Internazionale
Francia

Dopo la rotta dei partiti dell’alternativa destra- sinistra, la nuova configurazione politica

Da “Lutte de classe” n° 185 – Luglio – Agosto 2017

Il 18 giugno, il secondo turno delle elezioni legislative francesi ha completato l’opera di sei mesi di scrutini successivi. Ne risulta una nuova configurazione politica che si sostituisce al sistema dell’alternativa destra - sinistra che ha caratterizzato la democrazia borghese in Francia sotto la Quinta Repubblica. Il “macronismo” è nato sulle macerie di questo sistema d’alternativa e se ne è nutrito.

Dei vecchi poli dell’alternativa rimane ben poco. La destra nella sua ultima versione, ossia l’associazione del partito Les Républicains (LR) e della centrista Unione dei democratici e indipendenti (UDI), se la cava un po’ meglio del Partito socialista, ma con 130 deputati invece di 225. È dilaniata dagli antagonismi, in particolare tra chi è già pronto ad aggregarsi a coloro che si sono già integrati al raggruppamento macronista e chi vuole essere all’opposizione, o addirittura il principale gruppo d’opposizione, ed esprime le posizioni conservatrici e reazionarie della destra estrema. La scissione di quello che fu il gruppo parlamentare LR-UDI in due gruppi parlamentari annuncia l’esplosione della destra.

Quanto al PS, il crollo è completo. Questo partito, che dopo l’elezione di Hollande nel 2012 ha ottenuto la maggioranza non soltanto all’Assem­blea nazionale ma anche, grande novità all’epoca, al Senato, giungendo poi a controllare tutte le regioni tranne una, è in via d’estinzione. Molti tra i suoi esponenti hanno già giurato fedeltà a Macron, alcuni integrandosi nel suo movimento En marche! ben prima delle elezioni, gli altri in modo più ipocrita, ma abbastanza visibile da non perdere la loro sedia di deputato, non avendo avuto alcun candidato macronista da affrontare.

Dal punto di vista degli interessi politici della borghesia, nel bilancio di questo lungo periodo elettorale di quasi un anno ci sono due aspetti. Da un lato, i molteplici episodi della campagna delle presidenziali hanno mostrato fino a che punto il suo sistema politico era marcio. È inutile riprendere qui tutti questi episodi che, cominciati con le primarie le quali, nei due blocchi, hanno rigettato i candidati di punta, sono proseguiti con numerosi scandali. Un vero gioco al massacro che ha evidenziato l’incapacità dei grandi partiti dell’alternativa di trovare un minimo di credibilità.

D’altra parte, l’operazione Macron ha dato alla borghesia una soluzione di ricambio. Macron è riuscito a creare una nuova configurazione politica che ha sostituito i grandi partiti dell’ alternativa sinistra-destra ormai screditati, riciclando in questo passaggio un certo numero di politici. È riuscito a procurare alla borghesia un gruppo nuovo di zecca per gestire i suoi affari politici. Incarna in modo arrogante, con il suo governo e con la sua maggioranza parlamentare, gli interessi della Francia abbiente. Il suo gruppo è dichiaratamente un nemico dei lavoratori. La borghesia, al momento, ha tutti i motivi per essere soddisfatta di Macron. Ma per quanto tempo?

Un cerotto macronista su una democrazia borghese malandata

I grandi mass media della borghesia, che hanno tanto contribuito a confezionare il “prodotto” Macron, continuano a meravigliarsi della “success story” di quest’uomo ancora giovane, praticamente sconosciuto tre o quattro anni fa, che è riuscito in pochi mesi a conquistare d’assal­to l’Eliseo. Meglio, è riuscito contemporanea­mente a ringiovanire una casta politica deteriorata e ad insediare una sua maggioranza parlamentare che gli consente, sul piano istituzionale, di governare senza preoccupazioni. I commentatori si entusiasmano davanti al rinnovamento e alla femminilizzazione dell’assemblea, all’ “ammoder­namento del sistema politico”, alla “profondità del cambiamento”. Tale fiaba potrà dare idee a tutti i Macron in erba che si accalcano intorno al loro grand’uomo, convinti, alla pari dei fedeli soldati di Napoleone, di portare tutti nella propria bisaccia il futuro bastone di maresciallo.

La realtà è più prosaica. Se Macron, ancora poco tempo fa, era sconosciuto alla popolazione, non lo era alla grande borghesia. Se non si era mai candidato alla benché minima elezione, era stato saggiato, valutato dagli ambienti dirigenti di una grande banca d’affari, poi nei servizi della presidenza della repubblica. Di certo ignorato dall’elettorato, era però conosciuto da quelli che hanno il potere di costruire o demolire le carriere. Ha saputo superare le prove che servivano, e se le porte dei grandi mass media si sono aperte dinanzi a lui, non è stato per miracolo.

Dietro questo entusiasmo per la carriera folgo­rante di Macron, affiora però qualche preoccupa­zione, che nei commentatori assume la forma di interrogazioni sugli aspetti più aneddotici rispetto al funzionamento del Parlamento, come sull’ine­sperienza della nuova guardia macronista, il suo carattere eterogeneo, la mancanza di responsabili competenti per inquadrarla.

Innegabilmente, la personalità di Macron e la politica senza sapore e senza odore che egli pretende di incarnare con la formula “né di sinistra né di destra”, aspetti che gli sono stati così preziosi per conquistare il potere presidenziale, non per questo sono un vantaggio per esercitare il potere. Lasciamo che i distinti politologi dibattano sulla questione: per loro è una necessità fisiologica!

Al di là del riflesso parlamentare della realtà, c’è però la realtà stessa. C’è il fatto che la crisi continua e che la grande borghesia esigerà da Macron ciò che esige da tutti i gruppi politici al potere: varare tutte le misure che occorrono per consentire al grande padronato ed ai finanzieri, con l’aiuto dello Stato, di salassare le classi sfruttate prelevando quanto gli serve per continuare ad arricchirsi, spingendo una parte crescente della popolazione verso la povertà. E riuscire a farlo senza scatenare troppe reazioni.

In un paese imperialista come la Francia, privilegiato dalla storia e dall’accumulazione precedente a discapito dei popoli colonizzati, che può permettersi il lusso della democrazia, i rappresentanti politici della borghesia non hanno troppe difficoltà, di solito, ad avere la credibilità necessaria per perpetuare lo sfruttamento, anche quando si tratta di far passare misure sfavorevoli alla maggioranza della popolazione.

I partiti riformisti, nati all’origine dal movimento operaio, hanno la funzione di incanalare l’insoddisfazione verso i giochi parlamentari e mantenere l’illusoria speranza di un cambiamento con l’eventualità di una nuova maggioranza. Gli apparati sindacali hanno il compito di temporeggiare e tentare di far rientrare la lotta di classe, più precisamente quella delle classi sfruttate, nell’ambito dei negoziati tra le parti sociali. La democrazia parlamentare borghese può andare avanti tranquillamente quando l’economia va bene. In un periodo di crisi, invece, si ha la quadratura del cerchio. L’opposizione tra gli interessi degli sfruttatori e quelli degli sfruttati appare infatti più crudamente.

È questo che ha demolito il Partito socialista al governo sotto Hollande, ha logorato il vecchio sistema dell’alternativa e sfinirà ancor più rapida­mente il nuovo sistema predisposto da Macron.

D’altra parte, il decoro democratico può avere tutta l’efficacia richiesta dalla borghesia alle sue istituzioni politiche solo a patto che ci sia un’opposizione abbastanza credibile da contri­buire a dare l’illusione che la politica si fa nell’ambito di queste istituzioni e che l’assemblea nazionale può diventare un contropotere rispetto al presidente della repubblica. Un’opposizione parlamentare troppo minoritaria o troppo control­lata non è in grado di mantenere l’illusione di costituire un contrappeso all’esecutivo e, anche, grazie a ciò, di incanalare e diminuire il malcon­tento esprimendolo tramite inutili chiacchiere parlamentari. C’è allora il rischio, per la borghe­sia, che l’opposizione si esprima altrove, nelle piazze, nei quartieri popolari, nelle imprese.

Il periodo che si apre sarà inevitabilmente un periodo d’instabilità politica. Questo non è dovuto né all’inesperienza della maggioranza attorno a Macron, né alla sua eterogeneità. È causato dalla crisi, che rivela con più violenza e con più chiarezza l’opposizione tra gli interessi della minoranza capitalistica che detiene il potere e le classi sfruttate.

“La società civile” borghese partecipe della guerra contro i lavoratori

La presidenza Macron è cominciata con due misure annunciate in anticipo, che vogliono indicare l’orientamento generale della sua politica.

La prima, quella della moralizzazione della vita pubblica, è completamente fasulla. È stata imposta dalle circostanze, da tutti gli scandali che hanno segnato questo periodo elettorale. Tant’è che le elezioni politiche, miranti a dare a Macron una cospicua maggioranza all’Assemblea nazio­nale, ancora non si erano svolte che la stampa dava notizia delle losche manovre immobiliari di Richard Ferrand, uno tra i primi parlamentari a sostegno di Macron. Si aggiungeva il sospetto di utilizzo fraudolento di assistenti parlamentari europei da parte del partito centrista Modem, altro sostegno di Macron. Il sospetto riguardava i suoi esponenti Marielle de Sarnez e soprattutto François Bayrou che, in qualità di nuovo ministro della giustizia, avrebbe dovuto presentare la nuova legge sulla moralizzazione della vita pubblica. La notizia non era opportuna per il nuovo gruppo macronista, che esordiva in politica con lo stesso genere di scandalo dei suoi prede­cessori. Come rinnovamento, si poteva fare meglio!

Per quanto riguarda Ferrand, Macron ha sistemato il caso proponendogli la presidenza del gruppo parlamentare LRM (La République en Marche, il suo nuovo partito), ma sbarazzandosene come ministro. E da quando le elezioni politiche hanno dato la maggioranza assoluta a LRM, anche senza i deputati del Modem, Macron ha avuto meno bisogno del suo grande alleato Bayrou. Così, il trio dei suoi ministri, composto da Goulard, de Sarnez e lo stesso Bayrou, è stato spinto verso l’uscita.

Ma come si potrebbe davvero “moralizzare” la vita pubblica? Certamente la borghesia non sarebbe contraria all’idea di avere servi politici che siano tanto disinteressati quanto essa è interessata! Ma ciò capita ben di rado. Dal punto di vista delle classi sfruttate, le piccole camarille di questi servi politici della borghesia sono certamente significative, ma contano poco rispetto al peso dello sfruttamento che questa gente gestisce sul piano politico e contribuisce a giustificare.

Il progetto di riforma del codice del lavoro è ben più significativo della politica che Macron intende proseguire. Il suo contenuto, per il momento, è conosciuto soltanto per le fughe di notizie, volontarie o meno, riportate dalla stampa. Tutte queste misure rispondono al desiderio del padronato di attenuare o cancellare tutto ciò che nella legislazione del lavoro protegge un po’ i lavoratori salariati. Questo progetto, al di là del suo preciso contenuto, è un gesto volto a dimostrare che il nuovo governo esaudirà tutte le volontà del grande padronato, cosa non originale rispetto ai suoi predecessori. Questa volta, però, esso viene annunciato in anticipo e assumen­dosene la responsabilità. È forse l’unica specifi­cità di Macron. Al contrario di Hollande, non si è fatto eleggere proclamando che il suo nemico era la finanza per dimostrare l’opposto una volta al potere. Macron ha cercato di piacere alla sola bor­ghesia, piccola, media e soprattutto grande. È stato eletto dalla borghesia ed ha costruito una maggioranza parlamentare ad immagine di tale elettorato.

La prova di forza con la classe operaia è annunciata. Solo la classe operaia, con una sua reazione collettiva, può raccogliere la sfida, certamente non le chiacchiere dei partiti in concorrenza tra loro per il ruolo di principale oppositore alla maggioranza macronista. Non sarà certamente l’accusa di illegittimità, lanciata contro Macron tanto dalla Francia ribelle (LFI) di Mélenchon quanto dal Fronte nazionale (FN), che gli impedirà di portare il progetto fino in fondo. Questa accusa d’illegittimità si fonda sul fatto che, anche se i deputati macronisti hanno conquistato una schiacciante maggioranza all’assemblea, tenuto conto del tasso record di astensioni, tale maggioranza parlamentare rappresenta meno di un quarto dell’elettorato. Il fatto è innegabile, ma l’aritmetica dissimula le realtà di classe.

L’astensione ed il suo significato

Il numero degli astensionisti è andato, in queste elezioni politiche, oltre tutti i record precedenti raggiunti sotto la Quinta repubblica. L’astensione, già eccezionale al primo turno con il 51,3%, è arrivata al 57,4% al secondo.
I commentatori dibattono su come portarvi rimedio, gli uni raccomandando l’instaurazione di una forma di voto di tipo proporzionale in modo che sia garantita la rappresentatività agli elettori di una corrente minoritaria, altri arrivano ad evocare l’idea di rendere il voto obbligatorio.

È stato in gran parte l’elettorato popolare, sono stati i lavoratori, i disoccupati, i pensionati del mondo del lavoro, a tenersi in disparte da queste elezioni. Nelle zone popolari, l’astensione ha superato il 60% o il 70%. Ed occorre aggiungervi le schede bianche e nulle ed anche tutti coloro che, nei quartieri popolari, sono tanto schifati da elezioni che non cambiano nulla alla loro condizione da non iscriversi neppure alle liste elettorali.

È eloquente il confronto tra due città della regione parigina, la città borghese di Neuilly- sur-Seine da un lato, ed Aubervilliers, città classi­ficata dalle statistiche ufficiali come la più povera della regione parigina dall’altro. Aubervilliers conta 80 273 abitanti e Neuilly soltanto 62 075. La differenza sociale appare già dai rispettivi numeri di iscritti alle liste elettorali: 27 331 a Aubervilliers, di più a Neuilly, cioè 37 215. La popolazione di Aubervilliers conta circa il 30% di stranieri, privi del diritto di voto, ai quali si aggiungono coloro che, pur avendo il diritto di voto, non hanno voglia di andare a votare. Ne risulta che al primo turno delle elezioni politiche si contano solo 8 213 voti espressi a Auber­villiers, comune più grande ma più popolare di Neuilly, dove se ne contano 17 980! Solo il 10% degli abitanti di Aubervilliers ha partecipato al voto, mentre a Neuilly lo ha fatto il 29%, cioè tre volte di più.

Suffragio censitario di fatto

A guisa di ammodernamento, la Quinta Repub­blica nella sua ultima versione macronista rein­venta la repubblica borghese degli esordi, con il suffragio censitario. Certamente, riservare il dirit­to di voto a quelli che dispongono di una certa fortuna non è iscritto nella legge, ma lo è nei fatti. In questa evoluzione non c’è nulla che può preoc­cupare la borghesia. Il suo potere non si basa sul gioco dei partiti, su una democrazia fatta di spet­tacolo, ma sul denaro, sul capitale.
In una delle più vecchie democrazie borghesi, che è anche la più ricca, gli Stati Uniti, è cosa di ordi­naria amministrazione l’astensione di più di metà degli elettori, una percentuale che in Francia è considerata eccezionale. Negli Usa la politica è affare di borghesi grandi e piccoli. Certamente gli sfruttati non ne sono esclusi legalmente, anche se gli immigrati recenti, che costituiscono la gran parte dei ceti più sfruttati, non hanno il diritto di voto. Che si tratti degli Stati Uniti o della Francia, da nessuna parte il suffragio universale è davvero tale.

Storicamente sono state le mobilitazioni popolari, in cui la classe operaia ha svolto un ruolo decisivo, ad imporre un suffragio che non fosse censitario, sia in Gran Bretagna che in Francia.

La prima grande lotta del movimento operaio nel campo politico fu il cartismo in Gran Bretagna. Fu una delle prime espressioni dell’aspirazione ancora confusa del movimento operaio alla direzione politica del paese.

La borghesia è riuscita a smussare questa aspirazione, trasformandola in elettoralismo, un potente mezzo per ingannare la classe operaia dei paesi imperialisti. Vi è riuscita innanzitutto con l’assorbire nel suo sistema istituzionale i partiti sorti dal movimento operaio.

Il periodo tra le due guerre mondiali ha dimo­strato quanto è fragile la forma democratica della dominazione della borghesia, il parlamentarismo. Nei periodi d’inasprimento della lotta di classe, la borghesia fa a meno dell’immagine democratica per fare appello ai manganelli delle bande fasci­ste. In Francia il passaggio del potere nelle mani di Pétain, votato a maggioranza dall’assemblea di Fronte popolare eletta nel 1936, ha mostrato con quale facilità la borghesia può cambiare regime.

Oggi, il parlamentarismo borghese agonizza perché è logorato, screditato, sempre meno ido­neo a suscitare illusioni nelle classi sfruttate. Non c’è tuttavia da rallegrarsi di questa evoluzione che si esprime con il fatto che le classi sfruttate si allontanano dalla politica. Sarebbe un modo pura­mente passivo di vedere le cose e di fare della rassegnazione degli sfruttati una virtù politica.

Il cerchio sarà davvero chiuso solo quando, sulle rovine della democrazia borghese, la classe operaia avrà ritrovato l’aspirazione di quelli che, 150 anni fa, lottavano perché essa potesse intervenire nella vita politica e candidarsi alla direzione del paese.

La stampa in questo periodo, facendo riferimento agli indici che proverebbero una ripresa economica, è colta da una ventata d’ottimismo. Il solo moltiplicarsi di questo tipo di notizie da dieci anni a questa parte, cioè dall’aggravarsi della crisi dell’economia capitalistica, già in corso da tempo, dimostra quanto poco credito si può dare a tali previsioni.

La grande borghesia non ha alcun motivo di attenuare i colpi da infliggere alla classe operaia e, in generale, a tutte le categorie sociali oppresse dal grande capitale. Come le classi popolari reagiranno ai colpi ricevuti? La risposta a questa domanda ha infinitamente più importanza per il futuro del regime di Macron di quanto ne abbiano i problemi che ha il presidente della Repubblica, oggi con i suoi ministri e domani, certamente, con la sua maggioranza parlamentare.

Quali prospettive per i lavoratori?

Le direzioni sindacali, stando alle loro prime reazioni, non prevedono di prendere le iniziative che sarebbero necessarie di fronte agli attacchi contro la legislazione del lavoro. Se la confede­razione FO si è unita alla CFDT nell’ostentare la sua disponibilità nei confronti del nuovo governo, anche la concorrenza tra centrali sindacali non incoraggia al momento la CGT ad andare al confronto. L’atteggiamento delle confederazioni sindacali dipenderà, però, anche dalle reazioni che i provvedimenti della futura riforma del lavo­ro provocheranno.

Dalle reazioni a questa riforma e dalla rabbia più o meno virulenta che si esprimerà dipenderanno anche i problemi eventuali di Macron con l’opposizione parlamentare.

Tre partiti gareggiano per affermarsi come principale partito d’opposizione: Les Républicains (LR) e l’FN, a destra e all’estrema destra, e LFI (La France insoumise – La Francia ribelle) a sinistra. Sul piano parlamentare, tutti e tre sono molto minoritari. Se si manterrà lo stato d’animo del tipo “occorre dare tempo a Macron”, oggi diffuso anche in parte del mondo del lavoro, Macron non avrà difficoltà a gestire le sue oppo­sizioni. È significativo che, se il suo quinquennio è cominciato con un mini crisi politica e con un rimpasto ministeriale solo pochi giorni dopo le elezioni, questa crisi sia venuta da problemi interni alla stessa maggioranza.

Non sarà la stessa cosa in caso di reazioni sociali. Ognuna di queste opposizioni, specialmente LFI e l’FN, proverà ad incanalare a suo vantaggio la collera che le misure governative faranno scattare, tentando di dare un’espressione politica al malcontento. Sarà la lotta di classe a decidere quanto duraturo sarà il macronismo. L’unica certezza è che la borghesia condurrà la sua.

Nessuno può prevedere quale categoria sociale trasformerà per prima il suo malcontento in mobilitazione attiva. L’atteggiamento dell’una o dell’altra di queste opposizioni dipenderà ovviamente da quale categoria sociale si sarà mobilitata. Il malcontento dei poliziotti non avrà lo stesso effetto di quello degli agricoltori, dei camionisti o dei padroni di start-up ed a maggior ragione di quella, anche se puramente difensiva, di lavoratori minacciati di licenziamento. Queste diverse reazioni non susciteranno la stessa vocazione a diventarne gli avvocati difensori, che si tratti della Francia ribelle o del Fronte nazionale.

E se, in caso di reazioni provenienti dalla classe operaia, LFI come l’FN possono prendere posi­zioni demagogiche per allargare il loro pubblico, questa demagogia avrà stretti limiti. L’una e l’altro, ciascuno a proprio modo, sono abbastanza responsabili nei confronti della borghesia per opporsi ad ogni rischio di generalizzazione che possa minacciare, ma minacciare realmente, gli interessi della borghesia.

Appunto in questo contesto è particolarmente importante per i lavoratori prendere coscienza dei loro interessi di classe. In primo luogo per evitare di essere trascinati dietro ad altre categorie sociali a lottare per interessi che non siano i propri e, soprattutto, per evitare, nel caso si siano mobilitati, che la loro mobilitazione sia depoten­ziata o sviata su qualche binario morto.

È probabile che la forte maggioranza parlamentare di Macron non gli eviterà di dover affrontare reazioni della classe operaia, più o meno confuse e più o meno violente. La questione della coscienza dei propri interessi di classe e la capacità di farli prevalere saranno decisive per i lavoratori.

In un testo intitolato “Il nostro compito immediato”, che, seppur scritto nel 1899, conserva nondimeno tutta la sua attualità, Lenin, lottando contro il frazionamento della socialde­mocrazia russa dell’epoca, affermava:

“Tutti sono d’accordo nel dire che dobbiamo organizzare la lotta di classe del proletariato. Ma cos’è la lotta di classe? Quando gli operai di una fabbrica, o di una professione, si scontrano con il loro o i loro padroni, è lotta di classe? No, ne è ancora solo un piccolo embrione. La lotta degli operai diventa lotta di classe soltanto quando tutti i rappresentanti d’avanguardia dell’insieme della classe operaia di tutto il paese hanno coscienza di formare una sola classe operaia e cominciano ad agire non contro questo o quel padrone, ma contro la classe dei capitalisti nel suo complesso e contro il governo che la sostiene. È solo quando ogni operaio ha coscienza di essere membro della classe operaia nel suo complesso, quando considera che lottando ogni giorno, per rivendicazioni parziali, contro tali proprietari e tali rappresentanti dello Stato, lotta contro tutta la borghesia e tutto il governo, allora soltanto la sua azione diventa una lotta di classe”.  

La coscienza di classe di cui parla Lenin non è mai sospesa nell’aria. Deve essere incarnata da un partito che rappresenti gli interessi politici della classe operaia. Ecco perché anche la semplice difesa quotidiana dei lavoratori pone subito la questione di questo partito e della sua costruzione.

Solo un partito che non sia legato in nessun modo agli interessi della borghesia ed alle sue istituzioni può condurre fino in fondo tutte le lotte dei lavoratori, perché non teme che la dinamica della lotta trascini i lavoratori mobilitati al di là di ciò che è il punto di partenza della loro mobilitazione. Un tale partito sarà tanto più deciso a condurre fino in fondo le grandi e piccole lotte dei lavoratori in quanto avrà per obiettivo fondamentale il rovesciamento della dittatura del grande capitale sulla società, l’espropriazione della grande borghesia, la fine dell’economia basata sullo sfruttamento e sulla ricerca del profitto privato per costruire un’economia basata sulla proprietà collettiva ed organizzata in funzione dei bisogni di tutti.

23 giugno 2017


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