Internazionale

La Comune di Parigi e le sue lezioni per i nostri tempi

Da "Lutte de Classe" n°214 - Marzo 2021

Centocinquanta anni fa veniva proclamata la Comune. Essa portò i proletari di Parigi, secondo la famosa espressione di Marx, a salire "all’assalto del cielo" e intraprendere il rovesciamento dell’intero ordine sociale della borghesia. Dopo settantadue giorni, il potere che avevano costruito fu schiacciato nel sangue. Per Lenin, la Comune rappresentava "il modello più grandioso del più grandioso movimento proletario del XIX° secolo". Rimane una preziosa fonte di esperienza per i militanti comunisti rivoluzionari. A condizione di non distorcere i suoi insegnamenti, come fanno da tempo i riformisti di ogni tipo.

La Comune di Parigi
(18 marzo-28 maggio 1871)

Nel settembre 1870, l’Impero di Napoleone III, che era stato al potere per circa vent’anni, crollò all’annuncio della sua sconfitta nella guerra che aveva condotto contro la Prussia. In risposta, la popolazione di Parigi si armò contro la minaccia dell’occupazione tedesca e si organizzò in ogni quartiere in battaglioni della Guardia Nazionale. Quando, il 18 marzo 1871, il governo repubblicano borghese che aveva sostituito l’imperatore cercò di disarmarli, gettando, nelle parole di Victor Hugo, "la scintilla sulla polveriera" [1], i proletari insorsero. E proclamarono la Comune, in riferimento a quella istituita dalla Rivoluzione francese ottant’anni prima. Spaventati, borghesi e dirigenti politici della borghesia si rifugiarono a Versailles con decine di migliaia di ufficiali e soldati.

Questo primo potere operaio, incarnato dal Comitato Centrale della Guardia Nazionale e poi dal Consiglio della Comune, e da militanti come Eugène Varlin e Léo Frankel, durò poco più di due mesi. Furono adottate misure di emergenza, volte a migliorare concretamente le condizioni di vita dei lavoratori: in particolare, una sospensione degli affitti, la riduzione degli orari di lavoro, l’aumento dei salari più bassi, il divieto del lavoro notturno per bambini e donne, la creazione di mense popolari.

Ma, soprattutto, la Comune di Parigi intraprese la distruzione dell’apparato statale della borghesia. Attuò trasformazioni che prefiguravano quello che poteva essere un governo democratico degli operai: l’abolizione dell’esercito permanente e la sua sostituzione con il popolo armato; l’elezione e la revocabilità dei funzionari pubblici; l’allineamento dei loro redditi ai salari degli operai.

I possidenti dovevano ristabilire l’ordine, a rischio di vedere questo potere operaio estendersi al resto del paese, e anche oltre. Thiers, capo del governo, lanciò l’esercito dei "Versagliesi" contro i comunardi. Nonostante una difesa eroica, questi ultimi furono sconfitti: almeno 20.000 furono massacrati durante la "settimana di sangue". Decine di migliaia di altri furono gettati in prigione, processati frettolosamente, giustiziati o deportati in Nuova Caledonia, come Louise Michel. La borghesia poteva allora sperare, nelle parole dello scrittore Edmond de Goncourt, che "una tale epurazione, uccidendo la parte combattiva della popolazione, avrebbe rinviato la prossima rivoluzione per un’intera generazione". Fu in Russia, prima nel 1905, poi nel 1917, che la classe operaia avrebbe vittoriosamente preso d’assalto la borghesia e il suo stato, aprendo la strada a un’ondata rivoluzionaria in tutta Europa. Alla sua testa c’era il partito bolscevico che, più di ogni altro, aveva imparato le lezioni militanti della Comune.

Commemorare la Comune…
per meglio tradirne gli ideali

Alla vigilia del centocinquantesimo anniversario della Comune, è di moda a sinistra deplorare la mancanza di spazio che essa occupa ancora nei libri di testo scolastici o nell’arena pubblica, rivendicare il suo operato e denunciare la violenza della repressione che la colpì. Ma questo è per distorcerla meglio, per toglierle ogni carattere rivoluzionario e comunista. Anche l’Assemblea Nazionale ha votato, nel 2016, una risoluzione che chiede che "i valori repubblicani portati dagli esponenti della Comune di Parigi del 1871 siano conosciuti e diffusi meglio". Un modo per trasformarla in una semplice estensione della Rivoluzione Francese: un momento certamente tragico ma che aveva permesso la fondazione di un regime ornato di tutte le virtù.

Gli storici non sono da meno nella produzione di queste sciocchezze e di una predica sulla democrazia o sulla presunta non violenza dei comunardi. La contrappongono alla Rivoluzione d’Ottobre del 1917, che considerano al contrario violenta e antidemocratica. Nel tentativo di mascherare questa propaganda, la rivista L’Histoire finge di chiedersi: "Una rivoluzione socialista? ", "Thiers, boia della Comune? "o "È [...] sminuire il 1871 mostrarlo come un’insurrezione principalmente repubblicana?" [2]. Anche gli intellettuali che guardano la storia del movimento operaio con una certa benevolenza negano la lotta di classe e ciò che essa implica, in nome di una storia "placata" e della repubblica, considerata come "il bene di tutti".

Nello stesso modo, il cosiddetto repubblicano Mélenchon afferma di essere "ideologicamente" un "figlio della Comune" [3]. Si dice orgoglioso di aver lanciato le sue due campagne elettorali il 18 marzo con una marcia al suono della Marsigliese... seguita da L’Internazionale. Per lui, vedere nella Comune una prefigurazione del socialismo sovietico sarebbe "semplicemente un’usurpazione intellettuale". Riprendendo una vecchia antifona stalinista, fece dire a Engels che in Francia "potrebbe non esserci bisogno della rivoluzione e che il potere potrebbe essere preso attraverso le urne". Si proclama quindi, per coloro che avessero dimenticato i suoi decenni di rappresentante eletto del Partito socialista e poi de La France Insoumise, "un uomo dell’assemblea". E per poi precisare: "Ma il mio sogno non è l’assemblea generale permanente. Conosco il prezzo e l’importanza di un esecutivo che tiene bene".Va da sé che si riserva questo ruolo di grande timoniere dell’Eliseo...

In questo sta semplicemente seguendo le orme del PCF in merito a riformismo e repubblicanesimo. Lo storico Roger Martelli, ex alto dirigente di questo partito e copresidente dell’Associazione degli amici della Comune di Parigi (1871), è uno dei suoi precursori. È un maestro della retorica repubblicana e delle formule vuote come il motto borghese Liberté, Égalité, Fraternité lo è per lo stato francese. Evoca così una Comune "che si preoccupa dell’emancipazione umana", vedendo in essa "un riferimento condiviso da tutti i movimenti con rivendicazioni emancipatorie, repubblicane e universaliste". La paragona "all’impeto del 1789-1793 senza la ghigliottina" [4]: come se fosse stato possibile rovesciare il vecchio ordine sociale feudale senza usare la violenza rivoluzionaria, come se la borghesia stessa non fosse stata costretta a farlo dall’aristocrazia terriera e da tutti i possidenti d’Europa. Ma queste deviazioni servono solo a uno scopo: proporre una nuova unione della sinistra nelle elezioni presidenziali del 2022. Affermando di essere fedele ai comunardi, non esita a riunirli al suo piccolo gioco politico: "Centocinquant’anni dopo, i comunardi del 1871 ci fanno l’occhiolino. Possiamo restituire il favore, non imitandoli, ma cercando di essere fedeli al loro spirito: riunire ciò che è disperso e, per farlo, avere la preoccupazione prioritaria del bene comune e non dei piccoli egoismi di sé".
In realtà, i socialdemocratici, e più tardi i partiti stalinisti, sono diventati da tempo incapaci di ragionare e immaginare qualcosa al di fuori della Repubblica borghese, che per loro è per eccellenza la democrazia.

Lezioni fuorviate

Su questa questione, come su tante altre, fu l’adesione dei dirigenti socialisti alla guerra imperialista e alla propria borghesia nell’agosto 1914 che segnò una svolta nella storia del movimento operaio. Cercarono di giustificare il loro tradimento negando non solo le idee fondamentali del marxismo, che avevano portato fino ad allora, ma anche la lotta di generazioni di proletari per la loro emancipazione. Poi si opposero violentemente alla rivoluzione russa del 1917 e allo stato operaio che ne era emerso, nascondendo così tutte le lezioni che Marx aveva imparato dalla Comune.

Il principale teorico della Seconda Internazionale, Karl Kautsky, fu in prima linea in questo revisionismo [5]. Spiegava che la Comune aveva colto di sorpresa i rivoluzionari, il che era innegabile, ma questo lo portava a criticare i bolscevichi per aver preparato e organizzato la presa del potere, insomma per aver fatto la rivoluzione! Sosteneva che il partito bolscevico aveva usurpato il potere, opponendovi i cosiddetti "principi democratici" dei comunardi, nascondendo il fatto che per Marx la Comune aveva costituito "la forma finalmente trovata" della dittatura del proletariato. Kautsky contestò questa espressione perché, fondamentalmente, stava allora combattendo contro l’idea che i lavoratori potessero dirigere la società e darsi i mezzi per farlo.

I suoi riferimenti alla Comune, troncati o distorti, non avevano altro scopo che combattere l’unica rivoluzione proletaria vittoriosa, proprio nel momento in cui la sua sopravvivenza era minacciata dagli eserciti controrivoluzionari sostenuti dalle potenze imperialiste. E questo anche quando, nel momento della guerra, la società borghese appariva agli occhi dei proletari più consapevoli in tutta la sua barbarie, "insozzata, disonorata, annaspando nel sangue, coperta di sudiciume", come aveva gridato Rosa Luxemburg in faccia ai socialdemocratici complici di quella carneficina che fu la prima guerra mondiale.

In Francia, i leader socialisti conobbero lo stesso degrado. Per giustificare anche loro la sacra unione in cui avevano sguazzato, dovevano ridurre i comunardi a semplici difensori della patria. I portavoce dell’Associazione dei Veterani e degli Amici della Comune, allora legati al Partito socialista SFIO, non fecero eccezione.
Così, per il 18 marzo 1915, lodarono la resistenza dei parigini del 1871 ai prussiani e la loro lotta "contro la capitolazione di Parigi e la firma di una pace vergognosa, che strappava l’Alsazia e la Lorena alla nazione". Nel 1918, il suo segretario generale firmò un testo che presentava la vittoria degli alleati come l’unica che potesse portare a "una pace equa con ogni garanzia per il futuro" e che testimoniava la sua "più profonda gratitudine e sconfinata ammirazione" dell’esercito [6].

Il partito comunista francese, dopo aver difeso l’internazionalismo e l’anticolonialismo all’inizio degli anni venti, dopo aver raccolto lo stendardo della rivoluzione e del socialismo, lo abbandonò a sua volta a metà del decennio successivo in favore della bandiera tricolore.

Con l’avvicinamento iniziato nel febbraio 1934 con la SFIO e il Partito Radicale dietro il programma del Fronte Popolare, il PCF si pose come il campione del patriottismo mentre si affermava come il "degno erede della Comune di Parigi". Nel maggio 1936, il giorno dopo la manifestazione al "Mur des Fédérés", che aveva riunito 600.000 persone, Maurice Thorez, il suo segretario generale, rinnovò la sua offerta di "stretta e leale collaborazione" per costruire una "Francia forte, libera e felice" [7]. Invocò la Comune, seguendo l’esempio di Léon Blum, che parlava dei suoi combattenti che erano "morti per la Francia", "morti per la giustizia sociale e la Repubblica", travestendola come un evento insignificante in una lunga catena di episodi gloriosi che risalgono a Giovanna d’Arco e che avrebbero costruito la Francia.
L’apice di questa abiezione fu raggiunto con i discorsi dei dirigenti del PCF all’indomani della seconda guerra mondiale, quando questo partito apparteneva al governo guidato da de Gaulle. Ne sono testimonianza i discorsi di Thorez e Duclos in occasione del 74° anniversario della Comune.

Per giustificare il raduno del PCF dietro la borghesia e il suo imperialismo, in nome della lotta per "restaurare la patria nella sua potenza, indipendenza e grandezza", i comunardi furono nuovamente trasformati in "eroici e ardenti campioni della causa nazionale e repubblicana". Paragonando la guerra del 1870 alla situazione della Francia nel 1940, occupata dalla Germania, Thorez conserva solo il "lato profondamente nazionale della Comune", la "rivolta del patriottismo umiliato e ferito" [8]. Il segretario generale del PCF tracciò addirittura un segno di uguaglianza tra la presunta insurrezione parigina dell’agosto 1944, intrapresa per restaurare il potere della borghesia francese, e quella del marzo 1871, condotta dal proletariato rivoluzionario!

Contro queste deformazioni, che sono prodotti della cancrena riformista e stalinista, i militanti comunisti rivoluzionari devono continuare a ricordare la Comune, non solo per il lavoro che ha compiuto, il cammino che ha tracciato, nonostante i suoi errori e i suoi limiti, ma anche per orientare le lotte rivoluzionarie di domani.

I lavoratori imparano dalle loro esperienze

Marx, ne La guerra civile in Francia, che scrisse proprio nel momento in cui si stava svolgendo la Comune, e poi Engels, videro per primi in essa una formidabile dimostrazione del potere rivoluzionario delle masse lavoratrici.

Consapevole dello sfavorevole equilibrio di forze e dell’isolamento degli elementi rivoluzionari del proletariato in una Francia segnata dal peso dei piccoli contadini, Marx aveva scritto un discorso nel settembre 1870 a nome dell’Internazionale mettendo in guardia i suoi militanti contro un’insurrezione prematura. Ma, non appena annunciata, lodò la "flessibilità", "l’iniziativa storica" e la "capacità di sacrificio" dei proletari della capitale francese.

E prima della sconfitta della Comune, scrisse: "Sia come sia, l’attuale rivolta di Parigi, anche se dovesse soccombere all’assalto dei lupi, dei maiali e degli sporchi cani della vecchia società, è la più gloriosa conquista del nostro partito dall’insurrezione parigina di giugno" [9].

Come Lenin sottolineava, Marx conservava soprattutto nelle lotte della classe operaia "l’iniziativa storica delle masse", la loro capacità di trovare in se stesse l’energia per impegnarsi nella lotta contro la società borghese e di inventare la forma di questa lotta. Un passo avanti è sempre meglio in questo campo che tutti i programmi. Lenin, nella sua lotta per costruire un partito rivoluzionario in Russia e per condurlo all’assalto del potere, non smise mai di fare affidamento su questo aspetto fondamentale della lotta di classe. Egli sapeva bene che molti militanti, come Plekhanov, dopo aver lavorato per la rivoluzione proletaria, vi avevano rinunciato perché non avevano veramente fiducia in questa capacità della classe operaia e nel "genio intuitivo delle masse" [10].

Per questo fu il primo e più profondamente consapevole dell’importanza della nascita dei soviet in Russia durante la rivoluzione del 1905. Questo guidò anche tutto il suo atteggiamento durante il 1917 e più tardi nella costruzione dello stato operaio, convinto com’era che se i lavoratori avessero fatto degli errori, avrebbero anche potuto imparare da essi. In questo, come sottolineava già dal 1908 in un testo, "la Comune insegnò al proletariato europeo a porsi concretamente i problemi della rivoluzione sociale" [11]. Lenin non ha mai mancato di ammirare l’iniziativa della Comune, l’indipendenza, la "libertà di movimento", "l’impeto vigoroso dal basso, il tutto combinato con un centralismo volontario, estraneo alla routine" [12]. Si è battuto perché i soviet seguissero lo stesso percorso. Ed è ancora su questa fiducia che si deve fondare oggi la speranza dei militanti che vogliono contribuire all’emancipazione della classe operaia e dell’umanità.

Democrazia proletaria e democrazia borghese

La Comune di Parigi aveva, per la prima volta, portato alla testa di uno Stato, per di più una grande potenza, il proletariato. Esso non aveva scelto né il momento né le condizioni, ma si impegnò risolutamente ad abbattere l’edificio, pietra dopo pietra. Ecco perché, come Lenin sottolineò in Stato e Rivoluzione, l’unica "correzione" che Marx ritenne necessario portare al Manifesto del partito comunista è stata tratta dall’esperienza della Comune: nella prossima rivoluzione, i lavoratori non avrebbero potuto accontentarsi semplicemente di far funzionare la macchina statale per conto proprio, avrebbero dovuto romperla, come "prima condizione". I comunardi lo avevano in parte capito cominciando a smantellare l’apparato statale e organizzando l’armamento del proletariato, una leva indispensabile per realizzare il rovesciamento dell’ordine sociale.

Questa fu anche la fine della speranza, ancora portata da molti proletari e da alcuni socialisti nel 1848, di una "repubblica sociale" basata sul parlamentarismo borghese. A questo regime, in cui, come scrisse Lenin dopo Marx, "le classi oppresse acquistano il diritto di decidere in un solo giorno per un periodo di diversi anni quale rappresentante delle classi possidenti rappresenterà e opprimerà il popolo in parlamento" [13], gli operai della Comune avevano opposto il loro stesso potere. Non ebbero il tempo di attuarlo veramente e non osarono impadronirsi e gestire la Banca di Francia, lasciando alla borghesia i mezzi finanziari per riorganizzare di nascosto il suo esercito e preparare la sconfitta della Comune.

Questo assalto, particolarmente violento e mortale, dimostrò che i lavoratori possono liberarsi veramente dallo sfruttamento e dalla dittatura della borghesia, cioè dal suo potere e controllo sull’economia, solo esercitando il loro potere, la loro dittatura contro le classi possidenti. E questo è vero indipendentemente dalla forma assunta dal dominio della borghesia: repubblica, monarchia parlamentare o dittatura.
Questo non significa che i comunisti rivoluzionari siano indifferenti alle cosiddette libertà democratiche, al contrario, se non altro perché permettono ai militanti di difendere più apertamente le loro idee. Così, i bolscevichi furono sempre i primi combattenti per la conquista dei diritti democratici nella Russia zarista, dove erano calpestati. Ma non perdevano di vista il fatto che solo l’espropriazione della borghesia, la collettivizzazione dei grandi mezzi di produzione, avrebbe potuto garantire una vera uguaglianza e quindi una vera democrazia.

Nonostante tutte le sue carenze, come la sua rinuncia all’offensiva militare non appena i "Versaillais" fuggirono nel marzo 1871, Engels concludeva: la Comune "era la dittatura del proletariato" (1891, introduzione a La guerra civile in Francia). Un nuovo tipo di stato proletario in cui Lenin vedrà "l’organizzazione autonoma delle masse operaie", senza "alcuna distinzione tra il potere legislativo e quello esecutivo", e un’organizzazione armata capace di impedire qualsiasi controrivoluzione proveniente dalle vecchie classi dirigenti e dai loro sostenitori nella piccola borghesia [14]. Questo abbozzo di uno stato operaio prefigurava il potere dei soviet in Russia dal 1917 in poi. Appena tornato a Pietrogrado nell’aprile 1917, Lenin parlò dello "Stato-Comune" che la proliferazione dei comitati di fabbrica e dei consigli operai preannunciava fin dai primi giorni della rivoluzione.

Sei mesi prima della Rivoluzione d’Ottobre, spiegava: "Per conservare la libertà, è necessario armare il popolo; questa è la caratteristica essenziale della Comune. Non siamo anarchici che rifiutano ogni stato organizzato, cioè la coercizione in generale e, in particolare, quella esercitata dallo stato dei lavoratori organizzati e armati, l’organizzazione dello stato che avviene attraverso i loro soviet. [...] Soviet di deputati operai e altri in tutto il paese: questo è ciò che la vita esige. Non c’è altra soluzione. È questo la Comune di Parigi!" [15].

Dare tutto il potere ai soviet, garantire il controllo operaio della produzione, questo è ciò che orientò la politica dei bolscevichi fino alla vittoriosa insurrezione del 7 novembre 1917. Ed è ancora questa prospettiva fondamentale che Lenin difese quando intraprese la lotta contro i primi segni di burocratizzazione del giovane stato operaio. Una lotta che Trotsky e l’Opposizione di sinistra continuarono in seguito contro Stalin e la casta che aveva preso il potere in URSS.

"L’Internazionale sarà l’umanità"

Circa vent’anni dopo la sconfitta della Comune, tutto il movimento operaio socialista adottò gradualmente come canzone di lotta L’Internazionale, scritta durante la sua repressione da Eugène Pottier e musicata nel 1888 da Pierre Degeyter.

La sua tragica fine aveva dimostrato che le classi possidenti e i loro rispettivi stati, in questo caso la Repubblica borghese e l’Impero tedesco, sapevano come andare d’accordo quando si trattava di schiacciare i proletari. Ricordava anche che questi ultimi formano una sola classe, al di là delle loro origini e delle frontiere. Non solo perché molti comunardi erano essi stessi polacchi, ungheresi o tedeschi, ma anche perché la Comune trovò un’eco in tutti i continenti. E soprattutto perché la classe operaia non può emanciparsi pienamente se non sulla stessa scala del mondo capitalista.

Questa fu una delle critiche che Marx fece ai dirigenti operai francesi nel 1870, mettendoli in guardia dalle sirene dell’unità nazionale e dai ricordi della Rivoluzione Francese, periodo in cui la borghesia aveva portato avanti questa politica per proprio conto. Pur ammirando la combattività e la devozione di Blanqui alla causa proletaria, Lenin sottolineò più tardi quanto fosse dannoso per quella causa il titolo del suo giornale "La patria in pericolo!".

Furono i socialdemocratici, e più tardi gli stalinisti, a fare di questo patriottismo un modello. Oggi, ancor più di ieri, i lavoratori formano una stessa classe operaia. La patria degli sfruttatori non potrà mai essere quella degli sfruttati. Denunciare e combattere i difensori della patria all’interno delle organizzazioni operaie, quelli che Lenin chiamava "luogotenenti operai della classe capitalista", è una necessità vitale. Come scrisse Rosa Luxemburg: "Non c’è socialismo al di fuori della solidarietà internazionale del proletariato, il proletariato socialista non può rinunciare alla lotta di classe e alla solidarietà internazionale, né in tempo di pace né in tempo di guerra: sarebbe un suicidio" [16].

La necessità di un partito rivoluzionario

Nel settembre 1870, attraverso dei militanti, che erano una piccolissima minoranza, e che sostenevano di seguire le sue idee, Marx aveva soprattutto consigliato agli operai della capitale di "procedere metodicamente alla loro propria organizzazione di classe" [17]. Non ebbero il tempo di farlo e alcuni non ne compresero la necessità. Così, con la Comune di Parigi, il proletariato si trovò al potere senza aver potuto organizzarsi di conseguenza né aver avuto la possibilità di decidere tra le diverse correnti politiche che esistevano al suo interno: comunisti, anarchici, partigiani di Proudhon o Blanqui in particolare.

Le incertezze, anche gli errori dei dirigenti della Comune nelle questioni finanziarie come in campo militare, la difficoltà di concepire e attuare una politica verso i contadini poveri, non potettero essere superate a causa dell’assenza di un vero partito. Mancò un’organizzazione e dei dirigenti ricchi dell’esperienza del movimento operaio che avessero potuto legarsi alle masse nel periodo precedente. Né poterono rimuovere certi patrioti che si dichiaravano socialisti che, come scrisse Trotsky, "in realtà non avevano fiducia" nella classe operaia e, peggio, che "minavano la fede del proletariato in se stesso" [18].

Questa era già la conclusione tratta dai militanti rivoluzionari più consapevoli dell’epoca. Marx ed Engels, naturalmente, ma anche l’ungherese Leo Frankel, un militante dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori che era stato uno dei leader della Comune. Scrisse poco dopo la sua sconfitta: "Per raggiungere questo obiettivo [la presa del potere], gli operai devono creare un partito autonomo che si opponga a tutti gli altri partiti, l’"unico mezzo" per liquidare il dominio delle altre classi". Frankel sarà uno dei fondatori del Partito Generale dei Lavoratori d’Ungheria nel 1880.
Furono le due rivoluzioni russe del 1905 e del 1917 a risolvere definitivamente la questione. Per esercitare pienamente la formidabile pressione rivoluzionaria, e contrariamente a quanto affermava la corrente anarchica, era necessaria un’organizzazione centralizzata, unita, i cui militanti fossero in contatto permanente con le fabbriche e con i soldati del fronte e delle retrovie. Un partito capace di adattare la sua politica al flusso e riflusso della rivoluzione e quindi di imprimere una politica che ponesse le basi di una società comunista: questo era il compito del partito bolscevico.

Nel maggio 1871, quando la reazione ebbe schiacciato nel sangue l’insurrezione operaia, Thiers avrebbe gridato: "Ora il socialismo è finito, e per molto tempo!". Al contrario, prima della fine del secolo, il movimento socialista divenne potente, e portò ad una rivoluzione vittoriosa in Russia. Ci volle il tradimento dei principali dirigenti dei partiti socialisti e dei sindacati operai prima, e dei dirigenti stalinisti poi, per salvare la borghesia. Centocinquant’anni dopo la Comune, la rabbia contro la società capitalista che anima ancora molti sfruttati dovrà, per prevalere, essere unita alla più alta consapevolezza degli interessi del proletariato, alla conoscenza dei suoi falsi amici e dei suoi veri nemici. Trasmettere le esperienze del passato, come quelle del 1871, imparare dai suoi successi così come dai suoi fallimenti, rimangono compiti indispensabili per i militanti comunisti rivoluzionari. La conclusione di Lenin rimane la nostra: "L’opera della Comune non è morta; vive in ognuno di noi. La causa della Comune è quella della rivoluzione sociale, quella della totale emancipazione politica ed economica dei lavoratori, quella del proletariato mondiale. E in questo senso, è immortale" [19].

2 marzo 2021

[1] Victor Hugo, Choses vues, 1870-1885.
[2] L’Histoire, numero speciale (gennaio-marzo 2021).
[3] Intervista tratta dal numero speciale della rivista Politis, febbraio-marzo 2021.
[4] L’Humanité, 24 maggio 2018.
[5] Lenin gli rispose in numerosi testi, tra cui La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, scritto nel novembre 1918. Trotsky fece lo stesso nella sua opera Terrorismo e comunismo, pubblicata nel 1920 (in particolare il capitolo VI: "La Comune di Parigi e la Russia dei Soviet").
[6] Citato da Rémi Morvan. "Non è morta": una storia dell’Associazione degli Amici della Comune (1881-1971), tesi di storia, 2015.
[7] L’Humanité, 25 maggio 1936.
[8] L’Humanité, 18 marzo 1945.
[9] Marx, Lettere a Kugelmann (12 aprile 1871). Marx si riferisce qui al giugno 1848.
[10] Lenin, Relazione sulla revisione del programma e il cambiamento di nome del partito, 8 marzo 1918.
[11] Lenin, Lo Stato e la rivoluzione, 1917.
[12] Lenin, Come organizzare l’emulazione, 6-9 gennaio 1918.
[13] Discorso al Congresso dell’Internazionale Comunista, 4 marzo 1919.
[14] Lettera ai lavoratori d’Europa e d’America, 24 gennaio 1919.
[15] Lenin, La conferenza della città di Pietrogrado, 8 maggio 1917.
[16] La crisi della socialdemocrazia, 1915.
[17] Discorso del Consiglio generale dell’AIT sulla guerra franco-tedesca, 9 settembre 1870.
[18] Le lezioni della Comune, febbraio 1921.
[19] In memoria della Comune, 28 aprile 1911.


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