Gli Stati Uniti di Trump si muovono ormai nello scenario mondiale con assoluta spregiudicatezza, al di sopra e al di fuori di ogni convenzione internazionale, infischiandosene di ogni sovranità nazionale, usando la violenza armata come un tempo facevano briganti e pirati. Il 9 gennaio il New York Times ha pubblicato un’intervista al presidente americano. Alla domanda “ci sono limiti ai suoi poteri globali?”, la risposta è stata: “Sì, una cosa c’è: la mia morale personale. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale”.
Il rapimento di Maduro e della moglie a Caracas, da parte delle forze speciali americane, è stato il più recente colpo di acceleratore alla marcia per riaffermare la supremazia statunitense sul mondo.
I dirigenti europei sono paralizzati dalla paura. Giorgia Meloni li ha bruciati tutti nel tempo, asserendo che l’azione dei militari americani in Venezuela è stata “un’operazione legittima di natura difensiva”. Difficile immaginare un servilismo più spinto. Da parte sua Macron, dopo aver di fatto avallato il mezzo colpo di Stato americano in Venezuela, ha scelto di dire qualche parola contro Trump: “Gli Stati Uniti sono in preda ad una aggressività neocoloniale”, ha detto di fronte all’assemblea annuale degli ambasciatori di Francia. Si riferiva non solo al Venezuela ma anche alla Groenlandia che, com’è noto, l’amministrazione americana vuole nella sua completa disponibilità.
Dal punto di vista dei rapporti di forza puramente militari, secondo tutti gli esperti, le cose stanno così: i paesi europei non possono giocare nessun ruolo importante perché dipendono totalmente dagli Stati Uniti per l’alta tecnologia e, nel caso specifico, per le sue applicazioni nel settore della difesa. Se, ad esempio, la Russia non ha definitivamente piegato l’Ucraina è perché l’America gli fornisce la copertura satellitare, indispensabile nelle guerre moderne.
Da qualsiasi punto di vista si osservi, la realtà dei rapporti internazionali evolve sempre più verso nuovi contrasti e nuove crisi politiche, accumulando sostanze infiammabili ed esplosive nelle relazioni tra potenze grandi e piccole. La corsa agli armamenti è sempre più veloce e coinvolge nell’interesse alle guerre i maggiori colossi dell’industria e della finanza mondiale. Anche qui gli USA fungono da forza trainante. Secondo il quotidiano economico francese Les Echos, Trump vuole aumentare del 50% la spesa militare entro il 2027 “un aumento senza precedenti che dice di voler finanziare in modo particolare con le entrate dei diritti doganali”.
Ma se Trump è il brigante più forte, non è il solo. Tutte le altre potenze sono sulla stessa lunghezza d’onda. Ci sono briganti e pirati di tutte le taglie. Tutti puntano a riarmarsi e tutti lo fanno per “difendersi”. Intanto l’Eni si è messa in fila con le altre compagnie petrolifere per riscuotere i crediti nei confronti del Venezuela e per partecipare allo sfruttamento dei suoi enormi giacimenti.
Se l’Europa sarà coinvolta in una guerra, non sarà il governo americano a inquadrare e a mandare al macello i giovani italiani, sarà il “nostro” governo, al servizio della “nostra” grande borghesia e per difendere i suoi profitti contro le borghesie concorrenti. Da questo punto di vista, non ha molta importanza se al governo ci sarà ancora la destra o il centrosinistra, o magari tutti e due, messi insieme in nome dell’unità nazionale.
La lotta contro la guerra dovrà compiere i suoi primi passi, per ogni segmento della classe lavoratrice mondiale, nel proprio stesso paese, contro i “propri” capitalisti e i “propri” governanti.
10 gennaio 2026
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