Alla fine d’agosto, appena quindici giorni dopo la presa del potere da parte dei talebani, la principale potenza imperialista è stata finalmente costretta a battere in una caotica ritirata. Durante questi vent’anni di guerra, decine di migliaia di civili - 160.000 secondo le stime - sono stati uccisi e altrettanti feriti. Centinaia di migliaia di afghani sono dovuti fuggire dalle zone di combattimento, 395.000 solo negli ultimi tre anni, secondo il Ministero dei rifugiati e dei rimpatri.

Nella fretta di andarsene, i dirigenti americani hanno abbandonato buona parte di coloro che li avevano aiutati, come avevano fatto in Vietnam alla fine di una guerra anch’essa persa, e come si erano comportati i dirigenti francesi alla fine della guerra d’Algeria abbandonando gli harkis. Si tratta ovviamente di un fallimento per l’imperialismo americano. Ma è soprattutto l’immagine disastrosa che lascia alla sua propria popolazione a creargli fastidio. Per il resto, si riprenderà.

Ma per il popolo afgano, quale può essere il futuro? Purtroppo, durante i vent’anni di guerra in Afghanistan, le principali forze politiche che si sono opposte agli eserciti imperialisti sono i fondamentalisti religiosi che vogliono imporre una dittatura basata sulla sharia. L’unica scelta che si è presentata al popolo afgano è stata tra l’occupazione statunitense e le sue devastazioni, e il ritorno alla barbarie medievale. Nessuna forza politica è emersa per offrire la prospettiva dell’abbattimento dell’imperialismo, il sistema di dominazione del capitalismo finanziario che si sta imponendo al mondo con enormi mezzi militari ed è responsabile di tutta questa barbarie. Il costo per l’umanità del suo mantenimento è sempre più alto, e l’Afghanistan non è il solo paese a pagarlo con la sua distruzione.

Abbattere l’imperialismo era il programma della rivoluzione russa del 1917 e dell’Internazionale Comunista a cui ha dato vita. Una tale internazionale, con organizzazioni comuniste realmente radicate nella classe operaia, non esiste più da molto tempo. Questi partiti vanno ricostruiti. Il programma deve essere ripreso e la bandiera del comunismo va innalzata di nuovo per offrire ai popoli del mondo una vera prospettiva di lotta alle varie forme di barbarie che li minacciano.

8 settembre 2021


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