Il boom dei profitti delle banche: Un tassello nel mosaico del capitalismo parassitario

Il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta ha vantato, di recente, la stabilità del sistema bancario nazionale. Ma che sia “stabile” o meno, lo dirà il futuro e soprattutto le crisi che indubbiamente stanno maturando nei rapporti finanziari mondiali.

Il recente passato del mondo del credito ci aiuta a capire come sta cambiando il capitalismo italiano.

Intanto va detto che le banche proseguono il loro processo di concentrazione. L’utile 2025 dei primi due istituti, Unicredit e Intesa Sanpaolo, rappresenta il 63,3% del totale degli utili delle prime 13 banche. Ma, a parte le considerazioni sulla concentrazione, che è proseguita non senza contrasti nell’ultimo ventennio, tutte le banche sono andate a gonfie vele lo scorso anno (come del resto l’anno prima e quello ancora prima): più di 30 miliardi di utili, e dividendi per 26,5, rimanendo al gruppo delle prime di tredici.

Nel corso del 2024 e del 2025, la cronaca economica è stata segnata dalla vicenda del cosiddetto Risiko bancario, cioè dalla lotta tra i vari gruppi del credito per divorarsi tra loro. Quella che ha fatto più parlare è stata la marcia del Monte dei Paschi di Siena alla conquista di Mediobanca, con l’intenzione di avere poi una posizione dominante in Generali, definita la cassaforte degli italiani perché è il più importante gestore dei risparmi in Italia. Questa storia non è ancora finita, anche perché ci sono in sospeso diverse inchieste della magistratura. In ogni caso, tutta l’operazione è stata “affiancata” dal governo Meloni. Nel novembre del 2024, il governo si è “liberato” di una partecipazione azionaria del 15% nel Monte dei Paschi, detenuta dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Questa vendita, per il modo poco trasparente con cui è stata fatta, ha attirato l’attenzione della magistratura. Gli acquirenti più importanti sono stati Caltagirone e Delfin (eredi Del Vecchio, Luxottica) che hanno accresciuto così, in misura determinante, il proprio peso nella banca senese.

Queste ed altre vicende del mondo del credito sono state spacciate in qualche modo come “patriottiche” perché tese a togliere dalle mani degli “stranieri” i risparmi degli italiani. Ma fra tutti i settori dell’economia quello del credito e della finanza è tra i più internazionalizzati, per cui le argomentazioni di Giorgetti e Meloni sono ridicole. Più probabile è che la destra al governo abbia intravisto la possibilità di costruirsi un suo “braccio finanziario”, cementando un’alleanza con alcuni imprenditori amici.

Intanto, bisogna dire che tra le ragioni del boom degli utili delle banche c’è la loro ristrutturazione, che in pratica significa meno sportelli e meno impiegati. In due anni sono stati chiusi 1000 sportelli e, secondo un rapporto del sindacato bancari della Uil, negli ultimi cinque anni sono stati eliminati 20mila posti di lavoro, di cui 8000 solo nello scorso anno.

Il carattere parassitario sempre più accentuato dell’economia capitalistica lo vediamo rispecchiato nel credito. Scrive Alessandro Messina su Altreconomia che rispetto al 2012 la massa di denaro prestato alle imprese si è ridotta di circa 300 miliardi. E argomenta: “Abbiamo banche più solide e più profittevoli ma un’economia reale che fatica a trovare nel sistema creditizio una leva coerente con le proprie esigenze” e conclude che una politica economica coerente dovrebbe fare in modo di “rendere più conveniente il credito produttivo rispetto alle attività puramente speculative”. Un ragionamento che troviamo in tutti i libri, gli articoli, i discorsi degli esponenti della sinistra riformista, che sogna, da più di cento anni, un capitalismo “per bene” senza tutti i contrassegni dell’imperialismo.

A parte i sogni, la fiducia che il sistema creditizio ha nelle imprese dell’economia reale, la attesta il dato dei crediti a lungo termine alle imprese, quei crediti che sono direttamente collegati ai grandi investimenti, strutturali e di lunga durata, il cui ammortamento è prevedibile oltre i cinque anni. Nel 2025 questa specie di prestiti sono passati a 281,1 miliardi. Nel 2022 erano 347,1. Una diminuzione di quasi un quinto in tre anni. Si potrebbe argomentare che non sono tanto le banche a non voler concedere crediti a lungo termine agli imprenditori, quanto questi ultimi a non volere investire. Per il ragionamento che stiamo facendo non cambia molto. In effetti, il settore classico dell’economia reale, l’industria manifatturiera, fatto 100 l’indice degli investimenti nell’anno 2021, è sceso progressivamente all’88 nel 2025. Comunque sia, i primi a non credere nelle prospettive delle attività produttive, possedute dai capitalisti, si trovano fra gli stessi capitalisti.

R. Corsini