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L’imperialismo senza ipocrisie

Senza dubbio, tra i partecipanti meno ascoltati del vertice di Davos c’è l’organizzazione non governativa Oxfam, che ha presentato il suo rapporto annuale, che denuncia l’aumento delle diseguaglianze in tutto il mondo fino a un livello mai conosciuto prima. In particolare, si legge in questo documento, 3000 miliardari posseggono un patrimonio complessivo di 18.300 miliardi di dollari. I 12 più ricchi detengono una ricchezza uguale alla metà più povera della popolazione del pianeta. Con le parole degli estensori del rapporto: “questa è la legge del più ricco”.

Lo show di Trump ha assorbito tutte le attenzioni, favorendo in Europa, una visione dei rapporti internazionali che scivolano verso una contrapposizione tra chi vuole il rispetto delle regole e del Diritto internazionale e chi calpesta disinvoltamente regole e diritti.

Ma la linea di demarcazione principale è quella che l’Oxfam ci ha in qualche modo indicato: quella tra i ricchi, cioè la grande borghesia, che ha soldi e quindi potere, e tutti gli altri, pure con caratteristiche sociali diverse. In America, dove come rilevava già Marx, l’onnipotenza della ricchezza sottomette lo Stato nel modo più sfrontato e aperto, lo stesso presidente è anche un miliardario: 7,3 miliardi di dollari nel 2025, con un aumento di tre miliardi rispetto allo scorso anno (guarda caso!).

A Davos, Trump ha tenuto tutti incollati alla poltrona, mandando in scena il suo solito repertorio di insulti, minacce, bugie. Ma, a parte le caratteristiche dell’uomo, che ne fanno un mascalzone con il quale, nella vita ordinaria, nessuna persona per bene vorrebbe prendere nemmeno un caffè, il presidente è solo l’incarnazione più sincera dell’imperialismo. E non solo di quello americano.

Le pretese sulla Groenlandia, il rapimento di Maduro in Venezuela, l’attacco missilistico contro Teheran, il nuovo “Board” che dovrebbe gestire la “pace” a Gaza e non si sa dove altro ancora, sono tutti passi su un sentiero che era già stato tracciato negli anni precedenti. Trump, con la sua disinvoltura da gangster, è l’uomo giusto per imprimere la massima accelerazione su questo sentiero. Che poi ce la faccia o no è tutto da vedere.

In sostanza, per quanto mostri i muscoli, l’amministrazione americana sta dicendo al mondo che pur restando la potenza più forte militarmente, non può tenere sotto controllo tutto e che si focalizzerà sul “giardino di casa”, cioè il continente americano, rafforzandone il controllo, e sull’Asia, con particolare riguardo alla Cina, da tempo considerata un competitore non solo economico.

Tutti gli altri, Europa compresa, sono attori secondari. Qui la preoccupazione americana è impedire che si formi una forte coalizione basata su una maggiore integrazione europea. Quindi alternare le accuse di immobilismo e di parassitismo verso gli europei a smisurate dichiarazioni di ammirazione per qualcuno di questi, come la Meloni o Orban, è funzionale a questo gioco. Ma lo è molto di più l’altalena diplomatica con Russia e Ucraina. Il tutto, nel tipico stile di Trump, “a costo zero”. Anzi, con la prospettiva di lauti guadagni per le grandi imprese americane di costruzioni e quelle dell’agroalimentare, senza contare quelle minerarie, tutte già in trattativa per impadronirsi delle ricchezze ucraine.

Ursula von der Leyen finge di credere che le varie provocazioni di Trump abbiano prodotto un ricompattamento tra loro degli Stati europei. In realtà, quello che succede è molto più simile a un “si salvi chi può” e i governi nazionali, ad ogni provocazione, reagiscono come le galline in un pollaio in cui sia stato tirato un mattone.

In ogni caso, uniti o divisi, tutti i governi vogliono armarsi. E le spese sociali, sanità, scuole, pensioni sono sempre più nel mirino. Così i lavoratori e i ceti più poveri vedranno un ulteriore peggioramento delle loro condizioni, magari in nome della “Difesa europea”.

Ma chi manda avanti la società, cioè chi produce, chi cura, chi costruisce, chi coltiva e chi insegna, non ha nessun interesse a promuovere un clima di guerra. La guerra la vuole fare chi pensa di guadagnarci sopra.

Ribellarsi, quando è necessario, si può e si deve fare. Oggi lo dimostrano gli abitanti di Minneapolis, continuamente in piazza contro le bande assassine anti-migranti, protette dall’FBI. Al momento opportuno lo farà anche la popolazione italiana, francese o tedesca, che non ha nessuna intenzione di farsi trascinare in un nuovo macello mondiale.

27 gennaio 2026

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