Da "Lutte de classe” 'n° 253 – Febbraio 2026
In un periodo di quarant'anni in cui ha consentito il ritorno sotto il proprio controllo dei trust occidentali e iniettato nell'economia migliaia di miliardi di yuan (1 yuan = 0,12 €), il regime cinese è riuscito a far uscire dal sottosviluppo una parte del Paese. In definitiva, oggi si può constatare che le contraddizioni della società cinese non si sono attenuate, ma al contrario si sono moltiplicate.
Le riforme economiche avviate alla fine degli anni '70 hanno permesso la rigenerazione di una ricca borghesia. Intimamente legata alle alte sfere della burocrazia e del Partito Comunista Cinese, o addirittura fusa con esse, si è arricchita saccheggiando il capitale accumulato dallo Stato dal 1949. Ma, come è avvenuto ovunque e in ogni epoca, lo sviluppo e l'arricchimento della borghesia sono andati di pari passo con il rafforzamento della classe operaia. Trasformando centinaia di milioni di contadini in proletari, concentrandoli in fabbriche moderne o in piccole officine nella periferia delle grandi città, il regime cinese ha notevolmente rafforzato questa classe sociale che rappresenta anche per lui un pericolo mortale. I suoi dirigenti sanno di essere seduti su una bomba sociale, e con l'aumento delle contraddizioni della società sale il rischio della sua esplosione. Tutta la sua politica è segnata da questa minaccia.
Il PCC, un partito diventato quello della borghesia
All'inizio degli anni '20, il Partito Comunista Cinese si era posto come obiettivo la rivoluzione proletaria. Nato nel 1921, seguiva le orme del Partito bolscevico e della rivoluzione del 1917, che aveva instaurato il potere dei lavoratori. Allora la classe operaia cinese avanzava a passi da gigante. Inizialmente si era organizzata in sindacati che ben presto contarono centinaia di migliaia di iscritti, 500.000 tesserati solo a Hong Kong e a Canton nel 1925, tramite i quali i primi militanti comunisti acquisirono rapidamente influenza. Ma lo stesso PC era sotto il controllo dell'Internazionale comunista, che, nella seconda metà degli anni '20, divenne uno strumento nelle mani della burocrazia stalinista in piena ascesa. Quest'ultima concluse un accordo con la borghesia nazionalista del Kuomintang che si rivolse contro la classe operaia nel 1926 e nel 1927, e il PC fu schiacciato.
Respinto dalle città, continuando la sua politica nei confronti della borghesia cinese sotto gli ordini di Mosca, negli anni '30 il PC divenne un partito nazionalista piccolo-borghese. Prese il potere nel 1949 appoggiandosi alle campagne ribelli e tenendo a distanza la classe operaia. Le armate di Mao conquistarono le città dall'esterno e, come Trotsky aveva intuito già nel 1932, i comandanti comunisti erano "soprattutto inclini a guardare gli operai dall'alto in basso". I lavoratori assistettero passivamente a questa rivoluzione nazionalista. Negli anni successivi, dall'embargo americano degli anni '50 all'inizio degli anni '70 e ancor più a causa delle riforme economiche degli anni '80, la diffidenza del PC nei confronti dei lavoratori fu costante.
Secondo la propaganda ufficiale, quella operaia è la classe dirigente dello Stato, ma, in realtà, essa è sfruttata sotto stretta sorveglianza, controllata dall'apparato del PC e dal sindacato ufficiale, l'AFCTU (Federazione nazionale dei sindacati cinesi)., Le sezioni di questa associazione sono create su iniziativa dei dirigenti dell'azienda o del partito, e dove i lavoratori, i tesserati, non hanno alcun controllo sui loro rappresentanti né su ciò che negoziano. Nel 1989, e poi di nuovo negli anni 2000 e 2010, alcune lotte operaie si sono poste anche l'obiettivo di costituire organizzazioni autonome, controllate dalla base, indipendenti dal potere e dal partito.
Le reazioni dei lavoratori alle "riforme" economiche
L'ultimo movimento di portata nazionale risale a più di 35 anni fa. Nel maggio e giugno 1989, in piazza Tiananmen a Pechino, ma anche in tutto il paese, diversi milioni di cinesi contestarono il regime. All'inizio degli anni 80 le riforme economiche di Deng Xiaoping avevano portato all'inflazione e all'arricchimento dei dirigenti, ponendo fine al limitatissimo egualitarismo che aveva prevalso fino ad allora. Protestando contro la corruzione dei vertici del partito e dello Stato, i contestatori, prima gli studenti e poi fasce sempre più ampie della classe operaia, denunciavano il sistema in cui regnavano i leader più anziani e le loro famiglie, chiedendo più democrazia e trasparenza. Finché la mobilitazione coinvolse solo gli studenti, il regime lasciò fare. Ma si aggregarono anche i lavoratori prima partecipando alle manifestazioni, poi, in alcuni casi, con l'obiettivo di imporre al regime organizzazioni operaie autonome dal potere.
La Federazione autonoma dei lavoratori, fondata da giovani operai a Pechino nel maggio 1989, vantava l'adesione di 20.000 membri. Il suo programma insisteva sull'indipendenza e sulla partecipazione volontaria degli operai. Non voleva essere un'organizzazione di beneficenza, ma mirava a far conoscere l'opinione del maggior numero possibile di operai in politica ed economia, svolgere un ruolo di controllo sul Partito Comunista, sorvegliare i rappresentanti legali nelle aziende per garantire che gli operai fossero i veri padroni delle imprese.
Queste prospettive, anche se non affrontavano direttamente il potere, erano percepite da quest'ultimo come un pericolo mortale. Tali raggruppamenti di lavoratori esistevano in più di quindici città. La loro esistenza fu uno dei motivi per cui il regime pose fine all'agitazione con una repressione che causò migliaia di morti. Il 4 giugno 1989 gli studenti di piazza Tiananmen furono dispersi e i quartieri popolari che si erano opposti all'avanzata dell'esercito furono schiacciati. I primi arrestati e i primi giustiziati furono giovani operai.
La repressione della contestazione del 1989 diede al potere i mezzi politici per approfondire e generalizzare le riforme economiche. In un primo momento, rafforzò la sua dittatura, mise a tacere la contestazione all'interno del partito e dello Stato eliminando i clan rivali e reintrodusse il controllo del partito all'interno delle imprese. Per dare un'immagine diversa, organizzò il processo di alcuni burocrati palesemente corrotti. Poi, nel 1992, le "riforme" ripresero con rinnovato vigore.
Furono anni difficili per la classe operaia. Il potere smembrò le imprese statali e le offrì ai burocrati che le gestivano, creando così dal nulla uno strato di piccoli e grandi borghesi a lui intimamente legato, debitore nei suoi confronti o che addirittura si incorporava nello Stato. Nell'estate del 2025 in occasione della disputa tra i suoi figli per l'eredità, la stampa riportò la storia di Zong Qinghou, impiegato comunale alla fine degli anni '80 diventato poi il miliardario cinese più ricco nel 2010 e che aveva fatto fortuna mettendo le mani sulla distribuzione delle bevande nelle scuole. Trasformò questo servizio pubblico in un'azienda chiamata Wahaha, ossia il Bambino che ride, cosiddetta “a cappello rosso”, cioè di proprietà dello Stato ma gestita privatamente dal suo direttore, il che le dava accesso ai finanziamenti pubblici. Lo Stato cinese ha aiutato Wahaha costruendo le sue fabbriche e aiutandola ad associarsi al gruppo francese Danone. Zong Qinghou ha approfittato delle trattative per la creazione di questa joint venture per diventare ufficialmente proprietario di Wahaha. Durante tutti questi anni è stato membro del Partito Comunista e dal 2002 al 2018 anche delegato all'Assemblea Nazionale Popolare, cioè il Parlamento.
Mentre arricchiva i propri membri smembrando lo Stato, solo nel periodo dal 1995 al 2002 il regime organizzò il licenziamento di 60 milioni di lavoratori. Fu anche la fine del regime detto della “ciotola di riso di ferro” che garantiva a tutti un alloggio, un lavoro e l'accesso all'assistenza sanitaria. Da quel momento in poi, solo i contributi versati dalle aziende consentivano l' accesso all'assicurazione sanitaria, pensionistica e contro la disoccupazione. Molte famiglie furono sfrattate dalle loro case.
In quel periodo, nonostante la repressione del 1989, le reazioni dei lavoratori furono numerose ma rimasero locali, isolate le une dalle altre. Alcune furono, comunque, di una certa portata: tra il 1997 e il 2002, nella "cerchia di ruggine" del nord-est del paese, quando le industrie pesanti smisero di pagare gli stipendi e le pensioni e licenziarono in massa, decine di migliaia di lavoratori manifestarono per mesi, bloccando strade e ponti, e costrinsero lo Stato a farsi carico di una parte degli arretrati delle imprese. Laddove i lavoratori si organizzarono, la polizia arrestò i responsabili sindacali e li condannò a pesanti pene detentive per " sovversione ": la contestazione operaia era tollerata solo se rimaneva molto locale e strettamente economica.
Nell'officina del mondo, scioperi offensivi ma rimasti nel campo economico
Negli anni 2000, in continuità con il movimento iniziato alla fine degli anni '80, la Cina diventò “l'officina del mondo”. Le aziende straniere americane, giapponesi, coreane ed europee si insediarono in numero sempre maggiore nelle zone franche per sfruttare, insieme alle aziende cinesi, i giovani operai delle città e i mingong, i migranti dall'interno, che lasciavano a decine di milioni le loro campagne in cerca di un salario. Le paghe degli operai erano misere, pagate a cottimo, gli orari erano interminabili. Dopo le proteste strettamente difensive della fine degli anni '90, si sviluppò un'ondata di lotte per i salari, per esigere che questi fossero pagati per intero, comprese le ore di straordinario, e che fossero aumentati. Le prime lotte degne di nota ebbero luogo a Shenzhen e Dongguan tra il 2004 e il 2006, nei settori dell'elettronica e del tessile in pieno sviluppo. Talvolta furono represse, ma spesso coronate da successo.
Tra gli scioperi che furono conosciuti anche in Occidente, ci fu quello degli 1.800 operai della Honda nel 2010 a Foshan, vicino a Canton. Le rivendicazioni si basavano su un aumento significativo del salario base, maggiore rispetto e dignità sul lavoro, miglioramento delle condizioni di sicurezza. Come nella maggior parte dei casi, l'AFCTU, la federazione sindacale ufficiale, si oppose allo sciopero. Ma dopo l'invio alla Honda di un commando per aggredirli fisicamente, gli scioperanti, aggiunsero alle loro rivendicazioni quella di avere rappresentanti sindacali eletti dai lavoratori. Alla fine la Honda cedette e questo successo generò una successione di scioperi vittoriosi in tutta la regione del delta del fiume delle Perle e nei dintorni di Shanghai. Talvolta le rivendicazioni salariali erano accompagnate da quelle relative al riconoscimento di rappresentanti dei lavoratori eletti democraticamente o di sindacati non affiliati a quello ufficiale.
A partire dal 2015, la repressione divenne sistematica non appena si parlava di organizzazione dei lavoratori. Così, nel luglio 2018, la polizia di Shenzhen arrestò trenta manifestanti, cioè ventinove lavoratori dell'azienda Jasic Technology e una studentessa che sosteneva la loro lotta per creare un sindacato indipendente. In risposta, in tutta la Cina emerse un vasto movimento di solidarietà studentesca, accompagnato da petizioni e campagne online per chiedere il rilascio dei lavoratori arrestati. Gli studenti più mobilitati furono arrestati, messi agli arresti domiciliari o scomparvero.
Negli anni 2010, dopo la crisi del 2008 mentre l'economia mondiale riprendeva a crescere solo a velocità ridotta, la Cina continuava a svilupparsi grazie ai massicci investimenti statali nelle infrastrutture e alla speculazione immobiliare sfrenata. Nonostante ciò, il tasso di crescita ufficiale del PIL cinese, che era aumentato ogni anno negli anni 2000, invertì la tendenza e da allora fu in continuo calo, passando dal 10% a meno del 5% attuale. La repressione dei movimenti di sciopero giudicati troppo politici e un padronato più determinato a mantenere il proprio tasso di profitto riuscirono a ridurre il numero di scioperi alla fine degli anni 2010.
Pochi mesi dopo l'inizio dell'epidemia di Covid, il regime cinese impose a tutta la popolazione un rigoroso confinamento, la politica “zero Covid”, cercando, al contempo, di garantire che le aziende continuassero a produrre. Mentre l'economia mondiale era ferma, le fabbriche cinesi funzionarono a ritmi serrati, con i lavoratori confinati sul posto di lavoro, giorno e notte, ammassati sulle catene di montaggio o nelle camerate, malati o meno, ma senza poter uscire dai locali. Questa politica cominciò a incrinarsi solo nell'ottobre e nel novembre 2022 quando migliaia di operai della Foxconn, subappaltatore della Apple a Zhengzhou, nel centro del paese, si ribellarono, fuggendo dalla fabbrica scavalcando e distruggendo le recinzioni. Queste manifestazioni costrinsero il governo ad abbandonare la sua politica di confinamento alla fine del 2022. Ma, in conseguenza di ciò, mentre l'economia mondiale riprendeva slancio e le fabbriche cinesi erano meno indispensabili, la classe operaia cinese dovette affrontare un'ondata di chiusure di fabbriche e delocalizzazioni all'interno del paese, dove i salari sono più bassi.
Un futuro che si sta chiudendo
Da allora, la pressione sulla classe operaia si è accentuata. Le lotte sono diventate più difficili, più rare e essenzialmente difensive, per ottenere il pagamento dei salari dovuti o delle indennità di licenziamento previste. La disoccupazione pesa, una delle cause dirette del suo aumento è stata lo scoppio della bolla immobiliare nel 2022. La crisi immobiliare sembra senza fine, con investimenti, prezzi e nuovi cantieri in continuo calo a tre anni di distanza. Secondo il quotidiano economico Caixin, tra il 2021 e il 2024 i padroni cinesi avrebbero licenziato 13 milioni di lavoratori migranti solo nei cantieri edili. Ma quello immobiliare non è l'unico settore in crisi. La stampa occidentale ha evocato la speculazione dei capitalisti cinesi sui pannelli fotovoltaici e le sue conseguenze. Tra il 2020 e il 2023, il numero di aziende attratte dai profitti registrati in questo settore è passato da 150 a 300, provocando una guerra commerciale senza quartiere e il crollo del tasso di profitto. Dal 2024, quaranta aziende hanno chiuso i battenti, licenziando 87.000 lavoratori. Lo Stato annuncia il “consolidamento” del settore, ovvero la chiusura delle aziende più piccole per consentire a quelle più grandi di aumentare i prezzi e di ripristinare i propri profitti.
Nel settore automobilistico, la situazione non è ancora arrivata ai licenziamenti, ma si sta incamminando in quella direzione. La produzione automobilistica è stata oggetto di massicci investimenti, ampiamente sostenuti dai governi provinciali o dai comuni. Caixin riferisce che molti capitalisti non hanno dovuto pagare un solo centesimo per costruire fabbriche in grado di produrre 200.000 veicoli all'anno. Così 129 aziende hanno iniziato a vendere veicoli essenzialmente elettrici, tutti più o meno identici. È questa concorrenza che dal 2023 i maggiori costruttori cinesi o stranieri – Tesla, BYD, Geely – cercano di bloccare conducendo una vera e propria guerra dei prezzi, anche a costo di vedere i loro profitti precipitare. Ma, ad oggi, la maggior parte dei costruttori, sostenuti da organismi statali, comuni e province, resisteono. Come nel settore fotovoltaico, il governo ha annunciato che avrebbe adottato misure per “consolidare” quello automobilistico, con le stesse minacce per i posti di lavoro.
Nel settore della “tech”, Alibaba, Tencent, Baidu e altri non assumono più come ai tempi della loro espansione negli anni 2010. Alibaba ha addirittura dimezzato il numero dei suoi dipendenti tra il 2022 e il 2025. In queste aziende la pressione è forte, con i padroni che fanno leva sui più giovani per indurre la generazione precedente, quella dei trentenni, ad accettare più ore di lavoro e meno ferie, oppure ad andarsene. Un'intera fascia di giovani ha dovuto ripiegare su lavori occasionali come fattorini o camerieri nella ristorazione, oppure si è rivolta allo Stato e agli enti locali, ad esempio per posti di sicurezza nelle stazioni della metropolitana o nelle infrastrutture di nuova costruzione. Anche le statistiche ufficiali sulla disoccupazione giovanile urbana riflettono questo futuro senza prospettive: tra il 2018 e il 2022, la percentuale di giovani tra i 16 e i 34 anni con un lavoro è scesa dal 93% all'86%.
Contraddizioni sempre più evidenti
Da 30 anni, una parte del mondo del lavoro è in condizione di condurre uno stile di vita simile a quello dei lavoratori occidentali: auto, casa acquistata a credito, ferie pagate e turismo, soprattutto all'interno della Cina. Nel settore tecnologico, questa categoria di lavoratori può guadagnare fino a 10.000 renminbi (RMB) -o yuan- al mese, l'equivalente di 1.200 euro. Un operaio della Tesla nella zona industriale di Shanghai può guadagnare da 5.000 a 7.000 RMB a seconda dei bonus. Ma, accanto a questa piccola parte di lavoratori urbani, centinaia di milioni di proletari rimangono ai margini, anche nel cuore delle grandi città, guadagnando un terzo o la metà di questi salari, a volte meno di 3.000 RMB. 300 milioni di loro sono lavoratori migranti, nell'edilizia o nel settore tessile, pagati a cottimo, spesso derubati dal padrone che deduce dal loro stipendio l'affitto di una misera stanza. In un'indagine di ottobre, China Labor Watch, un'associazione con sede negli Stati Uniti, ha sottolineato alcune caratteristiche delle condizioni dei lavoratori nella fabbrica Foxconn di Zhengzhou, che può impiegare fino a 300.000 persone. La metà dei lavoratori sono interinali e fra questi ci sono molti “studenti”, giovani di 16 o 17 anni. La paga oraria di queste categorie può scendere fino a 12 RMB all'ora, ovvero 1,5 euro, senza beneficiare dei contributi del datore di lavoro per le assicurazioni sociali. Molto spesso, i bonus che possono ricevere solo alla fine del loro contratto, servono a metterli sotto pressione costante. L'orario di lavoro varia da 60 a 75 ore settimanali. La sorveglianza è ovviamente generale e i dispositivi di protezione sono ridotti al minimo.
Nel cuore delle città, un'intera fascia di lavoratori, che non sono necessariamente migranti interni, è anch'essa lasciata indietro dallo sviluppo. Si tratta di tutti coloro che stentano ad avere uno stipendio: fattorini, portatori d'acqua, raccoglitori di cartone o rottami, riparatori di biciclette o scooter, lavoratori di piccoli negozi, ristoranti o cosiddetti “lavoratori autonomi”, il cui accesso all'assistenza sanitaria e alla pensione, che dipende dai contributi delle aziende, è molto precario. Negli ultimi anni l'aumento della disoccupazione e la mancanza di assunzioni nelle grandi aziende hanno come conseguenza il crescente aumento del numero dei lavoratori, soprattutto giovani, condannati a questi lavori senza prospettive.
Come reagisce lo Stato cinese
Da trent'anni il potere deve gestire questo notevole inasprimento degli antagonismi sociali. Parallelamente alla repressione di ogni tentativo di organizzazione autonoma della classe operaia, aveva scommesso che lo sviluppo economico facesse almeno pazientare i lavoratori, anche senza cercare di farli aderire alla sua politica. Per cavarsela bastava lavorare, questo era il messaggio del governo.
Gran parte della gioventù piccolo-borghese che aveva abbandonato ogni lotta politica dopo la repressione di Tiananmen nel 1989 si è buttata a capofitto negli affari. Una considerevole fascia della popolazione ha visto il proprio tenore di vita superare quello delle generazioni precedenti. Così, molti giovani provenienti dalla piccola borghesia o lavoratori del settore tecnologico sono orgogliosi di aver potuto condurre i propri genitori fuori dalla campagna per visitare Shanghai, Canton o Pechino. La sensazione che fosse possibile migliorare la propria sorte si è diffusa anche nella classe operaia. Lo sviluppo delle infrastrutture e il superamento dell'isolamento delle regioni arretrate hanno rafforzato l'illusione che lo sviluppo capitalista della Cina avrebbe portato benefici a tutti. Il rallentamento in atto da un decennio e le difficoltà economiche che si sono accumulate a partire dal Covid stanno indebolendo questa convinzione.
Il nazionalismo propagato dalla burocrazia cinese non serve solo a preparare la popolazione ai conflitti che minacciano il Paese. È anche una risposta alle difficoltà economiche del regime, una politica sviluppata maggiormente da Xi Jinping rispetto ai suoi predecessori. Bisogna considerare che in Cina il nazionalismo ha argomenti sufficienti per attingere dal passato del Paese, quando dalla metà del XIX secolo alla fine della seconda guerra mondiale fu umiliato dagli imperialismi inglese, francese, tedesco, americano e giapponese, che lo smembrarono. Le guerre dell'oppio, condotte dagli inglesi, le concessioni straniere, le colonie installate sulle città della costa orientale fin dal XIX secolo, la sanguinosa occupazione giapponese dagli anni '30 al 1945, la secessione di Taiwan sono tutti eventi storici che il potere utilizza per legittimare la sua dittatura.
Nei suoi riferimenti al passato, il PCC non può fare a meno di tornare ai suoi primi anni di lotta. Anche se lo fa in modo distorto, onora davanti alle giovani generazioni i militanti che lo hanno fondato, i sindacati degli anni '20, la rivoluzione del 1925. Mette così in primo piano il primo leader comunista, Chen Duxiu, tralasciando però il suo sostegno all'opposizione trotskista dopo il 1927.
Il regime cinese ha altre frecce nazionaliste al suo arco. Così, all'inizio di settembre 2025, al vertice dell'Organizzazione di cooperazione di Shanghai, Xi Jinping si è presentato alla stampa come il centro del mondo, colui che accoglieva i leader russi, indiani, turchi, nordcoreani e tanti altri. Mentre gli Stati Uniti accentuano il protezionismo e la minaccia di guerra e si ritirano da organismi come l'ONU e l'OMC, Xi Jinping si autoproclama paladino della pace, del multilateralismo e della cooperazione tra le nazioni, tutte posizioni che dovrebbero dimostrare quanto la Cina è potente e bisogna essere orgogliosi dei suoi dirigenti. Questo sentimento è alimentato dai successi tecnologici degli scienziati cinesi: robot umanoidi, spedizioni sulla Luna, treni ad alta velocità, aviazione civile e militare sono tutti motivi di orgoglio nazionale che il potere si attribuisce. Ma, la crisi esclude decine di milioni di giovani da un lavoro e da un salario dignitoso, perciò può nascere una consapevolezza diversa, quella di uno sviluppo costruito sulle spalle dei lavoratori e i cui frutti sono, in realtà, accaparrati da una ristretta élite di privilegiati.
La politica anticorruzione rilanciata da Xi Jinping a metà degli anni 2010, se da un lato contribuisce alla lotta contro i clan rivali o a tenere a bada alcuni ricchissimi capitalisti, dall'altro serve anche a contrastare la percezione che lo sviluppo vada a vantaggio solo dei dirigenti. Xi Jinping segue a modo suo la politica di Deng Xiaoping dopo il 1989: sacrificare alcuni pesci grossi per dare credito alla finzione di uno Stato giusto, al servizio del popolo.
Il futuro appartiene alla classe operaia
La classe operaia cinese conta oltre 400 milioni di membri, è la più numerosa al mondo. Nonostante la dittatura poliziesca, ha sempre lottato. Dal 1989 lo ha fatto solo sul piano economico, senza contestare il potere e in modo dispersivo. Ma da diversi anni si accumulano i motivi per lottare che sono tutti riflessi della crisi mondiale del capitalismo: le difficoltà economiche, la disoccupazione, la pressione dei datori di lavoro, l'assenza di futuro per i giovani. Se la crisi si aggrava ulteriormente, il nazionalismo e la lotta alla corruzione saranno solo dei miseri diversivi. Quindi, il potere può temere un periodo di incertezza politica e sociale. Ad oggi è avvantaggiato dalla mancanza di organizzazione della classe operaia senza un partito che difenda i suoi interessi politici. Ma ogni volta che le sue lotte hanno assunto una certa portata, si è posta la questione dell'organizzazione. Oltre al suo numero, la classe operaia cinese ha di per sé il suo passato, in particolare quello degli anni '20. Da esso, i militanti rivoluzionari, anche se molto minoritari, hanno molto da imparare.
10 gennaio 2026