Da "Lutte de classe” 'n° 253 – Febbraio 2026
L’esercito americano è intervenuto direttamente in Venezuela nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026. Quello che si sarebbe tentati di chiamare “operazione militare speciale", secondo il vocabolario di Putin, si colloca a metà strada tra una guerra e un raid. La cattura di Nicolas Maduro, presidente del Venezuela, portato a 3.500 chilometri di distanza negli Stati Uniti, ricorda episodi delle conquiste coloniali europee. Con questo intervento, Trump non solo afferma il diritto del più potente imperialismo del pianeta di punire un regime che non gli piace, come fa da un anno, ma lo fa concretamente.
Da quando è tornato alla Casa Bianca, Trump ha preso di mira il Venezuela e in primo luogo il milione di venezuelani che vivono negli Stati Uniti, bersagli della sua demagogia xenofoba e privati dal 7 novembre 2025 dello status giuridico che proteggeva i rifugiati. Ha accumulato forze militari considerevoli nei Caraibi, tra cui, in modo dimostrativo, la più grande portaerei del mondo. Dal settembre 2025 la marina americana ha affondato decine di navi accusate di trasportare droga, uccidendo più di un centinaio di marinai e anche alcuni naufraghi sopravvissuti. Alla fine di novembre lo spazio aereo del Venezuela è stato chiuso. A dicembre Washington ha decretato un blocco navale totale e ha iniziato a abbordare le petroliere in partenza dai porti venezuelani, poiché gli idrocarburi sono sicuramente una questione più seria della droga agli occhi dello Stato americano.
Il pretesto del traffico di droga
La presunta lotta al traffico di droga è solo un pretesto. Certo, è possibile che l’entourage di Maduro, e forse lo stesso Maduro, si sia arricchito coprendo i trafficanti. Ma in America Latina il Venezuela non è né il principale produttore di cocaina – che è la Colombia –, né il principale paese di transito verso i consumatori americani – che è il Messico. Tra gli stupefacenti che negli ultimi anni hanno distrutto “le vite di centinaia di migliaia di americani", come ama ricordare Trump, vanno annoverati i farmaci sintetici provenienti dall’Asia e, soprattutto, gli oppioidi, antidolorifici commercializzati legalmente dalle grandi aziende farmaceutiche responsabili di così tante overdose da far diminuire l’aspettativa di vita negli Stati Uniti.
Se Trump fosse davvero in guerra contro il traffico di droga, avrebbe graziato alla fine del 2025 Juan Orlando Hernandez, ex presidente dell’Honduras, che stava scontando una pena di 45 anni di carcere negli Stati Uniti per un traffico di droga ben più reale di quello attribuito a Maduro? Nel XIX secolo la potente marina britannica conduceva le sue operazioni di brigantaggio in nome della lotta contro la tratta degli schiavi, dopo che la Gran Bretagna stessa l’aveva praticata per secoli. Oggi il narcotraffico è un comodo pretesto utilizzato dagli Stati Uniti per rafforzare la loro presa sul continente americano. Anche la lotta al terrorismo serve loro da bandiera. È così che Maduro si ritrova accusato di essere un "narcoterrorista".
Ciò che realmente infastidiva Washington, ben prima dell’arrivo di Trump al potere, era il regime nazionalista "bolivariano" che il Venezuela si era dato quando Hugo Chávez era stato eletto alla guida del Paese alla fine del 1998. L’ex ufficiale era riuscito a fare leva sulle fasce povere della popolazione per imporre ai trust americani una ripartizione dei proventi del petrolio un po’ meno sfavorevole allo Stato venezuelano. La sua innegabile popolarità, rafforzata da programmi di miglioramento della sanità e dell’istruzione, in particolare grazie alla ridistribuzione di parte della ricchezza generata dal commercio del petrolio, gli aveva permesso di resistere ai tentativi di colpo di Stato e di destabilizzazione, orchestrati con il sostegno degli Stati Uniti di Clinton, Bush e Obama, prima dell’era di Trump e Biden.
Maduro è salito al potere nel 2013 alla morte di Chavez. Il suo regime è stato immediatamente colpito dalle sanzioni economiche decise da Obama, seguite da un blocco. Questi attacchi, sommati al calo dei prezzi del petrolio, hanno fatto sprofondare il Venezuela in crescenti difficoltà economiche, causando l’impoverimento della popolazione e spingendo 8 milioni di venezuelani – un quarto della popolazione – a lasciare il Paese ed emigrare principalmente verso i Paesi dell’America Latina di cui parlano la lingua.
Il futuro del Venezuela sotto il giogo imperialista
Nonostante il rapimento del suo leader, lo Stato venezuelano non è crollato. La vicepresidente Delcy Rodriguez ha assunto il potere a Caracas, sostenuta dal fratello che è a capo del Parlamento e, soprattutto, con il consenso dei vertici dell’esercito. Il regime sopravvive, sebbene sotto la minaccia permanente dell’armata americana che assedia le sue coste.
Certo, oggi il regime è più logoro, più corrotto e più autoritario rispetto a vent’anni fa, quando Chávez era riuscito a sventare diversi colpi di Stato. Ma l’opposizione venezuelana probabilmente non gode di un sostegno maggioritario tra la popolazione o nell’apparato statale, comunque non sufficiente perché Trump potesse decidere di portare un suo dirigente al potere. La delusione deve essere grande per la principale oppositrice, Maria Corina Machado, che aveva invitato gli Stati Uniti a invadere il Paese e applaudito alla destituzione di Maduro. Tuttavia, non ha risparmiato gli sforzi per servire da tappeto a Trump, dedicandogli il suo recente premio Nobel per la pace, fino al punto di dichiararsi pronta a concederglielo.
Trump proclama che gli Stati Uniti "dirigeranno" il Venezuela. La sua intenzione è chiara, ma la sua attuazione è più delicata. Con tutta la loro potenza, le forze armate americane sono in grado di invadere un paese e distruggerne lo Stato. Non lo hanno fatto in Venezuela, o almeno non ancora, ma lo hanno fatto in Afghanistan nel 2002 e in Iraq l’anno successivo. In entrambi i paesi hanno combattuto per quasi vent’anni e sono state costrette ad andarsene senza essere riuscite a costruire un regime stabile al loro servizio. Non lo potrebbero fare più facilmente in America Latina oggi.
Ciò che sembra delinearsi è quindi un controllo da parte degli Stati Uniti di tutti gli sbocchi dell’economia del Venezuela. Nessuna petroliera, nessuna nave da carico può più salpare dalle sue coste o attraccarvi senza l’autorizzazione della marina americana. In caso contrario, questa può affondare o sequestrare qualsiasi nave. Nel Nord Atlantico, a più di 6.000 chilometri dalle coste venezuelane che non aveva potuto avvicinare, una petroliera russa ne ha fatto le spese, abbordata il 7 gennaio.
Traducendo ciò che Trump intende per “governare” il Venezuela, Stephen Miller, vice capo di gabinetto della Casa Bianca, lo ha spiegato chiaramente: “Siamo noi a stabilire i termini e le condizioni. Applichiamo un embargo totale sul loro petrolio e sulla loro capacità di commerciare. Quindi, per farlo, hanno bisogno del nostro permesso. Per far funzionare la loro economia, hanno bisogno del nostro permesso. Quindi gli Stati Uniti comandano, governano questo Paese". È proprio l’imperialismo spiegato da uno dei suoi promotori…
È possibile che Delcy Rodriguez, pur rappresentando la continuità del regime bolivariano, diventi lo strumento di questo vassallaggio, che lo voglia o che sia costretta ad accettarlo. Trump l’ha minacciata: "Se non fa ciò che è necessario, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di Maduro". Al che lei ha risposto: "Invitiamo il governo americano a lavorare congiuntamente a un programma di cooperazione". Per il momento Trump sembra soddisfatto: "Ci dà tutto ciò che riteniamo necessario". E infatti Delcy Rodriguez ha già dato prova di flessibilità nei confronti di Trump. Nel 2017, quando era ministra degli Affari esteri, aveva spinto per la ripresa delle relazioni con gli Stati Uniti: la compagnia petrolifera Citgo, di diritto americano e filiale della compagnia statale venezuelana PDVSA, aveva contribuito con 500.000 dollari all’organizzazione della cerimonia di insediamento del primo mandato di Trump.
Oggi il governo venezuelano è chiamato a sottomettersi, mentre Trump proclama che i soldi del petrolio potranno essere utilizzati solo per acquistare merci americane. È proprio come quando la Gran Bretagna, nel XVIII secolo, obbligava i suoi possedimenti a commerciare solo con la metropoli, fino a quando tredici delle sue colonie americane si ribellarono e ottennero l’indipendenza.
Il controllo sul petrolio
I giacimenti di idrocarburi del Venezuela – probabilmente le riserve più importanti al mondo – costituiscono una ricchezza potenziale considerevole e uno dei motivi dell’aggressione degli Stati Uniti. Le compagnie petrolifere americane hanno sempre considerato queste riserve come proprie. Per quasi un secolo hanno estratto questo petrolio greggio e lo hanno trasportato dall’altra parte del Mar dei Caraibi e del Golfo del Messico, che Trump ha ribattezzato "Golfo dell’America", verso il Texas e la Louisiana, dove hanno costruito raffinerie adatte a questo petrolio pesante.
Quale vantaggio ne ha tratto la popolazione venezuelana, il cui Paese ha sempre conosciuto la povertà e il sottosviluppo? Quasi nessuno. Eppure è proprio questo popolo che Trump accusa di aver "rubato il nostro petrolio", lamentandosi che "abbiamo costruito l’industria petrolifera laggiù e loro ce l’hanno portata via come se non contassimo niente". L’imperialismo americano non ha digerito né la prima nazionalizzazione del petrolio nel 1975, che non ha impedito le trattative quando sono stati scoperti nuovi giacimenti e nuovamente sfruttati dai trust americani, né la seconda trent’anni dopo, quando Chávez ha imposto loro un braccio di ferro. Nel 2007, due di loro hanno preferito lasciare il Venezuela, abbandonando le loro infrastrutture obsolete piuttosto che trarne un profitto minore, mentre Chevron – con il consenso delle autorità statunitensi – ha accettato fino ad oggi di cooperare con Caracas, sfruttando al massimo i pozzi e le piattaforme esistenti senza investire. La produzione di greggio del Venezuela si è ridotta di quasi due terzi in dieci anni, stagnando oggi intorno a 1 milione di barili al giorno, pari all’1% della produzione mondiale, mentre il Paese dispone del 17% delle riserve globali.
Trump vuole credere che ora, con Maduro incarcerato a New York, i trust petroliferi si affretteranno a rilanciare lo sfruttamento dell’oro nero del Venezuela. Ma non sembra essere così perché, dopo un decennio di sanzioni economiche, ciò richiederebbe investimenti considerevoli. Questi capitalisti esitano tanto più che l’intervento dell’esercito americano ha alquanto aumentato l’instabilità. Inoltre, la produzione globale di petrolio è al momento relativamente abbondante e quindi il prezzo al barile è basso, il che non incoraggia le compagnie ad aggiungere ulteriori capacità in eccesso sul mercato mondiale.
Durante una riunione alla Casa Bianca, il 9 gennaio, l’amministratore delegato di Exxon, la più grande compagnia petrolifera americana, ha spiegato a Trump che ora il Venezuela non è un paese in cui sia possibile investire. Ciò gli è valso l’epiteto di “stupido” lanciato in pubblico dal presidente. L’assenza di entusiasmo delle grandi compagnie petrolifere nel dare seguito alle dichiarazioni di Trump lo ha spinto a proclamare che il Venezuela, ormai in ginocchio, gli dovrà consegnare "da 30 a 50 milioni di barili di petrolio". Si vede chi è il ladro.
Tuttavia, anche se l’intervento militare americano non portasse all’appropriazione diretta del petrolio venezuelano da parte delle grandi compagnie, è chiaro a tutte le potenze rivali che le immense riserve del Paese dovranno essere sfruttate sotto il controllo di Washington. La volontà di rimettere le mani su questa materia prima fondamentale, indipendentemente dai profitti immediati che potrebbero trarne i capitalisti vicini a Trump, dimostra la preoccupazione dell’imperialismo americano di garantire le proprie posizioni strategiche di fronte alle altre grandi potenze.
L’imperialismo americano mostra la sua forza....
L’altro motivo del rapimento di Maduro – probabilmente il principale – è quello di dare una lezione agli Stati del continente americano e oltre: l’esercito statunitense può permettersi di intervenire ovunque, come ha fatto l’anno scorso dalla Siria alla Nigeria e dallo Yemen all’Iran, senza dimenticare il sostegno incondizionato alle guerre condotte dall’esercito israeliano. Subito dopo il colpo di forza a Caracas, le pressioni americane si sono rinnovate sulla Groenlandia, sulla Colombia e forse, più immediatamente, su Cuba, che sfugge all’influenza di Washington da quando Castro ha preso il potere nel 1959. Preparandosi ad affrontare le potenze rivali situate in altri continenti, l’imperialismo americano vuole costringere i membri della sua zona di influenza diretta a serrare i ranghi attorno a sé. Guai al capo di Stato che volesse resistergli e rifiutasse di voltare le spalle alla Cina o alla Russia: la cella vicina a quella di Maduro potrebbe essere la sua prossima dimora. Nella primavera del 2025, i dirigenti di Panama si erano piegati alla vendita forzata a un operatore americano di impianti portuali di proprietà di un’azienda cinese.
La recente e molto visibile dimostrazione di forza è stata inflitta quasi senza tener conto degli sforzi del potere venezuelano per sfuggirle. Sotto la crescente pressione contro il suo Paese, Maduro aveva cercato di avvicinarsi a Trump già nell’ottobre 2025. Secondo il New York Times, aveva proposto di trasferire i giacimenti petroliferi venezuelani alle compagnie americane e di rompere le relazioni commerciali con Cina, Russia, Iran e Cuba, mentre è stato proprio un decennio di sanzioni imposte da Washington a spingere il Venezuela a rivolgersi a questi paesi per sopravvivere economicamente. Rivolgendosi a un giornalista, Trump ha confermato queste informazioni dichiarando il 17 ottobre a proposito di Maduro: "Ci ha offerto tutto, e lo sapete perché? Perché non vuole scherzare con gli Stati Uniti".
Sembra che alla fine di dicembre 2025 Maduro abbia tentato nuovamente di negoziare con Washington. Ma ci voleva una dimostrazione di forza affinché Trump potesse dichiarare con credibilità, il 3 gennaio: "Il dominio americano sull’emisfero occidentale non sarà mai più messo in discussione". Nel lessico dei dirigenti dell’imperialismo americano, "emisfero occidentale" significa il continente americano – più gli oceani Atlantico e Pacifico, il che rappresenta metà del globo – contrapposto agli altri. È in questo senso che il 2026 inizia con un ulteriore passo avanti verso uno scontro globale, con gli Stati Uniti che riaffermano la loro potenza militare e il loro peso sui loro vassalli più o meno consenzienti.
Marco Rubio, a capo del Dipartimento di Stato, che cura gli affari esteri degli Stati Uniti, lo ha espresso chiaramente: "Non abbiamo bisogno del petrolio venezuelano. Ne abbiamo in abbondanza negli Stati Uniti. Quello che non possiamo tollerare è che l’industria petrolifera del Venezuela sia controllata dagli avversari degli Stati Uniti. […] Non tollereremo che l’emisfero occidentale sia una base operativa per gli avversari, i concorrenti e i rivali degli Stati Uniti". E poco dopo ha citato la Cina, la Russia e l’Iran.
Per evitare di scontrarsi frontalmente con un elettorato ostile alle guerre lontane, i rappresentanti dell’imperialismo americano fanno credere che in questo modo si concentrano sul proprio territorio a loro riservato. Non è così, qualunque siano state le promesse elettorali di Trump: non è per minacciare un paese latinoamericano recalcitrante che ha appena suggerito di aumentare del 50% il già enorme bilancio militare degli Stati Uniti per il prossimo anno. Sarebbe portato a 1.500 miliardi di dollari, il che potrebbe minacciare molto più il suo rivale cinese, il cui bilancio militare per il 2025 rappresentava meno di un terzo di quello di Washington.
Sarebbe futile credere che la marcia sempre più accelerata dell’imperialismo americano verso la guerra possa essere ostacolata dal “diritto internazionale” invocato dagli imperialismi piccoli e medi d’Europa, ad esempio quando si sentono minacciati dalle mire americane sulla Groenlandia. Il freno non verrà nemmeno dall’apparato statale americano, perché la politica di Trump – indipendentemente dal suo carattere confuso – è fondamentalmente quella della borghesia americana desiderosa di preservare il proprio dominio sul pianeta, che ritiene minacciato dall’ascesa della Cina: lo sa far capire ai suoi generali, ai suoi giudici e ai suoi politici democratici o repubblicani rivali di Trump.
… ma nasconde una debolezza
Resta il fatto che il dominio americano incontrerà inevitabilmente la resistenza degli Stati che si rifiutano di sottomettersi. Ciò non potrà che generare nuovi conflitti e forse una generalizzazione delle guerre che già insanguinano parti importanti del pianeta. L’unico elemento in grado di fermare questa corsa verso l’abisso è la popolazione degli Stati Uniti e in particolare il suo numeroso proletariato. Perché è proprio questa classe che la borghesia americana dovrà, prima o poi, mandare a morire sui campi di battaglia per preservare e estendere il proprio dominio mondiale. Le diverse origini della classe operaia degli Stati Uniti la mettono in una buona posizione – purché ne sia consapevole – per considerare i lavoratori degli altri paesi, in tutti i continenti, come suoi alleati e la propria borghesia come nemica. L’attuale tentativo di Trump e della sua amministrazione di terrorizzare un’intera parte del proletariato, lanciandosi in una caccia agli immigrati particolarmente spettacolare, fa parte della messa in riga della popolazione per arruolarla in future guerre. Tuttavia, le precedenti avventure militari dell’imperialismo americano, più di mezzo secolo fa in Vietnam e più recentemente in Iraq e Afghanistan, si sono rivelate vicoli ciechi non solo militari ma anche politici, aumentando l’ostilità verso queste guerre negli stessi Stati Uniti. La guerra del Vietnam, in particolare, aveva visto la resistenza accanita della popolazione prima al colonialismo francese e poi all’esercito americano. Ciò aveva provocato importanti disordini politici all’interno della popolazione americana e l’inizio di una frattura tra la gerarchia dell’esercito imperialista e i soldati che aveva arruolato a centinaia di migliaia.
Questo è il vero tallone d’Achille dell’imperialismo e, più in generale, della borghesia: il suo potere si basa in ultima analisi sui lavoratori che opprime e di cui non può fare a meno né sul fronte militare né nelle retrovie, e sulla loro rassegnazione. Tutto può dipendere dalla loro presa di coscienza.
15 gennaio 2026