Venerdì 18 ottobre, quasi 20.000 lavoratori di Stellantis e delle aziende dell'indotto del settore automobilistico si sono riuniti per manifestare nelle strade di Roma. L'appello congiunto delle tre maggiori confederazioni sindacali ha sicuramente influito sul successo della manifestazione, ma riflette anche e soprattutto la preoccupazione dei lavoratori della Stellantis, il principale produttore di automobili in Italia.
Un primo sciopero si era già svolto, con manifestazione nazionale a Torino, il 12 aprile. Da nord a sud del Paese, dallo stabilimento di Torino-Mirafiori a quello di Pomigliano, vicino a Napoli, le officine si stanno svuotando e le settimane e i mesi di lavoro ridotto si sommano affiancati a ritmi e carichi di lavoro insostenibili per chi rimane a lavorare. Per non parlare dei lavoratori costretti a spostarsi a migliaia di chilometri da casa per non perdere il posto di lavoro.
Tra gli interventi al termine della manifestazione, un delegato della FIOM dello stabilimento di Pomigliano ha dichiarato: “Alcuni miei compagni di lavoro si sentono più dipendenti della Previdenza Sociale che non da Stellantis, perché da più di dieci anni sono più spesso in regime di orario ridotto o di contratti di solidarietà che al lavoro”. E ha aggiunto: “Questa situazione non è dovuta a Tavares e al matrimonio di FCA con Stellantis. Perché da un marchio all'altro, da Fiat l'altro ieri a FCA ieri a Stellantis oggi, eravamo senza lavoro ieri e siamo senza lavoro oggi”.
Un delegato sindacale della Lear, a Grugliasco, in periferia di Torino, ha sottolineato che gli operai che producono sedili sono ben consapevoli che il loro destino è strettamente legato a quello dei lavoratori della Stellantis, e ha invitato a una “lotta comune per garantire un futuro a tutti noi”.
Sotto lo slogan “Cambiare marcia, accelerare per un futuro più giusto”, i leader sindacali sono saliti sul podio alla fine della manifestazione. Ben lungi dal denunciare le bugie di Tavares, che continua a piangere per il calo storico degli utili quando invece nel primo semestre del 2024 sono rientrati nelle casse 5,6 miliardi, hanno ripreso, con qualche sfumatura, il ritornello della “crisi storica” del settore automobilistico, per chiedere un piano industriale per l'Italia. Pur plaudendo all'unità tra tutti i siti e tra le tre organizzazioni sindacali, i leader hanno dato come unica prospettiva ai lavoratori quella di rivendicare “un'identità italiana da difendere”.
In questo modo, i leader sindacali riprendono la canzone degli imprenditori. Tavares non chiede altro quando spiega che si aspetta che il governo italiano “si dia i mezzi per preservare i posti di lavoro” investendo di più nelle infrastrutture di trasporto, nel bonus per l'acquisto di un veicolo elettrico, di fatto aprendo il rubinetto del denaro pubblico per aumentare i profitti degli azionisti di Stellantis.
Per difendere la loro pelle, le decine di migliaia di lavoratori dell'auto devono essere consapevoli che un “futuro più giusto” non dipende dalle promesse più o meno vaghe di piani di investimento nel “gioiello Fiat” che il governo Meloni e le dirigenze sindacali invocano. Al contrario, dipende dalla lotta che i lavoratori di tutto il gruppo e della componentistica devono preparare per chiedere che i miliardi di profitti accumulati sulle loro spalle siano utilizzati per mantenere tutti i posti di lavoro e garantire una vita dignitosa a tutti.
N C