Sul piano dei rapporti internazionali, regna una “incertezza globale”, secondo l’espressione usata da Angelo Panebianco sul Corriere della Sera. Tutti i governi europei sono ormai persuasi che un vecchio equilibrio è finito, ma non sanno cosa fare per costruirne un altro.
Incertezza significa anche mancanza di sicurezza. Così, anche se non è ancora chiaro da chi bisognerebbe difendere i confini nazionali o le regioni la cui vulnerabilità rappresenta comunque un pericolo per i “nostri” commerci o per la rete di basi che li protegge, si accelera il riarmo. Un riarmo che è soprattutto in funzione, si dice, dell’interesse nazionale e che prevede alleanze e collaborazioni ma sempre e solo in funzione di questo interesse, o di quello che si ritiene esserlo, in barba ai discorsi sulla costruzione di un sistema di difesa comune.
Nel frattempo, si accentuano, nel campo politico, i toni nazionalisti. Le classi sociali, con i loro interessi contrastanti, sembrano non esistere più. La “democrazia” si dirige a vele spiegate verso un regime a partito unico: il partito della Nazione. I vari gruppi parlamentari, di governo o di opposizione, ne sono le articolazioni. “Fare soprattutto gli interessi della Nazione”; chi può non sottoscrivere questo impegno e questo slogan tra i leader politici? Ma in concreto, gli interessi della nazione sono quelli del capitalismo e della borghesia in carne e ossa, che in ogni paese trova sostegno nel sistema di leggi e nelle istituzioni di casa propria.
Secondo il rapporto Oxfam, in Italia, fra dicembre 2010 e giugno 2025 la ricchezza nazionale netta è aumentata di oltre duemila miliardi. Di questo aumento, il 91% è andato al 5% più ricco dei nuclei familiari, mentre la metà più povera delle famiglie ha avuto solo il 2,7%.
Questo 5% più ricco è “convinto” che continuare ad arricchirsi in questa misura, mentre, per esempio, i salari operai precipitavano in caduta libera, è nell’interesse della Nazione.
La sostanza della apparente lotta tra partiti parlamentari è nell’offrire il personale politico e le formule di governo più adatte per consentire alla grande borghesia l’accumulo di ricchezze in forma di profitti e di rendite, con il minore attrito sociale possibile.
La borghesia ragiona in modo pratico, anche nei rapporti internazionali. Perché il sistema finanziario su cui si appoggia si basa su un fitto intreccio tra accordi politici, ricatti militari e regole economiche e se si toglie un mattone di questo edificio c’è il rischio che crolli tutto. Ora che tutto sembra precario e incerto, la forza ostentata dalla super-potenza americana, con il suo strascico di crimini e di illegalità varie, le sembra, nell’immediato, l’unica garanzia per continuare a speculare e fare affari. Trump non lo sopporta nessuno, ma in attesa di un nuovo equilibrio, meglio tenersi buono questo farabutto con la stella da sceriffo.
La classe lavoratrice paga e, almeno nell’intenzione di banchieri, industriali finanzieri e governanti, dovrà continuare a pagare tutte le ristrutturazioni, tutti i contrasti, tutte le guerre generati dal loro sistema economico marcio: bassi salari, lavoro sempre più precario e con meno garanzie, utilizzo del razzismo per dividere i lavoratori e impedirne l’unità, leggi che ostacolano le lotte operaie e repressione.
I lavoratori sono la larga base su cui poggia il meccanismo economico e tutti i servizi che caratterizzano un paese civilizzato. Coalizzati insieme sono una forza invincibile perché senza il loro lavoro la società collasserebbe in una settimana. Loro per primi si devono rendere conto della forza potenziale che hanno. Il mondo deve cambiare perché il capitalismo ci espone tutti al genocidio. Le decine di migliaia di morti delle guerre in Sudan, in Ucraina, a Gaza non gli sono sufficienti. Chiederà anche a noi popoli europei e ai nostri figli un tributo di sangue.
La classe lavoratrice internazionale, che fa funzionare tutto, può fermare tutto, anche le guerre.
19 febbraio 2026
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