Internazionale

Bordighismo e trotskismo

Da “Lutte de classe” n° 186 – Settembre – ottobre 2017

Nel suo libro la malattia infantile del comunismo (l’estremismo), Lenin cercava di rispondere alle posizioni di un certo numero di tendenze allora presenti nel movimento comunista internazionale, che oggi si potrebbero definire come dell’ultra-sinistra. Una era quella di uno dei fondatori del partito comunista italiano, Amadeo Bordiga.

Come indicava il titolo, Lenin considerava che c’era nell’esistenza di queste correnti un sintomo infantile. È vero che, con ragione, un certo nume­ro di militanti reagivano al tradimento della IIa In­ternazionale, al suo riformismo profondamente ancorato, al suo elettoralismo ed il suo parlamen­tarismo. Tuttavia, mentre respingevano le com­promissioni dei riformisti, respingevano anche l’idea che i militanti comunisti potessero elabo­rare una tattica nei confronti di organizzazioni riformiste, politiche o sindacali.

Respingevano anche l’idea di un utilizzo rivoluzionario delle istituzioni della borghesia, ed in particolare della tribuna parlamentare. Lenin parlava d’infantilismo perché per lui, nella scuola della politica rivoluzionaria, significava starsene al livello dell’apprendistato dell’alfabeto.

Persistere su tale strada rischiava di rinchiudere queste correnti in una politica puramente proclamatrice, e finalmente ridurle all’impotenza. Lenin sperava che l’assimilazione delle lezioni della rivoluzione russa, ed in particolare della politica adottata dal partito bolscevico, avrebbe permesso di superare questo infantilismo. Questi militanti giungevano al punto di vedere in ogni intervento concreto nelle masse, che si rivolgesse a loro partendo dal loro livello di coscienza politica, una compromissione inaccettabile. Lenin pensava che, sotto la direzione dell’Internazionale comunista, avrebbero potuto andare oltre ai loro pregiudizi iniziali. Con l’imparare come partire dalla realtà concreta per elaborare una politica giusta, avrebbero potuto contribuire alla maturazione di vere direzioni rivoluzionarie proletarie.

Una malattia infantile purtroppo persistente

In realtà, molte di queste correnti si rivelarono incapaci di evolvere. D’altra parte, sembrava a molti che la rapida degenerazione dell’Internazionale comunista, contemporanea­mente a quella della stessa Unione sovietica, giustificasse il loro giudizio di partenza. La politi­ca dei partiti comunisti fu rapidamente tanto opportunista quanto quella dei partiti riformisti rimasti fedeli alla IIa Internationale. Quella con­dotta dall’Unione sovietica sotto la direzione di Stalin diventò cinicamente contro-rivoluzionaria, pronta a tutte le compromissioni con l’imperia­lismo, nel pieno disprezzo degli interessi del pro­letariato. Da parte loro, verificando purtrop­po la peggiore ipotesi di Lenin, le correnti estre­miste ridussero il loro comunismo alla ripetizione di formule ed a proclamazioni, condannandosi all’impotenza.

Certamente, è giusto difendere la teoria rivoluzio­naria con intransigenza, ma per ciò non basta enunciare formule senza saperle collegare alla realtà. Già, descrivendo la pratica della IIa Inter­nazionale, Trotsky puntava del dito la scissione tra il suo programma massimo ed il suo program­ma minimo. Il primo comportava l’adesione for­male ai principi del marxismo e la propaganda per un futuro socialista e comunista, ma era riser­vato, secondo i suoi termini, ai discorsi della do­menica. Il secondo, portato avanti nell’attività di tutti i giorni, consisteva nella difesa di un certo numero di rivendicazioni concrete e di riforme da adoperare nell’ambito della società esistente, e tra i due programmi non esisteva alcun vero legame.

Certamente, ogni militante sa che ogni lotta o rivendicazione concreta sorta nell’ambito del capitalismo non è necessariamente l’inizio di una battaglia che possa giungere al suo rovesciamen­to. Ben di rado lo può essere, e ciò fu particolar­mente vero nei periodi di relativa calma sociale, come quelli che hanno attraversato i partiti della IIa Internazionale. Non per questo i militanti rivo­luzionari devono ignorare queste lotte e rifiutare di parteciparvi. Anzi, devono impegnarcisi, senza per tanto dimenticare l’obiettivo finale e sapendo cogliere questa occasione di fare avanzare la co­scienza politica delle masse in un senso socialista e rivoluzionario.

È questa dimenticanza che Rosa Luxembourg tra l’altro rimproverava alla socialdemocrazia tede­sca, constatando che ne diventava anche incapace di distinguere, nelle lotte quotidiane, ciò che pote­vano contenere di potenzialità rivoluzionarie. Trotsky avrebbe poi generalizzato questo giudi­zio, mostrando come l’esperienza bolscevica ave­va saputo legare i programmi minimo e massimo in una stessa politica rivoluzionaria, quella che aveva condotto alla vittoria dell’ottobre 1917 in Russia.

Il Programma di transizione elaborato da Trotsky per la fondazione del IVa Internationale nel 1938 voleva, in modo condensato, riassumere questa politica e questo approccio. Dietro il problema dei programmi, la questione posta era quella dei partiti che fanno riferimento alla classe operaia e della loro capacità o meno di andare oltre una propaganda formale per il socialismo e di adottare un’autentica politica rivoluzionaria sulla base della realtà concreta.

La maggior parte delle correnti ultra sinistre che criticava Lenin non vedevano il problema in questo modo. Per il fatto che molte lotte che sor­gono nella società conducono al meglio a qualche riforma o concessione materiale, concludevano alla loro inutilità o le consideravano controprodu­centi perché in fin dei conti rafforzavano il capi­talismo. In un tale atteggiamento ultra sinistro Trotsky distingueva “un riformismo che ha paura di sé stesso”, poiché questi militanti stessi teme­vano, impegnandosi in lotte che concretamente avrebbero portato soltanto a qualche riforma, di diventare anche loro dei riformisti. Credevano di proteggersi del pericolo rifugiandosi nella difesa puramente formale del programma socialista. Ma in fondo questo significava, in mancanza di avere compreso come superarla, attenersi alla politica del IIa Internazionale ed accontentarsi di darle un aspetto più di sinistra con discorsi radicali senza implicazioni concrete.

Il caso del bordighismo

Fra le tendenze ultra sinistre, la corrente bordighista merita una menzione particolare. Maggioritario al momento della creazione del Partito comunista d’Italia nel 1921, si meritava allora pienamente il giudizio di Lenin che distingueva nella sua politica la malattia infantile del comunismo. Amadeo Bordiga, prima dirigente della Federazione giovanile del Partito socialista italiano in Campania, aveva combattuto risolutamente la politica di questo partito profondamente riformista, creando nel suo seno la “frazione intransigente”, poi la “frazione astensionista”. Nella rivista Il Soviet, fondata nel 1917, diventò il difensore della rivoluzione russa e della politica bolscevica nel periodo in cui, all’uscita dalla prima guerra mondiale, l’Italia avrebbe conosciuto la situazione rivoluzionaria del “biennio rosso” di 1919-1920. Parallelamente usciva a Torino la rivista l’Ordine nuovo, animata da un gruppo di giovani intellettuali rivoluzionari attorno ad Antonio Gramsci. Il Partito comunista d’Italia (PCd’I), sorto nel gennaio 1921 dalla scissione del Partito socialista al congresso di Livorno, fu così ispirato da queste due tendenze rivoluzionarie, ammiratrici della Rivoluzione russa ma anche giovani ed inesperti sia l’una che l’altra.

Le due tendenze non erano prive di possibilità e potevano completarsi utilmente. All’intransigenza dottrinale del gruppo di Bordiga si aggiungeva l’esperienza acquisita dal gruppo di Gramsci e dell’Ordine nuovo che, nel corso del “biennio rosso” aveva saputo legarsi strettamente alla classe operaia torinese e condividere le sue lotte. Tuttavia il Partito comunista dell’Italia restava numericamente debole. I suoi membri erano principalmente operai e fra loro pochi erano quadri esperti. Si poteva dire altrettanto di Bordiga e Gramsci, fosse solo per la loro gioventù poiché nel 1920 erano appena trentenni. Il fatto per Bordiga di avere difeso posizioni rivoluzionarie di principio nell’ambito del Partito socialista non poteva sostituire l’esperienza concreta dei movimenti di massa che egli non aveva. Quanto al gruppo di Gramsci, anche se aveva condiviso l’esperienza del movimento operaio torinese, non aveva saputo né potuto condurla davvero su una strada rivoluzionaria.

Purtroppo, difetti che si potevano allora considerare come segni di gioventù non ebbero affatto l’occasione di correggersi. Il riflusso dell’ondata rivoluzionaria del 1919-1920, il suo fallimento dovuto precisamente all’assenza di una vera direzione, avrebbe portato rapidamente all’ascesa del fascismo e alla presa di potere di Mussolini nell’ottobre 1922. Il Partito comunista d’Italia appena nato si rivelò troppo debole ed inesperto per affrontare tale periodo. Ad esempio, mentre alcune reazioni notevoli si producevano nel movimento operaio, come la creazione della milizia degli Arditi del popolo che tentavano di organizzare la difesa fisica delle organizzazioni proletarie, anziché schierarsi con questo fronte unico prima dell’ora, il Pcd’I preferì scegliere un atteggiamento d’isolamento settario, caratteristico delle concezioni ultra sinistre di Bordiga. Il fascismo non lasciò al PC il tempo di correggere utilmente questi atteggiamenti, poiché molto rapidamente fu tutto il movimento operaio a conoscere la repressione, gli arresti, le deportazioni al confino, luogo di detenzione dove i militanti erano isolati.

Parallelamente, l’Internazionale comunista fonda­ta dai bolscevichi, di cui Lenin avevano sperato che sarebbe stata una guida che aiutasse giovani direzioni rivoluzionarie come quella del Pcd’I ad evolvere nel buon senso, si rivelava sempre più incapace di svolgere questo ruolo. La decomposizione dello Stato operaio sorto nell’ottobre 1917 si manifestava con l’allontanamento degli elementi rivoluzionari più sani, a profitto di dirigenti scelti soprattutto per la loro servilità nei confronti della direzione. All’interno del Partito comunista d’Unione sovietica, la tendenza staliniana si fece l’espressione politica della burocrazia che si rafforzava nello Stato ed iniziò a combattere ferocemente l’opposizione di sinistra che si raggruppava attorno a Trotsky.

Di fronte a questa situazione, Gramsci e Bordiga ebbero atteggiamenti diversi. Preoccupato dalla lotta che si svolgeva alla testa del partito bolsce­vico, Gramsci non ne capì tempestivamente la natura e si limitò, in una lettera indirizzata ai diri­genti russi, a raccomandare loro l’unità facendo valere le conseguenze drammatiche che le loro divisioni potevano avere per il movimento comu­nista internazionale. È vero che Togliatti, allora rappresentante del PCd’I presso l’Internazionale, giudicò però questa lettera ancora troppo critica riguardo a Stalin e la mise sotto lo staio. Bordiga in compenso era preparato da tutto il suo passato d’intransigenza a riconoscere i primi segni d’opportunismo. Si erse dall’inizio contro Stalin e si mostrò solidale di Trotsky e dell’Opposizione di sinistra. Ebbe in particolare il coraggio di affrontare direttamente Stalin nel corso di una riunione dell’Esecutivo allargato dell’Internazionale comunista, nel febbraio 1926, irritando passabilmente quest’ ultimo.

In occasione del congresso del PCd’I tenutosi lo stesso anno 1926 nell’esilio, a Lione, le due tendenze si affrontarono. Come lo riflettono le tesi adottate da questo congresso di Lione, Gramsci combatté le posizioni ultra sinistre di Bordiga, difendendo in particolare la concezione del Fronte unico assunta dall’Internazionale e la necessità di andare oltre le proclamazioni per adottare una politica comunista che sapesse partire dalle lotte reali. Purtroppo, ed anche se le sue posizioni erano formalmente giuste, si faceva allo stesso tempo lo strumento della direzione dell’Internazionale in corso di burocratizzazione, preoccupata di allontanare Bordiga giudicato troppo indocile.

I militanti attorno a Bordiga si orientarono verso la creazione di una tendenza indipendente. Gramsci da parte sua restava un rivoluzionario onesto che non poteva diventare uno staliniano pronto a tutte le bassezze ma, alla questione dell’atteggiamento che egli avrebbe potuto adotta­re in seguito, fu la repressione fascista che si incaricò di dare la sua risposta. Arrestato nel 1926 ed imprigionato da Mussolini, in carcere fu fu sempre più tenuto in disparte dai militanti stali­niani e privo di informazioni, anche se all’esterno l’apparato del partito e dell’Internazionale cantava le sue lodi. Non doveva uscire da detenzione, nell’aprile 1937, che per morire di malattia pochi giorni dopo.

Trotsky e la sinistra comunista

Anche Bordiga fu arrestato nel 1926 e deportato dal fascismo al confino. Fu nel 1928, nel corso di una riunione tenutasi a Pantin, nei pressi di Parigi, che i militanti in esilio della tendenza bordighista si costituirono in frazione di sinistra del partito comunista d’Italia sulla base della piattaforma che avevano presentata al congresso di Lione ed era stata minoritaria. Pur sottolineando l’esistenza di differenze con l’opposizione di sinistra trotskista che si era formata all’interno del PC dell’URSS, espressero la loro solidarietà con quest’ultima “in difesa dei vittoriosi principi dell’ottobre”. In una risoluzione, chiesero che si riunisse un congresso straordinario dell’Internazionale comunista, sotto la direzione di Trotsky, e che decidesse la reintegrazione di tutte le tendenze che ne erano state escluse.

Alla fine, Bordiga e la sua frazione furono ufficialmente esclusi dal PCd’I nel 1930 per avere espresso la loro solidarietà con Trotsky e l’opposizione di sinistra. Da parte sua Trotsky, espulso dall’URSS e che cercava di raggruppare i militanti rivoluzionari dei vari paesi in rottura con la direzione staliniana dell’Internazionale, non poteva che fondare speranze solide su questa tendenza comunista che aveva una forte tradizione ed era venuta dalla sua propria evoluzione ad una posizione antistalinista. In alcuni scritti, espresse la sua stima per Bordiga ed anche “la forte impressione„ che aveva prodotto su di lui la piattaforma della sinistra al congresso di Lione. In una lettera indirizzata nel 1929 alla rivista della frazione bordighista, Prometeo, dichiarò di considerare questa piattaforma come “uno dei migliori documenti pubblicati dall’opposizione internazionale„, aggiungendo allora: “su numerosi punti, conserva tutto il suo valore fino ad oggi„.

Tuttavia, la discussione con questa tendenza risultò difficile. La sinistra comunista bordighista rifiutò di raggiungere il segretariato internazio­nale dell’opposizione di sinistra, costituitosi attorno a Trotsky, dichiarando di volere un chiari­mento preliminare. La sua principale critica partiva dalle riserve espresse da Bordiga sin dal 1922 rispetto alla tattica del fronte unico allora portata avanti dall’Internazionale comunista. In sostanza, ammetteva un fronte unico nell’ambito sindacale e lo escludeva tra organizzazioni politi­che, vedendo in questa distinzione formale una garanzia contro ogni deriva opportunista del partito rivoluzionario. Infatti, per Bordiga, anche l’idea anche che in alcune circostanze il Partito comunista potesse costituire un fronte con partiti socialdemocratici era già una compromissione inaccettabile ed il segno di una svolta a destra dell’Internazionale.

I bordighisti avrebbero visto nell’evoluzione ulteriore dell’IC la conferma di questo giudizio del 1922. A causa della reclusione di Bordiga, furono privati del contributo di quest’ultimo, che avrebbe ripreso davvero l’attività politica solo dopo la seconda guerra mondiale. Alla divergenza sul fronte unico, aggiunsero un disaccordo con Trotsky sulla natura dell’URSS, diventata per loro da questo momento uno Stato capitalista, e poi sulla posizione da adottare di fronte agli interventi militari italiano e giapponese in Etiopia e Cina, escludendo che rivoluzionari comunisti possano, in tale guerra, esprimere una solidarietà con la nazione di un paese sottoposto all’aggres­sione di uno Stato imperialista. Avrebbero logica­mente adottato una posizione dello stesso tipo di fronte alla guerra civile spagnola, escludendo che militanti rivoluzionari possano avere un atteggia­mento di fronte unico lottando nel campo repub­blicano contro il campo franchista. Per i bordighi­sti, essendo il fascismo e la democrazia borghese solo due facce di uno stesso domiio di classe, la lotta contro il fascismo non giustificava alcuna tattica particolare, né un’alleanza o un fronte con altre forze politiche.

Pur partecipando alle conferenze organizzate ai suoi inizi dall’Opposizione di sinistra internazionale, la sinistra comunista italiana si comportò come una frazione costituita su una base nazionale. Protestò contro il fatto che tre militanti comunisti italiani, Pietro Tresso detto Blasco, Alfonso Leonetti e Paolo Ravazzoli, che avevano aderito alle posizioni trotskiste creando la NOI (nuova opposizione italiana) fossero stati accettati dall’Opposizione di sinistra. Quest’ultima alla fine decise di rompere con la Sinistra comunista bordighista. Trotsky, in un testo dell’ottobre 1934 sulla situazione attuale del movimento operaio ed i compiti dei bolscevico - leninisti, fece la seguente valutazione:

“La psicologia le idee, i costumi generalmente evolvono più lentamente dello sviluppo dei rapporti oggettivi nelle società e nelle classi; anche nelle organizzazioni rivoluzionarie i morti stendono le mani sui vivi. Il periodo preparatorio di propaganda ci ha dato dei quadri senza i quali non avremmo potuto fare un passo in avanti, ma allo stesso tempo, come eredità, esso ha favorito nell’organizzazione l’espressione di concezioni molto astratte della costruzione del nuovo partito e della nuova Internazionale. Nella loro forma chimicamente pura, queste concezioni sono state espresse nel modo più completo da quella morta setta che sono i bordighisti, i quali sperano che l’avanguardia del proletariato si convinca da sola, attraverso lo studio di una produzione teorica di difficile lettura, della giustezza delle loro posizioni e prima o poi si riunisca attorno alla loro setta. Spesso questi settari affermano anche che gli avvenimenti rivoluzionari inevitabilmente spingeranno la classe operaia verso di noi. Questa attesa passiva, sotto una copertura di idealismo messianico, non ha niente in comune col marxismo. Gli eventi rivoluzionari passano sempre ed inevitabilmente sopra la testa di tutte le sette. Attraverso un lavoro teorico propagandistico, se corretto, si possono formare i primi quadri, ma non si può aggregare l’avanguardia del proletariato che non vive in un circolo né in un’aula scolastica, ma in una società di classe, in fabbrica, nelle organizza­zioni di massa, un’avanguardia alla quale si deve saper parlare col linguaggio delle sue stesse esperienze.

I quadri più preparati dal punto di vista propagandistico sono destinati inevitabilmente a degenerare se non entrano in rapporto con la lotta quotidiana delle masse. La prospettiva dei bordighisti, secondo la quale gli avvenimenti rivoluzionari spingeranno da soli le masse verso di loro come ricompensa per le loro posizioni "corrette", rappresenta la più pericolosa delle illusioni. Nei periodi rivoluzionari le masse non chiedono l’indirizzo di questa o quella setta, ma le superano tutte d’un balzo. Per crescere più rapidamente durante un periodo d’ascesa, durante il periodo di preparazione dobbiamo saper trovare dei punti di contatto con la coscienza dei più ampi settori operai. È necessario stabilire rapporti corretti con le organizzazioni di massa. È necessario individuare il punto di partenza giusto corrispondente alle condizioni reali dell’avanguardia del proletariato nell’ambito dei suoi vari raggruppamenti. E per questo è necessario considerare se stessi non come sostituti del nuovo partito, ma solo come degli strumenti per la sua creazione. In altre parole, mentre si difende nella sua interezza l’intransigenza sui principi, è necessario liberarsi radicalmente dai residui settari che sopravvivono come eredità di un periodo di pura attività propagandistica.”

La scelta dell’isolamento settario

Pur constatando la rottura con la sinistra comunista bordighista, Trotsky e l’Opposizione di sinistra internazionale continuavano di considerarla come una tendenza rivoluzionaria sincera, ma di cui occorreva separarsi chiaramente e senza ambiguità, fosse solo perché questa chiarificazione politica potesse aiutarla ad evolvere nel buon senso. Purtroppo, questa rottura non fece affatto riflettere la tendenza bordighista, la cui evoluzione ulteriore non fece che confermare la versione negativa della previsione di Trotsky. Confermando che non aveva capito niente della politica rivoluzionaria, considerò che il fatto di immaginare un fronte unico anche con organizzazioni socialdemocra­tiche era il segno che i trotskisti erano passati con armi e bagagli dal lato di queste ultime, e quindi della borghesia. Concluse che non occorreva più, per i bordighisti, avere il minimo rapporto con i trotskisti. Era allo stesso tempo darsi una giustifi­cazione comoda per un ripiegamento nell’isola­mento settario, tendendo a considerarsi come l’unica corrente rivoluzionaria sana esistente sul pianeta. La sua sola espressione fu sempre più, il “programmismo„ del suo giornale Prometeo e della sua rivista Bilancio, di difficile lettura come lo osservava Trotsky, che si limitava a ristampare testi marxisti a piccoli caratteri e riteneva visibil­mente che questa attività dovesse bastare ad atti­rare i proletari coscienti.

La tendenza bordighista ebbe in seguito diverse trasformazioni. Riapparì dal 1942 in Italia sotto forma del Partito comunista internazionale, incentivato in particolare da Onorato Damen. Prevedendo che la fine della guerra avrebbe aperto un nuovo periodo rivoluzionario, rivendicò fino a 2.000 militanti e dovette, come altre tendenze comuniste allora riapparse in Italia, subire le calunnie, le denunzie poliziesche o anche gli assassinii organizzati dal PC staliniano. Poi, dopo gli anni agitati della fine della guerra, cominciò a conoscere un riflusso.

Nel 1952, una scissione ebbe luogo tra una tendenza diretta da Damen ed il resto dell’organizzazione, ispirata da Bordiga ritornato all’attività politica. Per quest’ultimo, occorreva aspettarsi di vivere un periodo contro-rivoluzio­nario nel quale i comunisti avrebbero dovuto limitarsi alla difesa intransigente del programma. Damen nel suo giornale Battaglia comunista si mostrò favorevole ad una politica più interven­tista e volontaristica, mentre l’altra tendenza, nel suo giornale Programma comunista, continuava di volere attenersi alla difesa del programma. Ma, benché visibilmente cosciente del vicolo cieco al quale conduceva la politica di Bordiga e dei suoi fedeli, Damen per tanto non riuscì a superare le concezioni bordighiste.

Oggi, la Sinistra comunista è scoppiata tra vari piccoli gruppi senza influenza, senza essere mai realmente riuscita a sciamare fuori dall’Italia. Un’eccezione è il gruppo Lotta comunista, che ha conosciuto un certo sviluppo numerico e che anche rappresenta un tentativo di uscire dai limiti dei gruppi bordighisti. Si presenta infatti sotto il nome di “gruppi leninisti della Sinistra comunista„, aggiungendo quindi al riferimento alla Sinistra comunista bordighista il riferimento a Lenin.

Infatti, Lotta comunista fa riferimento a Lenin ben più che a Bordiga, ma mantiene la maggior parte delle caratteristiche della corrente bordighista. Le sue analisi e quelle del suo principale fondatore, Arrigo Cervetto, restano segnate da questa versione formale del marxismo che vede nei fenomeni politici il riflesso diretto e meccanico dell’economia, una concezione che non ha molto a vedere con il leninismo, e neanche con il marxismo. Le stesse analisi dimostrano un’incomprensione del fenomeno imperialista così come lo descriveva Lenin.

Al contrario ancora di ciò che raccomandava quest’ultimo nel suo libro sull’estremismo, Lotta comunista rivendica un’“astensione strategica„, per cui rifiutare per principio di can­didarsi alle elezioni. Infine, il suo leninismo consiste nel presentarsi come il “partito-scienza„, che sarebbe una specie di partito rivoluzionario per defini­zione, grazie alla pertinenza delle analisi marxiste dei suoi dirigenti. Anche lì, nulla è più distante dal leninismo che questa autoproclamazione, che del resto a volte porta il gruppo a volere imporre la sua “scienza„ con la forza fisica. Una recente corrispondenza tra Lutte ouvrière e Lotta comunista, di cui pubblichiamo qui alcuni estratti, è a tal proposito significante.

Una tradizione comunista rivoluzionaria non trasmessa

Come spiegare l’impronta particolare lasciata dalla deformazione bordighista in Italia? Il fatto che era il suo luogo d’origine non spiega tutto. È vero che il lungo periodo del fascismo ha lasciato il movimento operaio e rivoluzionario del paese in disparte e nell’ignoranza dei dibattiti politici che attraversavano negli anni 1930 il movimento comunista internazionale. Ma molti militanti della corrente bordighista vivevano allora nell’emigra­zione – in particolare in Francia – ed avevano la possibilità di conoscere questi dibattiti e di confrontarsi alla corrente rappresentata dall’oppo­sizione di sinistra trotskista, vera ereditiera politica della Rivoluzione russa e del leninismo. Ma la loro scelta fu precisamente di isolarsene e di ripiegarsi sul loro settarismo, su una base nazionale fatta soprattutto d’ignoranza di ciò che erano le altre correnti, a cominciare dalla corrente trotskista le cui posizioni furono ben poco conosciute in Italia.

Così grande parte di ciò che è stato la tradizione rivoluzionaria del movimento operaio, semplice­mente non è stata trasmessa. È vero che, su questo piano, il caso italiano non costituisce davvero un’eccezione. La principale responsabi­lità di questa non - trasmissione spetta ovvia­mente allo stalinismo, che ha fatto di tutto per schiacciare le altre tendenze comuniste quando ne aveva la possibilità, a cominciare dall’opposizione comunista dell’URSS. È anche vero che molte organizzazioni che hanno fatto riferimento al trotskismo e continuano di farlo non per questo sono rimaste indenne né del burocratismo né dell’opportunismo. Ma, come per il leninismo, ciò significa soltanto che il fatto di farvi riferimento a tutte le pagine non è affatto la garanzia che si è saputo realmente assimilare l’esperienza e le lezioni del movimento operaio comunista e rivo­luzionario, né che si è saputo metterle in pratica.

È certamente un compito difficile, ma è quello che oggi devono affrontare tutti coloro che vogliono fare rinascere la tradizione comunista rivoluzionaria del movimento operaio. Non possono ovviamente essere sicuri del successo, anche quando il loro punto di partenza programmatico è giusto. Ma, senza questo punto di partenza, possono essere sicuri di arrivare in un vicolo cieco. La storia della corrente bordighista e delle sue metamorfosi ne fornisce una dimo­strazione.

11 settembre 2017


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