Da "L'Internazionale"
Mezzo millennio fa, la Guerra dei contadini sconvolse gran parte dei principati tedeschi. Si trattò di un vero movimento rivoluzionario, di cui però nei libri di storia si parla assai meno che di Lutero e della sua Riforma.
Ne scrisse Engels, in un breve saggio del 1850 e ne scrisse, 25 anni dopo, August Bebel, uno dei migliori dirigenti della socialdemocrazia tedesca in un’opera che ora è a disposizione del lettore italiano. I curatori, anzi, precisano che si tratta della prima traduzione in italiano, a 150 anni dalla sua prima uscita in lingua originale (La Guerra dei contadini, Edizioni “Movimento reale”).
Bebel fu una figura leggendaria del movimento socialista tedesco. Le stesse circostanze nelle quali questo libro fu scritto lo attestano. Egli fu un operaio tornitore, autodidatta, perseguitato dalla polizia di una Germania appena unificata, scrisse quest’opera in carcere. La sua intenzione era quella di fornire ai lavoratori socialisti un testo in cui, mettendo in pratica il metodo materialista, si analizzasse uno snodo cruciale della storia tedesca ed europea, come quello del tramonto del medio evo e degli inizi dell’evo moderno, investigando su un episodio che riguardava la massa dei popoli di lingua tedesca. L’opera di Bebel rifletteva la preoccupazione di offrire ai lavoratori tedeschi una versione della storia nazionale non alterata dalla visione ristretta delle classi dominanti, che però su questo terreno, allora come oggi, alimentavano una costante pressione ideologica sulle masse. Era, questa, una preoccupazione di tutto il gruppo dirigente del giovane partito operaio, tanto che Franz Mehring, altro grande rivoluzionario del socialismo tedesco, scrisse una Storia della Germania moderna che veniva usata come libro di testo nelle scuole di partito per i militanti operai.
La rivoluzione contadina si sviluppò in una situazione di crisi in cui tutti i ceti e le classi cercavano di affermare i propri interessi: “l’insoddisfazione e il malcontento avevano contagiato tutti gli strati sociali”, scrive Bebel. La crisi dell’impero germanico è testimoniata dal modo come Carlo V ne acquisì la corona. Il “posto” fu praticamente comprato e, ci informa l’autore, per una cifra documentata di 850mila fiorini, distribuiti tra principi, arcivescovi e nobili minori.
Lo sperpero e i privilegi dei nobili, dei principi e del clero venivano pagati dai contadini attraverso una quantità infinita di tasse, dazi e corvée. L’odio del popolo, anche di quello delle città, era indirizzato specialmente contro il clero, che esigeva continuamente tributi e i cui monasteri erano focolai di corruzione. Martino Lutero si appoggiò sui sentimenti popolari e in particolar modo sul disprezzo e la rabbia nei confronti dei preti, dei vescovi e dei monaci. Ma presto, spaventato dalle dimensioni del movimento dei contadini, si limitò alla sua battaglia contro la Chiesa di Roma e riservò ai contadini insorti tutte le sue maledizioni. Egli rappresentava l’aspirazione della grande borghesia commerciale delle città e quella dei principi ad affrancarsi dal potere della Chiesa cattolica e quindi da quello dell’imperatore. Impegnati in continui movimenti insurrezionali, i contadini tedeschi persero presto la fiducia nei confronti di Lutero. Thomas Münzer, uno dei capi rivoluzionari più brillanti, lo rimpiazzò presto nei loro cuori.
La rivoluzione si allargò a gran parte dei principati tedeschi e toccò parte delle valli svizzere, l’Alto Adige e l’Alsazia. La popolazione delle campagne si organizzava in bande, talvolta con nomi pittoreschi, ed eleggeva i propri capi. Era frammentata, e questa fu una delle cause della sua sconfitta, ma le rivendicazioni erano pressoché uguali dappertutto. Spesso formulate con un programma di 12 punti, le richieste dei contadini riguardavano l’abolizione delle corvée, l’abolizione o una forte riduzione delle decime, il libero accesso alle acque e la libera caccia della selvaggina, il cui proliferare danneggiava continuamente le colture, il tutto in una nuova cornice giuridica che prevedesse la completa uguaglianza dei membri di qualsiasi ceto nei confronti della legge. I documenti e gli appelli del movimento contadino erano infarciti di riferimenti biblici. Era un’epoca in cui tutte le argomentazioni dovevano essere legittimate dalle sacre scritture. La rivoluzione parlava dunque la lingua di un cristianesimo “puro”.
Bebel sottolinea anche le analogie tra i comportamenti delle classi dominanti di allora con quelle contemporanee (a lui e a noi): i tentativi di blandire la classe sfruttata quando si rivolta, di dividerla, di cercare di corromperne gli elementi più insicuri, di ingannare con una falsa disponibilità al dialogo le masse degli insorti mentre se ne prepara l’annientamento, sono costanti nella storia delle lotte di classe.
Il testo ricostruisce tutto il corso della Guerra dei contadini, citandone tutte le battaglie, le poche vittorie e le molte sconfitte. Una menzione particolare merita la figura di Florian Geyer , generale della rivoluzione. Un uomo proveniente dalla classe dominante che aveva servito, come cavaliere, l’Ordine Teutonico ed era stato alla corte di Carlo V. Morì nel giugno del 1525, quando la sconfitta dei contadini appariva ormai certa. Di lui scrive Bebel: “Così morì, nel mezzo della lotta per la causa del popolo oppresso, per la quale aveva vissuto e combattuto come nessun altro fino all’ultimo respiro, il più grande eroe della Guerra dei contadini. Il fatto che lui, un uomo nobile, figlio della classe dominante, abbia difeso con il sangue del suo cuore i poveri e i miseri, morendo per loro in battaglia, non può che renderlo ancora più grande agli occhi del popolo e rendere la sua memoria ancora più cara”.
Alla fine di questo grandioso tentativo rivoluzionario la classe sconfitta fu senza dubbio quella dei contadini, alla quale va aggiunto il poco numeroso proletariato delle città e delle miniere. La sconfitta comportò decine di migliaia di vittime di cui quelle morte in battaglia furono senza dubbio le più fortunate.
Bebel riassume così il bilancio: “Furono solo i principi a trarre vantaggio dalla situazione. Ampliarono i loro territori e rafforzarono il loro potere sottomettendo le città, secolarizzando molti beni ecclesiastici e costringendo la nobiltà al loro servizio.
Con la sottomissione dei contadini, la forza del popolo tedesco fu spezzata per secoli”.
Quanto a lungo le classi sottomesse subiscano gli effetti delle loro sconfitte lo vediamo anche noi ai nostri tempi. Dai tempi della Rivoluzione russa del 1917 e del successivo decennio, lo slancio rivoluzionario del proletariato è stato fermato da un fronte di forze controrivoluzionarie che va dal sanguinario regime stalinista al terrore nero del fascismo e del nazismo, fino alla grande repressione organizzata dalla “democrazia” americana. Il risultato è stato il disarmo teorico, politico e organizzativo della classe lavoratrice. Un disarmo che si estende ai nostri giorni e che si traduce concretamente nell’assenza di partiti operai marxisti, con un seguito di massa, in tutto il mondo.
Un motivo in più per lavorare per la loro rinascita.
24 febbraio 2026
Dicembre 2025, Serie rossa, 470 pagine, brossura, illustrato. Contributo politico consigliato 20 euro più spese di spedizione
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