Internazionale

Per un blocco generale dei licenziamenti

Bisognerebbe spiegare che c’è la ripresa ai 125 lavoratori licenziati dalla Colussi di Petrignano, vicino a Perugia, come ai loro colleghi della Nestlè-Perugina 340 in tutto, dichiarati “in esubero”. Poi, andando avanti a caso, semplicemente scorrendo le pagine dei giornali delle ultime settimane, dovrebbero apprezzare le migliorate condizioni dell’economia, di cui parlano Gentiloni e Padoan,i 138 licenziati della Comital di Valpiano in provincia di Torino, gli 85 della TNM di Pontedera, i 166 della Ragaini Radiatori di Loreto, i 30 della Vapor Europe di Sassuolo, i 120 della Froneri di Parma. Per non dire ancora dei siderurgici dell’Ilva, da Genova a Taranto, e di quelli di Piombino, e qui parliamo di migliaia di posti di lavoro.

È possibile continuare così? Si può lasciare che la classe imprenditoriale continui a divorare la vita e l’avvenire di tante famiglie per mantenere o aumentare i propri profitti? Le organizzazioni sindacali possono limitarsi a trattare ogni caso come un fatto a sé, sperando in un caso in nuovi acquirenti, nell’altro caso nel prolungamento della cassa integrazione, nell’altro ancora in un improbabile “ricollocamento” dei licenziati in altre aziende, magari dopo qualche mese di “riqualificazione professionale”?

La verità è che ci troviamo di fronte a un’iniziativa padronale che non incontra una resistenza vera. Si fanno licenziamenti collettivi per varie ragioni, ma ce n’è una che accomuna tutti i casi: licenziare è diventato molto facile. Sostenuti da tutte le forze politiche, da leggi che gli hanno favoriti in tutti i modi, presentati come le maggiori vittime della crisi e come gli unici portatori di speranza per uscirne fuori, i padroni si sentono autorizzati a spingersi sempre più lontano nel disgregare le conquistedella classe operaia. Per un malinteso senso di realismo, gli stessi dirigenti sindacali hanno sostanzialmente scelto di lasciar loro mano libera.

Ma l’economia capitalistica, lasciata a sé stessa, non è che un insieme caotico di imprese ognuna delle quali, infischiandosene delle conseguenze sociali delle sue azioni, persegue solamente il massimo profitto. Non solo: vuoleanche realizzare questo profitto il prima possibile. Quindi sempre meglio un uovo oggi che una gallina domani. Nella catena della produzione, l’ultimo anello è il consumatore comune. Se aumenta la miseria diminuisce la domanda, con conseguenze su tutto il meccanismo produttivo. Gli operai della Colussi e della Perugina, per esempio, sono anche clienti della Colussi e della Perugina almeno fintanto che hanno soldi in tasca da spendere. Ma le direzioni delle due aziende pensano che i clienti saranno altri e che quindi togliersi di torno qualche centinaio di operai intensificando lo sfruttamento dei restanti consentirà di aumentare i profitti. Ma siccome la pensano così anche decine di migliaia di altri padroni, presto o tardi né i cioccolatini della Perugina, né i biscotti della Colussi avranno clienti a sufficienza.Moltiplichiamo questo esempio per l’insieme delle aziende che costituiscono l’economia capitalistica e sarà chiaro che gli stessi capitalisti spingono la loro economia verso una nuova catastrofe.

E intanto il tenore di vita della classe lavoratrice si abbassa, fino a raggiungere la povertà in numeri sempre più grandi. Intanto aumenta il lavoro precario e malpagato e aumenta la disoccupazione reale, per quanto mascherata da qualche lavoro occasionale.

Non si può continuare a lasciarli fare. Occorrono dei solidi argini alla loro cieca rincorsa al profitto che continua a bruciare posti di lavoro. Ma certo non ci si può aspettare che sia questo o il prossimo governo a limitare la protervia del padronato. Quando il governo parla di lotta alla disoccupazione, parla in realtà di altri regali alle imprese sotto la forma di sgravi fiscali. Bisogna che siano i lavoratori a imporre i loro obiettivi il primo dei quali oggi è il blocco incondizionato dei licenziamenti in tutte le aziende.

Sarebbe solo un primo piccolo passo per scongiurare un avvenire di povertà per noi e, soprattutto, per i nostri figli, ma sarebbe anche il segno che si può mettere la parola finealla lunga stagione di rinunce e sacrifici, iniziandone una di riscatto collettivo e di riconquista dei diritti perduti.


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