Qualunque siano gli sviluppi dei finti cessate il fuoco e negoziazioni, la guerra lanciata il 28 febbraio da Trump e Netanyahu contro l’Iran è più di una nuova guerra regionale in un Medio Oriente che ne ha conosciute tante. È un passo verso la generalizzazione della guerra a livello globale.
L’Iran è un punto strategico per il petrolio, il gas, il commercio mondiale, come dimostrano le conseguenze del blocco dello stretto di Ormuz e della distruzione delle infrastrutture petrolifere. E poi questa guerra è stata scatenata in un periodo in cui il sistema capitalista è in crisi e le sue contraddizioni si sono sviluppate. Oggi, la guerra economica tra i capitalisti passa attraverso l’istituzione di colossali barriere protezionistiche e l’aggressivo intervento degli Stati. La Cina in particolare è diventata una potenza economica in grado di competere con gli Stati Uniti in vari settori e questi ultimi sembrano decisi a ostacolarla a tutti i costi.
L’imperialismo statunitense all’offensiva
Questa guerra si inserisce in un’offensiva generale dell’imperialismo statunitense volta a riorganizzare l’ordine mondiale a proprio piacimento e a impedire l’emergere di un potente concorrente. Da quando è tornato al potere, Trump sembra aver deciso di sottomettere o abbattere i regimi troppo poco docili, come ha dimostrato l’offensiva contro il Venezuela e contro Cuba. In Medio Oriente, il regime dei mullah tiene testa agli Stati Uniti sin dal rovesciamento del regime filo-americano dello scià a seguito della profonda rivolta popolare del 1978-1979. I successi militari ottenuti da Israele con il sostegno degli Stati Uniti dal 7 ottobre 2023, la distruzione di Gaza, che ha indebolito Hamas, le sconfitte subite da Hezbollah in Libano nel 2024 e poi la caduta di Bashar al-Assad in Siria, hanno evidentemente convinto Trump e Netanyahu che potevano attaccare frontalmente l’Iran.
Al di là delle buffonate del presidente americano, della sua brutalità e della sua incompetenza, la sua politica del bastone e la sua volontà di abbattere tutti i regimi che non gli obbediscono, la sua volontà di indebolire la Cina, corrispondono agli interessi profondi della borghesia americana, pronta a tutto per mantenere la propria egemonia. Se il ritorno di Trump alla Casa Bianca incarna questa sua volontà di mettere in riga i propri concorrenti, questa marcia verso una nuova guerra mondiale è inscritta nelle contraddizioni dell’economia capitalista senile e tutti i leader del mondo vi si stanno preparando attivamente da anni. Basti guardare l’evoluzione dei loro bilanci militari, passati da un totale di 1.780 miliardi di dollari nel 2018, dopo diversi anni di stagnazione, a 2.720 miliardi nel 2024, con un aumento di quasi il 10% nell’ultimo anno.
La Cina non potrà restare fuori dall’ingranaggio innescato da questa guerra. Non solo è presa di mira nelle operazioni di Trump, in Venezuela come in Iran, poiché questi due paesi giocavano un ruolo importante nel suo approvvigionamento di petrolio, ma è l’avversario principale dell’imperialismo americano in quanto unica potenza realmente in grado di tenergli testa. Prima o poi, ne sarà coinvolta.
Qualunque siano gli sviluppi futuri e i futuri belligeranti, questa nuova guerra è una guerra dell’imperialismo, una guerra decisa e condotta dai rappresentanti del capitale più potente, determinati a mantenere la loro egemonia mondiale con ogni mezzo. I fomentatori di guerra sono i dirigenti dei paesi imperialisti, compresi quelli dell’Europa e dell’Italia. Bisogna rifiutare l’unità nazionale che cercano di creare intorno alla loro politica bellica.
Per lottare contro la guerra, lottiamo per la rivoluzione
Non solo i comunisti rivoluzionari devono rifiutare ogni unione nazionale, ma devono lottare politicamente contro lo sforzo bellico e contro i dirigenti bellicosi. Devono lottare affinché il proletariato intervenga con i propri obiettivi e si rifiuti di essere sacrificato per gli interessi del grande capitale occidentale. Devono denunciare l’aggravarsi dello sfruttamento nelle fabbriche, che saranno riorganizzate per la produzione militare, e affermare che coloro che saranno mutilati o uccisi, su un fronte o sull’altro, saranno sacrificati per gli interessi dei capitalisti. Questa lotta, se portata fino in fondo, deve arrivare al rovesciamento dei governi in carica, senza fermarsi al fatto che possa portare alla sconfitta nella guerra del paese a cui si appartiene.
Portare questa lotta fino in fondo significa volere che la guerra imperialista generi rivoluzioni contro la borghesia e il suo sistema che trascina l’umanità nella barbarie; rivoluzioni nelle metropoli imperialiste, i cui dirigenti hanno la responsabilità principale della guerra; una rivoluzione in Israele, dove la popolazione non si schiererà sempre compatta dietro a dirigenti sempre più fascisti che la mantengono in guerre senza fine; ma anche una rivoluzione in Iran, dove le classi popolari e la gioventù hanno dimostrato molte volte la loro combattività e il loro coraggio negli ultimi anni. Abbattere l’imperialismo significa agire per le rivoluzioni in tutto il mondo, compresa la Russia, dove la prima rivoluzione proletaria della storia aveva posto fine alla Prima guerra mondiale, e la Cina, dove il proletariato è giovane e concentrato.
Un certo numero di lavoratori si sente naturalmente dalla parte dell’Iran e del suo regime, della Russia di Putin o della Cina di Xi Jinping, che appaiono come i campioni della resistenza agli Stati Uniti e al loro alleato israeliano. Di fronte al cinismo, alla brutalità e all’arroganza di Trump e Netanyahu, è comprensibile che ogni volta che un missile iraniano colpisce il suo bersaglio possa apparire come una piccola vendetta. Ma l’unico obiettivo di questi regimi, in Iran, in Cina o in Russia, le cui classi possidenti e i cui dirigenti sono rivali delle potenze imperialiste che dominano il mondo, è quello di trovare il proprio posto all’interno dell’ordine capitalista. Ciò non può rappresentare una prospettiva per gli oppressi del mondo. In Italia come in Europa e in Iran, negli Stati Uniti come in Cina, questi devono avere una propria politica. Devono intervenire, agire e organizzarsi al di là dei confini
Questa prospettiva, sostenuta dalla minoranza di militanti rimasti internazionalisti all’inizio della Prima guerra mondiale, con Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg in Germania, Lenin e Trotsky in Russia, e poi da una manciata di militanti trotskisti ancora più esigui durante la Seconda guerra mondiale, deve essere quella dei comunisti rivoluzionari, mentre la borghesia sta precipitando il mondo in una nuova guerra.
24 aprile 2026
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