La notte di Capodanno sono morti almeno 47 giovani e ci sono stati più di 100 feriti in un locale in una cittadina svizzera, Crans-Montana, nota come uno dei paradisi montani dove si ritrovano spesso persone tra le più ricche e famose del mondo. Il locale, “Le Constellation” è strutturato in tre piani e l’incendio, stando alle prime testimonianze, si è sviluppato nel piano interrato.
Qualcuno dei sopravvissuti, prima di riuscire a mettersi in salvo, ha registrato dei brevissimi video in cui si vede chiaramente il fuoco che inizia a propagarsi rapidamente dal soffitto, innescato dalle “stelle filanti” messe sopra alle bottiglie di spumante che, sembra, erano portate da camerieri seduti a cavalcioni sulle spalle di altri camerieri. Un espediente, sembra, orchestrato dai proprietari del Constellation per incoraggiare un’atmosfera di spensieratezza e di divertimento.
Giovani e giovanissimi che si erano immaginati di trascorrere una notte di San Silvestro divertendosi e ballando, si sono trovati imprigionati in una trappola infernale che li ha uccisi prima che potessero raggiungere l’unica via di fuga, la scala per salire verso il piano terreno.
Come si dice in questi casi, le indagini accerteranno le responsabilità, ma alcune cose risultano già chiare. La prima è che ficcare più di duecento persone a festeggiare in un seminterrato è qualcosa di insensato e di pericoloso di per sé. È una questione di buon senso prima ancora che di leggi e norme varie.
In ogni caso, le leggi ci sono e molte sono acquisite dal sistema giuridico di tutti i paesi europei, aderenti o meno all’UE.
Il quotidiano La Stampa del 2 gennaio ha intervistato il titolare di una ditta specializzata nella progettazione e realizzazione di impianti antincendio, Alfredo Belli, che nelle sue risposte chiarisce molte cose, e non solo riguardo a questo caso particolare. Intanto dice che “il fuoco si è propagato con estrema rapidità, cosa che non accadrebbe con arredi e ambienti adeguati alle norme di prevenzione antincendio”. Poi scende nel dettaglio: “Tutto l’arredamento di un locale, dalle poltroncine alle tende, al controsoffitto che sembra aver preso fuoco in questo caso, devono avere una classe di resistenza al fuoco: significa che, se sono esposti alle fiamme, possono sì prendere fuoco, ma con lentezza, e questo dipende dai materiali e da come vengono trattati”. L’intervistatore gli chiede se una cosa del genere potrebbe accadere in Italia e Belli risponde di sì. Perché anche se ci sono le norme (raccolte nel decreto 151 del 2011), “in pratica le Camere di commercio permettono l’inizio dell’attività senza la documentazione sulla prevenzione degli incendi. E a volte ci scappa anche il morto. Quindi andiamo bene sulla carta, ma malissimo nella pratica”.
A vederle bene, queste tragedie, hanno quasi sempre una sola fondamentale causa: il profitto. Ci sono le leggi, ci sono le buone pratiche, ci sono i materiali e gli accorgimenti per proteggere le persone dal rischio di incendi o di altre eventualità pericolose, ma sono un costo. E, di fronte alla possibilità di un ottimo guadagno, vale la pena di fregarsene di prescrizioni e divieti di cui difficilmente le autorità controlleranno il rispetto. Le anime belle ripetono ai datori di lavoro che la prevenzione degli infortuni, nelle attività economiche, “non è un costo ma un investimento”. Questa gente non sa com’è fatto il capitalismo!
La strage di Crans-Montana ce lo mostra ora nel modo più sinistro. La maggioranza delle vittime erano figli della classe borghese. Di fronte alla possibilità di un profitto immediato, però, non c’è niente di sacro. Nemmeno la vita della propria gente, nemmeno dei più giovani, che ne dovrebbero rappresentare il futuro, cioè il più importante degli “investimenti”.
2 Gennaio 2026
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