Da "Lutte ouvrière” - Maggio 2026
Questo è il testo del discorso di Nathalie Arthaud alla festa di Lutte ouvrière, il 24 Maggio 2026
Lavoratrici, lavoratori, cari amici, cari compagni Prima di tutto voglio dare il benvenuto a tutti coloro che si sono uniti a noi oggi, a chi ci segue da anni e a chi scopre questa festa per la prima volta. Spero che ognuno trovi qui ciò che cerca; in ogni caso, siamo felici di organizzare e dare vita a questo momento di condivisione e di fratellanza!
Voglio approfittare di questo discorso per tornare sulla nostra ragion d’essere, la nostra identità, il nostro programma che ci distingue dai partiti cosiddetti di sinistra. Ci capita spesso di manifestare con i militanti e i simpatizzanti del PCF o di La France insoumise e condividiamo molte delle loro rabbie, ma in una prospettiva molto diversa. Ciò che ci distingue è il nostro programma, il nostro obiettivo. Vogliamo sviluppare un partito rivoluzionario. Un partito che non cerchi il modo migliore per gestire il capitalismo, ma che miri al suo rovesciamento.
In questo momento in cui ci sta precipitando nella catastrofe climatica e in una nuova guerra mondiale, far credere, in un modo o nell’altro, che sarebbe possibile riformare questo sistema, renderlo meno bellicoso, meno predatorio e distruttivo, porta in un vicolo cieco mortale.
Il nostro programma rimane quello che Karl Marx e Friedrich Engels hanno dato ai lavoratori quando, nel 1848, pubblicarono il Manifesto del Partito Comunista. Il cuore di questo programma non era la tassazione dei ricchi, il tetto massimo ai loro profitti e la ridistribuzione della ricchezza. Era l’espropriazione della grande borghesia, la confisca senza indennizzo né riscatto dei suoi capitali, la proprietà comune dei mezzi di produzione e il passaggio al comunismo.
Non abbiamo una sola riga da cambiare in questo programma! Sì, vogliamo «l’espropriazione» della classe capitalista, dei Bernard Arnault, dei Mulliez, dei Peugeot e Agnelli, dei Dassault, dei Musk, dei Bezos… Questa parola, espropriazione, fa impazzire e fa gridare di terrore i difensori della grande borghesia. Ma, in questo momento, proprio qui in Francia, quante centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori vengono espropriati del loro lavoro e privati del loro sostentamento? E quanti saranno forse cacciati dalle loro case?
Nel Manifesto comunista, Marx ed Engels si rivolgevano così ai borghesi del loro tempo: «Siete inorriditi perché vogliamo abolire la proprietà privata. Ma nella vostra società, la proprietà privata è abolita per i nove decimi dei suoi membri. È proprio perché non esiste per questi nove decimi che esiste per voi».
Ovviamente ancora oggi è così! È perché la Total ci deruba tutti che i suoi azionisti si arricchiscono come mai prima d’ora. È perché i quartieri poveri si moltiplicano che i palazzi di lusso si vendono a decine di milioni. È perché, su scala planetaria, un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile che i super ricchi si comprano yacht sempre più lussuosi.
Senza l'abolizione della proprietà dei grandi mezzi di produzione, compagni, non porremo mai fine alle disuguaglianze, allo sfruttamento, all'imperialismo. Senza l'abolizione della proprietà capitalista, è impossibile razionalizzare e pianificare la produzione affinché risponda ai bisogni di tutti e preservi il pianeta. Impossibile porre fine alla concorrenza infernale, con le sue crisi e le sue guerre. Allora, non cerchiamo di inventare nuovi concetti tanto vuoti quanto illusori: è per l’abolizione della proprietà privata borghese che bisogna lottare. Non lasciamo che poche migliaia di miliardari decidano del destino dell’economia e del futuro dell’umanità!
Dal 1848 e dalla pubblicazione del Manifesto comunista, ovviamente, molte cose sono cambiate. Si sono susseguite le rivoluzioni tecnologiche. Il mondo si è industrializzato e la finanza si è estesa su tutto il pianeta, dando origine a holding e multinazionali. Ovunque, le città stanno soppiantando le campagne.
Anche la classe operaia è cambiata. I mestieri si sono evoluti. L’industria si è spostata e modernizzata. La scienza e la medicina non hanno smesso di progredire, sono stati inventati nuovi mezzi di trasporto e di scambio.
Sì, l’umanità ha percorso una lunga strada, ha fatto progressi. Ma li ha fatti su fondamenta capitalistiche marce. Le scoperte più geniali sono sempre state accompagnate dallo sfruttamento più selvaggio. Nel XIX secolo, il lavoro a cottimo era la norma, non c'erano contratti di lavoro né protezione contro la malattia, gli infortuni o la vecchiaia. Gli operai non venivano pagati al mese, ma al pezzo, in base a quanto riuscivano a produrre. Ma questo lavoro a cottimo non è scomparso. Si è mantenuto in tutti i paesi poveri. E si sta tornando a questo sistema anche nei paesi ricchi!
Lo si chiama lavoro interinale o lavoro autonomo, ma centinaia di migliaia di lavoratori vengono pagati a prestazione, per lo sgombero di un cantiere, per la sorveglianza di un bambino, per una consegna, con una paga media di 2 euro l’ora, come hanno denunciato i fattorini della Deliveroo.
Marx ed Engels hanno descritto a lungo la lotta di classe che oppone la borghesia alla classe operaia, e questa rimane la regola, anche se attualmente a condurla è soprattutto la borghesia e il suo Stato, attaccando i lavoratori. La lotta di classe si manifesta nei salari indegni, nelle ore di lavoro non retribuite, nella successione di stage imposti ai giovani senza paga, nel posticipo dell’età pensionabile, nella caccia alle assenze per malattia, nei 270 miliardi di euro che il padronato preleva dalle casse dello Stato… E questa lotta di classe miete vittime: 2 morti al giorno sul lavoro in Francia, 100 feriti gravi ogni giorno e centinaia di migliaia di lavoratori vittime di malattie professionali.
E come nel XIX secolo, questa lotta di classe è coperta dalle stesse menzogne borghesi. Già Marx ed Engels mettevano in guardia i lavoratori dall’uso della parola libertà. Spiegavano che la borghesia parla di libertà solo per difendere la sua propria, la sua libertà di sfruttare e di ridurre sempre più lavoratori in schiavitù. Ne abbiamo avuto la dimostrazione il 1° maggio, quando Attal, Lecornu e Bardella si sono precipitati a difendere quella che chiamano la libertà di lavorare quel giorno. Non gli passa per la testa che tutti coloro che oggi sono minacciati dal licenziamento, che i 6 milioni di disoccupati censiti sognerebbero di avere «la libertà di lavorare», la libertà di guadagnarsi da vivere, la libertà di scegliere il proprio lavoro, la libertà di avere uno stipendio degno di questo nome. Per loro, la libertà è la libertà di impresa, la libertà di commercio…
È in nome di queste libertà che la borghesia, i suoi conquistatori e i suoi Stati hanno perpetrato, in tutte le epoche, i massacri più orribili. Distruzione degli indiani d’America, deportazione di oltre 12 milioni di africani per ridurli in schiavitù, conquiste coloniali e carestie…
Mentre il diritto e la letteratura facevano trionfare il principio di libertà, le potenze coloniali e poi imperialiste confiscavano i diritti dei popoli, li privavano del diritto di parlare la loro lingua e li spogliavano di ogni dignità.
E chi può dire che siamo usciti da questo tipo di infamie? Chi può dire che il diritto regni quando si vede il genocidio dei palestinesi svolgersi sotto i nostri occhi senza che nessun capo di Stato intervenga! Quando si vedono i villaggi rasi al suolo nel Sud del Libano? Quando sempre più donne, uomini e bambini vengono ammassati in campi infami? Quando centinaia di migliaia di altri sono trasformati in migranti e vagano per le strade senza avere il diritto di vivere da nessuna parte!
Allora, sì, ci riferiamo a un programma scritto quasi 180 anni fa, e sebbene molte cose siano cambiate, le formulazioni del Manifesto continuano a descrivere perfettamente ciò che corrompe tutto: «il freddo interesse, le acque gelide del calcolo egoistico, la dignità personale trasformata in valore di scambio, lo sfruttamento spudorato, diretto, brutale».
Oltre alla lotta di classe, Marx ed Engels hanno esposto la meccanica aberrante delle crisi capitalistiche che descrivevano così: «Ogni crisi distrugge regolarmente non solo una massa di prodotti già creati, ma anche gran parte delle forze produttive già esistenti. Un’epidemia che, in qualsiasi altra epoca, sarebbe sembrata un’assurdità, si abbatte sulla società: l’epidemia della sovrapproduzione. Sembra che una carestia, una guerra di sterminio le abbiano reciso tutti i mezzi di sussistenza; l’industria e il commercio sembrano annientati. E perché? Perché la società ha troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio.»
Questa analisi ha conservato tutta la sua attualità. E la società non ha conosciuto qualche sfortunata crisi qua e là, ce ne sono state centinaia e in tutte le epoche! Coloro che la storia borghese definisce grandi capi di Stato, i Roosevelt, i Churchill, i Blum o i De Gaulle, i grandi geni della finanza e dell’industria, i Rockefeller, i Carnegie, i Krupp, non sono riusciti a liberarsi di queste crisi.
Siamo impantanati in una crisi di sovrapproduzione da decenni. L’economia va male, la concorrenza internazionale è feroce e la miseria cresce ovunque, perché le fabbriche sono in grado di produrre troppe automobili, troppe lavatrici, troppi pannelli solari, perché i capitalisti dell’agricoltura producono troppa carne, troppo latte! La conseguenza per il mondo del lavoro è la disoccupazione. Perché le imprese più deboli falliscono e i grandi gruppi, invece di distribuire il lavoro tra tutti, sfruttano al massimo la loro manodopera pur mantenendo al contempo un esercito permanente di disoccupati.
«Il sistema borghese è diventato troppo angusto per contenere le ricchezze create al suo interno», scrivevano Marx ed Engels, e oggi questo è più vero che mai. Non esiste economia più ingiusta e più stupida!
Tutti i partiti politici pretendono di avere la soluzione contro questo eccesso e la feroce concorrenza internazionale che ne deriva: il protezionismo. È il «produrre francese», la sovranità francese, proposta come soluzione miracolosa dall’estrema destra fino a LFI e al PCF. Ma la borghesia può svilupparsi e prosperare senza comprare all’estero e senza esportare? Senza investire i propri capitali in tutto il pianeta? Certo che no, compagni!
In questi giorni vediamo come il blocco dello stretto di Ormuz faccia aumentare il prezzo del petrolio e del gas in tutto il mondo. È un colpo durissimo per i lavoratori qui, ma è una crisi terribile nelle Filippine, in Sri Lanka, in Vietnam o anche in Etiopia. Perché l’economia capitalista è un unico organismo economico su scala planetaria. Il protezionismo non protegge né l’occupazione né i salari, è un’arma della borghesia nella sua guerra contro altri capitalisti. È una guerra in cui i lavoratori fungono già da carne da cannone per il padronato. E come dimostra Trump, questo protezionismo va di pari passo con le mire imperialiste e con la guerra tout court!
Negli anni '30, l'epidemia di febbre protezionista è stata seguita dalla seconda guerra mondiale. E se non vogliamo che la storia si ripeta, non dobbiamo credere a tutte queste sciocchezze che non sono altro che nazionalismo in opposizione alla necessaria coscienza di classe: se dobbiamo proteggerci da qualcuno, è dai nostri stessi sfruttatori, per lo più francesi.
L’umanità ha già vissuto due guerre mondiali.
Durante la prima guerra mondiale, circa 10 milioni di soldati morirono in battaglia o per le ferite riportate e da 7 a 10 milioni di civili a causa delle distruzioni, delle carestie e delle malattie. A questi 20 milioni di morti, bisogna aggiungere da 50 a 100 milioni di vittime dell’epidemia di influenza spagnola favorita da quella guerra.
Di fronte all’orrore di questo massacro, il movimento pacifista si attivò negli anni Venti e Trenta, moltiplicando le conferenze internazionali. La prima guerra mondiale doveva essere l’ultima delle guerre, la «der des der». La lezione che ne aveva tratto lo scrittore Anatole France: «si crede di morire per la patria, si muore per gli industriali» era ampiamente condivisa dalla classe operaia. E 20 anni dopo ci fu la seconda guerra mondiale, fondamentalmente per le stesse ragioni della prima: la spartizione del mondo tra le grandi potenze.
Un'intera generazione che aveva vissuto la prima guerra mondiale fu nuovamente precipitata nell'incubo di una guerra dalle conseguenze ancora più devastanti: circa 100 milioni di morti, il genocidio degli ebrei, città completamente rase al suolo. Perché sì, tra la prima e la seconda guerra mondiale, c'erano stati dei progressi e in particolare una scoperta fondamentale: la bomba atomica.
Oggi, nel 2026, l’umanità si trova nuovamente di fronte a un’epoca di guerra mondiale. Perché il capitalismo è ancora lì, perché continua a soffocare all’interno dei propri confini nazionali e perché la competizione per il controllo dei mercati, delle materie prime e dei circuiti commerciali continua.
Questa volta, la competizione si gioca essenzialmente tra gli Stati Uniti e la Cina. E sono gli Stati Uniti ad essere all’offensiva perché temono di vedere minacciata la loro leadership. Quindi non tollerano più i regimi che non sono completamente ai loro piedi in America Latina, in Medio Oriente, in Africa.
I nostri compagni americani hanno fatto notare che «solo nel 2025, gli Stati Uniti hanno bombardato sette paesi: Yemen, Somalia, Iran (già), Siria, Iraq, Nigeria, Venezuela. Le forze speciali americane hanno anche effettuato raid in Colombia e in Messico, oltre al rapimento del presidente Maduro . E non è perché Trump e Xi Jinping si sono stretti la mano a Pechino, dieci giorni fa, che le cose si fermeranno qui. Gli Stati Uniti e la Cina si preparano al loro grande scontro e tutti gli Stati si stanno armando come mai prima d’ora. Stanno tutti accumulando un arsenale in grado di far saltare in aria il pianeta più volte.
Quando Marx ed Engels parlavano del genio rivoluzionario della borghesia, quando paragonavano le conquiste della rivoluzione industriale alle meraviglie delle piramidi d’Egitto, degli acquedotti romani e delle cattedrali gotiche, avevano ancora solo un piccolo assaggio di ciò che l’umanità era in grado di fare. Non potevano immaginare, nemmeno nei loro sogni più folli, che si potesse curare il cancro, ridare la vista ai ciechi, far volare aerei, razzi e astronavi . Eccoci qui, oggi!
Ma questa inventività e questi favolosi progressi tecnici servono ora a fabbricare strumenti di morte e a condurre nuove guerre imperialiste. La borghesia continua a mettere a frutto il genio umano per controllare i nostri gesti, i nostri pensieri, per sorvegliare, distruggere, uccidere…
E per questo sì, c’è pianificazione, c’è reindustrializzazione e c’è un flusso di miliardi! È una follia! Non lasciamoci trascinare in queste guerre imperialiste! C’è una guerra da combattere, ed è la guerra contro questo sistema bellicoso e distruttivo qual’è il capitalismo!
«La borghesia non solo ha forgiato le armi che la uccideranno, ma ha anche prodotto gli uomini che maneggeranno queste armi, gli operai moderni, i proletari», affermarono Marx ed Engels. Quando scrissero il Manifesto comunista, la classe operaia era in pieno fermento in Inghilterra e si stava già lanciando nella lotta politica. Avevano sotto gli occhi il movimento cartista che rivendicava il diritto di voto anche per gli operai. Appena nata, la classe operaia lottava già per contendere il potere politico alla borghesia. E nel corso di questi quasi 180 anni che ci separano dal Manifesto comunista, i proletari non hanno effettivamente smesso di lottare.
Ci sono stati scioperi parziali e scioperi generali, manifestazioni pacifiche e insurrezionali, occupazioni di fabbriche, assalti a palazzi... Ci sono state rivolte senza seguito e rivoluzioni che hanno portato i proletari al potere e hanno dimostrato la loro capacità di trasformare la società, come durante la Comune di Parigi del 1871. La classe operaia ha dato prova di sé come forza politica capace non solo di difendersi, ma anche di passare all’offensiva per trasformare la società. Ed è stata in grado di fermare una guerra in Ucraina proprio dove oggi si sta svolgendo una nuova guerra fratricida.
La classe operaia russa, accompagnata dai contadini, rovesciò quindi uno zar nel febbraio 1917 e pose fine a un regime che regnava da quattro secoli, instaurando un potere operaio nell’ottobre 1917, a partire dai lavoratori riuniti in soviet nelle fabbriche, nei quartieri popolari e nelle città.
Lo Stato operaio ha tenuto duro durante la guerra civile che gli è stata imposta per anni da tutti i paesi imperialisti coalizzati, ma non ne è uscito indenne. I lavoratori e i contadini si sono esauriti lasciando che la burocrazia governasse al loro posto. E nonostante la lotta della corrente trotskista, questa burocrazia ha instaurato, con Stalin, una dittatura di ferro, imponendo una parodia di economia collettiva.
Questa burocrazia stalinista si è gradualmente integrata nell’ordine borghese. È diventata una forza controrivoluzionaria sia nell’URSS che a livello mondiale, e ha screditato per decenni l’ideale di milioni di lavoratori. Così, nonostante i molteplici assalti della classe operaia, la borghesia e la sua proprietà privata hanno resistito. Il capitalismo è sopravvissuto e la società rimane bloccata nelle stesse contraddizioni, nelle stesse crisi e nelle stesse guerre.
E noi dobbiamo sopportare lo stesso disastro, gli stessi pregiudizi di un’altra epoca, il nazionalismo, il razzismo, la misoginia, i femminicidi, l’omofobia. Anche gli stessi discorsi dei datori di lavoro: «non si lavora abbastanza», «siam troppo malati», «i pensionati costano troppo». Sembra di sentire un disco graffiato.
È la ripetizione delle stesse impasse e degli stessi crimini perché la classe operaia non è riuscita a vincere e a trasformare le strutture di classe della società. E lo ripeto, non è per mancanza di lotte della classe operaia. Ci sono state in tutti i paesi. Il problema è che le sono mancate una direzione rivoluzionaria all’altezza. Quindi, nel momento in cui è più evidente che mai che non è questa o quella politica ad aver fallito, ma l’intero dominio della borghesia, occorre un partito rivoluzionario che fissi come obiettivo delle lotte dei lavoratori il rovesciamento dell’ordine borghese e la presa del potere.
Non bisogna puntare solo a un salario equo, né solo alla riduzione dell’orario di lavoro, ma bisogna avere come obiettivo l’abolizione del lavoro salariato, la fine delle classi sociali, la fine dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. Ciò che dobbiamo scrivere sulla nostra bandiera non è «votare bene» nella speranza che questo cambi la società, ma organizzarci e agire affinché i lavoratori tornino a essere una forza politica contro il grande padronato e il governo e rifondino la società su basi collettive!
E soprattutto, bisogna rimanere fedeli all’appello di Marx ed Engels: «Lavoratori di tutti i paesi, unitevi!». Non bisogna seguire i discorsi nazionalisti e protezionisti che indicano altri lavoratori, gli operai cinesi, vietnamiti, polacchi o marocchini, come minacce da cui ci si deve diffidare e proteggere.
È proprio perché il grande capitale ha sempre messo in concorrenza gli sfruttati che tutti i partiti operai, quando erano ancora rivoluzionari, erano internazionalisti e invitavano i lavoratori all’unità al di là delle divisioni di nazionalità, colore della pelle o cultura! Nel 1845, Marx scriveva: «La nazionalità del lavoratore non è francese, inglese, tedesca, è il lavoro, la libera schiavitù, il traffico di sé stesso. Il suo governo non è francese, inglese, tedesco, è il capitale. L'aria che respira a casa sua non è l'aria francese, inglese, tedesca, è l'aria delle fabbriche». Questo è ancora più vero oggi, perché il capitalismo si è imposto su tutto il pianeta e, su questa scala, la classe operaia è più numerosa che mai e perché è più eterogenea che mai.
Qui in Francia, i lavoratori provengono da tutto il mondo! In una fabbrica o in un grande ospedale, lavoratrici e lavoratori russi lavorano fianco a fianco con compagni ucraini, senegalesi, afghani, siriani o bretoni, corsi o "ch’tis" del Nord del paese… La classe operaia è, per sua natura, una classe internazionale.
Riunendo lavoratori dei cinque continenti nella stessa azienda e facendoci lavorare con il mondo intero, la borghesia ci aiuta, suo malgrado, a costruire l’internazionale operaia. Ed è proprio perché teme la presa di coscienza dei nostri interessi comuni che ha bisogno di dividerci. E i politici che dividono i lavoratori in immigrati e francesi, qualunque sia la loro fazione, le rendono un ottimo servizio!
So che molti di voi qui temono l’arrivo dell’estrema destra al potere nel 2027 e che molti pensano che bisognerà nuovamente fare da argine al Rassemblement National. Ma non è giocando al circo elettorale, che è la principale fonte di disorientamento politico dei lavoratori, che si ostacoleranno le politiche di estrema destra.
Del resto, con Darmanin e Retailleau, il governo non ha già sposato gran parte della politica di Le Pen e Bardella? La polizia dà la caccia ai sans-papiers, organizza persino vere e proprie retate sui treni RER. Le prefetture trasformano in un inferno il rinnovo dei permessi di soggiorno… L'unico e vero baluardo contro l'estrema destra sta nella coscienza e nell'azione della nostra classe. Nella consapevolezza che quando il padronato e il governo attaccano UN lavoratore privandolo dei suoi diritti, attaccano TUTTI i lavoratori. È la consapevolezza che ci emanciperemo insieme o non ci emanciperemo affatto.
Quindi, se bisogna affrontare il tema dell’immigrazione come dicono tutti, è per dire una cosa e una sola: abbasso il filo spinato, le cacce ai migranti, le espulsioni! Abbasso l’Europa-fortezza! Oggi come ieri, regolarizzazione di tutti i sans-papiers, libertà di circolazione e di insediamento per ogni essere umano di questo pianeta! Unione di tutti i lavoratori!
«I lavoratori non hanno patria», hanno scritto anche Marx ed Engels nel Manifesto comunista. Spiegavano che i lavoratori avranno un paese tutto loro solo una volta che saranno al potere. Finché la borghesia tiene le redini, i lavoratori non avranno una patria in grado di proteggerli né tantomeno di garantire loro un lavoro e di cosa sfamare le loro famiglie. Ecco perché, in un momento in cui il nazionalismo imperversa, milioni e milioni di lavoratori sono ancora e sempre costretti a lasciare il loro paese.
Per noi è chiaro, quindi, che si sia algerini, marocchini, ivoriani, siriani, musulmani, ebrei, cristiani o atei… quando si è lavoratori, si appartiene all’esercito dei proletari, e ognuno deve prendere il proprio posto nel campo dei combattenti per spedire il capitalismo nella pattumiera della storia!
Molti oggi dubitano della forza collettiva dei lavoratori e, a maggior ragione, della sua capacità rivoluzionaria. Qui in Francia, i lavoratori subiscono con fatalismo le chiusure delle fabbriche e l’impennata dei prezzi. E coloro che vorrebbero opporsi si ritrovano isolati e possono agire solo entro stretti limiti.
Anche a livello internazionale, sono anni che la classe operaia non ha più influito sul corso della storia. Eppure i lavoratori sono presenti in tutte le rivolte: erano presenti in massa nelle rivoluzioni arabe del 2011, nell’Hirak in Algeria nel 2019. Sono scesi in piazza lo scorso dicembre e gennaio in Iran per gridare «abbasso il regime» ed erano presenti nelle rivolte della GenZ in Madagascar, in Marocco o in Nepal lo scorso autunno. Ma nessuna di queste lotte è stata realmente guidata dai lavoratori che si propongono come alternativa per guidare la società. Nella loro stragrande maggioranza, i lavoratori non si considerano più come un campo e tanto meno come una forza politica.
Ma la realtà è questa, innegabile: esistono effettivamente due classi che si scontrano, e ciò in tutti i paesi: da un lato coloro che possiedono e concentrano i mezzi di produzione, dall’altro coloro che possiedono solo la propria forza lavoro e possono guadagnarsi da vivere solo lasciandosi sfruttare, ovvero le donne e gli uomini della classe operaia.
La diversità della classe operaia, la molteplicità di status, contratti, mestieri, settori e salari frenano la presa di coscienza di appartenere a una stessa classe. E poi ci sono i lavoratori precari, i disoccupati intermittenti, gli invalidi e i pensionati che vengono ancora inseriti in categorie diverse, mentre fanno parte integrante della classe operaia, proprio come i giovani delle classi popolari, che forse non sanno ancora quale sarà il loro destino, ma che prima o poi si uniranno all’esercito dei lavoratori sfruttati.
Dietro queste mille e una situazioni individuali si nasconde un destino comune: dipendere dalla borghesia e dal suo Stato per avere il diritto di vivere. Ed è compito del partito rendere consapevoli di questi reali rapporti sociali.
È compito di un partito proclamare apertamente la forza che costituisce il campo dei lavoratori e le prospettive di trasformazione sociale che esso porta con sé. Che ne sia consapevole o meno, la classe operaia è portatrice del comunismo, della collettivizzazione dell’economia, della pianificazione e della gestione democratica del potere da parte degli stessi lavoratori.
Questa organizzazione politica ed economica della società non è una visione astratta: la collettivizzazione dei mezzi di produzione è già in atto, all’interno dello stesso capitalismo. Anche se la borghesia ha accumulato fortune gigantesche, è costretta dall’entità degli investimenti necessari a mettere in comune i propri capitali con altri borghesi e a creare fondi di investimento che integrano le banche.
Per quanto riguarda l’organizzazione della produzione, essa si basa già da tempo sul collettivo, poiché il capitalismo ha concentrato masse di lavoratori sfruttati nelle fabbriche, rendendo il lavoro degli uni dipendente da quello degli altri in una grande catena di operazioni da coordinare. Mentre la borghesia venera l’individualismo, ha inventato il lavoro collettivo su scala internazionale. Senza dimenticare che nessun borghese del pianeta sarebbe dove si trova senza il sostegno del proprio Stato, cioè della collettività.
In realtà, il capitalismo si basa già su una forte dose di comunismo… a uso borghese. Perché il potere di decidere rimane un diritto individuale che deriva dalla proprietà dei capitalisti. Alla fine, sono i più parassiti ad avere più potere. Bisogna porre fine a questa aberrazione. I lavoratori che producono tutto devono decidere tutto. I lavoratori fanno funzionare la società, sono nella posizione migliore per organizzarla!
Se i lavoratori riusciranno a conquistare il potere politico e a prendere le redini dell’economia, tutto diventerà possibile! Sarà possibile produrre per soddisfare i bisogni di tutti e non per il profitto. Sarà possibile eliminare la fame e la miseria. Sarà possibile mettere le immense ricchezze della società attuale al servizio dello sviluppo di tutti e del rispetto del pianeta. Sarà anche possibile porre fine a questa concorrenza distruttiva e alle guerre devastanti. Sarà possibile condividere il progresso con gli altri paesi, cooperare con gli altri popoli e risparmiarci a vicenda tanta sofferenza.
«Abolite lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, e abolirete lo sfruttamento di una nazione da parte di un’altra nazione», dicevano Marx ed Engels; ebbene, ecco il nostro programma, compagni! Ecco perché lottiamo, ecco perché dobbiamo costruire un partito rivoluzionario.
Questo programma, come avete capito, non è un programma che si può sperare di realizzare attraverso le elezioni. È un programma che assumerà tutto il suo significato durante le lotte sociali e le prossime rivoluzioni che ci attendono. Perché non bisogna dimenticare che i periodi più bui spesso danno vita alle rivolte più grandi.
Quindi, questo programma rivoluzionario, dobbiamo farlo conoscere e condividerlo con il maggior numero possibile di lavoratrici e lavoratori. Ed è per questo, compagni, che sarò nuovamente candidata alle elezioni presidenziali del 2027. Ma lo ripeto, il modo in cui la storia si ripete lo dimostra: il nostro destino non si giocherà in un’elezione e non cambierà con il colore di un governo. Gli individui che guidano i governi svolgono certamente il loro ruolo, possono accelerare o frenare l’evoluzione di una crisi o di una guerra a seconda del loro carattere più o meno bellicoso, ma non possono cambiare la natura bellicosa e barbara del capitalismo.
Concentrarsi SOLO sulle elezioni che si terranno nel 2027 sarebbe tanto più ridicolo in quanto qui in Francia abbiamo dedicato più tempo ad attendere le decisioni dello psicopatico insediato alla Casa Bianca che alle dichiarazioni di Macron, più tempo a seguire ciò che accadeva nello Stretto di Ormuz che all’Assemblea nazionale. Le rivalità tra potenze capitaliste, le guerre economiche o militari e le crisi non tengono conto dell’abito, dell’età e nemmeno dell’etichetta politica del presidente. Quindi l’essenziale è mantenere l’obiettivo: finché non avremo rovesciato il capitalismo, non avremo fatto nulla!
E questa lotta può dipendere solo da noi stessi e dalle nostre lotte. Non può essere delegata a nessuno. Non può essere condotta dall’alto, né dall’interno dell’apparato statale borghese plasmato dalla borghesia da oltre due secoli e fatto per proteggere i suoi interessi fondamentali. Il cambiamento non verrà da coloro che ci fanno credere che sia possibile riformare, inquadrare il capitalismo o iniettarvi una piccola dose di pianificazione e nazionalizzazioni. Non verrà da coloro che cancellano le opposizioni di classe parlando dei francesi o degli interessi della Francia.
Il cambiamento potrà venire solo da coloro che hanno capito che questo sistema è fatto per far arricchire i ricchi e mantenere poveri i poveri. Verrà da coloro che sono convinti che i lavoratori, una semplice cuoca, diceva Lenin, dirigeranno meglio lo Stato di qualsiasi presidente della repubblica.
Verrà da coloro che strapperanno il potere alla borghesia su scala internazionale!
Allora, compagni, evviva la lotta della classe operaia, evviva il comunismo!