Internazionale
Vaccinazione

un importante progresso medico, rimesso in discussione in nome della libertà di scelta

Da “Lutte de classe” n°186 – Settembre – ottobre 2017

Quella che pubblichiamo di seguito è la traduzione di un articolo pubblicato su Lutte de classe numero 186 del settembre-ottobre 2017. La polemica che si è scatenata anche in Italia nei mesi scorsi sull’obbligo delle vaccinazioni ha le stesse caratteristiche, più o meno, di quella francese. Naturalmente, anche la parte che ricostruisce sommariamente la storia dei vaccini ha un’importanza generale. La questione in Italia si intreccia con la campagna elettorale permanente che detta i temi e i toni delle polemiche politiche.

Così abbiamo visto il presidente della Regione Veneto, il leghista Zaia, cavalcare gli umori dei “No Vax” in contrapposizione al governo e alla ministra della Salute Lorenzin, probabilmente per rianimare lo “spirito autonomista” in vista di un referendum federalista che rischia di essere ignorato dalla maggioranza dei veneti. Poi Beppe Grillo e il suo Movimento hanno difeso l’ipocrita posizione della “libertà vaccinale” contro il governo, guadagnandosi un commento sul New York Times intitolato “Populismo, politica e morbillo”. Senza dimenticare che lo scorso maggio la ministra Fedeli ha attaccato la Lorenzin in nome della difesa del diritto all’istruzione. L’intera vicenda, in ogni caso, non è finita: il ricorso alla Corte Costituzionale della giunta regionale veneta contro il decreto Lorenzin avrà la sua prima discussione il prossimo 21 novembre.

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In Francia il progetto della ministra della sanità Agnès Buzyn di rendere obbligatori, dall’inizio del 2018, undici vaccini invece dei tre attuali per i bambini di età inferiore ai due anni, ha rilanciato la polemica sulla vaccinazione. Gli oppositori si fanno sentire nei media e su Internet, mentre le istituzioni della sanità faticano a convincere della necessità della misura in oggetto.

La vaccinazione è uno strumento prezioso nella lotta contro le malattie infettive ed ha contribuito all’arretramento della mortalità, in particolare di quella infantile. La sua attuale rimessa in discus­sione è il riflesso della perdita di fiducia nelle au­torità sanitarie e nell’industria farmaceutica, come conseguenza dei molteplici scandali che hanno segnato la storia recente del sistema sanitario.

Oppositori alla vaccinazione sempre più attivi

Se duecento medici hanno firmato una petizione a favore dell’obbligo vaccinale, facendo leva sulla recrudescenza di malattie come il morbillo o la pertosse, quelli che si fanno più sentire, in parti­colare su Internet, sono gli oppositori a questa misura. Il 9 settembre scorso, erano soltanto alcune centinaia gli oppositori alla vaccinazione che a Parigi sfilavano davanti al Ministero della Sanità a favore della “libertà di scelta vaccinale”, ma coloro che si dichiarano diffidenti nei con­fronti della vaccinazione o di un particolare vaccino sono molto più numerosi.

C’è sempre stata una parte della popolazione contraria alla vaccinazione, adducendo che quest’ultima sarebbe pericolosa, metterebbe in pericolo le libertà individuali e si opporrebbe alla natura. Ma da qualche anno questa corrente ha acquisito un nuovo vigore, milita attivamente sul web e le reti sociali, al punto da apparire ad alcuni come contestatrice poiché attacca le lobby dell’industria farmaceutica.

Negli Stati Uniti, la corrente antivax è partico­larmente ben rappresentata nel partito repubbli­cano, in alcuni stati come il Texas. Donald Trump ha cercato durante tutta la sua campagna di for­nire garanzie ai numerosi gruppi anti-vaccini, con dichiarazioni come: “La vaccinazione è la più grande impostura medica di tutti i tempi” o “non amo l’idea di iniettare cose malsane nel corpo”. Donald e Melania Trump, che non hanno fatto fare tutte le vaccinazioni consigliate al loro figlio di undici anni, si pongono ormai come araldi contro “i diktat della politica vaccinale”.

In Francia, vari siti indirizzano l’ospite verso studi pseudoscientifici, si citano reciprocamente ed accreditano l’idea di un complotto ordito da scienziati e laboratori pro-vaccinazione. Una delle figure più emblematiche di questa corrente anti-vaccinica è il professore Henri Joyeux, ex cancerologo, oggi radiato dall’ordine dei medici. Molto vicino all’organizzazione “Famiglie di Francia”, di destra tradizionalista, conosciuto per le sue posizioni contro l’aborto, il matrimonio per tutti e l’omosessualità, è alla testa di un “Istituto per la tutela della salute naturale” e produce in continuazione lettere aperte e petizioni su Internet prendendosela con quello che chiama l’impero del vaccino diretto dalla Big Pharma.

Più conosciuta è Michèle Rivasi, deputata europea di Europa Ecologia I verdi (EELV). Nel febbraio scorso, era stata disconosciuta dal suo gruppo per aver tentato di organizzare al Parlamento europeo un dibattito con Andrew Walkefield, autore di una rapporto completamente fraudolento su un immaginario legame tra autismo e vaccinazione contro il morbillo. Oggi la Rivasi denuncia la vaccinazione obbligatoria poiché si opporrebbe alla libera scelta dell’individuo, in questo caso dei genitori, di fare o non fare vaccinare i loro bambini.

La storia della vaccinazione e la lotta contro la mortalità con infezione

È tuttavia dar prova di una vera cecità il rimettere in discussione il principio della vaccinazione. Grazie ai vaccini, associati alle misure d’igiene, le epidemie che un tempo erano un vero flagello sono quasi scomparse e la speranza di vita è quasi raddoppiata in cento anni. Le campagne mondiali di vaccinazione hanno permesso di debellare il vaiolo dalla superficie del pianeta, e forse presto la poliomielite.

Il primo vaccino ad essere scoperto fu quello contro il vaiolo, malattia estremamente contagiosa e spesso mortale. Quando un paziente ne guariva, questi conservava cicatrici sgradevoli, ma era protetto a vita (oggi si direbbe immunizzato). Ciò fornì l’idea di praticare “vaiolizzazioni” inserendo sotto pelle − inoculando − un po’ di pus o la crosta di una pustola. In tal modo si innescava una malattia generalmente moderata e le persone “vaiolizzate” erano di conseguenza protette. Questo metodo, descritto in Cina fin dal 16° secolo, seguì la strada della seta nell’Impero ottomano, per giungere poi in Europa, dove entusiasmò i pensatori dei Lumi, tra cui Voltaire.

L’inoculazione del vaiolo era lungi dall’essere senza pericolo, poiché poteva causare una infezione grave, a volte mortale. Alla fine del 18° secolo, un medico inglese di campagna, Edward Jenner, che praticava questa tecnica, constatò che le persone che mungevano mucche colpite da una malattia benigna somigliante al vaiolo, il vaiolo bovino, erano protette in occasione di epidemie. Nel 1796, Jenner realizzò la prima vaccinazione, cioè l’inoculazione di vaiolo bovino, usando pustole di mucche malate. La parola vaccinazione trova dunque la sua origine nella parola vacca, in latino.

Nel 1808 il Parlamento inglese decise la costru­zione di uno stabilimento nazionale del vaiolo bo­vino, ma occorse attendere il Vaccination Act del 1853, poi quello del 1867, perché la vaccinazione contro il vaiolo si generalizzasse veramente in In­ghilterra, quindi nel resto dell’Europa, e la morta­lità iniziasse a diminuire.

Per quasi un secolo, il vaccino contro il vaiolo fu il solo disponibile. La sua scoperta era in gran parte empirica poiché il virus stesso non era conosciuto. Ciò cambiò molto negli ultimi anni del 19° secolo, quando i lavori delle equipe di Louis Pasteur in Francia e di Robert Koch in Germania permisero di stabilire un legame tra vari microbi e malattie infettive, quindi di isolare i microbi, coltivarli e modificarli in laboratorio per attenuare la loro virulenza ed inocularli a fini protettivi. Era meglio attenuare la virulenza dei microbi mediante riscaldamento o utilizzando diversi agenti chimici, ucciderli o modificare le tossine che sprigionavano? Tutte le possibilità furono esplorate e discusse… su uno sfondo di rivalità franco-prussiana.

Nel corso del 20° secolo, furono scoperti nuovi vaccini, sia umani che veterinari. Nel 1914 il vaccino contro la tifoide fu utilizzato nel fango delle trincee; il BCG di Calmette e Guérin, elaborato usando un bacillo tubercolotico bovino, fu testato la prima volta nel 1922. I vaccini contro la difterite − malattia che può causare la morte di lattanti per soffocamento −, il tetano e la pertosse furono disponibili negli anni ’20 - ’30.

A quell’epoca, quasi un secolo fa, si iniziò inoltre ad utilizzare i sali d’alluminio come additivo per aumentare l’efficacia vaccinica, cosa che permise di iniettare quantità inferiori e di diminuire il numero di richiami necessari.

Dopo la seconda guerra mondiale, si puntò a colpire le malattie virali. Nel 1952, si verificò un’importante epidemia di poliomielite negli Stati Uniti, che accelerò la ricerca di un vaccino, sperimentato in occasione di un primo test clinico veramente di massa nelle grandi città americane tra il 1954 ed il 1956.

In seguito, grazie alle colture cellulari, i ricerca­tori misero a punto vaccini contro le infezioni virali dell’infanzia: morbillo (1962), orecchioni (1967), rosolia (1969), varicella (1974). Il vaccino contro la rosolia fu il primo a riguardare un settore mirato di popolazione, quello delle donne prima di una gravidanza, poiché la rosolia, malattia infantile benigna, può causare malforma­zioni fetali gravi. Gli Stati Uniti, del resto, onde evitare un numero di aborti troppo grande per sospetta rosolia, decisero di raccomandare il vaccino alle ragazze prima della pubertà.

Da una trentina di anni, si assiste allo sviluppo di vaccini detti anticancro. Il termine è inesatto, ma significa che questi vaccini prendono di mira patologie contagiose che possono, nel corso della loro evoluzione, spesso decine di anni più tardi, generare un cancro. È il caso del vaccino contro l’epatite B, malattia che può causare il cancro al fegato, messo a punto all’inizio degli anni ’80, e dei vaccini contro i papillomavirus, responsabili del cancro al collo dell’utero e commercializzati nel 2006.

Oggi, i tre vaccini obbligatori in Francia sono quelli contro la difterite, il tetano e la poliomie­lite. Sono più vecchi, diventati obbligatori rispet­tivamente nel 1938, 1940 e 1964, ad un’epoca in cui le malattie infettive erano un problema di sanità pubblica più grave, che causava numerose morti. Gli altri otto vaccini che dovrebbero diventare obbligatori nel 2018 per i bambini di età inferiore ai due anni − quelli contro la pertosse, il morbillo, gli orecchioni, la rosolia, l’epatite B, l’Haemophilus influenzae, il pneumococco ed il meningococco C − sono attualmente raccoman­dati. Non perché queste malattie sarebbero meno gravi o meno importanti o meno efficaci, al contrario. Semplicemente perché sono stati messi a punto più tardi, quando l’importanza della vaccinazione non era più da dimostrare e lo Stato ha ritenuto non fosse più necessario renderli obbligatori, poiché si poteva contare sulla forte adesione della popolazione e dei medici per garantire la vaccinazione di tutti i bambini.

È possibile parlare di scelta individuale in materia di sanità pubblica?

Oggi, la vaccinazione è, in un certo qual modo, vittima del suo successo. I vaccini hanno per­messo una diminuzione del numero di malati, al punto che il loro effetto benefico non è forse più così visibile e che alcuni, nei paesi ricchi, fini­scono per rimettere in discussione la loro impor­tanza. Come percepire l’utilità di vaccini come quelli contro il morbillo o la pertosse, quando oggi, in Francia, le vittime provocate da queste malattie sono molto rare? Chi, fra le persone al di sotto dei 50 anni di età, conosce nel suo ambiente una persona contaminata dalla difterite o la polio­mielite?

L’assenza di pazienti non significa tuttavia che le malattie ed i microbi che le originano siano scom­parsi. Questi microbi continuano a circolare e possono infettare le persone vaccinate male o per niente. Per questo è da irresponsabili parlare di “libertà vaccinale”, così come sostenere che vac­cinarsi o non vaccinarsi debba essere una scelta personale. La materia vaccinica, per sua natura, non permette di ragionare individualmente. Ad eccezione di alcuni vaccini come il tetano, il quale conferisce soltanto una protezione individuale − poiché non è possibile eliminare il serbatoio di bacilli tetanici nel suolo − la maggior parte dei vaccini hanno una finalità collettiva, mirano a proteggere un gruppo od una popolazione.

Il vaccino contro l’influenza non ha solo l’obiettivo di premunire se stessi ma anche di proteggere gli altri, in particolare coloro che sono troppo fragili per essere vaccinati, ad esempio i neonati o le persone immunodepresse. Gli specia­listi in epidemiologia parlano di “effetto di grup­po”: occorre che una percentuale importante della popolazione sia vaccinata – in modo che la coper­tura vaccinica sia sufficiente − perché il microbo cessi di propagarsi. Ad esempio, per il morbillo, malattia molto contagiosa, la copertura vaccinica dovrebbe essere pari al 95%. Oggi, in Francia, essa è inferiore all’80%, un tasso di molto insuffi­ciente a proteggere tutta la popolazione.

Le malattie infettive, lungi dall’essere scomparse, continuano a fare vittime, in particolare nei paesi poveri. Si ritiene siano dieci milioni i bambini al di sotto dei 5 anni di età che muoiono ogni anno di malattie infettive. La metà di questi decessi potrebbe essere evitata grazie alla vaccinazione. Il morbillo, ad esempio, resta una delle cause importanti di decessi nella prima infanzia, mentre esiste un vaccino sicuro ed efficace. Nel 2015, 134.200 persone nel mondo, in maggioranza bambini che hanno meno di 5 anni di età, sono morte di morbillo… ma la cifra era di 2,6 milioni nel 1980, prima dell’introduzione del vaccino.

Nel mondo dei microbi, è sufficiente che un equilibrio si rompa perché malattie che si credevano scomparse riappaiano. In Siria, fino al 2010, il 95% dei bambini era vaccinato contro la poliomielite, ma con la guerra le condizioni d’igiene si sono degradate, i bambini sono stati vaccinati meno efficacemente e spesso sono diventati dei profughi. Risultato, la Siria ha conosciuto nel 2013 un’epidemia di poliomielite.

La difterite è riapparsa in Russia e negli Stati dell’ex URSS dal 1990 al 1997 con un’importante epidemia direttamente legata allo smembramento dell’URSS. Il bacillo difterico continua attual­mente a circolare in Europa. Nel 2015, un bambi­no spagnolo non vaccinato è morto di difterite a Barcellona.

Molti paesi europei, fra cui la Francia, hanno conosciuto recenti epidemie di morbillo. Tra il 2008 ed il 2016, sono stati accertati 24.000 casi di morbillo, che hanno comportato ospedalizzazioni, complicazioni e dieci decessi. Dall’inizio del 2017, più di 150 bambini sono stati ospedalizzati per forme gravi di questa malattia ed un adolescente di sedici anni è morto a Marsiglia nel giugno scorso. Tutti quei casi riguardavano bambini non vaccinati o vaccinati in modo non efficace.

Tali epidemie di morbillo sono state certamente tra le ragioni che hanno condotto i governi di vari paesi, fra cui la Francia, a rivedere la loro politica vaccinica.

Una diffidenza verso le autorità sanitarie alimentata da scandali a ripetizione

In Francia, il calendario vaccinale – vaccini obbligatori o raccomandati, età in cui devono essere effettuate le iniezioni ed avvenire i richiami – è elaborato dalla Commissione tecnica delle vaccinazioni (CTV) che si basa su diverse raccomandazioni internazionali, tra cui quelle dell’OMS. Il calendario vaccinale cambia regolarmente e non è omogeneo nell’Unione europea. Tredici paesi europei prevedono l’obbligo di almeno un vaccino, mentre quindici formulano soltanto raccomandazioni vaccinali… che possono essere a volte imperative quanto gli obblighi. In Germania, ad esempio, paese in cui non esiste un obbligo vaccinale, nel giugno scorso, in piena epidemia di morbillo, le autorità hanno chiesto ai direttori di nidi e di scuole materne di segnalare i genitori che rifiutavano di far vaccinare i loro bambini e hanno legiferato ammende fino a 2.500 euro. Quanto al tasso di copertura vaccinica, questo è molto variabile a seconda dei paesi. In Svezia, dove nulla è obbligatorio, il 96% dei bambini è vaccinato con tutti i vaccini raccomandati, e ciò da molti anni.

Il problema non consiste dunque nel fatto che un vaccino sia obbligatorio o raccomandato, ma che se ne comprenda la necessità e venga effettuato. Ed è ovvio che una parte cospicua della popolazione non ha fiducia nei vaccini, e se prima ce l’aveva, ora l’ha persa. Questa tendenza segue la curva discendente della fiducia verso l’industria farmaceutica sulla scia degli scandali che, dall’ormone di crescita al Médiator, passando per il sangue contaminato e le protesi PIP, hanno costellato la storia recente di tale industria.

L’episodio che senza dubbio ha intaccato più durevolmente la fiducia nella vaccinazione è quello della vaccinazione contro l’influenza H1N1 del 2009. Si trattava allora di una nuova variante del virus dell’influenza che faceva temere una pandemia, cioè un’epidemia mondiale, poiché nessuno era immunizzato contro questo nuovo virus. Il ministro della sanità dell’epoca, Roselyne Bachelot, ordinò l’acquisto di 94 milioni di vaccini a Sanofi-Pasteur, GSK e Novartis, che approfittarono della fortuna inaspettata fissando un prezzo elevato, sotto il pretesto di vincoli di calendario. Il governo promise loro una cifra totale di 896 milioni di euro, l’equivalente del deficit di tutti gli ospedali pubblici. Si riscontrò ben presto che il virus era fortunatamente meno virulento del previsto, che era sufficiente una sola dose, e non due o tre, e che tutti i vaccini acquistati ed immagazzinati non si sarebbero utilizzati – solo 6 milioni lo furono realmente. Ciononostante, il governo acquistò ad un prezzo sproporzionato buona parte delle dosi ordinate e versò un risarcimento di 48 milioni di euro ai laboratori, curando così… gli azionisti.

Un’altra ragione addotta dai vaccino-scettici sarebbe il timore di effetti secondari, sempre difficili da provare. A differenza di un farmaco classico, il vaccino non ha lo scopo di curare ma di prevenire, ed è somministrato a milioni di persone in buona salute. Quando alcuni vaccinati in seguito si ammalano, può essere difficile provare che il vaccino non ha colpa.

È ciò che si produsse tra il 1994 ed il 1998, quando una campagna massiccia fu organizzata per vaccinare contro l’epatite B, una malattia grave a trasmissione soprattutto sessuale ed ematica. Nello spazio di quattro anni, un terzo della popolazione francese fu vaccinato, un record su scala mondiale. Un record che si trasformò in polemica, via via che vennero accertati casi di sclerosi a placche in persone recentemente vaccinate. Si passò così da 36 sclerosi a placche post-vaccinali nel 1992 a 246 nel 1996.

Ma correlazione non significa causalità. La sclerosi a placche è una malattia del sistema nervoso le cui cause non sono ben chiare e si manifesta soprattutto nell’adulto giovane, precisamente la popolazione più vaccinata, cosa che spiega la correlazione osservata. Dopo di allora, si è provato che non ci sono legami di causalità tra la vaccinazione contro l’epatite B e la sclerosi a placche, purtuttavia è rimasto un dubbio duraturo nei confronti di questo vaccino.

Oggi, gli additivi a base d’alluminio sono messi sulla graticola. Sebbene siano utilizzati in numerosi vaccini sin dagli anni ’20 senza alcun problema, alcuni gruppi di ricerca li ritengono causa di una malattia del muscolo, la miosite macrofagica, che può portare ad una sindrome di affaticamento cronico, mentre altri scienziati si oppongono a queste conclusioni.

Non spetta a noi prendere parte a questo dibattito, ma se altri studi devono essere realizzati ed eventualmente sperimentare altri additivi, non occorre dimenticare che, in materia di vaccinazione, il problema consiste nel valutare il rapporto tra rischi e benefici, e ciò lo si deve fare vaccino per vaccino.

Più una malattia è rara, più gli effetti secondari attribuiti al vaccino aumentano. Si tratta di un ovvio principio matematico. Negli anni ’60-’70, si poteva morire più per le complicazioni della vaccinazione contro il vaiolo che per la malattia stessa, poiché questa era in via di sparizione. Ciononostante, sarebbe stato stupido interrompere la vaccinazione in quel momento.

Determinare una politica vaccinale non ha nulla di ovvio. I pareri internazionali di medici, farmacisti, infettologhi, microbiologi, specialisti in epidemio­logia sono necessari. Ebbene, l’attuale e legittima diffidenza verso l’industria farmaceutica e le isti­tuzioni è tale che le risposte degli scienziati pena­no a convincere il pubblico, una parte del quale arriva a rifiutarne il ragionamento scientifico, contesta le cifre date, e fa proprie, senza alcuna critica, le voci o le false informazioni.

L’industria del vaccino, un’industria capitalistica come un’altra

Negli anni ’50, Jonas Salk, l’inventore del vaccino contro la poliomielite, quando gli parlarono di denaro e dell’importanza di depositare un brevetto, replicò che “non si brevetta il sole”. Per molto tempo, i vaccini furono prodotti da organismi pubblici o semipubblici per conto dell’OMS, come in Francia l’Istituto Pasteur. Fino all’inizio degli anni ’90, l’URSS era il più grande produttore di vaccini destinati ai paesi dell’Europa dell’Est e del continente africano. Oggi, quasi tutti i vaccini prodotti nel mondo sono prodotti da un pugno di grandi gruppi privati. I quattro grandi laboratori farmaceutici Merck, Sanofi, GSK e Pfizer realizzano il 65% del fatturato mondiale del settore. Accanto a loro, un piccolo numero di imprese cinesi, brasiliane ed indiane produce essenzialmente vaccini di base a basso costo.

Il prezzo dei vaccini, come quello degli altri farmaci, è contrattato con i poteri pubblici, in Francia con il Comitato economico dei prodotti sanitari (CEPS). Ogni nuovo collocamento sul mercato si accompagna ad una contrattazione che riguarda il prezzo di vendita ed il tasso di rimborso da parte della Previdenza sociale. I vaccini più vecchi sono venduti ad un prezzo relativamente moderato - attorno ai 6 euro per il vaccino contro l’influenza, ai 14 euro per quello contro il morbillo, la parotite e la rosolia − ma quelli che sono stati appena messi sul mercato sono nettamente più costosi – oltre i 100 euro la dose per il vaccino contro i papillomavirus. Si è evidentemente molto lontani dalle somme astronomiche pretese dai laboratori per alcuni trattamenti anticancro o per il Sovaldi, trattamento contro l’epatite C il cui prezzo, dopo lunghe ed ardue contrattazioni, è stato fissato a 28.700 euro. Garantire profitti alle imprese private con il denaro pubblico, in questo caso quello della Previdenza sociale, è una caratteristica dell’economia capitalistica, che si tratti di società di autostrade o di laboratori farmaceutici.

Alcuni ritengono che il progetto di estensione degli obblighi vaccinali avrebbe un solo scopo, quello di compiacere i laboratori. Non è probabilmente la principale ragione, anche se è evidente che l’industria farmaceutica è estremamente redditizia e che nella nostra società tutto finisce nelle tasche dei capitalisti, indipendentemente dall’utilità di ciò che si produce.

Attualmente, Sanofi realizza il 13,5% del proprio fatturato nella sua branca dei vaccini (4,58 miliardi di euro su un totale di 33,8 miliardi per il 2016). Questo settore va bene, soprattutto grazie alle esportazioni verso paesi come gli Stati Uniti, la Cina, il Brasile o l’Australia. Il progetto governativo non dovrebbe comportare un aumento importante del volume delle vendite sul territorio francese, dato che la maggior parte dei bambini è già vaccinata con i vaccini oggi raccomandati. All’età di due anni, il 96% di loro lo è contro la pertosse e l’Haemophilus influenzae, il 91% contro il pneumococco. In compenso, solo il 78% è efficacemente vaccinato contro il morbillo, gli orecchioni, la rosolia ed il 69% contro il meningococco C.

“La vaccinazione, una cosa che non si discute”, aveva dichiarato la ministra della sanità Marisol Touraine nel 2015. Probabilmente. Ma tali dichiarazioni non bastano a convincere. Si può criticare l’individualismo in nome dell’interesse generale, certamente, ma questa critica è difficilmente udibile quando proviene da governi che si sono susseguiti effettuando tagli drastici nella sanità e nella ricerca pubbliche. Non c’è da stupirsi se gli appelli alla solidarietà siano male accolti quando le solidarietà sociali sono attaccate in ogni campo, dalle pensioni all’indennità di disoccupazione passando per l’assistenza sociale.

La ministra Agnès Buzyn difende l’estensione dell’obbligo vaccinale ritenendolo “un imperativo di sanità pubblica”. Il paradosso è che questa misura rischia di rafforzare ancor di più i riflessi di diffidenza e di alimentare le teorie complottiste. In questo campo come in altri, l’arretramento delle idee comuniste, od anche semplicemente dell’idea che la scienza è un fattore di progresso, porta alla difesa di teorie decisamente reazionarie. Dopo la critica delle vaccinazioni obbligatorie, a quando la discussione sulla scuola obbligatoria, che è lungi dall’essere perfetta? Criticare Big Pharma senza affrontare il problema alla sua radice, senza volersi assumere il compito di rovesciare il capitalismo, nella migliore delle ipotesi è inutile, nella peggiore dannoso.

Le scoperte scientifiche e le loro applicazioni − la vaccinazione è una di queste − hanno permesso progressi straordinari per l’umanità e continueranno, ne siamo convinti, su più vasta scala in una società comunista, liberata dal dominio dei capitalisti, quelli dei laboratori farmaceutici e quelli di qualsiasi altra specie.

13 settembre 2017


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