Internazionale
Francia

L’NPA in cerca di una politica

Da "Lutte de classe" n°185 - luglio-agosto 2017

La scelta dell’atteggiamento e della linea politica decisa dal Nuovo partito anticapitalista (NPA) in occasione delle elezioni legislative di giugno ha suscitato discussioni nel suo seno. Queste sono state rese pubbliche con le posizioni contraddit­torie assunte dai vari comitati locali dell’NPA e con le tribune pubblicate in L’anticapitaliste, il giornale di questa organizzazione. Poiché le rela­zioni con Lutte ouvrière sono risultate tra i disac­cordi, vogliamo tornare qui su ciò che distingue LO e NPA, sia nelle loro prospettive politiche generali che nella valutazione dei compiti dei mi­litanti rivoluzionari di fronte all’attuale situazione politica.

L’NPA e le elezioni legislative

Il Consiglio politico nazionale (CPN) dell’NPA, riunitosi dopo le presidenziali, ha deciso con il 71 % dei voti, di presentare candidati del NPA in un numero ridotto di collegi, proponendo a LO un accordo di ripartizione di questi collegi. Lo stesso CPN decideva con la straordinaria maggioranza del... 51%, di chiamare a votare Lutte ouvrière nei collegi dove l’NPA non sarebbe stato presente. Forte di queste decisioni, una delegazione dell’NPA incontrava, su sua richiesta, una delegazione di LO, il 5 maggio… cioè dieci giorni prima dell’apertura del deposito ufficiale delle candidature. Non sono tanto i nostri disaccordi politici, anche se sono reali, che ci hanno condotto a non dar seguito a questa non - proposta, quanto la leggerezza ed il dilettantismo di NPA. In sostanza, alla vigilia del deposito e anche se avevamo annunciato da mesi la nostra intenzione di presentare candidati in tutti i collegi metropolitani, ci veniva chiesto di ritirare 75 dei nostri candidati senza precisare quali. Una setti­mana dopo, in occasione di una seconda riunione, l’NPA ancora non poteva precisare in quanti collegi intendeva presentarsi, argomentando che questo numero era condizionato dallo stato delle sue finanze.

Molti comitati dipartimentali dell’NPA, come ad esempio la Vienne, l’Orne, il Bas-Rhin, si sono espresso attraverso la stampa a livello regionale, a volte anche prima della riunione del 5 maggio, per rammaricarsi “dell’estrema divisione della sinistra” e per trarre la conclusione che “mantenere [i candidati di LO] non sarebbe all’altezza della situazione politica” poiché sarebbe stato come “srotolare il tappeto rosso davanti al Fronte nazionale” e avrebbe “aggiunto divisione alla divisione “(1). Lungi dal chiamare a votare per i candidati di Lutte ouvrière, questi comitati chiamavano gli elettori di Philippe Poutou “ad orientarsi verso una candidatura di loro scelta alla sinistra del PS”, aggiungendo: “Possono anche fare la scelta di non andare a votare o di votare scheda bianca di fronte al triste spettacolo offerto dalla sinistra”. In altre parole, per questi militanti, Lutte ouvrière, la Francia ribelle, il PCF o gli ecologisti erano più o meno equivalenti, senza la minima differenza politica.

L’NPA 67 (Bas-Rhin) ha anche aggiunto: “non vogliamo più fare da spalla a questa democrazia di facciata”. Questi militanti, anziché dire chiaramente che rinunciavano a presentare candidati in assenza di motivazioni politiche, o di mezzi finanziari o di entrambe le due cose, hanno preferito dare una giustificazione teorica alla loro rinuncia. Se il carattere antidemocratico di queste elezioni è innegabile, ciò non ha impedito all’NPA di presentare in passato candidati ad elezioni come queste e Philippe Poutou alle presidenziali. Da oltre 150 anni, i rivoluzionari hanno imparato ad utilizzare il suffragio universale, nonostante i suoi limiti, per fare campagne politiche ed inviare rappresentanti dei lavoratori nel Parlamento borghese.

A Gérardmer nel dipartimento dei Vosgi, come a Louviers nell’Eure, i militanti locali dell’NPA non si sono limitati a chiamare a votare per i partiti “alla sinistra del PS”. Con l’unità contro Macron come unico programma politico, hanno presentato candidature comuni unitamente a Francia ribelle, PCF, Ensemble (“Insieme”), sotto l’etichetta della Francia ribelle, visibilmente non disturbati dal nazionalismo esasperato di Jean-Luc Mélenchon.

In conclusione, l’NPA ha presentato solo 27 candidati sotto il suo simbolo. Alcuni militanti se ne sono lamentati, come quelli della tendenza Anticapitalismo e rivoluzione, firmatari di una tribuna su L’Anticapitaliste che accusa “i compagni minoritari all’ultimo CPN (di avere) sviluppato una politica mirante a limitare al massimo il numero di candidature, a volte in regioni intere o a moltiplicare gli ostacoli tecnici” (n. 387, 8 giugno 2017).

Le stesse riserve si erano già espresse a proposito delle elezioni presidenziali. Se è vero quanto viene riportato nel resoconto pubblicato su L’Anticapitaliste n. 368, il CPN di gennaio ha ratificato la candidatura di Philippe Poutou con 31 voti a favore, 28 contrari e 10 astensioni. Si può essere più entusiasti! Fino all’ultimo, tutta una parte dell’NPA ha sperato che emergesse “una candidatura del movimento sociale”, in altre parole uscita da Nuit debout o dalla mobilitazione contro la legge El Khomri. Tuttavia, in mancanza di un tale “leader naturale”, l’NPA ha deciso, a ristretta maggioranza, di presentare la candidatura Poutou. Questa decisione tardiva e questa mancanza d’entusiasmo spiegano in gran parte le difficoltà incontrate nel raccogliere le firme di sostegno necessarie, senza che ci fosse bisogno di gridare al complotto del Partito socialista o di denunciare un sistema elettorale bloccato.

Questi militanti non solo sono ostili a relazioni privilegiate con Lutte ouvrière che definiscono, in un testo pubblicato nello stesso numero de L’Anticapitaliste, un “cedimento inquietante” e un “asse controproducente”. Sembrano ostili all’idea stessa di presentare candidati autonomi dell’NPA per difendere la propria politica.

Reinventare tutto?

Nello stesso testo, questi militanti scrivono: “viviamo la fine di un periodo, (…) una confusione totale” e “quel che abbiamo di fronte a noi non è altro che la necessità di rifondare un progetto politico, sociale, ideologico, radical­mente alternativo al capitalismo in tutte le sue dimensioni ordoliberale, produttivista, securi­taria, razzista, sessista… Questo compito può essere eseguito soltanto con quelle e quelli che sono gli animatori (trici) dei movimenti sociali, che si battono giorno dopo giorno con determinazione contro uno di questi aspetti nefasti”.  

Se il periodo è nuovo, ciò rende ancor più necessario offrire alle classi popolari una bussola politica per capire ciò che, nella società e nella sua espressione politica, è nuovo e ciò che non lo è. Cambiare progetto ad ogni cambiamento di periodo politico, significa lasciarsi sballottare dagli eventi senza poter reagire su questi ultimi. È il tipo di ragionamento che era già stato alla base della nascita del NPA nel 2009, portando i suoi fondatori ad abbandonare i riferimenti al trotskismo, o al marxismo, per spalancare porte e finestre, accogliere libertari, ecologisti, ecc., teorizzando che un partito non può essere né un’avanguardia né una bussola politica ma un vago strumento. Questi militanti persistono e firmano senza aver mai fatto il bilancio politico ed organizzativo di questa operazione, di cui il meno che si possa dire è che, otto anni più tardi, ha lasciato l’NPA più debole di quanto non lo fosse alla sua fondazione. Sono oggi al punto di voler reinventare tutto nel campo delle idee, ritenendo di non aver nulla da conservare né delle analisi marxiste né delle prospettive comuniste.

Se è innegabile che il capitalismo inasprisce tutte le oppressioni, che siano sociali, razziali, sessiste, e genera una miriade di crisi e di danni ambientali, sanitari, migratori, senza parlare delle guerre e delle molteplici forme di barbarie, resta il fatto che è il capitalismo stesso che occorre combattere, così come si deve abbattere il dominio della borghesia sulla società. Se è giusto denunciare gli abusi di potere da parte della polizia e la violenza a volte mortale di cui sono vittime i giovani delle periferie e dei quartieri popolari, è vitale mostrare a questa gioventù che è maltrattata innanzitutto perché è precaria, disoccupata, in breve perché fa parte della vasta classe degli sfruttati, e non tanto per il colore della sua pelle o per la religione che professa. Se c’è di che essere preoccupati di fronte agli effetti del riscaldamento climatico o ai danni provocati dall’agroindustria, il brandire la rivendicazione ecologica a prescindere della questione della divisione della società in classi, senza discutere di chi possiede i mezzi di produzione ed impiega i vari mezzi tecnici, senza mettere al primo posto l’espropriazione dei capitalisti e la questione del potere, è una posizione apolitica che non offre la minima leva per risolvere il problema. Ciò porta a ripetere formule vuote ed a volte pure reazionarie, come ha fatto Philippe Poutou in occasione della trasmissione “15 minuti per convincere” andata in onda sulla rete France2 il 20 aprile. In tale occasione Poutou si è presentato come l’apologista della “piccola proprietà contadina” di fronte all’agrochimica. Come se il futuro dell’umanità fosse il ritorno alla piccola proprietà contadina, vittima da due secoli della legge del mercato capitalistico, piuttosto che il censimento sistema­tico delle risorse e la pianificazione delle produzioni agricole, della loro distribuzione, nel rispetto degli uomini, della natura e della salute pubblica. I mezzi di questa pianificazione ci sono tutti, la questione fondamentale, semmai, consiste nello strapparne il controllo a quelli come Cargill e Louis-Dreyfus che ne hanno il monopolio.

Quale unità e per fare cosa?

Non tutti i militanti dell’NPA sono così profonda­mente ostili a Lutte ouvrière. Un altro punto di vista pubblicato nello stesso numero de L’anticapitaliste afferma che la loro organizza­zione “non è equidistante dai riformisti e dai rivoluzionari”, aggiungendo che “i rivoluzionari, al di là delle loro divergenze, possono fare blocco per difendere il loro campo, anche mostrando un minimo di solidarietà al momento delle elezioni”.

In alcune elezioni ci siamo presentati insieme alla Lega comunista rivoluzionaria, da cui è sorto l’NPA. Tra il 1999 ed il 2004, per la durata di un mandato europeo, abbiamo avuto eletti in comune. Anche se l’NPA ha abbandonato il riferimento al comunismo, accordi elettorali restano possibili. Del resto, da quando esistono le elezioni, per far fronte a sistemi elettorali antidemocratici, i rivoluzionari hanno a volte saputo fare alleanze elettorali anche con partiti borghesi per niente rivoluzionari. Ma per questo occorre che la situazione politica lo renda utile, che le due organizzazioni vi trovino il proprio tornaconto e che diano prova di un minimo di serietà nella preparazione di un tale accordo elettorale. Non è stato così in queste elezioni.

In realtà, la politica generale dell’NPA, condivisa da tutte le tendenze, resta la ricerca dell’unità non tanto con Lutte ouvrière ma principalmente con tutte le componenti della cosiddetta sinistra radicale. Così l’editoriale de L’anticapitaliste del 18 maggio affermava: “dobbiamo portare avanti l’idea di un allargamento e di un superamento delle forze dell’estrema sinistra e della sinistra radicale, ma anche e soprattutto della convergenza delle forze disorganizzate e delle lotte, delle lotte del lavoro salariato ma anche di quelle per l’uguaglianza dei diritti e di quelle su nuovi terreni come la giustizia climatica”.

La sinistra radicale, come intesa dall’NPA, include la Francia ribelle di Mélenchon , il PCF, Insieme e diversi altri gruppi. Philippe Poutou, interpellato il 22 marzo dalla rete televisiva LCI a proposito di Mélenchon, rispondeva: “È ciò che si chiama la sinistra radicale, la sinistra antiliberale, quindi ovviamente ci sono punti comuni, ma anche grandi divergenze”. Se le parole hanno un senso, allargare e superare la sinistra radicale significa riunirla fino alla Francia ribelle ed anche oltre, verso i sopravvissuti del PS. Olivier Besancenot, interpellato l’8 giugno da Laurence Ferrari sulla rete CNews, ha del resto lanciato un appello “alla Francia ribelle, al Partito comunista, a Lutte ouvrière, alle organizzazioni libertarie e forse anche al Partito socialista” per organizzare una riunione unitaria contro la legge Macron. Ci troveremo forse al fianco di questi partiti in future mobilitazioni contro gli attacchi del governo. Ma proporre loro di fare un fronte politico contro Macron, è come affermare che tutti questi partiti si equivalgono; significa aiutare i politici che li dirigono a ricostruire una nuova versione della sinistra riformista, nel momento in cui i lavoratori la stanno respingendo perché, al potere, li ha traditi, attaccati, disgustati.

Non ci sono mille strade: gli anziani della LCR o dell’NPA che volevano ricostruire “la  vera sini­stra” su basi riformiste hanno finito per raggiun­gere in un dato momento il Fronte di sinistra, poi la Francia ribelle, che ha l’ambizione dichiarata di prendere il posto del PS e del PCF. Coloro che nell’NPA rifiutano questo orientamento, che siano scioccati dall’egocentrismo di Mélenchon o dal nazionalismo e dalle posizioni protezionistiche o xenofobe del suo movimento, cercano oggi una nuova scorciatoia per accelerare la riscossa sociale. Ma tale scorciatoia non esiste.
La sera del secondo turno delle presidenziali, Philippe Poutou dichiarava: “un periodo di battaglie è dinanzi a noi, e dobbiamo organizzare il “tutti insieme”, invertire il rapporto di forza, costruire un fronte per difendere nell’unità i nostri diritti sociali e democratici”.

I lavoratori hanno innegabilmente di fronte a loro un governo di battaglia. Ma non dipende né dai militanti rivoluzionari, né tantomeno dalle confe­derazioni sindacali, quandanche lo vollessero, innescare le lotte abbastanza larghe per “invertire il rapporto di forza”.

Radicare di nuovo la coscienza di classe

Per “organizzare il tutti insieme”, devono esistere lotte reali, lotte di ampio rilievo. Ci potrà essere “un fronte per difendere nell’unità i nostri diritti” soltanto quando milioni di lavoratori e di giovani si saranno mobilitati. E sarà decisivo e vitale che a quel momento i lavoratori trovino le idee e un programma di lotta che corrispondano agli interessi della loro classe. Occorrerà che lottino per gli obiettivi comuni alla propria classe, che si battano, ad esempio, per imporre il loro controllo sull’andamento delle imprese, sui conti e sulle decisioni dei capitalisti, invece di esigere dal governo una politica industriale o delle misure protezionistiche con tasse sulle importazioni, o, peggio, il rifiuto dei lavoratori distaccati da imprese straniere. Ebbene, tutte queste idee pericolose e reazionarie sono attualmente difese all’interno della classe operaia, e non soltanto dai fautori del Fronte nazionale.

La ragion d’essere dei militanti rivoluzionari è che, nel prossimo periodo di crescita delle lotte, i lavoratori trovino sulla loro strada militanti competenti, chiaramente schierati nel campo della lotta di classe. In tali periodi, c’è un’accelerazione della presa di coscienza. In tali periodi, la classe operaia fornirà militanti a centinaia, a migliaia. Ma perché siano in grado di incarnare gli interessi della loro classe e, più in generale, di tutta la società, occorrerà che esistano le idee, il programma che sia l’espressione di questi interessi, che non è sospeso nell’aria, ma incarnato da donne e uomini coscienti.

Il nostro compito attuale consiste nel trovare e formare tali militanti. È possibile attraverso le lotte, piccole o grandi, difensive o offensive, nella resistenza quotidiana allo sfruttamento, nei periodi di ascesa o di riflusso. È possibile anche nei periodi elettorali come quello che abbiamo appena vissuto durante un anno intero.

Era l’obiettivo della campagna di Nathalie Arthaud, sostanzialmente diversa da quella di Philippe Poutou. In una tribuna pubblicata il 28 aprile sul sito dell’NPA, Isabelle Ufferte e Yvan Lemaître lo hanno ben colto, seppur traendone una conclusione esattamente contraria. Essi hanno scritto a proposito di Philippe Poutou: “la sua forza è consistita nell’essere, sulla scena politica, l’operaio nel quale migliaia di altri lavoratori salariati si sono riconosciuti, in rottura con il sistema ed i suoi riti, la debolezza di Nathalie è stata quella di tenere un discorso troppo format­tato, anche se spesso la sua argomentazione era più precisa, più strutturata di quella di Philippe.”

Per questi militanti, “troppo formattato” significa che Nathalie Arthaud ha utilizzato un linguaggio di classe, fatto di ragionamenti marxisti, che ha parlato di sfruttamento, di borghesia e che si è rapportata all’eredità ed ai riferimenti del movi­mento operaio, senza nascondere le nostre pro­spettive comuniste. In poche parole, essa ha cer­cato di far riflettere i lavoratori sui responsabili della crisi, sui mezzi e sui percorsi da seguire per combattere i capitalisti.

Se Philippe Poutou ha dedicato nei dibattiti mediatici gran parte del suo tempo a disposizione per denunciare “i politici di professione tagliati fuori dalla vita della gente normale”, coltivando di fronte a loro il suo personaggio d’operaio insolente, Nathalie Arthaud ha voluto invece svelare, dietro i politici di primo piano, i capita­listi che dirigono realmente la società.

La sua preoccupazione era quella di alzare il livello di coscienza dei lavoratori, non di essere una semplice cassa di risonanza delle loro rabbie o delle loro frustrazioni. Il compito dei rivoluzionari non consiste semplicemente nell’esprimere il risentimento di decine di migliaia di lavoratori nei confronti dei politici, ma di farne un punto di partenza per permettere loro di capire i mecca­nismi dello sfruttamento. Altrimenti si resta al livello apolitico del “facciamoli fuori”.

Impegnarsi per costruire un partito comunista rivoluzionario

Nonostante i riscontri positivi avutisi nel corso della campagna per le presidenziali, sia da parte di Philippe Poutou che da parte di Nathalie Arthaud, nonostante la soddisfazione, per quanto ci riguarda, di aver potuto far comprendere gli interessi politici dei lavoratori, tutti noi abbiamo constatato il nostro basso risultato. Quest’ultimo riflette soprattutto lo stato della nostra classe, la mancanza di fiducia dei lavoratori nella loro forza collettiva. Deriva dai decenni in cui le organizzazioni operaie hanno metodicamente sostituito la coscienza di classe con i “valori repubblicani”, la lotta di classe con il “voto utile” a favore della sinistra, e poi della destra col pretesto “di sbarrare la strada all’estrema destra”, l’internazionalismo con il nazionalismo.

Da questo punto di vista si può dire, infatti, che “viviamo la fine di un periodo”. Il movimento operaio cosciente è oggi a pezzi, profondamente disorientato. Tutto è da ricostruire. Ma la questione che si pone è sapere su quale base politica si ricostruisce e come si fa.

Per noi, la base politica è quella del comunismo, in altre parole del rovesciamento del potere politico della borghesia, della conquista del potere da parte della classe operaia, nel senso più ampio, con tutta la sua varietà e le sue molteplici situazioni, quale unica forza sociale capace di fare questa rivoluzione, poiché esiste ovunque sul pianeta, poiché fa funzionare tutta l’economia e “non ha niente da perdere fuorché le sue catene”.

Ciò implica la reintroduzione delle idee comuniste, in altre parole la prospettiva di una rivoluzione sociale che distruggerà lo Stato al servizio della borghesia; la reintroduzione della coscienza di classe nella classe operaia, nelle imprese, nei quartieri popolari, fra la gioventù, fra i precari, che siano imprenditori di se stessi o interinali supersfruttati. Ciò implica portare avanti ciò che unisce tutti gli sfruttati di fronte ai loro sfruttatori, e non quel che contribuisce a dividerli tra loro, come la religione, l’origine o il diverso contratto di lavoro. Ciò significa permettere al massimo numero di lavoratori di capire chi sono i loro veri nemici, i loro falsi amici, i responsabili della crisi e della disoccupazione, quali sono i meccanismi dello sfruttamento, i meccanismi del capitalismo.

Il compito concreto del momento è quello di radicare queste idee nelle imprese, nei quartieri, nella gioventù popolare o intellettuale, di raggruppare le donne e gli uomini che si riconoscono in questo programma, di trovare e soprattutto educare militanti per rendere tali idee vive, concrete e garantirne la trasmissione.

19 giugno 2017

(1) dal comunicato dell’NPA del dipartimento dell’Orne, pubblicato nell’edizione di Alençon del quotidiano Ouest-France.


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