Stati Uniti: una nascita rivoluzionaria rimasta nell'ombra

Da "Lutte de classe” 'n° 257Luglio-Agosto 2026

Il 4 luglio 2026 ricorre il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, sottoscritta dai rappresentanti delle tredici colonie britanniche riuniti a Filadelfia in occasione del secondo Congresso Continentale. Si tratta dell’atto giuridico che sancì la loro emancipazione dall’Impero britannico e la nascita degli Stati Uniti d’America.

Questo anniversario darà luogo a importanti celebrazioni in tutto il Paese. Sono già iniziate: il nazionalismo francese si è unito, in modo del tutto provvisorio, a quello d’oltreoceano quando, all’inizio di giugno, la Patrouille de France ha solcato i cieli di New York con le sue scie blu-bianco-rosse, così come le hanno viste i media francesi patriottici, ma altrettanto rosso-bianco-blu, i colori della bandiera americana.

È difficile sapere in anticipo se i protagonisti di questi festeggiamenti saranno i « padri fondatori » (Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, John e Samuel Adams, ecc.) della repubblica americana o piuttosto l’ego del suo attuale presidente. Accaparrandosi la scena come fa spesso, Trump non ha alcun interesse per l’organismo America250, istituita diversi anni fa in vista di questo 250° anniversario. Ha ordinato la creazione di un altro organismo, Freedom 250, incaricato di metterlo al centro dell’attenzione. La Casa Bianca ha prodotto una serie di video sugli eventi del 1776 in cui il nome di Trump viene ripetutamente menzionato dallo storico che introduce la serie. L’uso politico della celebrazione delle rivoluzioni del passato non può sorprendere, in particolare in Francia, dove lo Stato ha la sfacciataggine di organizzare ogni anno, il 14 luglio, una parata militare in onore dell’esercito, sebbene, in quel giorno di insurrezione del 1789, la popolazione povera di Parigi abbia combattuto contro l’esercito dell’epoca.

Negli Stati Uniti, l’anno 2026 è caratterizzato dalla linea particolarmente reazionaria dei politici attualmente al potere. In uno dei video della Casa Bianca, il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, racconta personalmente la storia della creazione dell’esercito americano nel 1775, il cui 250° anniversario era già stato celebrato l’anno scorso. Per questo militarista si tratta dell’evento più importante di tutto quel periodo della rivoluzione americana e si premura di spiegare che l’esercito fu creato dal Congresso, dall’alto, e da George Washington, nominato generale in capo proprio da quel Congresso. Non importa che questa presa di controllo sia avvenuta dopo le prime due battaglie (quella di Lexington e Concord del 19 aprile 1775 e quella di Bunker Hill del 17 giugno 1775) condotte dalle milizie popolari.

L’intenzione degli ideatori della serie di video di Freedom 250 è chiaramente quella di tacere la crescente mobilitazione rivoluzionaria all’interno delle colonie britanniche nel corso degli anni 1760 e 1770. L’intenzione è anche di esaltare le gesta belliche degli eroi, così come sono state raffigurate dagli artisti contemporanei o del secolo successivo e come sono state messe in scena da generazioni di storici ufficiali o conformisti. È così che fanno iniziare il 19 aprile 1775 il racconto degli eventi che hanno portato all’indipendenza, cancellando la lotta per gli interessi economici, e quindi la lotta di classe, che lacerava le colonie britanniche da circa quindici anni. Per la trama di questa prima rivoluzione americana, si può fare riferimento alla relazione tenuta durante la recente festa di Lutte ouvrière, (disponibile su YouTube)1.

Guerra d’indipendenza o rivoluzione americana?

Oggi, dopo un quarto di millennio, i reazionari al potere a Washington possono talvolta parlare di « rivoluzione americana », senza temere di incoraggiare proteste sociali o politiche. Si astengono tuttavia dalla spiegazione delle ragioni di questa rivoluzione e delle forze sociali che vi si sono scontrate. Ma per molto tempo i sostenitori del conservatorismo hanno preferito parlare di « guerra d’indipendenza » per mettere l’accento sui generali e sulle battaglie militari, piuttosto che sulla lotta di classe.

Eppure si trattò di una rivoluzione: senza l’iniziativa delle masse, senza la trasformazione di contadini, artigiani e gente comune in combattenti accaniti, come avrebbe potuto, alla fine del XVIII secolo, l’impero britannico, il più ricco del mondo, che si estendeva su tutti i continenti e disponeva di un esercito professionale molto ben addestrato, essere sconfitto in una regione che controllava da un secolo e mezzo, da una popolazione americana quattro volte più esigua di quella della Gran Bretagna e che disponeva solo di milizie per difendersi? Sulla carta, e nella mente dei dirigenti dell’impero, l’esercito britannico non poteva che imporre la propria legge. Ma la mobilitazione rivoluzionaria della popolazione, soprattutto nel New England e in particolare nel Massachusetts, ha determinato un esito diverso.

Questa rivoluzione popolare si svolse prima della trasformazione radicale della società causata dalla rivoluzione industriale e dalla nascita del proletariato industriale. Ebbe luogo in un’epoca in cui la borghesia era una classe emergente, animata dall’ambizione di prendere il potere e trasformare il mondo. Si trattò quindi di una rivoluzione borghese, proprio come lo fu la rivoluzione francese alcuni anni dopo. Non c’è da stupirsi che l’era della borghesia in ascesa sia stata segnata da rivoluzioni popolari: la borghesia è riuscita a superare gli ostacoli per arrivare al potere e abbattere gli antichi regimi monarchici solo appoggiandosi alle masse popolari mobilitate. Ma ne ha tenuto la guida a proprio vantaggio.

Una rivoluzione borghese incompiuta

Questa prima rivoluzione negli Stati Uniti non si limitò a portare al potere la borghesia mercantile, una volta sconfitto il dominio britannico. Diede vita a uno Stato costruito in collaborazione con i grandi proprietari di terre e di schiavi del Sud. Per tre quarti di secolo queste due classi sociali sfruttatrici, ma con basi economiche diverse e in una certa misura contraddittorie – la borghesia proprietaria dei mezzi di produzione industriali si rafforzava con lo sviluppo del capitalismo –, si sono contese, a volte in modo latente, a volte quasi apertamente, il controllo del potere federale a Washington.

Questo compromesso, costantemente messo a dura prova dal fulmineo sviluppo – demografico, geografico ed economico – degli Stati Uniti, finì per andare in frantumi nel corso di una seconda rivoluzione borghese, che portò a termine l’opera della prima, assumendo anche in questo caso la forma di una guerra civile, nel 1861: la guerra di Secessione.

La Dichiarazione d’Indipendenza, ratificata il 4 luglio 1776, porta il segno di questo compromesso. La sua affermazione più nota – « Tutti gli uomini sono creati uguali » – è un monumento di ipocrisia borghese che mette in primo piano l’uguaglianza davanti alla legge per mascherare le disuguaglianze sociali accentuate dal proprio regime economico. Essa risulta tanto più mendace in un paese costruito in gran parte sul lavoro degli schiavi.

Thomas Jefferson, redattore della Dichiarazione d’Indipendenza, egli stesso proprietario di schiavi e rappresentante della Virginia, una colonia dominata politicamente dalla classe dei proprietari di schiavi, faceva parte di quei pochi privilegiati che, da un lato, erano trascinati dalla rivoluzione in atto e, dall’altro, erano consapevoli di stare vivendo un momento esplosivo, in cui il popolo aspirava a porre fine non solo all’oppressione coloniale, ma anche, in modo confuso, alle disuguaglianze sociali. Era inoltre convinto che la schiavitù non potesse costituire la base dello sviluppo economico del Paese in fase di fondazione, in quanto rappresentava una forma economica del passato e non del futuro. Desiderava convincere i proprietari di schiavi affinché limitassero la tratta proveniente dall’Africa, nella speranza che la schiavitù, in quanto sistema di sfruttamento, si estinguesse pacificamente in un futuro lontano.

Jefferson aveva quindi incluso nella sua originale Dichiarazione d’Indipendenza una critica morale alla schiavitù, formulata con cura per non contrastare frontalmente la classe da cui proveniva, poiché denunciava la monarchia britannica per aver imposto quel sistema alle sue colonie. Ma anche questo era troppo per i rappresentanti degli schiavisti della Georgia e della Carolina del Sud, che si adoperarono affinché quel passaggio non figurasse nella versione finale votata il 4 luglio. In questo ebbero il sostegno – secondo le memorie dello stesso Jefferson – dei rappresentanti di diverse colonie del Nord, i cui armatori traevano grandi profitti dalla tratta degli schiavi.

La Costituzione degli Stati Uniti, adottata undici anni dopo, nel 1787, dopo la guerra d’indipendenza, segna la fine del periodo rivoluzionario e sancisce l’alleanza tra la borghesia mercantile e i proprietari terrieri schiavisti, nonché la loro condivisione del potere. La schiavitù non vi è menzionata, né tantomeno gli schiavi, ai quali si fa comunque riferimento con il termine « altre persone », che contano per i tre quinti degli uomini bianchi ai quali vengono sommati per determinare il numero di rappresentanti che ogni Stato invia al Congresso federale. Questa disposizione avvantaggia gli Stati schiavisti. Altri articoli stabiliscono che « l’importazione di tali persone » – in altre parole, la tratta degli schiavi – non possa essere vietata nei vent’anni successivi all’adozione della Costituzione; oppure che gli Stati in cui si sono rifugiate « persone soggette a servizio o lavoro » – in altre parole schiavi in fuga – debbano catturarle e riconsegnarle ai loro proprietari. Questa Costituzione, ancora in vigore sebbene modificata nel corso del tempo da 27 emendamenti, afferma quindi l’oppressione pur edulcorandola.

La Storia è una lotta politica

Dopo la guerra di secessione, il cui esito ha consolidato definitivamente il potere esclusivo della borghesia sullo Stato federale e ha permesso il frenetico sviluppo del capitalismo americano, liberatosi dal fardello della schiavitù, i tratti di classe della Dichiarazione d’Indipendenza, il carattere rivoluzionario della guerra contro la Gran Bretagna e la vergognosa santificazione della schiavitù nella Costituzione sono stati ampiamente ignorati dai presidenti che si sono succeduti e dagli storici e intellettuali al servizio dell’ordine borghese.

Ma, in modo meno visibile, altri autori hanno descritto le ingiustizie sociali generate dalle classi sfruttatrici che si sono poste alla guida della rivoluzione americana. Alcuni militanti marxisti hanno analizzato questa lotta di classe. In Francia è noto lo storico e attivista Howard Zinn (scomparso nel 2010) e la sua Storia popolare degli Stati Uniti, scritta nel 1980 e tradotta in francese nel 2003. Nei capitoli dedicati all’indipendenza, egli richiama l’attenzione del lettore sulla lotta delle donne, comprese quelle della borghesia, che hanno partecipato alla rivoluzione senza aver ottenuto il diritto di voto; sui neri che il generale Washington inizialmente rifiuta di arruolare nell’esercito americano, consentendo al potere coloniale britannico di promettere la libertà agli schiavi che si fossero arruolati nelle sue truppe; sui nativi americani e i loro territori, oggetto di brama da parte dei dirigenti americani. Descrive le insurrezioni di artigiani, impiegati e braccianti contro i mercanti che speculavano sulla guerra e che si arricchivano rifornendo l’esercito di Washington, responsabili dell’inflazione che provocava la miseria; la delusione dei soldati americani, smobilitati dopo la vittoria di Yorktown nel 1781 e la capitolazione dei generali britannici, che avevano creduto alle promesse del Congresso di concedere loro una pensione che consentisse loro di diventare proprietari; le rivolte contro le tasse che il Congresso decise di imporre, nonostante la rivoluzione americana fosse stata in gran parte un’insurrezione contro le tasse imposte da Londra.

Tra gli scrittori noti in Francia, va citato anche Howard Fast (deceduto nel 2003), simpatizzante del Partito Comunista Americano (stalinista), autore di una biografia del rivoluzionario Thomas Paine e di diversi romanzi, non sempre tradotti in francese, sulla rivoluzione americana. In questi romanzi, Fast si propone di mostrare la trasformazione di persone comuni in rivoluzionari, sulla scia degli eventi. Mette il lettore al fianco delle masse in azione, lontano dalla numerosa letteratura che si interessa solo ai « grandi uomini », alle loro dichiarazioni e alle battaglie che hanno condotto.

Che piaccia o no ai sostenitori di ieri e di oggi del capitalismo, a Trump e ai suoi seguaci, gli Stati Uniti sono nati da una profonda rivoluzione popolare.

16 giugno 2026