Internazionale
Corea del Nord – Stati Uniti:

Dietro alle provocazioni guerresche

Da “Lutte de classe” n° 186 – Settembre – ottobre 2017

Dopo avere lanciato con successo parecchi missili intercontinentali senza una vera carica e senza aver fatto alcuna vittima, il regime della Corea del Nord ha fatto il 2 settembre un nuovo test nucleare che, se stando a quel che dice la stampa, sarebbe molto più potente dei precedenti. Si sono allora visti di nuovo i responsabili politici francesi, Macron in testa, denunciare la minaccia per la pace mondiale che rappresenterebbe questo Stato. La stampa ha immediatamente seguito la stessa strada. Un quotidiano ha anche parlato del dittatore nordcoreano, Kim Jong-un, come dell’“uomo che minaccia il pianeta”, spiegando che ormai gli Stati Uniti, ed anche la Francia, sarebbero “teoricamente a portata dei missili della Corea del Nord”. C’è da chiedersi se si trattava di un articolo sull’attualità internazionale o della promozione di un film di spionaggio dei tempi della guerra fredda.

È da molti mesi che gli Stati Uniti hanno deciso di aumentare le pressioni sulla Corea del Nord. Nell’aprile scorso, Trump aveva annunciato l’invio di portaerei per minacciare il potere di Pyongyang che preparava il suo esperimento nucleare. Appena qualche giorno dopo, la stampa rivelava che queste famose portaerei si sarebbero dirette in realtà… verso l’Australia. Il governo americano aveva dovuto confermare l’informazione, riconoscendo che ancora una volta il suo capo di stato aveva parlato un po’ troppo in fretta e che c’era molto bluff nell’atteggiamento di quest’ultimo, il quale, ciononostante, non si è dato una calmata. Nell’agosto scorso, Trump ha promesso alla Corea del Nord “fuoco e fiamme” e ha affermato, dopo l’ultimo esperimento nucleare nordcoreano, di non escludere il ricorso all’arma atomica. Se si dovesse dare un volto alla formula “l’uomo che minaccia il pianeta”, quello di Trump sarebbe molto più appropriato di quello di Kim Jong-un.

Ma se i rilanci si succedono, né l’uno né l’altro hanno interesse ad una guerra dalle conseguenze incalcolabili. E dietro a ciò che a prima vista sembra essere una prova di forza tra questi due dirigenti c’è la pressione degli Stati Uniti su tutti i paesi della regione, a cominciare dalla Cina, sostegno ufficiale del regime nordcoreano. E poi, dietro a queste pressioni, c’è anche la necessità per l’imperialismo yankee di giustificare la sua presenza militare in questa regione, permanente dal 1945, mediante le proprie basi, in particolare sudcoreane e giapponesi, e ciò sia agli occhi delle popolazioni locali che di fronte alla popolazione americana.

La divisione della penisola coreana, conseguenza della politica imperialista americana

Da almeno un secolo, la vita delle popolazioni della Corea viene sconvolta dagli interventi dell’imperialismo, prima quello giapponese e poi quello americano. La colonizzazione da parte del Giappone, cominciata con un protettorato nel 1905 e finita nel 1945 con la sconfitta militare di questo paese, è stata di una ferocia estrema. Le 200.000 giovani donne coreane, anche adolescenti, trasformate dalla dittatura giapponese in schiave sessuali per il suo esercito durante la seconda guerra mondiale, ne sono un simbolo tremendo.

Alla fine della guerra, l’imperialismo americano e l’URSS occuparono congiuntamente il territorio coreano. Al nord e al sud, le due potenze volevano evitare ogni tipo di vacanza di potere. Veniva così messa in atto la divisione in due della Corea. Al sud, l’imperialismo americano insediò una dittatura militare al suo servizio, riciclando dirigenti che si erano compromessi durante l’occupazione giapponese. Al nord, si diede vita ad un potere sotto il controllo dell’esercito sovietico. I dirigenti nordcoreani del dopoguerra si richiamavano al comunismo ed al marxismo. Si trattava già di un inganno legittimato dall’URSS staliniana. In realtà, erano nazionalisti. Sebbene, in quel periodo, fossero stati capaci di misure radicali quali la confisca senza indennizzo delle grandi aziende agricole e la loro ridistribuzione gratuita a contadini senza terra, essi non difesero mai, in nessun modo, le prospettive del comunismo rivoluzionario e gli interessi politici della classe operaia di Corea o di altri paesi.

All’inizio della guerra fredda, i nazionalisti del Nord tentarono di riunificare il paese puntando sul rifiuto della dittatura filoamericana da parte della popolazione del Sud. Gli Stati Uniti inviarono truppe in modo massiccio un attimo prima che il crollo militare dell’esercito sudcoreano fosse completo. Fu l’inizio di una guerra devastante per la Corea, che minacciò il pianeta di un nuovo conflitto generalizzato. La guerra di Corea durò dal 1950 al 1953, contrapponendo la dittatura militare del Sud e l’esercito americano ai nazionalisti del Nord, rapidamente sostenuti dall’intervento massiccio dell’esercito cinese. Essa fece quasi due milioni di vittime.

Se molti mass media e politici amano prendere ad esempio il regime nordcoreano per farne la caricatura delle idee comuniste, da tempo, in realtà, il regime non fa nemmeno più riferimento al comunismo. Esso fa piuttosto riferimento all’juche, il “pensiero” del suo primo dirigente Kim Il Sung, nonno dell’attuale dittatore. Ciò non ha tuttavia impedito all’imperialismo americano di far pagare molto caro ai nordcoreani la relativa indipendenza del proprio paese imponendo dal 1953 un embargo mirante a soffocare la loro economia. Il potere nordcoreano, riuscì ad evitare l’isolamento totale stabilendo relazioni con la Cina, l’URSS e poi la Russia, e per tutto un periodo, con molti paesi del blocco dell’Est. Ovviamente, però, la Corea del Nord non è uscita dal suo sottosviluppo. E il suo isolamento forzato ha avuto conseguenze drammatiche come le carestie, l’ultima delle quali data ufficialmente dalla fine degli anni 90.

La sopravvivenza dello Stato nordcoreano non poteva che implicare, e in realtà implica ancora, di avere sempre più scambi economici con la Cina, la Corea del Sud ed altri partner. Durante quasi due decenni, a partire dalla metà degli anni ’70, il regime ha sperato di approfittare dell’apertura economica della Cina che l’imperialismo americano era stato costretto ad accettare alla fine della guerra del Vietnam. Fu, però, ancora la potenza americana a chiudere la porta alla fine degli anni ’90, cominciando a prendere di mira la Corea del Nord per fare pressione sulla Cina.

Se il regime nordcoreano si è lanciato nell’industria nucleare, è innanzitutto perché aveva un vitale bisogno di risorse energetiche, il cui accesso era impedito dall’embargo. Quanto all’arma nucleare stessa, il regime non cerca di averne il controllo perché vorrebbe dominare il mondo, come affermano i propagandisti dei più ottusi pregiudizi anticomunisti. Si tratta piuttosto di un tipo d’assicurazione sulla vita di fronte alla pressione ed alla minaccia dell’imperialismo americano. E l’arresto del programma nucleare o il suo congelamento sono stati più volte, per il regime nordcoreano, un elemento di negoziazione. Dieci anni fa, ad esempio, il regime aveva accettato di smantellare il suo centro di ricerche atomiche in cambio della consegna di un milione di tonnellate di combustibile.

La Corea del Sud, al contrario, fu costantemente sotto flebo da parte dei capitali americani, in particolare al momento della guerra del Vietnam, quando il paese fu uno dei principali fornitori dell’esercito USA. Unitamente a questo afflusso di denaro, un rigoroso statalismo economico inquadrato in piani quinquennali fu all’origine della rapida industrializzazione del paese, la quale diede vita, partendo dal sottosviluppo iniziale, ad imprese giganti e moderne. Il potere ripartì allora tutto questo capitale industriale tra un numero molto ristretto di mani, che diedero vita ai grandi gruppi sudcoreani oggi conosciuti sotto il nome di chaebol, come Samsung, Hyundai, LG ed altri. Ovviamente, tutti i capitali americani investiti in Corea del Sud, hanno, seppur non principalmente, giovato ai gruppi industriali americani che si sono considerevolmente arricchiti grazie allo sviluppo economico del paese.

Il regime della Corea del Nord, pur essendo stato sempre una spina nel fianco per gli Stati Uniti ed un avversario delle dittature militari della Corea del Sud, ha anche permesso loro di curare i propri interessi. Giocando alla “minaccia comunista”, gli Stati Uniti hanno potuto far accettare il mantenimento della loro presenza militare in Giappone e in Corea del Sud fino ad oggi. In Corea del Sud, le dittature militari che si sono succedute fino alla fine degli anni ’80 hanno in gran parte fatto leva sulla propaganda anticomunista per giustificare la repressione ed il terrore nei confronti della classe operaia sudcoreana. Ogni militante che contestava la dittatura padronale poteva essere accusato di fare il gioco del regime del Nord o di esserne una spia al suo servizio. A metà degli anni ’70, otto persone scelte a caso tra i contestatori del regime, lavoratori, studenti ed anche preti, furono condannate a morte e giustiziate con l’accusa di aver preparato un complotto in collaborazione con la Corea del Nord.

Oggi, in Corea del Sud, i militari non sono più al centro della scena politica. Nondimeno, l’esercito è presente dietro le quinte. Ogni anno, a partire dal 1976, si svolgono in agosto esercizi militari congiunti tra l’esercito americano e quello sudcoreano, impegnando decine di migliaia di soldati che simulano un attacco contro la Corea del Nord. Il peso finanziario di questo esercito, superequipaggiato grazie al sostegno americano, grava sulla popolazione sudcoreana. Così, lo scudo antimissile americano THAAD, dispiegato in Corea del Sud, ha più volte suscitato manifestazioni nel paese. E Trump ha anche dichiarato che converrebbe che la Corea del Sud pagasse quel sistema, il cui costo è stimato in un miliardo di dollari.

La politica dell’imperialismo americano oggi

Il cosiddetto “pericolo nucleare nordcoreano” arriva giusto in tempo per giustificare questa presenza militare americana nella regione e la politica aggressiva dell’imperialismo statunitense. L’amministrazione americana mira innanzitutto alla Cina, che è il principale partner del regime di Pyongyang. Non a caso le pressioni sulla Corea del Nord sono aumentate di potenza, da anni, parallelamente all’integrazione crescente dell’economia cinese nel mercato mondiale. La maggior parte degli scambi economici internazionali della Corea del Nord, ed in particolare le consegne di idrocarburi vitali al funzionamento dell’economia nordcoreana, passa attraverso la frontiera sino-coreana. Anche quando le sanzioni dell’ONU contro la Corea del Nord sono state accettate dalla Cina, ciò non ha mai significato l’arresto completo degli scambi, visto che passano per molti intermediari locali. La Cina, nel 2003, sotto la pressione degli Stati Uniti, è giunta al punto di interrompere per tre giorni consecutivi le consegne di petrolio alla Corea del Nord, ma poi ciò non si è più ripetuto. Oggi è soprattutto lei ad approfittare delle ricchezze minerarie nordcoreane che sono ben lungi dall’essere trascurabili, e non vede perché vi dovrebbe rinunciare.

Il Giappone è l’imperialismo rivale degli Stati Uniti nella regione, e le relazioni tra le due potenze sono sempre state un elemento di importanza fondamentale per la politica americana. Gli Stati Uniti, dalla guerra di Corea all’intervento americano nel Vietnam, per finire con l’attuale demonizzazione del regime di Pyongyang, finora hanno sempre saputo assicurarsi la collaborazione giapponese. Da parecchi decenni, la rivalità economica americano-giapponese pare essere relativamente rilassata. Questo almeno è ciò che appare. Di sicuro, però, il peso economico e politico del Giappone è un elemento che grava nei calcoli di Washington, soprattutto in un periodo di crisi economica. Per ora, comunque, il Giappone si presta al gioco di Trump.

Quanto alla Corea del Sud, questa è sempre stata un alleato sottomesso agli Stati Uniti. Oggi però è un paese che possiede imprese di cui alcune sono diventate concorrenti di quelle degli USA. La rivalità tra Samsung e Apple sul mercato delle telecomunicazioni ne è un esempio. Le industrie automobilistiche e navali sudcoreane sono molto competitive, per ricorrere al gergo dei capitalisti. Ciò non ha cancellato il rapporto di dominazione tra gli Stati Uniti e la Corea del Sud, ma ne ha un po’ modificato i termini.

Gli interessi immediati dei gruppi sudcoreani non sono sempre in linea con le scelte della politica americana. La presenza del “diavolo” nordcoreano è certamente servita in gran parte alla borghesia sudcoreana, permettendole di giustificare la repressione e lo sfruttamento che ha sempre fatto subire alla sua classe operaia. Allo stesso tempo, però, essa ha anche cercato, dal canto suo, di stabilire relazioni economiche con il Nord, dove ci sono materie prime che interessano il Sud, come il carbone, il ferro ed altri minerali metalliferi. Per non parlare dei lavoratori nordcoreani, che potrebbero costituire una manodopera qualificata a buon mercato per i capitalisti sudcoreani.

Ciò del resto ha motivato la creazione nel 2003 della zona economica di Kaesong, nella Corea del Nord, a cinque chilometri dal confine. 50.000 operai nordcoreani vi venivano ogni giorno a lavorare in più di un centinaio di imprese sudcoreane. Nel febbraio 2016, il regime sudcoreano, dopo il lancio di un missile nordcoreano e soprattutto spinto dall’amministra­zione Obama, ha dovuto sospendere le attività delle sue imprese nella zona di Kaesong. Il potere attuale, tuttavia, su pressione degli industriali sudcoreani, cerca da molti mesi di rimettere la zona di Kaesong in esercizio. Alla fine d’agosto, in pieno periodo di “tensione nucleare” e mentre gli eserciti sudcoreani ed americani procedevano ai loro esercizi militari annuali, il governo sudcoreano ha ufficialmente richiesto la riapertura della zona di Kaesong. E non è stato il regime di Pyongyang ad opporvisi, ma la diplomazia americana.

La minaccia non è là dove si vuol far credere

Non si vede, dunque, nei rapporti di forza tra gli Stati Uniti, il Giappone, la Cina e le due Coree, cosa oggi potrebbe portare ad un vero inizio delle ostilità. Nessuna delle parti ne ha l’interesse. E i discorsi infiammati di Kim Jong-un servono da pretesto agli Stati Uniti per giustificare la loro politica di dominazione su tutta la regione.

È vero che i due protagonisti, Trump da un lato, Kim Jong-un dall’altro, giocano la carta della provocazione. Quanto vi sia di messinscena e quanto di delirio personale nel loro atteggiamento è impossibile saperlo. In ogni caso, le politiche degli Stati che essi rappresentano hanno motivazioni più fondamentali.

Per quanto riguarda Kim Jong-un, la sua dittatura si basa su un esacerbato nazionalismo quale suo principale punto d’appoggio e lo spinge sempre a rincarare. Non ci si deve però fidare delle caricature dei mass media. Il regime di Pyongyang, infatti, cerca sempre di intrecciare partnership economiche nella misura in cui gli è possibile. Oltre alla zona di Kaesong, nel 2010 è stata rilanciata una zona economica e commerciale a Rason, sulla tripla frontiera sino-russo-nordcoreana, per permettere agli investitori stranieri di insediarvisi. Lì si trova la più grande raffineria di petrolio della Corea del Nord. L’isolamento del paese è dovuto soltanto alla politica d’embargo imposta dagli Stati Uniti.

Per quanto riguarda Trump, non è la prima volta che un presidente degli Stati Uniti è reputato di non avere tutte le rotelle a posto. Ciò però non è mai stato un problema per l’imperialismo americano. Il suo apparato di Stato è costituito da alti funzionari selezionati, qualificati, dediti ai suoi interessi, che sanno gestire, controllare e persino utilizzare gli eccessi di colui che incarna il potere. La politica aggressiva dell’imperialismo americano ha cause ben più di fondo rispetto alle provocazioni del dittatore nordcoreano, quali la crisi economica mondiale e le tensioni geopolitiche che tale politica inasprisce. E se c’è una minaccia per la stabilità di questa regione del mondo, sta lì.

13 settembre 2017


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