Internazionale
La Rivoluzione russa del febbraio 1917

L’inizio di una formidabile mobilitazione che avrebbe portato il proletariato al potere

Da “Lutte de classe” n° 182 - Marzo 2017

Appena un secolo fa, le manifestazioni spontanee delle operaie di Pietrogrado segnavano l’inizio della rivoluzione russa. Il proletariato della capitale, che in piena guerra mondiale era andato all’attacco dell’autocrazia zarista, abbatteva in pochi giorni uno dei regimi più tirannici d’Europa. Quest’irruzione improvvisa e violenta delle masse sulla scena della storia iniziò un movimento ininterrotto, fatto di confronti sempre più aspri con le altre classi e con la politica dei partiti che ne rappresentavano gli interessi. Questo movimento, durante otto mesi, non si sarebbe più fermato, malgrado il suo sviluppo avvenisse ad un ritmo disuguale nelle città, nelle campagne e su migliaia di chilometri di fronte dove combattevano i soldati, nonostante i periodi di stabilizzazione e di riflusso e i colpi inferti dalle forze sociali decise a farla finita con questa rivoluzione. Contrariamente alle spe­ranze della borghesia russa e dell’imperia­lismo, gli sfruttati non rientrarono nei ranghi. Essi, imparando ogni giorno di più a riconoscere gli alleati e a smascherare i falsi amici, si candidarono finalmente alla dire­zione della società.

Il 25 ottobre del 1917, il proletariato, questa volta, rovesciò il governo della borghesia per fondare il primo Stato operaio della storia, e ciò avvenne su un territorio che rappre­sentava un sesto del pianeta. Il capitalismo aveva subito la sua prima grande sconfitta di fronte ai proletari. Per i bolscevichi che dires­sero l’insurrezione d’ottobre, era una vittoria che, a sua volta, avrebbe potuto essere l’ini­zio dell’indispensabile rivoluzione mondiale per sbarazzarsi del dominio del capitale e gettare le basi di una società comunista.

In questo scontro di classe su scala plane­taria, la Russia rivoluzionaria rimase isolata, in particolare a causa della politica dei partiti socialisti d’Europa, che alzarono un argine contro quest’ondata rivoluzionaria, e anche per la debolezza dei giovani partiti comunisti che erano sorti sulla scia della rivoluzione russa. L’URSS edificata negli anni successivi avrebbe duramente subito un contraccolpo per tutto ciò. Il riflusso della rivoluzione, infatti, avrebbe favorito la nascita, e poi il dominio, di uno strato parassitario dello Stato operaio di cui Stalin fu il primo capo.

Ma tale degenerazione, che si approfondì fino alla scomparsa dell’URSS come Stato 25 anni fa, non può eclissare la gigantesca opera compiuta dal proletariato russo.

La classe operaia di Russia ha eseguito i compiti a cui la borghesia e i contadini erano incapaci di assolvere

Lenin, scrivendo per il quarto anniversario dell’Ottobre e all’indomani della vittoria dell’Armata rossa di fronte alle forze della controrivoluzione, ricordava che l’obiettivo primario della rivoluzione era consistito nell’ «eliminare le vestigia del medioevo, farle scomparire per sempre, ripulire la Russia di questa barbarie, di questa vergogna, di ciò che frenava smisuratamente ogni cultura ed ogni progresso». Ed aggiungeva che le masse popolari potevano andare fiere «di aver eliminato la spazzatura monarchica» come mai nessuno aveva fatto, «molto più risolutamente, più rapidamente, più ardita­mente, con ben più successi, ampiezza e profondità (…) di quanto non avesse fatto la grande Rivoluzione francese» 125 anni prima.

L’avere estirpato le radici stesse del feuda­lesimo e della schiavitù aveva infatti un significato storico enorme, se ci si ricorda dell’influenza reazionaria che aveva eserci­tato l’impero zarista sul continente europeo nei secoli. Era però altrettanto significativo per il movimento comunista il fatto che questi compiti democratici, borghesi della rivoluzione non avevano potuto essere portati a termine che dal proletariato. Come avevano preconizzato, con alcune sfumature nella formulazione, Trotsky nella sua teoria della rivoluzione permanente e la corrente bolscevica più di dieci anni prima della proclamazione di un governo provvisorio diretto dalla borghesia liberale, quest’ultima era incapace di svolgere il ruolo progressista che avevano assunto nel Seicento e nel Settecento le sue precorritrici di Olanda, Inghilterra e Francia nei loro rispettivi paesi. La borghesia russa, sottomessa alle grandi potenze capitalistiche a cui doveva finalmente il suo sviluppo e la sua posizione sociale, sin dalla nascita aveva mostrato la sua impotenza ed il suo carattere senile: la paura che la classe operaia le suscitava e la minaccia che questa classe giovane e combattiva rappresentava già per il suo dominio l’avevano resa incapace di raggiungere gli obiettivi di una rivoluzione borghese.

Era ormai dimostrato – e su quale scala! - che nei paesi posti sotto il giogo imperialista, nella sua forma coloniale o meno, la classe operaia era l’unica in grado di eseguire quei compiti, e per di più in un modo infinitamente più profondo, portandosi alla testa delle classi oppresse, in primo luogo dei contadini poveri. Il dibattito che aveva opposto durante un quarto di secolo la corrente menscevica a quella bolscevica, ma anche l’ala rivoluzio­naria della socialdemocrazia europea alla sua corrente più opportunista, era così defini­tivamente risolto.

Tali conclusioni conservano ancor oggi tutta la loro validità, in un mondo in cui le forze numeriche del proletariato non sono state mai così importanti. È responsabilità storica dello stalinismo, e della sua variante maoi­sta, come pure, in misura minore, di tutti coloro che nell’ambito del movimento trotzki­sta hanno dimenticato questa lezione fonda­mentale, di aver preteso il contrario per decenni, di aver sostenuto che i contadini e la piccola borghesia intellettuale, o perfino l’esercito, potevano soppiantare l’intervento ed il ruolo dirigente della classe operaia. Il comunismo, come Marx aveva scritto decenni prima, non può essere che l’opera dei lavoratori stessi.

Le basi di un’immensa opera emancipatrice

La potenza emancipatrice della rivoluzione d’Ottobre si osservò fin dall’inizio in tutti i campi, nonostante l’arretratezza in cui si tro­vava la Russia del 1917 e malgrado il fuoco della guerra civile attizzato dalle grandi po­tenze sul suo territorio per parecchi anni.

La nazionalizzazione delle terre e la possibi­lità per i comitati di contadini di organizzarne liberamente la spartizione e la coltura rispon­devano alle aspirazioni dei piccoli contadini, che costituivano la schiacciante maggioranza della popolazione.

La borghesia russa, giunta al potere nel feb­braio, aveva dimostrato, da parte sua, di essere incapace di dare una vera soluzione alla questione nazionale in quella “prigione dei popoli” qual era stata la Russia da secoli. Toccò alla rivoluzione proletaria aprirne le porte. Più della metà degli abitanti, infatti, facevano parte di popolazioni allogene i cui diritti elementari alla cultura, ed in particolare alla propria lingua, erano sistematicamente ignorati. La popolazione ebrea, che subiva l’antisemitismo del regime ed i pogrom per­petrati dai suoi tirapiedi, era obbligata a risie­dere solo in alcune regioni dell’impero e non poteva accedere a numerosi impieghi.

I bolscevichi, nel riconoscere il diritto dei popoli ad autodeterminarsi, anche se ciò avrebbe potuto portare ad una loro eventuale separazione, dimostrarono – anche in questo caso concretamente –   che volgevano le spalle alla politica del vecchio regime. Essi però non si accontentarono di riconoscere questo diritto: si rivolsero simultaneamente agli sfruttati dell’impero russo proponendogli di unirsi a loro nella battaglia contro la bor­ghesia e per la costruzione di una nuova società. Alcuni territori, come la Finlandia e la Polonia, acquisirono effettivamente la pro­pria indipendenza, spesso sotto la protezione armata dell’imperialismo desideroso di argi­nare, anche con i mezzi più sanguinosi, la crescente ondata rivoluzionaria. Nel con­tempo, tuttavia, questa politica rese possibile la costituzione dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, l’URSS, dove i diritti dei popoli erano garantiti.

La rivoluzione svolse anche un compito immenso nel campo culturale, nel senso più ampio del termine. L’alfabetizzazione ne fu la pietra angolare, cosa che richiedeva la for­mazione in massa di insegnanti, la costru­zione di biblioteche, scuole, università, più efficaci di ogni discorso per combattere l’ar­retratezza religiosa. John Reed riferiva allora che «tutta la Russia imparava a leggere, e leggeva di politica, economia e storia, per­ché il popolo voleva sapere e conoscere (…). L’aspirazione all’istruzione, repressa così a lungo, esplose con la rivoluzione».

Ciò si espresse anche attraverso la volontà di rendere accessibile a tutti, oltre alle opere e alla cultura del passato nei musei e nei tea­tri, anche lo sviluppo di una società pog­giante su basi forse non completamente nuove, in quanto ancora frutto della vecchia società, ma che preparava un nuovo modo di vita, altre relazioni tra gli esseri umani, tra le generazioni.

La rivoluzione d’ottobre gettò inoltre le basi di una vera uguaglianza tra gli uomini e le donne fin dalla più giovane età, un obiettivo mai raggiunto in nessuna delle democrazie borghesi, molto spesso anche fino ad oggi. All’uguaglianza giuridica si aggiunsero in par­ticolare il diritto di voto e d’eleggibilità in tutte le funzioni, il riconoscimento della convi­venza e dei diritti al divorzio su semplice domanda, all’aborto, a congedi per maternità retribuiti. Affinché queste misure avessero pieno effetto, fu avviata, in particolare, una politica di creazione di asili e di cucine collet­tive.

Alla gioventù, gran parte della quale sino ad allora si era ammazzata di fatica nei campi e nei lavori forzati, furono finalmente resi accessibili, oltre all’istruzione, nuovi diritti e nuovi orizzonti grazie alla creazione di molte­plici strutture educative, sportive e culturali. L’entusiasmo e l’energia generati dalle spe­ranze sorte con l’Ottobre spesso sopperi­vano in gran parte alla mancanza di risorse materiali.

Tuttavia, la realizzazione di queste riforme progressiste non si poteva concepire se non si prendeva simultaneamente la strada della costruzione di una società socialista su scala più ampia. Lenin, riassumendo nel 1921 il rapporto dialettico tra rivoluzione borghese e rivoluzione socialista, scriveva che «la prima si trasforma nella seconda. La seconda risol­ve, en passant, i problemi della prima. La seconda corrobora l’opera della prima. La lotta, e la sola lotta, decide in quale misura la seconda riesce a superare la prima».

La nascita del primo Stato operaio

Furono infatti i rapporti di forza tra la borghe­sia ed il proletariato su scala nazionale ed internazionale a determinare i ritmi della co­struzione del nuovo Stato operaio e a dise­gnarne i contorni. I bolscevichi risposero con un’espropriazione totale della grande bor­ghesia, delle sue banche e delle sue indu­strie al sabotaggio sistematico del padronato, poi al blocco imposto dall’imperialismo a tutto il paese e infine alla guerra civile che que­st’ultimo alimentò con le sue risorse militari e finanziarie,

Il controllo operaio sulla produzione e sullo stesso andamento delle imprese, che già i lavoratori avevano cominciato ad imporre nel corso del 1917, si estese a tutte le sfere della produzione. Nei primi anni del regime, la direzione della classe operaia sul progresso della società, nella forma della dittatura del proletariato, si realizzò attraverso il potere di una molteplicità di organi della democrazia rivoluzionaria: comitati di fabbrica, sindacati, associazioni operaie e Soviet.

Così cominciava la costruzione di un’econo­mia nuova, senza più gli impedimenti della proprietà privata, del parassitismo degli azio­nisti e del profitto. Su questa base e grazie al dinamismo proprio del primo Stato operaio, nel periodo successivo poté essere predi­sposta – nonostante il conservatorismo ed il peso crescente della burocrazia – una pianificazione su vasta scala. Questa organizzazione immise l’umanità su una strada che nessuna società aveva ancora esplorato e consentì all’Unione sovietica di conoscere una crescita industriale senza precedenti, proprio nel momento in cui l’economia capitalistica sprofondava nella crisi più brutale della sua storia.

I bolscevichi sapevano in partenza che que­sta strada era disseminata di ostacoli. I primi si palesarono durante i tre anni di guerra civile ed “il   comunismo di guerra”, quando si adottarono le misure più estreme per salvare la rivoluzione. Poi, sempre di fronte alla pres­sione dell’imperialismo ed a quella, interna, dei contadini, vi fu ripiegamento prodotto dalle riforme introdotte con la “nuova politica economica” (NEP) nel marzo del 1921. Il regime non aveva avuto in quel momento altra scelta che «dare al capitalismo uno spazio limitato per un tempo limitato» (Lenin), senza per questo fare marcia indietro sulle conquiste fondamentali del­l’Ottobre. I suoi dirigenti erano tuttavia coscienti dell’opera già intrapresa. Nel già citato discorso per il quarto anniversario della rivoluzione d’ottobre, Lenin, pur ricono­scendo «una quantità di abbagli ed errori», affermò che coloro che per primi avevano cominciato questa battaglia potevano «es­sere fieri» di cominciare «una nuova epoca della storia mondiale», quella del dominio della classe operaia. Ed aggiungeva: «Sia­mo stati noi a cominciare quest’opera. Quan­do, entro quale termine i proletari di quale nazione la concluderanno, non importa. Ciò che importa è che il ghiaccio è rotto, la via è aperta, la strada tracciata». E i lavoratori co­scienti devono sentirsi fieri, ancor oggi, di tut­to ciò.

Allo stesso modo possono essere fieri dei loro precursori che hanno dato il via al primo tentativo di collettivizzazione ed hanno dimo­strato, come affermato da Trotsky, «la possi­bilità di aumentare la produttività del lavoro collettivo ad un livello mai visto grazie ai metodi socialisti. Questa conquista, di un’im­portanza storica mondiale, niente e nessuno ce la potrà togliere» (discorso di Copena­ghen per il quindicesimo anniversario della rivoluzione d’Ottobre). Nemmeno il parassi­tismo della burocrazia sovietica nella sua forma più abietta, che soffocò nel periodo successivo la classe operaia e la democrazia sovietica, nemmeno l’isolamento economico subito dall’Unione sovietica, riuscì a cancel­lare questo fatto storico.

Il carattere internazionale della rivoluzione

Già all’inizio del Novecento i rivoluzionari socialisti erano consapevoli che le forze pro­duttive sorte dalla rivoluzione industriale ave­vano da tempo superato le barriere nazionali e che la società socialista era irrealizzabile nel recinto delle frontiere nazionali.

L’isolamento della rivoluzione sorta dalla guerra mondiale e dalle contraddizioni del capitalismo nella sua fase imperialista, rin­chiusa nelle sole frontiere dell’URSS, avreb­be in seguito mostrato tragicamente l’impos­sibilità di costruire il socialismo in un solo paese, contrariamente a ciò che Stalin e la sua cricca avevano affermato sin dal 1924, tradendo così la battaglia di milioni di prole­tari e tutta la politica del partito bolscevico dalla sua nascita.

La battaglia della classe operaia russa si collocava infatti nella continuità delle batta­glie di tante generazioni ben oltre le frontiere della Russia. I suoi dirigenti erano loro stessi sorti dalla corrente socialista europea, nella quale avevano militato e si erano formati. Essi avevano iscritto la loro lotta in una guer­ra di classe più vasta, quella che oppone proletari del mondo intero alle classi possi­denti. E se la rivoluzione era sopraggiunta nell’anello più debole della catena che colle­ga i paesi capitalistici tra loro, l’obiettivo dei bolscevichi consisteva nel rompere tutta la catena liberando così l’umanità.

La ragion d’essere della IIIa Internazionale quale prolungamento organico della rivolu­zione russa fu quella di fornire ai proletari del mondo intero, ai popoli coloniali come ai lavoratori delle cittadelle imperialiste, una medesima prospettiva di rivoluzione proletaria ed un comune stato maggiore.

Il ruolo del partito operaio nella rivoluzione

La vittoria dell’insurrezione d’Ottobre fu anche la dimostrazione della necessità per la classe operaia di disporre di uno strumento che garantisse la sua emancipazione e quel­la di tutta la società. Infatti, se è vero che il partito bolscevico, al pari di altre organiz­zazioni, non svolse alcun ruolo nell’avvio del processo rivoluzionario del 1917, fu però l’arma principale della vittoria degli sfruttati.

Trotsky, paragonando le rivoluzioni borghesi del passato alla rivoluzione proletaria, così scriveva in Lezioni dell’Ottobre: «La borghe­sia sceglieva il momento favorevole in cui, sfruttando il movimento delle masse popo­lari, poter gettare tutto il suo peso sociale sulla bilancia ed impossessarsi del potere. Nella rivoluzione proletaria, però, il proleta­riato è non soltanto la principale forza com­battiva, ma, attraverso la sua avanguardia, la forza dirigente. Il partito del proletariato, da solo, può, nella rivoluzione proletaria, svol­gere il ruolo che giocavano, nella rivoluzione borghese, la potenza della borghesia, la sua istruzione, i suoi municipi ed università. Il suo ruolo è tanto più grande in quanto la coscienza di classe del suo nemico è au­mentata enormemente».

Questa capacità fu tanto più grande nella Russia del 1917 in quanto il partito bolsce­vico era un organo vivo, legato alla classe operaia, mediante molteplici organi, nei quar­tieri delle città industriali, nei comitati di fab­brica, nei sindacati, e persino nell’esercito. Esattamente il contrario dell’immagine defor­mata trasmessa sia dagli storici della borghe­sia che dalla visione staliniana di un’avan­guardia che decideva al posto delle masse Questa pressione che la classe operaia esercitava nel suo stesso seno consentì di controbilanciare, secondo l’espressione di Trotsky, «il conservatorismo d’organizza­zione», l’inerzia quasi inevitabile che si era sviluppata nel partito. Essa consentì a Lenin, in particolare, di vincere la battaglia politica da lui intrapresa, fin dal ritorno in Russia nell’aprile del 1917, per correggere il corso del partito e rimetterlo in ordine di marcia verso l’obiettivo della conquista del potere. Il partito bolscevico, scrive Trotsky, era «il condensato vivo della nuova storia della Russia, di tutto ciò che in essa vi era dinamico».

E concludeva: «Senza un partito capace di orientarsi nelle circostanze, di apprezzare il corso ed il ritmo degli eventi e di conquistare tempestivamente la fiducia delle masse, la vittoria della rivoluzione proletaria è impos­sibile».  Tutta la successiva storia del movi­mento rivoluzionario, da allora fino ad oggi, a cominciare dal fallimento delle rivoluzioni in Europa dal 1918 al 1923, poi di quello della rivoluzione cinese del 1925-1927 e di tante altre successivamente, lo ha tragicamente confermato.

Lezioni per l’oggi e per le battaglie di domani

La rivoluzione d’ottobre, per aver attaccato fino in fondo i rapporti di proprietà borghesi e per le sue realizzazioni non aveva, per riprendere un’altra espressione di Trotsky, «alcun motivo di chinare la testa e parlare la lingua delle giustificazioni» davanti ai suoi avversari. Tuttavia, le stesse circostanze sto­riche, l’isolamento della rivoluzione, la con­troffensiva della borghesia sul piano interna­zionale e la degenerazione della dittatura del proletariato in una dittatura sul proletariato limitarono la costruzione di una nuova socie­tà al suo primo stadio.

Oggi, le basi materiali, ma anche quelle tec­niche e scientifiche di una società comunista, gestita e controllata in modo cosciente dai lavoratori, sono ben superiori di quanto lo fossero un secolo fa.

Dunque, mentre il capitalismo e la domina­zione della borghesia fanno sprofondare ogni giorno di più l’umanità nel caos e nell’incer­tezza, occorre adoperarsi non soltanto per trasmettere quel formidabile capitale di espe­rienze che fu la rivoluzione del 1917, ma per la rinascita del bolscevismo, che Trotsky definiva nelle Lezioni dell’Ottobre come «un sistema d’educazione rivoluzionaria per il compimento della rivoluzione proletaria».

Fu seguendo questa scuola che Trotsky, con tutta una generazione di comunisti, intra­prese la sua battaglia per opporsi alla contro­rivoluzione politica condotta dalla burocrazia staliniana e per ricostruire un’internazionale operaia. È seguendo questa scuola che le generazioni attuali e quelle future potranno imparare, fare la propria esperienza, arricchire il patrimonio comune del movimento operaio rivoluzionario, e condurre finalmente l’umanità verso la sua emancipazione.

20   febbraio 2017


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