Internazionale

La “stagnazione secolare” ovvero l’età senile del capitalismo

Da “Lutte de classe” n° 182 – Marzo 2017

L’economia capitalistica è senza fiato. Nell’a­prile del 2016, anche il FMI scriveva, nell’in­troduzione al suo rapporto sulle prospettive dell’economia mondiale, e dopo avere ancora una volta rivisto al ribasso le prospet­tive di crescita, che «l’economia mondiale rischia di trovarsi ad un punto morto e di piombare in una stagnazione secolare gene­ralizzata». La crescita del prodotto interno lordo (PIL) dei paesi ricchi nel 2015 è stata stimata dallo stesso FMI al’1,9%, mentre quella degli altri paesi del globo è annunciata al 4%, con una media planetaria del 3,1%. Dal 2011, il saggio di crescita del PIL nei paesi capitalistici sviluppati varia tra lo 0% e il 2%, mentre quello dei paesi sottosviluppati (Cina, India, Brasile…) non ha smesso di calare, passando in media dall’8% al 4%.

Per quanto vaga ed ambigua possa essere la nozione di PIL, elemento di base dell’eco­nomia politica borghese, il suo andamento è significativo. Uno degli scenari previsti dal FMI è che questi bassi livelli di crescita diventino la regola dei prossimi anni, o persino negativi nei paesi ricchi. Per questa istituzione, però, le difficoltà sono congiun­turali ed una politica adeguata permette­rebbe al capitalismo di uscirne.

Nulla di più naturale che il FMI abbia soluzioni da offrire alla borghesia. È la sua ragion d’essere. Tuttavia, dietro alla stagna­zione secolare, che la si ritenga congiuntu­rale o strutturale, c’è in realtà un’altra que­stione: il capitalismo è capace di sviluppare ancora le forze produttive? La giustificazione storica del capitalismo è consistita nel garan­tire tale sviluppo, di far uscire l’umanità dal medioevo e dall’economia feudale. Nondi­meno, per riprendere quanto scritto da Marx in Critica dell’economia politica (1859), «Le forze produttive materiali della società, raggiunta una certa fase di sviluppo, entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, o con ciò che ne è soltanto l’espressione giuridica, vale a dire le relazioni di proprietà in seno alle quali si erano mosse fino ad allora. Queste relazioni, da forme di sviluppo delle forze produttive si mutano in ostacoli. A quel punto si apre un’epoca di rivoluzione sociale».

Qui non si tratta di discutere dell’imminenza della rivoluzione, ma di verificarne le condi­zioni oggettive. Per questo motivo la capacità del capitalismo di sviluppare ancora e sempre le forze produttive ha regolarmente suscitato dibattito, in particolare quando, negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, il capitalismo ostentava forti tassi di crescita mai visti prima, mentre nel 1938, alla vigilia di quello stesso conflitto, Trotsky non poteva che constatare, nel Programma di transizione, che «le forze produttive hanno smesso di crescere». Tale questione fu però discussa anche prima, alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento, quando la capacità di crescita dell’economia capitalistica sem­brava infinita, dando alla borghesia e ai rifor­misti argomenti contro i rivoluzionari.

Il capitalismo e lo sviluppo delle forze produttive

Marx, Rosa Luxemburg, Lenin e Trotsky furono tutti profondamente convinti che il capitalismo offrisse un quadro per lo sviluppo delle forze produttive solo per un certo periodo storico. Ciascuno di loro, alla propria epoca, si era opposto ai riformisti che, come Bernstein prima della guerra, o Kautsky dopo il 1914, pensavano di poter regolare il capita­lismo, o che quest’ultimo potesse trovare una soluzione nell’iper o nel superimperialismo. Si opposero, inoltre, a quella generazione di socialisti che riprendeva la concezione revi­sionista secondo cui non esistono limiti og­gettivi allo sviluppo del capitalismo e che riduceva la necessità del socialismo alla mera indignazione delle masse popolari.

Quando Marx scrisse Il Capitale, il capita­lismo era nel suo periodo di forte sviluppo. In Gran Bretagna, in Germania, in Francia, la sola produzione industriale cresceva annual­mente del 3% circa. Agli incensatori del capitalismo, sembrava allora che gli alberi potessero crescere fino al cielo. Marx dimostrò tuttavia nel Capitale che il limite del capitalismo si iscrive nel processo stesso dell’accumulazione capitalistica. La classe operaia, con lo sviluppo del capitalismo e sotto l’impulso della concorrenza, utilizza mezzi di produzione sempre più importanti, di valore sempre maggiore e producendo su scale sempre più ampie, con la conseguente riduzione tendenziale del saggio di profitto. Questo calo è, per citare Marx, «semplice­mente una maniera propria del modo di pro­duzione capitalistico di esprimere il progres­so della produttività sociale del lavoro». La riduzione del saggio di profitto «sembra minacciare pertanto lo sviluppo del processo di produzione capitalistico, favorisce la so­vrapproduzione, la speculazione, le crisi, la formazione di capitale in eccedenza accanto ad una popolazione in eccesso. (…) Nondi­meno, ciò che si coglie di importante nell’or­rore che assale [gli economisti borghesi] dinanzi alla riduzione del saggio di profitto è la sensazione che, nello sviluppo delle forze produttive, il modo di produzione capitalistico trova un limite che non ha nulla a che vedere con la produzione di ricchezza in sé; e questa limitazione molto peculiare mostra il carattere limitato e puramente storico, transi­torio, del sistema di produzione capitalistico» (Marx, Il Capitale, Libro III, Cap. XV).
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Tuttavia, la riduzione del tasso di profitto non è lineare, ma tendenziale, poiché è il risultato di contraddizioni che sono anche espressio­ne della lotta di classe e del rapporto di forza tra capitalisti ed operai. Così la diminuzione dei salari, l’intensificazione del lavoro, l’allun­gamento dell’orario di lavoro possono far salire di nuovo il saggio di profitto. Inoltre, le crisi sono i momenti in cui il capitale esisten­te è svalutato, o persino eliminato per lascia­re spazio alla formazione di capitale nuovo, sulla base di un saggio di profitto ripristinato. La riduzione del saggio di profitto e l’accumulazione del capitale, pur con inevitabili variazioni, hanno condotto inesorabilmente alla concentrazione, «la quale non è altro che il corollario dell’accumulazione», al credito, che «si trasforma in un immenso macchinismo destinato a centralizzare i capitali», ed ai monopoli. Così, «a mano a mano che il numero dei potentati del capitale diminuisce, (…) aumentano la miseria, l’oppressione, la schiavitù, il degrado, lo sfruttamento, ma anche la resistenza di una classe operaia in continua crescita e sempre più disciplinata, unita ed organizzata dal meccanismo stesso della produzione capitalistica. Il monopolio del capitale diventa un ostacolo per il modo di produzione che è cresciuto e arricchito con esso e sotto la sua protezione. La socia­lizzazione del lavoro e la centralizzazione delle sue risorse materiali arrivano ad un punto in cui non possono più mantenersi nel­l’involucro capitalistico. Questo involucro cade in frantumi. È giunta l’ora della fine della proprietà capitalistica. Gli espropriatori sono a loro volta espropriati» (Libro I, Cap. XXXII).

45 anni più tardi, alla vigilia della prima guerra mondiale, il volto dell’economia capi­talistica era in gran parte cambiato. Dopo una depressione durata circa vent’anni, tra il 1873 e il 1896, gli industriali e i finanzieri del Regno Unito, della Francia, della Germania e degli Stati Uniti si erano spartiti il pianeta, i mercati, le colonie. Fu allora, nel 1913, che Rosa Luxemburg spiegò, nel suo libro L’ac­cumulazione del capitale, la propria visione dei limiti dello sviluppo capitalistico. Nel Capitale, Marx aveva descritto il processo d’accumulazione del capitale attraverso ciò che chiamò la riproduzione allargata. In quello schema, una parte del plusvalore pro­dotto in un ciclo di produzione non è consu­mato dalla classe capitalistica ma speso in capitale aggiuntivo, investito per il ciclo suc­cessivo. Marx dimostrò che, a certe condi­zioni, tale accumulazione poteva essere illi­mitata e condurre così ad uno sviluppo non meno illimitato delle forze produttive. Tutta­via, per lui si trattava di condizioni talmente complesse e precise che possono verificarsi insieme soltanto attraverso crisi e crack, tanto più che tutto ciò avviene attraverso il riscontro a posteriori del mercato.

Per Rosa Luxemburg, questo schema era incompleto, in particolare sul modo in cui i capitalisti realizzano il plusvalore, cioè come trasformano le merci in denaro. Per Marx, questa operazione può realizzarsi con gli scambi tra i vari attori interessati. Rosa Lu­xemburg, dal canto suo, affermava che quando la nuova produzione, dunque aumentata, arriva sul mercato, gli attori inte­ressati non hanno i mezzi per acquistarla. La riproduzione allargata conduceva dunque, inesorabilmente, ad un’eccedenza di pro­dotti, che potevano trovare acquirenti sol­tanto all’esterno, cosa che, secondo lei, spie­gava l’inevitabilità dell’imperialismo. In altri termini, Rosa Luxemburg tentò di dimostrare che la riproduzione allargata e l’accumula­zione del capitale sono possibili nel mondo capitalistico soltanto in presenza di una sfera non capitalistica (società primitive, feudali, mondi contadini isolati) verso la quale i capi­talisti esportano l’eccedenza di merci per realizzare il plusvalore che contengono e recuperare il capitale aggiuntivo necessario all’ accumulazione. Una sfera non capitali­stica in restringimento permanente, trasfor­mata, saccheggiata, ridotta in mercato capi­talistico dall’intervento violento del capitale nel suo ambito. Così, per Rosa Luxemburg, «l’accumulazione (…) tende a stabilire infine il dominio assoluto e generale della produ­zione capitalistica in tutti i paesi ed in tutti i rami dell’economia. Ma il capitale imbocca qui un vicolo cieco. Una volta raggiunto il risultato finale –  in teoria almeno –l’accumu­lazione diventa impossibile, la realizzazione e la capitalizzazione del plusvalore diven­tano problemi insolubili. (…) L’impossibilità dell’accumulazione significa, dal punto di vista capitalistico, impossibilità di ulteriore sviluppo delle forze produttive e, dunque, la necessità oggettiva del crollo del capita­lismo». Il crollo del capitalismo sarebbe dunque legato alla sua conquista di tutto il pianeta. Queste frasi, se consideriamo che i capitalisti hanno oggi imposto i loro capitali in ogni angolo del globo e che la crisi è diven­tata permanente, non possono che attirare l’attenzione.

Lenin, tuttavia, non era d’accordo con questa teoria. Non tanto per la conclusione, che condivideva, ma per il ragionamento che faceva riferimento alla sfera non capitalistica. Per lui, il capitalismo non ha bisogno in sé di un mercato esterno per smaltire le sue merci e realizzare il plusvalore. Del resto, non fu con Rosa Luxemburg che Lenin polemizzò principalmente su questo punto, ma con i russi populisti, che negavano alla fine del XIX° secolo la possibilità dello sviluppo del capitalismo in Russia senza ricorrere al mer­cato esterno. I populisti russi affermavano infatti che, a causa dell’insufficienza del mer­cato interno, risultato dell’impoverimento delle masse, lo sviluppo capitalistico in Rus­sia era impossibile senza mercato esterno che avrebbe permesso sbocchi alternativi al­l’industria nascente. Lenin affermava che lo sviluppo del capitalismo non dipende in realtà dai consumi delle masse, poiché il grosso della produzione consiste nei mezzi di produzione, i cui acquirenti sono gli stessi capitalisti. Lenin escludeva dunque la neces­sità del mercato esterno per la realizzazione del plusvalore, affermando che questo mer­cato è necessario soltanto in ragione delle condizioni storiche concrete dello sviluppo di questo o di quel paese, di ciò che la borghe­sia nazionale non è riuscita a creare nel quadro delle proprie frontiere e che, pertanto, deve trovare altrove.

Il capitalismo dei monopoli

Lenin riteneva che occorresse cercare l’inevi­tabile crollo del capitalismo altrove, nelle conseguenze dell’accumulazione. Egli ripren­deva in realtà il ragionamento di Marx sui monopoli: «Mezzo secolo fa, quando Marx scriveva il suo Capitale, la libera concor­renza appariva alla grande maggioranza degli economisti come “una legge della natura”. La scienza ufficiale tentò di stron­care con la cospirazione del silenzio l’opera di Marx, che dimostrava con un’analisi teorica e storica del capitalismo che la libera concorrenza genera la concentrazione della produzione, la quale, arrivata ad un certo grado di sviluppo, conduce al monopolio. Ora, il monopolio è diventato un fatto. (…) Per quanto riguarda l’Europa, si può stabilire con sufficiente precisione il momento in cui il nuovo capitalismo si è definitivamente sostituito al vecchio: si tratta dell’inizio del 20° secolo» (Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, 1916).

Il capitalismo dei monopoli non ha eliminato la concorrenza. L’ha semplicemente trasfe­rita ad un livello più elevato, quello delle mul­tinazionali e degli stati che le proteggono. Allo stesso tempo, però, le regole del gioco sono cambiate. «Non è più la vecchia libera concorrenza dei padroni dispersi, che si ignoravano reciprocamente e producevano per un mercato sconosciuto. La concen­trazione arriva al punto che diventa possibile fare un inventario in modo approssimativo di tutte le fonti di materie prime (…) di un paese, (…) o persino del mondo intero. Non solo si procede a tale inventario, ma tutte queste fonti sono fatte proprie da potenti gruppi monopolistici. Si valuta approssima­tivamente la capacità d’assorbimento dei mercati e questi gruppi “se li “spartiscono” per contratto. (…) Il capitalismo, giunto alla sua fase imperialista, conduce alle porte della socializzazione integrale della produ­zione» (Ibid.).

Inoltre le crisi non sono scomparse. Sono anche peggiori, più generali. I loro effetti però non sono gli stessi. Le crisi, eliminando il vecchio capitale, permettevano ai capitalisti sopravvissuti di concentrare il capitale su una base tecnica più moderna, con un saggio di profitto ripristinato. I monopoli, grazie alla loro potenza, alla loro base, hanno ben altre possibilità di resistere. La somma minima di capitale per cominciare la produzione è spesso talmente elevata da impedire a qualunque nuovo concorrente l’ingresso su nuovi mercati. I monopoli sono quindi più capaci di attraversare le crisi senza mettere immediatamente a rischio il loro vecchio capitale, bensì rallentando l’an­datura, licenziando e riducendo gli organici in attesa di giorni migliori. E più che mai si appoggiano sui loro rispettivi stati. Il risultato è che «tutto ciò ha partorito i tratti distintivi dell’imperialismo, che permettono di caratterizzarlo come un capitalismo parassitario o  in putrefazione» (Ibid.).

Sarebbe tuttavia sbagliato il credere che questa tendenza alla putrefazione escluda ogni crescita. Taluni paesi o taluni settori si sviluppano con più o meno forza, ma questo sviluppo diventa più disuguale e la putre­fazione raggiunge innanzitutto i paesi più ricchi. Alla vigilia della seconda guerra mondiale, dopo la crisi del 1929, Trotsky evidenziava le stesse tendenze, ancora più spinte, alla stagnazione ed alla putrefazione dell’economia. Egli poteva così scrivere nel 1938, nel Programma di transizione, che «le forze produttive dell’umanità hanno smesso di crescere. Le nuove invenzioni ed i nuovi progressi tecnici non conducono più ad un aumento della ricchezza materiale».

Dalla seconda guerra mondiale alla crisi permanente

Tra l’epoca che Trotsky descrive nel 1938 ed il rallentamento generale osservato oggi, è passato un lungo periodo che è iniziato alla fine della seconda guerra mondiale e ha po­tuto far pensare che il capitalismo fosse sempre latore di futuro. Il dopoguerra fu infatti un periodo eccezionale nella storia del capitalismo, caratterizzato da una forte domanda legata alla ricostruzione e, allo stesso tempo, da una crescita fortissima della produttività del lavoro che consentì ai capitalisti di acquisire sempre più plusvalore, anche in presenza di salari in rialzo, e con ben poca disoccupazione, cosa che rendeva più grande il proprio mercato e permetteva loro di ampliare ancor di più la produzione. Questa crescita della produttività era in realtà la conseguenza delle devastazioni della seconda guerra mondiale e dell’intervento massiccio degli stati per ricostruire paesi industriali come la Germania ed il Giappone, e per dare un nuovo orientamento a tutta l’economia mondiale trasformando un’econo­mia di guerra in un’economia di grandi consumi. Erano del resto i paesi industriali più distrutti dalla guerra, la Germania ed il Giappone appunto, in cui la produttività dopo la guerra crebbe maggiormente e l’accumu­lazione del capitale fu più rapida e si pro­dusse su basi più moderne e più efficaci.

La crisi emersa con gran forza nel 1974 venne a chiudere logicamente questo perio­do eccezionale. Fu inizialmente una crisi classica di sovrapproduzione, segnata da una caduta libera del tasso d’utilizzo delle capacità di produzione sin dalla fine degli anni ’60, manifestando la saturazione dei mercati, una caduta accompagnata da un’al­tra non meno libera del saggio di profitto. Tuttavia, contrariamente alle crisi del 19° secolo, questa crisi ebbe luogo nell’epoca della dominazione dei monopoli e del ruolo accresciuto degli stati, la cui risposta fu pre­cisamente quella di inondare di denaro i canali finanziari. Gli stati si indebitarono e fabbricarono senza ritegno carta moneta. Là dove numerose piccole imprese in concor­renza tra loro sarebbero crollate, i monopoli, grazie al sostegno degli stati, resistettero. Il rimedio impedì all’ economia di sprofondare momentaneamente in una crisi ancor più grave. Niente però fu risolto. L’intervento degli stati, impedendo alla crisi economica di andare fino in fondo, non permetteva a que­st’ultima di svolgere il suo ruolo regolatore, consistente nel purgare l’economia dalle imprese meno produttive. Ciò salvò i trust, che ridussero l’andatura, licenziarono, utiliz­zarono fino all’ultimo i macchinari vetusti e continuarono a vendere, forse meno ma a prezzi maggiori. Alcuni vennero salvati da nazionalizzazioni assai opportune, e furono gli stati che si incaricarono di ristrutturarli per poi privatizzarli alcuni anni dopo.

Sin dalla fine degli anni ’70, gli stati si predi­sposero ad aiutare la borghesia a ripristinare il saggio di profitto delle imprese, portando avanti una vera e propria guerra sociale contro la classe operaia. Fu fatto di tutto per rendere redditizia la produzione a danno dei lavoratori, intensificandone lo sfruttamento. La parte dei salari compresa nel valore aggiunto scese in tutti i paesi ricchi di una decina di punti tra l’inizio degli anni ’80 e l’inizio degli anni 2000, cosa che, per un paese ad esempio come la Francia, rappre­senta l’equivalente attuale di un trasferi­mento annuo di circa 200 miliardi di euro dalle tasche dei lavoratori verso quelle dei capitalisti. Questi ultimi, trasformando lavo­ratori salariati in disoccupati, contribuirono loro stessi a restringere il proprio mercato e a demolire la propria economia. Così, mentre il saggio di profitto era complessivamente ristabilito alla fine degli anni ’80, il tasso d’ac­cumulazione del capitale, il tasso d’investi­mento, restava al livello più basso, ben infe­riore a quello degli anni ’60 (1). Il fatto che il saggio di profitto ricomposto si mantenesse ad un alto livello evidenziava in realtà il forte rallentamento del processo d’accumulazione: i monopoli, ritenendo i mercati incapaci di assorbire con profitto un surplus di produ­zione, deviavano i profitti ricavati dalla produ­zione verso altri settori. In quel periodo si assistette perciò all’impennata delle Borse e alla speculazione sul debito degli stati. La finanziarizzazione avviata negli anni ’80 non fu dunque un’anomalia o un errore dovuto alla deregulation, ma proprio la necessità per i capitalisti di riciclare in un altro modo il plu­svalore estorto ai lavoratori, una necessità del capitalismo monopolistico.

Il rallentamento secolare

Per tutto ciò, la crescita mondiale, al di là delle variazioni cicliche, dell’alternarsi dei crack e delle riprese produttive, segna una tendenza generale al rallentamento a partire dagli anni ’60, caratteristica del capitalismo in putrefazione. Secondo i dati della stessa Banca mondiale, il tasso di crescita medio del PIL tra il 1961 e il 1973 ammontava al 5,4% annuo (Il 3,3% per il PIL pro capite), al 2,7% tra il 1973 e il 1983 (l’1% per il PIL pro capite), ed attorno al 3% da allora (l’1,5% per il PIL pro capite). Complessivamente, la cre­scita si è dimezzata. Occorre anche sotto­lineare che se, tra il 1987 e il 2006, la cresci­ta mondiale si distribuì uniformemente tra i paesi sottosviluppati ed i principali paesi ricchi, tra il 2007 e il 2016 si ebbe per l’80% nei soli paesi sottosviluppati, il che, in realtà, è il risultato della crescente integrazione di economie come quella cinese alla produ­zione mondiale, che consente ai trust occi­dentali di sfruttare ancor di più i lavoratori di questi paesi. Oggi, il rallentamento, dal momento che è all’ordine del giorno anche lì, nel complesso può soltanto peggiorare.

Un’altra manifestazione del rallentamento di fondo dell’economia mondiale è il fatto che la crescita della produttività del lavoro, che era del 4% l’anno tra il 1950 e il 1973, del 2% tra il 1973 e il 2003, da allora è soltanto dell’1% (2). Tuttavia, per citare Marx (Il Capitale, Libro III, Cap. XV), «caduta del saggio di profitto ed accelerazione dell’accumulazione sono solo espressioni differenti di uno stesso processo, nel senso che ambedue esprimo­no lo sviluppo della produttività». Il rallenta­mento notevole della crescita della produt­tività, invece, non fa che evidenziare ancora una volta il rallentamento generalizzato dello sviluppo delle forze produttive. E se il capita­lismo si estende ancora, imponendosi mag­giormente in nuove regioni, lo fa su una base tecnica media globale che non progredisce quasi più, ed ancor meno nei paesi capitali­stici avanzati.

Ciò non è senza conseguenze per la classe operaia di questi paesi. Non solo la disoccu­pazione di massa è diventata, al di là delle oscillazioni congiunturali, un fenomeno per­manente, ma la guerra di classe che i capita­listi conducono contro i lavoratori non può che continuare. I capitalisti riescono a mante­nere il loro saggio di profitto soltanto se la crescita della produttività resta superiore a quella dei salari, in altri termini se il plusva­lore prodotto in un’ora di lavoro cresce più rapidamente del salario. Poiché la crescita della produttività tende verso lo zero, i capi­talisti possono mantenere i loro profitti soltanto abbassando i salari reali, cioè peg­giorando le cause che sono all’origine del rallentamento attuale.

Alla fine degli anni ’80, gli economisti scom­mettevano sull’informatica per rivoluzionare la produzione ed aprire una nuova era di crescita economica, con nuovi sbocchi, nuovi guadagni di produttività. Occorre constatare che l’informatica non ha rivoluzionato gran­ché, tranne la graduatoria dei grandi patri­moni. Il rallentamento della crescita della produttività rivela l’incapacità del capitalismo di attuare le innovazioni tecniche su ampia scala che consentirebbero lo sviluppo delle forze produttive. Questa incapacità non è tecnica, ma è il risultato delle contraddizioni in cui il sistema si è impantanato. Spesso, l’utilizzo di lavoratori meno pagati è semplicemente più redditizio del fare investimenti pesanti in nuovi mezzi di produzione. Tuttavia, alla base di tutto, c’è il fatto che i trust considerano la domanda così debole che un aumento della produzione non troverebbe acquirenti e ritengono sia più facile e più economico liberarsi dei lavoratori che dei robot, in caso di ribaltamento della congiuntura. La contraddizione evidente tra le possibilità tecniche sempre crescenti di cui dispone l’umanità ed il sottoutilizzo che ne fa il capitalismo basta da sola a condannare definitivamente questo sistema.

Né la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e il conseguente reintegro dei paesi dell’Est nel mercato mondiale, né l’emergere di alcune decine di milioni di piccoli borghesi nei paesi sottosviluppati hanno suscitato una nuova domanda di merci sufficiente perché l’econo­mia mondiale uscisse dal torpore. Le capa­cità di produzione su scala planetaria sono in realtà così importanti e sottoutilizzate dai trust (un utilizzo stimato soltanto all’81% in Europa ed al 75% negli Stati Uniti) che sono in grado, senza investimenti importanti, di assorbire variazioni della domanda.

Da molto tempo, quindi, la stagnazione è secolare e l’impulso dato all’economia dalle distruzioni della seconda guerra mondiale è sfociato in questa lunga agonia. Non si può certamente escludere che l’economia riparta per un breve ciclo, come è avvenuto dopo tutte le crisi di questi ultimi quarant’anni. Ma non c’è ragione per la quale tale ciclo non si dovrebbe concludere di nuovo con un crack, la cui profondità, in considerazione delle somme allucinanti accumulatesi nei circuiti finanziari, potrebbe essere ben peggiore di quella del 2009.

La storia degli ultimi settant’anni dimostra che il capitalismo è capace di sviluppare le forze produttive soltanto dopo aver distrutto in maniera massiccia, e simultaneamente in molti paesi, un’importante quantità di quelle stesse forze produttive, ciò che ha fatto mediante una guerra mondiale ed una bar­barie senza fine. Il Programma di transi­zione, scritto da Trotsky alla vigilia di quel conflitto, cominciava con queste parole di grande attualità: «Le chiacchiere di ogni tipo, per cui le condizioni storiche non sarebbero ancora “mature” per il socialismo, sono soltanto il prodotto dell’ignoranza o di un inganno cosciente. Le premesse oggettive della rivoluzione proletaria non solo sono mature; hanno anche cominciato a marcire».
5   febbraio 2017

(1) In Europa, secondo le statistiche europee AMECO, la formazione di capitale netto, che era progredita del 7% annuo negli anni tra il 1960 ed il 1967, avanzava soltanto dallo 0% al 2% tra il 1977 e il 2007, ed è anche regredita (- 2%) in seguito.

(2) Cifre date da France Stratégie. Secondo AMECO, per la cosiddetta Europa dei Quindici, l’andamento della produttività totale dei fattori, come quella del lavoro, è passato dal 3% annuo negli anni ’60 allo 0% nell’ultimo decennio.


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