Se questo messaggio non viene visualizzato correttamente, visualizzalo utilizzando questo link.

La Newsletter de
L'Internazionale
Periodico comunista

Che cosa ci mostra la valanga di astensioni alle elezioni amministrative

Le manifestazioni contro il green pass hanno dato visibilità a un malessere sociale ben più esteso di quanto possa apparire dalla conta dei partecipanti ai cortei. I gruppi neofascisti e i leader di varie associazioni di commercianti e piccoli imprenditori tentano di rappresentare politicamente questo malcontento e di spingerlo nel vicolo cieco di una non meglio specificata lotta per la "libertà".

I motivi che hanno spinto alla protesta i portuali di Trieste sono altri: questi lavoratori temono che la discriminazione introdotta tra chi ha e chi non ha il green pass introduca un nuovo elemento di divisione tra di loro. Ma oltre a questo c’è anche la consapevolezza che, con una scappatoia burocratica (il green pass, appunto), i datori di lavoro cercano di liberarsi da tutte le responsabilità, e da tutte le spese, che comporta mantenere un luogo di lavoro sicuro.

I vari rigagnoli che compongono il malessere sociale sono confluiti nel fiume dell’astensionismo elettorali. Il fenomeno ha assunto tali proporzioni ai ballottaggi del 17 e 18 ottobre da rendere arbitrarie tutte le interpretazioni su chi ha vinto e su chi ha perso. La media nazionale della partecipazione al voto è scesa infatti dal 52,67 % del primo turno al 43,94. Nelle città capoluogo il dato è ancora più drammatico. A Roma si è passati dal 48,54 al 43,94, a Torino dal 48,08 al 42,13, a Trieste dal 46,28 al 42,18 per cento. I grandi e medi centri votano meno dei comuni più piccoli e al loro interno sono le periferie più povere che segnano le punte massime di astensione. Il voto, ha avuto indubbiamente un forte significato politico nazionale, nonostante si trattasse di scegliere le amministrazioni cittadine.

Proprio per questo, il fatto che si sia recata a votare la metà degli elettori e anche di meno al secondo turno, segna un fallimento che riguarda tutti i partiti parlamentari. Il dato di fatto più rilevante è questo: l’atto del voto è visto come un’azione inutile da un numero crescente di persone, specie da quelle che occupano i gradini più bassi delle categorie di reddito.

Pressati dalle esigenze della grande borghesia, i partiti, anche quelli di destra che giocano la carta del populismo, non hanno potuto fare a meno di nascondere il loro appoggio a tutti i meccanismi del capitalismo. Nessuno ha alzato la bandiera della lotta alla disoccupazione e di un serio spostamento di quote di ricchezza verso i lavoratori, i disoccupati, i ceti più poveri. La propaganda del PD e del centrosinistra, che con le parole di Letta, celebra un trionfo senza trionfalismo, ha convinto soprattutto chi, a torto o a ragione, pensa di non essere toccato dalla crisi e dall’ondata di licenziamenti che sta investendo l’Italia. In ogni caso, non c’è stato nessun trionfo.

Eppure, nonostante le parole tranquillizzanti degli uomini di governo e degli economisti, nonostante la “ripresa”, la condizione operaia non cessa di peggiorare. Accanto a questa, va facendosi oscura anche la prospettiva di vita e di lavoro di altri vasti settori del lavoro salariato, afflitti da una precarietà che sta divenendo la regola. Una quota crescente di “popolo” sta vivendo questa realtà e si è dimostrata immune a tutti i giochetti ed a tutte le false battaglie dei politici di professione.

Ma a questa insofferenza, pienamente comprensibile e giustificata, verso le chiacchiere della politica ufficiale, manca un orientamento costruttivo. Se la voce degli interessi operai si fosse fatta sentire, nella forma di un partito e di un programma politico, alla confusione che regna nei ceti popolari si sarebbe almeno potuto opporre una chiara e coerente linea di classe; una visione politica che, per le sue radici e per i suoi princìpi, sarebbe naturalmente antifascista e nemica di tutte le avventure senza speranza.

L’esito delle elezioni non è stato che la conferma di un fenomeno generale. La crisi continua a generare disagi e malcontento sociale. La necessità di una voce seria, chiara, portatrice di una visione d’insieme, ancorata alle migliori tradizioni politiche del movimento operaio, diventa sempre più pressante. Parliamo di un partito operaio, rivoluzionario nelle sue concezioni e nelle sue prospettive. È chiaro che un simile partito non si improvvisa in una campagna elettorale, ma è anche chiaro che la chiusura di una campagna elettorale non segna la sospensione degli sforzi necessari alla sua costruzione.

20 ottobre 2021

Leggi gli opuscoli de "l’Internazionale"

- Settembre 1920, l’Occupazione delle fabbriche

- 150 anni fa la Comune di Parigi

e anche:

Lotta di classe n° 35

Afghanistan, il ritorno dei Talebani - Stati Uniti, i tentativi di Biden per ridare una spinta al capitalismo – Birmania, la classe operaia di fronte ai militari e all’imperialismo - La febbre del Bitcoin, sintomo di un sistema malato – Francia, la CGT e la politica di "rilocalizzazione" – L’aggressione alla CGT, un avvertimento - Femminismo e lotta di classe - Il genocidio del Ruanda, 27 anni di negazioni

Da chiedere ai nostri militanti o scrivendo a:Retour ligne automatique
L’Internazionale – Viale Ippolito Nievo 32 – 57121 LIVORNO – ITALIA

Leggi, sostieni "l'Internazionale", abbonati!

Abbonamenti per 12 Numeri:
Ordinario 15.00 – Con "Lotta di Classe" 25.00 - Sostenitore 50.00 - Estero 25.00

Per cancellarsi, scrivi a: lettera-unsubscribe@linternazionale.it.