Internazionale
Cent’anni fa

Ottobre 1917, Caporetto e la rotta dell’esercito

Il 24 ottobre 1917, un’offensiva lampo delle truppe austroungariche, nei dintorni della cittadina di Caporetto (oggi Kobarid in Slovenia) riusciva a rompere il fronte rimasto da due anni bloccato in Veneto. L’offensiva austriaca provocava la rotta di gran parte dell’esercito italiano.

Questo disastro era anche emblematico di una situazione politica segnata in Italia dalla contestazione della guerra e dei suoi responsabili. Dopo due anni di macello sul fronte, gran parte dei soldati e della popolazione non ne poteva più. Allo scoppio della prima guerra mondiale nell’agosto 1914 l’Italia aveva prima dichiarato la sua neutralità, poi si era schierata dalla parte degli imperialismi francese ed inglese. Un accordo segreto firmato a Londra le prometteva in caso di vittoria i territori dal Trentino, oltre a Trieste e all’Istria, una parte della Dalmazia, come pure delle compensazioni in Africa, Asia minore ed Albania. Il partito interventista, animato in particolare da Mussolini, aveva esaltato la guerra come un’impresa di liberazione nazionale e nel maggio 1915 l’esercito, nonostante il suo debole apparato di guerra e la sua impreparazione generale, era stato lanciato contro le truppe austroungariche.

Molto rapidamente, il fronte si era fermato lungo il fiume Isonzo, dall’Adriatico fino all’interno delle terre ed alle montagne di oltre 3.000 metri, dove le condizioni di vita dei combattenti erano rese ancora più abominevoli dal freddo, dalla neve e dalle valanghe. Per mantenere un distaccamento di 100 uomini in alta quota ci volevano nelle retrovie 900 persone e le riserve che l’esercito era incapace di fornire o organizzare. Occorreva allora tenere il fronte senza mangiare.

Offensive criminali

In due anni, il generale Cadorna, capo dello Stato Maggiore italiano, appoggiato dal comando franco-britannico, lanciò undici offensive successive per appropriarsi di posizioni che il rilievo rendeva quasi imprendibili, affermando che la vittoria era soltanto una questione di volontà ed ardore. Questi attacchi erano stati scacchi sanguinosi o conclusi con progressi senza valore strategico. Nel corso della sola decima offensiva dell’Isonzo, nel maggio 1917, l’esercito italiano perse 150.000 uomini, di cui 36.000 morti, mentre l’esercito austriaco i cui mitraglieri potevano facilmente falciare le onde successive di assalitori, ne perdeva cinque volte meno.

La guerra non aveva mai avuto il consenso della massa degli operai e dei piccoli contadini. L’insoddisfazione era cresciuta e nel marzo 1917 la notizia dello scoppio della rivoluzione russa aveva aumentato la speranza di vedere infine la guerra finire. Nell’agosto 1917, il movimento insurrezionale scoppiato a Torino era stato schiacciato. Nell’esercito stesso cresceva la rabbia contro il comando, le sue offensive criminali, la disciplina di ferro e la repressione che si abbatteva sui soldati. Il numero dei disertori saliva. Durante l’estate, il comando fece disarmare i soldati durante i loro spostamenti in treno, perché i carabinieri, incaricati di arrestare i disertori, della sorveglianza e della repressione nelle retrovie, facevano spesso da bersagli di numerosi spari provenienti dai convogli militari. Furono rafforzate ancora le misure di repressione, procedendo a centinaia di arresti. Decine di soldati furono fucilati, scelti a sorte o secondo la cosiddetta procedura della decimazione in vigore nelle legioni romane 2.000 anni prima, scegliendo un uomo su dieci per essere giustiziato. Le esecuzioni senza la minima procedura giudiziaria si moltiplicarono, facendo migliaia di vittime per tutta la durata della guerra. Pene da 15 a 20 anni di prigione, ma anche l’ergastolo, furono comminate ai soldati, anche sulla base di semplici segnalazioni del contenuto delle loro lettere da parte delle commissioni di censura.

In queste condizioni, quando numerose divisioni austroungariche, aiutate da unità tedesche, passarono all’attacco nell’ottobre 1917 a Caporetto, avanzarono rapidamente e numerose unità militari italiane si ritirarono in disordine. In pochi giorni, questo esercito in piena decomposizione dovette ripiegare dietro il Piave e sul monte Grappa, quasi 150 chilometri più ad ovest. Si contavano 12.000 morti, 30.000 feriti e quasi 300.000 prigionieri. 350.000 soldati avevano abbandonato il fronte, cercando per lo più di tornare a casa.

La repressione dei ribelli

Il comando fece pieno ricorso alle esecuzioni sommarie ed ai consigli di guerra per ristabilire la disciplina. Cadorna con il suo solito disprezzo per gli uomini ribadì che i responsabili di questo gigantesco fallimento erano i soldati stessi. Però, di fronte al rischio di catastrofe generale e nella paura di movimenti rivoluzionari, il governo preferì sacrificare il suo capo di stato maggiore e sostituirlo. I comandi francese e britannico spedirono truppe ed armamento. Alcune misure furono decise per dare permessi ai soldati. Ma l’Italia dovette rinunciare de facto a qualunque offensiva fino all’autunno 1918, cioè fino a quando lo stesso esercito austroungarico sarebbe crollato, pochi giorni prima della fine della guerra.

A questa data, si stima che su 5 milioni di soldati mobilitati, quasi 600.000 erano morti durante i combattimenti e decine di migliaia erano morti in prigionia. Questi, considerati come traditori e codardi dal governo, non ricevettero dall’Italia nessun aiuto in prodotti alimentari o vestiti. A queste perdite si aggiungeva un milione di feriti gravi, e ancora almeno 600.000 civili morti in seguito all’aggravarsi delle condizioni di vita. Tale era il prezzo tremendo pagato alla barbarie capitalista ed a questa guerra condotta per partecipare alla spartizione del mondo con le grandi potenze imperialiste.

Caporetto non fu solo un evento militare. Dopo l’insurrezione di Torino nell’agosto, era un altro segno spettacolare di quanto era cresciuto nelle masse il malcontento contro la guerra, ed era l’annuncio, in Italia come già era stato in Russia, di nuovi movimenti rivoluzionari. In effetti, durante il “biennio rosso” del 1919 - 1920, il paese sarebbe stato vicino ad una rivoluzione. Fu solo mettendosi sotto la protezione del potere fascista di Mussolini, dopo il 1922 e schiacciando le organizzazioni operaie, che la borghesia italiana poté scongiurare il questo pericolo per il ventennio successivo.

R. D.


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