Iran : i crimini del regime e le manovre dell’imperialismo

Per sedare la rivolta popolare scoppiata in Iran alla fine di dicembre, il regime della Repubblica islamica ha compiuto un vero e proprio massacro. Solo dopo che le comunicazioni con il resto del mondo sono state ripristinate, le testimonianze ne hanno potuto rivelare la portata.

Mentre il regime ha ammesso 3.000 morti, gonfiando artificialmente il numero di poliziotti e miliziani Basij uccisi da coloro che definisce "terroristi", il numero di manifestanti morti tra l'8 e il 10 gennaio potrebbe superare i 30.000. Altre centomila persone sarebbero rimaste ferite e decine di migliaia sarebbero state arrestate, persino negli ospedali. I sopravvissuti che si sono rifugiati al confine turco raccontano della caccia frenetica ai manifestanti da parte della polizia o dei miliziani. Gli operatori sanitari descrivono ospedali sovraffollati per le ferite da arma da fuoco, medici costretti ad amputare arti infetti, mancanza di sangue per le trasfusioni e ferite alla testa, in particolare agli occhi. Le famiglie dei prigionieri denunciano celle sovraffollate, con feriti lasciati senza cure e detenuti torturati.

Tutte le precedenti mobilitazioni, che dal 2017 hanno coinvolto vari segmenti della società iraniana – giovani, donne, classe operaia – sono già state brutalmente represse. Ma quella iniziata il 28 dicembre dai commercianti del Gran Bazar di Teheran ha presto coinvolto persone di ogni età ed estrazione sociale, compresi piccoli borghesi conservatori da tempo fedeli al regime. Di fronte a una rivolta che minacciava il loro potere e con un sostegno sempre più debole all'interno del paese, i dirigenti hanno deliberatamente orchestrato un bagno di sangue per terrorizzare l'intera popolazione.

L'ayatollah Khamenei e i capi delle “Guardie Rivoluzionarie” difendono gli interessi delle classi privilegiate iraniane, che temono di perdere tutto di fronte a una rivolta sociale. Quelli fra i dirigenti dell’imperialismo, che oggi fingono indignazione di fronte a questo massacro, ne sono in realtà complici. Dall’Afghanistan all’Iraq, hanno saputo collaborare con il regime ogni volta che è stato necessario. Ciò che i dirigenti occidentali criticano non è il fatto che sia una dittatura, ma solo che non si conformi abbastanza ai loro interessi, che sostenga Hezbollah o Hamas, e che mantenga legami economici con la Russia e la Cina, due paesi che l’imperialismo cerca di isolare. Come ha detto un superstite dalla repressione: “Gli Americani o gli Europei vogliono solo fare affari con l’Iran”.

Trump si è attribuito il ruolo migliore quando, all'inizio di gennaio, ha detto che sarebbe intervenuto in sostegno ai manifestanti, mentre chiaramente non ne aveva alcuna intenzione. Anzi, per i dirigenti degli Stati Uniti è meglio che i manifestanti iraniani siano stati schiacciati. Il lavoro sporco svolto dal regime significa meno lavoro da fare per un potenziale esercito occupante.

Con la rivolta popolare apparentemente sedata, gli Stati Uniti possono tranquillamente inviare mezzi militari nel Golfo Persico, minacciare di bombardare l'Iran come fecero nel giugno 2025, presentandosi al contempo come liberatori. È certo che i vari servizi segreti americani, e i loro alleati israeliani, stanno manovrando per creare una potenziale alternativa a Khamenei e ai suoi scagnozzi. Ma per loro il problema è anche di preservare, per quanto possibile, un apparato statale, con le sue forze repressive, in grado di tenere la popolazione sotto controllo.

A tal fine, tutte le reti e i media filoamericani hanno portato in primo piano Pahlavi, figlio dello Scià, il dittatore rovesciato nel 1979. Ora presentato come una potenziale soluzione da diverse figure della diaspora iraniana, sta puntando sul sostegno di qualche fazione all'interno del regime, attualmente screditato. Ma nessuna soluzione imposta dalle bombe o dalle manovre dell’imperialismo americano sarà in grado di dare ai lavoratori e alle classi popolari d’Iran una vita decente e libera.

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