Internazionale

II mondo capitalistico in crisi

Da “Lutte de classe” n° 180 - Dicembre 2016

Questo testo è stato approvato dal 46° congresso di Lutte ouvrière, in dicembre 2016.

1) La crisi interminabile dell’economia

La decisione del governo di fissare la data delle elezioni regionali del 2015 al giorno in cui doveva svolgersi il nostro 45° congresso ci aveva costretto a spostarlo a marzo del 2016. Il nostro 46° congresso quindi si svolge appena nove mesi dopo il prece­dente. Il presente testo è dedicato ai soli cambiamenti significativi intervenuti dal mese di marzo.

Per quanto riguarda la crisi dell’economia capitalistica, i suoi aspetti attuali più signifi­cativi, legati all’amplificazione della finanzia­rizzazione con tutte le minacce che ne derivano, non hanno cambiato di natura in nove mesi: le minacce di un ripetersi più grave della crisi finanziaria del 2007-2008 rimangono e peggiorano, senza però essersi trasformate fino ad oggi in cataclisma.

Sui motivi fondamentali della finanziariz­zazione, non abbiamo nulla da cambiare rispetto a ciò che abbiamo scritto a marzo. La crescita ipertrofica della finanza, da tanto tempo contestuale allo sviluppo della crisi dell’economia capitalistica, è un adattamento del grande capitale al ristagno dei mercati.

La finanziarizzazione si è accelerata dopo la crisi bancaria del 2008 in cui, come consta­tavamo, “le banche centrali delle potenze imperialiste, Riserva federale americana seguita dalla Banca d’Inghilterra, quindi dalla banca del Giappone e infine dalla Banca centrale europea, si sono lanciate in vaste operazioni di fabbricazione monetaria per venire in aiuto alle banche. Tali operazioni consistevano nell’acquisto da parte della banca centrale di obbligazioni, crediti, titoli detenuti dalle banche ed istituzioni finanziarie varie, con la moneta creata. (…)

Nello stesso movimento, le banche centrali hanno abbassato praticamente a zero il loro saggio principale, cioè il tasso d’interesse al quale le banche private possono prendere denaro in prestito. In altri termini il sistema finanziario ha accesso quasi gratuitamente a denaro fresco in quantità illimitate.” Ed ave­vamo sottolineato che “dappertutto si tratta di varianti moderne della buona vecchia stam­pa dei biglietti”.

L’iniezione da parte delle banche centrali di denaro nell’economia non è diminuita in questi mesi. Si è anzi amplificata. Secondo la Banca centrale europea (BCE), la massa monetaria della zona euro è cresciuta in un anno, dal luglio 2015 al luglio 2016, di 523 miliardi di euro, passando da 10591 miliardi a 11114 miliardi (+4,9%). Dall’estate scorsa, la BCE non si accontenta di riacquistare i debiti degli stati, compresi quelli meno affi­dabili: riacquista anche debiti dalle imprese, cioè obbligazioni da loro create. Tra l’8 giugno, data in cui tali operazioni sono co­minciate, e il 29 luglio, la BCE e le banche centrali nazionali hanno riacquistato 13,2 miliardi di euro di debiti, mettendo in circola­zione la valuta supplementare necessaria. “I banchieri centrali sono considerati come i salvatori dei mercati”, scriveva Le monde de l’économie del 9 ottobre, ponendo questa domanda: “sono reattivi, inventivi e spesso gli unici a vegliare per impedire all’economia mondiale di affondare, ma il rimedio non sarà peggio del male?” Ed illustrava i timori dei finanzieri con la citazione di quell’istituzione internazionale della grande borghesia qual è il FMI, che parla “della constatazione allar­mante della vampata planetaria d’indebita­mento: nel 2015, il debito pubblico e privato nel mondo -oltre al settore finanziario- ha raggiunto un livello senza precedenti, pari a due volte la ricchezza creata sulla Terra!”

Pare che la banca centrale americana (Fed) voglia rallentare il movimento della stampa dei biglietti aumentando il tasso d’interesse. Ma rinvia periodicamente questa scadenza. Le autorità monetarie sono perfettamente coscienti dei pericoli del credito e dell’indebi­tamento per un’economia già profondamente drogata, ma uno svezzamento brutale può avere conseguenze catastrofiche.

In quanto alla banca centrale europea, persi­ste e firma. Continua a versare nell’economia quantità considerevoli di strumenti monetari mentre la produzione industriale sta ancora peggio in Europa che negli Stati Uniti.

Per quanto si risalga lontano nella storia dell’attuale crisi dell’economia capitalistica, questa politica che consiste nell’annaffiare l’economia con strumenti monetari supple­mentari è sempre stata fatta sostenendo che l’obiettivo fosse di incitare le imprese ad investire e ad assumere. Ma, ugualmente, nella storia della crisi, il denaro versato nell’economia non ha mai portato ad una ripresa degli investimenti produttivi. È stato accaparrato dal sistema finanziario per mantenere i profitti del grande capitale. I grandi gruppi industriali e finanziari hanno utilizzato questi profitti per aumentare i divi­dendi dei loro azionisti e, a volte, per riacqui­sti reciproci.

In nessun paese imperialista, gli investimenti sono tornati al livello di prima della crisi finanziaria del 2008. I pochi settori che hanno conosciuto una ripresa della loro produzione l’hanno ottenuta grazie al maggiore sfruttamento della forza lavoro, imponendo più lavoro a meno lavoratori, meno pagati e in situazione più precaria.

In Francia, ad esempio, il volume della produzione industriale è indietro del 13% circa rispetto al 2007, l’anno di prima della crisi. Il regresso è stato dello stesso ordine in Germania ed in Spagna, e del 20% in Italia. È anche significativo il tasso d’utilizzo delle capacità di produzione in Francia: è dell’80,8% nel 2016, mentre la media è stata del 84,5% per il periodo 1976-2015, cioè nel corso dei quattro decenni in cui il mondo è entrato in una crisi a volte serpeggiante, a volte esplosiva.

Anche nei grandi cosiddetti paesi emergenti (Cina, India, Brasile, Sudafrica…), a lungo presentati come le locomotive in grado di fare uscire dalla stagnazione l’economia capitalistica mondiale, i tassi d’investimento sono al ribasso.

La sfera finanziaria continua a gonfiare a scapito della produzione, assorbendo come un parassita il plusvalore sorto da questa ultima.

L’economista americano Joseph Stiglitz, premio Nobel e vicino ai no global, constata, da parte sua, che il prodotto interno lordo (PIL) della zona euro “ormai è fermo da quasi dieci anni. Nel 2015, è stato solo dello 0,6% in più del suo livello del 2007”. Occorre ricordare che il PIL è un concetto più vago e più vasto di quello di produzione di beni materiali e di servizi perché in esso si aggiunge anche la creazione di “valori” speculativi.

Lo stesso Stiglitz constata d’altra parte che “le recessioni che conoscono alcuni paesi dell’eurozona sono paragonabili a quelle della grande depressione, o addirittura peggiori”.

“Il rallentamento drammatico della crescita del commercio mondiale è grave e dovrebbe fare da campanello d’allarme”, dichiarò all’inizio di settembre del 2016 il Direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). Questo rallentamento riflette il ristagno della produzione ma anche il crescente protezionismo. Les Echos sottoli­nea “la tendenza dei due anni scorsi ad alzare barriere commerciali contrariamente agli impegni (…)” ed aggiunge che “alcuni paesi sono tentati di limitare le loro importa­zioni per favorire la produzione nazionale e svalutano la moneta a questo scopo (…)”.

Esattamente un secolo fa ne L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, Lenin consta­tava la dittatura assoluta esercitata sulla società dalla ’“oligarchia finanziaria” alla testa di monopoli potenti e controllante allo stesso tempo le grandi imprese di produzione e le banche, sempre più fuse tra loro.

Il peso di questa oligarchia che costituisce i vertici della grande borghesia è ancora cresciuto nonostante la crisi attuale o, più esattamente, grazie ad essa, così come la sua ricchezza sia in assoluto che relativa­mente al resto della borghesia. Questa evoluzione si svolge all’interno di un’altra, più generale, che riflette più chiaramente la guerra di classe condotta dalla borghesia contro la classe operaia per aumentare il saggio medio di profitto. Questo porta al ribasso, da un anno all’altro, della parte della massa dei salari nel reddito nazionale rispetto ai redditi del capitale.

La finanziarizzazione dà a questa oligarchia finanziaria mezzi aggiuntivi per stringere il mondo nelle sue reti e spingere il parassiti­smo dell’economia a livelli senza precedenti.

Questo parassitismo non si traduce soltanto in termini quantitativi, cioè con la crescita della parte del plusvalore generato nella produzione prelevata dalla finanza: modifica di continuo il funzionamento del sistema finanziario e i suoi legami con la produzione.

Le disavventure della Deutsche Bank sono l’espressione allo stesso tempo dell’attuale evoluzione del sistema bancario e della conseguente minaccia di grave crisi finan­ziaria.

La Deutsche Bank è la prima banca privata tedesca. Il suo bilancio è dello stesso ordine di grandezza del prodotto interno lordo (PIL) dell’Italia. In altri termini essa è uno dei giganti del settore bancario mondiale. La sua caduta avrebbe, per effetto domino, conse­guenze incalcolabili per tutte le banche d’Europa e, dunque, per il sistema bancario mondiale, conseguenze ancora maggiori di quelle del fallimento della Lehman Brothers nel 2008.

La Deutsche Bank è stata creata quasi un secolo e mezzo fa per finanziare lo sviluppo industriale. Ha mantenuto per l’essenziale questo ruolo fino ad un periodo relativamente recente, prima di essere trascinata nella sarabanda delle operazioni finanziarie.

Secondo Le Monde del 1° ottobre 2016, la banca è diventata “uno dei gruppi finanziari più a rischio nel mondo” il cui capitale è costituito “dal suo enorme portafoglio di utili a rischio” (quei “prodotti derivati” che sono stati alla base della crisi nel 2007 e di cui pare che nessuno sappia se sono stati correttamente stimati dalla banca). “Questa situazione esplosiva è conosciuta da tempo dai mercati (...)”, aggiunge il giornale.

In altri termini, nessuno sa, nemmeno i diri­genti della banca, qual è il capitale reale di cui essa dispone. Ma si tratta di una quelle banche che i dirigenti politici della borghesia ed i loro consulenti economici considerano come “troppo grandi per fallire”, cioè il cui fallimento potrebbe portare a fallimenti a catena e ad un crollo del sistema finanziario mondiale.

Nessuno sa se il farmaco utilizzato per supe­rare la crisi finanziaria del 2008, cioè l’utilizzo intensivo della stampa dei biglietti e la messa a disposizione delle principali banche di liqui­dità in quantità illimitata, sarebbe ancora operante nella prossima crisi finanziaria. Tuttavia, il meccanismo con cui una nuova grave crisi potrebbe verificarsi è prevedibile alla luce della crisi del 2008, appunto.

Il funzionamento del sistema finanziario mon­diale nell’economia capitalistica, in partico­lare le relazioni tra banche, è fondato in gran parte sulla fiducia.

Si è visto nel 2008 con quale rapidità, nel momento in cui le principali banche perdono fiducia nei titoli finanziari detenuti dagli uni e dagli altri, questa perdita di fiducia si traduce con il rallentamento o l’arresto di qualsiasi movimento di capitali da una banca all’altra. Questi movimenti quotidiani sul mercato interbancario o sul mercato monetario muo­vono ogni giorno centinaia di miliardi. Costi­tuiscono in un certo qual modo “la circola­zione sanguigna” del sistema.
Questa perdita di fiducia influisce, per ora, innanzitutto sulla Deutsche Bank, le cui azioni hanno perso metà del loro valore dall’inizio dell’anno. Ma è anche toccata un’altra grande banca tedesca, la Commerz­bank. Le banche italiane crollano sotto i debiti a rischio. La minaccia di fallimento che pesa sulla banca Monte dei Paschi di Siena (MPS) può sembrare, viste le dimensioni di quest’ultima, trascurabile rispetto alla situa­zione di Deutsche Bank. È però emblematica trattandosi della più vecchia banca del mondo. Creata nel Quattrocento, ha attraver­sato tutte le vicissitudini del capitalismo, dalla sua nascita fino al suo odierno stadio di senilità.

Il timore di un crollo a cascata è tanto più presente al punto che lo stesso FMI ritiene che l’ammontare dei prestiti di dubbia esigibi­lità detenuti dal sistema bancario europeo sia dell’ordine di 900 miliardi di dollari. Bisogna ricordare che le entrate complessive dello Stato nel 2016 rappresentano, in Francia, 388 miliardi di euro, ossia 422 miliardi di dol­lari.

Gli scossoni che sempre più spesso e sempre più seriamente si producono nel mondo finanziario sono la dimostrazione che il salvataggio del sistema bancario nel 2008 non ha risolto, e non poteva risolvere, il pro­blema di fondo, quello della crisi economica. Ne ha solo amplificato la dimensione finan­ziaria.

La crisi finanziaria del 2007-2008 aveva già completamente preso di sorpresa non solo i dirigenti politici del mondo borghese ma anche quelli della finanza.

L’inizio della crisi finanziaria è stato segnato da un susseguirsi di improvvisazioni che illu­strano il panico di tutti coloro che avevano un peso nel funzionamento del sistema finan­ziario: banchieri di alto livello, ministri, capi di stato e di governo. Si passò dal rifiuto della realtà, quando nel 2007 i primi istituti bancari dovettero sospendere le loro attività, alle improvvisazioni contraddittorie da un paese all’altro. Le autorità americane scelsero di lasciare crollare una delle più grandi banche dell’epoca, la Lehman Brothers. I dirigenti del liberalissimo sistema finanziario inglese preferirono ricorrere alla nazionalizzazione della banca Northern Rock, l’ottava banca del paese, la cui clientela, presa dal panico, aveva in due giorni ritirato l’equivalente di tre miliardi di euro di depositi.

Alla fine fu l’apertura in grande stile delle valvole del credito da parte delle banche centrali ad impedire che il panico si genera­lizzasse.

Nonostante le regolamentazioni istituite negli anni successivi, la prossima crisi, più che le precedenti, prenderà ancora di sorpresa tutti questi signori. Infatti, il sistema finanziario si trasforma incessantemente.

Come formula nel suo lavoro Money honnie Bertrand Badré – successivamente ispettore delle finanze, banchiere di affari alla Lazard, consulente economico all’Eliseo e per finire Direttore generale della Banca mondiale – “una delle principali conseguenze della crisi è la trasformazione di un mondo dominato dalle banche in un mondo dove gli investitori sono diventati re: fondi pensioni, assicu­ratori, fondi sovrani ed altri amministratori di attivi hanno ormai un peso predominante nel sistema finanziario internazionale (fra poco dovrebbero gestire quasi 100 000 miliardi di dollari)”. E aggiunge: “come mantenere la stabilità di un sistema finanziario interna­zionale mentre il peso di questi nuovi investi­tori è più importante di quello delle banche, la loro concentrazione più forte ed il loro grado di correlazione più elevato? (…) Il mondo conta oggi una ventina di imprese di gestione di attivi giganteschi, come la BlackRock (la prima, forte di circa 5 000 mi­liardi di dollari di attivi) o, in Francia, la Amundi e la Natixis (che gestiscono ciascu­na circa 1 000 miliardi di dollari)”.

Il banchiere-economista risponde alla sua domanda solo con alcune frasi tanto lenitive quanto vuote.

La sua constatazione tanto spaventata è tuttavia viziata alla base: il sistema bancario, vagamente regolamentato, e il mercato finanziario dominato da fondi d’investimento, rappresentano soltanto due espressioni dello stesso capitale finanziario. Il caso della Deutsche Bank illustra come una brava banca d’affari può trasformarsi in un’agenzia specializzata nella speculazione. E dietro le molteplici tecniche per attrarre i profitti finan­ziari, c’è la stessa oligarchia finanziaria e qualche volta anche gli stessi alti dirigenti bancari che la servono (la Deutsche Bank, ad esempio, per portare a termine la sua riconversione nelle operazioni speculative, ha assunto molti alti dirigenti della Goldman Sachs).

I grandi fondi speculativi operano con capitali importanti provenienti da singoli ricchi e, più ancora, da gruppi industriali e finanziari di settori diversi. È un gradino di più nella “socializzazione del gran capitale”. Ma questa forma di socializzazione si svolge sulla base della proprietà privata. Essa accentua ancor di più quella contraddizione fondamentale del capitalismo dei monopoli consistente nell’essere in continuità con il ca­pitalismo della libera concorrenza pur trasfor­mandosi nel suo opposto. La concorrenza tra i vari protagonisti non diminuisce, anzi. “I monopoli non eliminano la libera concor­renza”, Lenin spiegava, “esistono sopra ed accanto ad essa, e così generano contrad­dizioni, attriti, conflitti particolarmente acuti e violenti” (L’imperialismo, fase suprema del capitalismo).

La moltiplicazione delle fusioni-acquisizioni ne è testimone. Queste battaglie, in cui un gruppo industriale e finanziario prova a prendere il controllo di un altro, mobilitano somme sempre più allucinanti. Solo nelle ultime settimane (settembre-ottobre 2016), c’è stato l’assorbimento del gigante degli OGM Monsanto da parte del gigante della chimica Bayer per 34 miliardi di dollari. Le somme in gioco sono tra 10 e 40 miliardi di dollari. Un’operazione ancora più enorme è stata il riacquisto della Time Warner (catene televisive CNN, HBO, studi cinematografici) da parte del capofila americano delle teleco­municazioni AT&T per 110 miliardi di dollari! Parecchie altre operazioni dello stesso tipo riguardano fornitori d’accesso ad internet ad alto flusso, i semiconduttori o il trasporto per portacontainers.

Questi gruppi dispongono sempre più di denaro che non hanno l’intenzione di dedi­care all’investimento produttivo. Il basso costo del credito stuzzica ancor di più gli appetiti. I gruppi più ricchi, per assorbire altri, si indebitano in misura ancora maggiore. In un certo qual modo il serpente finanziario si morde la coda.

La crisi porta all’esacerbazione della concor­renza, cioè alla guerra economica che si fanno i grandi gruppi industriali e finanziari. È anche il momento in cui si misurano i rapporti di forza tra questi gruppi, ma anche tra le potenze imperialiste. Nello stesso modo in cui il sorgere dei monopoli non ha messo fine alla concorrenza, la globaliz­zazione sotto l’imperialismo non pone fine alla guerra eco­nomica tra potenze imperia­liste.

La politica che mira ad aumentare la compe­titività delle imprese è soprattutto l’espres­sione della guerra che la borghesia conduce contro la classe operaia in tutti i paesi. Una guerra che mira ad aumentare il plusvalore globale a scapito della parte dei salari e, più in generale, delle condizioni d’esistenza del proletariato.

Ma è anche l’espressione della guerra che si fanno le varie borghesie. I discorsi che mira­no a presentare l’aumento della compe­titività di un gruppo industriale o di un paese come un mezzo per combattere la crisi sono un inganno. La competitività di un’impresa, di un gruppo capitalistico o di un paese non ha alcun effetto sulla crisi stessa. Ha conse­guenze solo sul rapporto delle forze in con­correnza.

Quando i politici della borghesia portano ad esempio un paese che ha avuto successo, non è perché è riuscito a controllare la crisi, ma solo perché temporaneamente è riuscito a cavarsela, cioè ad uscire dal ristagno per se stesso, a scapito degli altri paesi.

Nella guerra economica, le borghesie euro­pee, concorrenti tra loro, non dispongono di un apparato di stato unificato come quello della borghesia americana.

La globalizzazione dell’economia non ha fatto scomparire l’importanza degli apparati di stato. Al contrario, ha allargato lo spazio in cui il loro ruolo è necessario nella concor­renza internazionale.

Nell’esacerbarsi della guerra economica, le borghesie europee pagano la loro incapacità storica di creare un apparato di stato sulla scala del mercato europeo. L’Unione euro­pea resta essenzialmente un mercato comune, e come tale, favorisce tanto i grandi gruppi industriali e finanziari degli Stati Uniti quanto quelli europei.

L’epoca imperialista è caratterizzata, tra l’altro, dal dominio dei trust più potenti sullo Stato.

Nella guerra economica, la potenza dei grup­pi industriali e finanziari è strettamente in­trecciata con la diplomazia, il peso militare del loro Stato, il loro spionaggio politico ed economico, le “grandi orecchie”. Il caso delle conversazioni telefoniche private della Mer­kel ascoltate dal NSA americano non è solo aneddotica.

Se la grande borghesia americana può contare sull’apparato di stato americano in tutti questi campi, ogni borghesia europea può davvero contare soltanto sul suo appa­rato di stato nazionale, che, inoltre, è in con­correnza con i suoi omologhi dell’Unione europea, anche all’interno della zona euro.

In questa guerra economica, l’Unione euro­pea è sempre sulla difensiva, e senza molta efficacia. Contro l’imperialismo americano soprattutto, ma anche in un certo numero di settori contro altri paesi come la Cina.

Le proteste dei riformisti di qualsiasi pelo o dei sovranisti, da Mélenchon alla destra estrema, contro il trattato di libero scambio transatlantico (TAFTA) tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, e del suo equivalente con il Canada (CETA), sono totalmente ridicole. Questi trattati non fanno che rendere ufficiali i rapporti di forza tra pescecani capitalistici di vari paesi.

Ugualmente ridicoli sono tutti coloro che, a fini demagogici, sostengono che la Francia – o la Gran Bretagna – soffra per “troppa Euro­pa” mentre una delle grandi debolezze delle borghesie europee nel campo dell’economia capitalistica è di non avere potuto darsi un apparato di stato sulla scala dell’economia europea.

Molto più generalmente, quelli sovranisti che raccomandano il ripiegamento dietro le fron­tiere nazionali – ce ne sono sia a destra che a sinistra – lasciano intendere che si può tor­nare indietro nel tempo ignorando secoli di sviluppo capitalistico che hanno trasformato l’economia mondiale in un tutt’uno. È perfet­tamente stupido.

La globalizzazione è, con il ritmo accelerato dello sviluppo economico durante la giovi­nezza e l’età adulta del capitalismo, certa­mente ciò che i rapporti di produzione capita­listici hanno portato di più importante per la crescita dell’umanità. È precisamente ciò che rende possibile un’organizzazione sociale superiore a quella, attuale, basata sulla pro­prietà privata. La globalizzazione sotto il capitalismo ha dato l’imperialismo, la coloniz­zazione, la divisione del mondo tra monopoli, forme molteplici d’oppressione nazionale, conflitti e guerre. Tuttavia, il futuro dell’uma­nità non è il ritorno impossibile all’età delle caverne, bensì il rovesciamento del capitali­smo.

C’è un’interdipendenza stretta tra la crisi dell’economia capitalista, che inasprisce le rivalità, e la tensione crescente nelle rela­zioni internazionali.

Questo fenomeno non si limita alle zone geograficamente delimitate, come il Medio Oriente. Si palesa ovunque in modo più o meno visibile. La caduta del prezzo delle materie prime spinge al fallimento interi stati, dal Venezuela alla Nigeria, con conseguenze incalcolabili per la vita delle popolazioni. La moltiplicazione ed il rafforzamento delle bande armate, guerre interne e massacri, dal Sudan al Congo-Kinshasa, sono legati ai sobbalzi della speculazione sulle materie prime.

Quanti servizi illustrano in questo periodo la lunga catena di dipendenza tra le fabbriche ultramoderne dove sono montati gli smart­phone all’ultima moda e le talpe umane che estraggono il coltan ed il cobalto in Africa con gli stessi metodi dell’alba dell’invenzione della metallurgia?

E anche dietro la violenza degli scontri tra bande di bracconieri la cui attività minaccia d’estinzione l’elefante o il rinoceronte in Africa, ci sono legami economici che colle­gano i nuovi ricchi del sud-est asiatico, la cui ricchezza non li rende immuni dalla stupidità di utilizzare la polvere di zanne o di corna, e gli abitanti dei villaggi africani spinti al brac­conaggio per evitare che la loro famiglia crepi di fame.

L’interdipendenza dei vari aspetti della crisi dell’economia capitalistica e delle tensioni crescenti tra stati o all’interno di alcuni di loro è dialettica. Le tensioni politiche, o militari, influiscono a loro volta sui movimenti e gli investimenti di capitali.

2) Crisi della società e tensioni delle relazioni internazionali

Le relazioni internazionali sono caratterizzate da un’instabilità crescente. I focolai sono molteplici.

Non torneremo qui in dettaglio sul Medio Oriente, che è dilaniato da conflitti tanto interni agli stati quanto tra gli stati.

È tuttavia da sottolineare con quale rapidità la destabilizzazione dell’Iraq e della Siria non ha solo coinvolto le grandi potenze che hanno delle mire sulla regione, quali gli Stati Uniti, la Francia e la Russia, ma ha diretta­mente influito sulla Turchia, anche solo per il fatto che ha posto di nuovo la questione curda.

A vari livelli, molti paesi della regione sono stati coinvolti nella guerra, dai paesi della penisola arabica all’Iran.

Gli attentati terroristici in Europa o negli Stati Uniti sono, a loro volta, conseguenze della guerra in Medio Oriente.

All’interno della guerra condotta contro l’Isis, si svolgono molte altre guerre tra i presunti alleati, come la guerra dell’esercito turco contro una parte dei curdi pur alleandosi con un’altra, o la guerra tra le varie milizie sciite e sunnite. Anche se alla fine l’Isis sarà scon­fitto, altre guerre proseguiranno, contrappo­nendo le varie milizie sostenute dalle potenze rivali, o queste stesse potenze: Iran, Turchia, Arabia Saudita e Qatar, Iraq e Siria.

Nonostante gli Stati Uniti e le grandi potenze di minore importanza, che, come la Francia, intervengono dietro le quinte, siano alleati con la Russia contro l’Isis, le molteplici ripercussioni di questa guerra illustrano la crescente tensione tra gli Stati Uniti e la Russia.

Agli Stati Uniti conviene lasciare che Putin faccia per loro una parte del lavoro sporco in Siria, paese che i maneggi dell’occidente per cacciare Bachar el-Assad hanno contribuito a fare sprofondare in un caos sanguinoso. Il rischio di vedere l’Isis imporsi come unica alternativa ad Assad ha portato gli Stati Uniti ad accettare che Putin si incaricasse di fare pulizia, cioè in questo caso di seppellire ogni opposizione al dittatore di Damasco sotto un mucchio di rovine e di cadaveri. L’indigna­zione delle potenze imperialiste dinanzi al bombardamento di Aleppo è pura ipocrisia. Tuttavia, esprime il fatto che le tensioni tra gli Stati Uniti e la Russia crescono anche laddove le due potenze appaiono alleate contro l’Isis.

In Europa, è attorno alla questione ucraina che si instaura un clima di guerra fredda tra gli Stati Uniti e la Russia, eco attenuato di ciò che fu la guerra fredda condotta dagli Stati Uniti ed i loro alleati dell’epoca contro l’Unione sovietica.

Il ritorno della tensione militare tra Russia e Ucraina giova alle due parti. L’argomento delle minacce esterne venute da occidente tramite l’Ucraina è servito al Cremlino per serrare i ranghi della popolazione attorno al potere, in particolare con l’approssimarsi delle scadenze elettorali di questo autunno. L’operazione è riuscita poiché il partito di Putin ha ottenuto una maggioranza schiac­ciante alla Duma.

Quanto ai dirigenti nazionalisti ucraini, questi avevano interesse ad atteggiarsi a vittime dell’aggressore russo. Ciò per provare a far dimenticare la miserevole situazione alla popolazione, per forzare la mano ai loro protettori nordamericani e dell’Europa occi­dentale, costretti a prendere posizione a favore di Kiev nonostante la loro ostentata riluttanza a mantenere finanziariamente e militarmente un’Ucraina costantemente sul­l’orlo del fallimento, con un apparato di stato rovinato da una corruzione dilagante. I clan politico-mafiosi che lì si contendono il potere causano un’instabilità cronica sullo sfondo di questo Stato decadente.

Il conflitto tra Russia e Ucraina è amplificato dalla pressione americana tramite la NATO, che mira a fare arretrare l’influenza della Russia nello spazio ex-sovietico, pressione esercitata dagli Stati Uniti anche sulle ex-­repubbliche baltiche e la Polonia.

Ben al di là di queste regioni dove le tensioni sono più visibili, un’istituzione scientifica legata ad un’università svedese, il Conflict Data Program, afferma che “i conflitti armati sono tornati a livelli record dalla fine della guerra fredda, visto che il 2014 è risultato essere, anche da questo punto di vista, il secondo anno più micidiale su scala globale dalla seconda guerra mondiale”.

La regione africana del Sahel resta una polveriera nonostante i discorsi trionfali tenuti dal governo francese per mostrare l’efficacia del suo intervento in Mali.
Dal Corno d’Africa fino al Congo ex-Zaire ed al Sudan, conflitti armati più o meno violenti proseguono.

Lo Yemen è dilaniato da una guerra civile in cui è coinvolta una coalizione diretta dall’Ara­bia Saudita, con gli Stati Uniti sullo sfondo.

Grandi manovre strategiche oppongono gli Stati Uniti alla Cina per il controllo del mare della Cina meridionale.

Gli apparati di stato hanno subito fratture o sono stati completamente smembrati in molti paesi africani.

Alla Somalia dove da anni non esiste più uno Stato centralizzato, si è aggiunta la Libia.

Nell’ex Sudan, anche la separazione tra il Nord, che conserva il nome e la bandiera, ed il nuovo Stato creato nel Sud, non ha stabi­lizzato la situazione. Il Sudan del Sud in guerra contro il Nord per i redditi del petrolio è a sua volta dilaniato all’interno dalla guerra civile.

Il Mali e la Repubblica centrafricana si man­tengono come stati unificati –ma fino a quando?– solo con le truppe dell’impe­rialismo francese, che continua ad adem­piere al suo ruolo di gendarme dell’Ovest africano.

Quanto alla Repubblica democratica del Congo, ex-Zaire, lo Stato centrale è costretto a patteggiare con una moltitudine di bande armate. Mentre la popolazione di questo paese continua a pagare con centinaia di mi­gliaia di morti gli scontri tra le bande armate, lo sfruttamento dei metalli rari e soprattutto quello di chi li estrae continuano come se nulla fosse, per il grande vantaggio delle compagnie minerarie o di quelle della telefonia.

La crisi dell’economia capitalistica e l’incapa­cità dei governi dei paesi imperialisti di fron­teggiarla sono in fondo alla base della crisi più o meno accentuata delle democrazie borghesi, anche nei paesi più ricchi.
Che un buffone miliardario possa candidarsi alla direzione della nazione capitalistica più avanzata mostra a quale stato di putrefa­zione sia giunta la rappresentanza politica nella democrazia borghese.

In Europa, questa crisi si traduce quasi ovun­que con una crescita dei partiti di estrema destra o cosiddetti “populisti”.

In Francia, in Spagna e in Italia, l’alternanza tra sinistra e destra, che passava per la quin­tessenza della democrazia parlamentare, funziona sempre meno.

Anche se, per ora, in nessuno di questi paesi la destra estrema e la reazione si esprimono sotto forma di squadracce fasciste che si candidano al potere, tanto questa evoluzione è profondamente sfavorevole alla classe operaia a breve e a lungo termine.

Tale evoluzione esprime la crescente scom­parsa delle tracce lasciate dagli slanci passati del movimento operaio nella vita poli­tica e, più generalmente, nella vita pubblica. Allo stesso tempo, essa accentua il peso dei pregiudizi più reazionari in tutti i campi della vita sociale.

Le correnti di estrema destra, anche se restano per il momento nell’ambito del parla­mentarismo borghese, hanno anche nel loro seno gruppi o individui la cui prospettiva è di schiacciare tutto ciò che resta del movimento operaio e, con l’occasione, della democrazia parlamentare borghese.

La società dominata dalla crisi, quando metterà realmente in movimento le diverse categorie popolari che ne soffrono, inasprirà la lotta di classe. Essa cela due possibilità diametralmente opposte dell’evoluzione: un rinnovamento della combattività operaia nel campo della trasformazione della società o una regressione che segnerebbe la comparsa di nuove forme di regimi autoritari o fascisti.

La maggior crisi del capitalismo prima di quella odierna, cioè la crisi cominciata con il crac del 1929, ha portato al nazismo in Ger­mania, alla moltiplicazione di regimi semi­fascisti o autoritari un po’ ovunque in Europa, per concludersi nella seconda guer­ra mon­diale.

La borghesia, grazie in particolare alla colla­borazione della burocrazia staliniana, è uscita dalla guerra mondiale evitando che si alzasse una nuova onda rivoluzionaria prole­taria comparabile a quella che era seguita alla prima guerra mondiale.

“Mai più tutto ciò!”, affermavano gli ideologi della borghesia nel periodo post bellico. Per quanto riguarda la borghesia d’Europa, la riconciliazione tra la Germania sconfitta e le potenze imperialiste vittoriose sembrava un garanzia di questa pretesa, concretizzatasi nella “costruzione europea”.

Si constata oggi a qual punto anche questa caricatura d’unificazione dell’Europa che prende il nome di Unione europea sia legata alla situazione di ripresa relativa dell’eco­nomia capitalistica per qualche anno. Tutta­via, almeno dalla crisi finanziaria del 2007-2008, anche questa parvenza d’unificazione si frantuma.

La crisi dell’euro, gli atteggiamenti delle potenze imperialiste d’Europa riguardo alla Grecia, oggi il Brexit sono i segni evidenti che l’unità europea si sfalda sotto l’effetto delle forze centrifughe degli interessi capita­listici nazionali.

È inutile speculare sul modo in cui le borghe­sie europee supereranno le conseguenze del Brexit, che rischia di avere effetti negativi su alcuni dei loro affari. Se apparirà necessario alla grande borghesia della Gran Bretagna, i suoi politici troveranno l’astuzia costituzio­nale o giuridica per tornare indietro sul risul­tato del referendum. In caso contrario, i negoziati tra la Commissione europea ed il governo britannico si prefiggeranno di trovare un accordo che salvaguardi ciò che sembra importante per le borghesie di ambo i lati della Manica.

Nel frattempo, va notato che il Brexit ha fatto rivivere la concorrenza tra la piazza finan­ziaria di Londra e quelle di Francoforte e di Parigi, che la vorrebbero soppiantare.

Occorre sottolineare la stupidità reazionaria delle diverse correnti, incluse alcune che fanno riferimento al trotskismo, che hanno presentato il Brexit come un passo in avanti dal punto di vista degli interessi della classe operaia.

Le disavventure dell’Unione europea, che forse contribuiranno alla sua scomparsa o al suo esplodere in parecchie entità, mostrano in ogni caso che la borghesia europea non è affatto capace di unificare l’Europa quand’an­che le fosse vitale.

Peggio ancora: non è detto che le forze cen­trifughe degli interessi contraddittori delle borghesie europee si limitino ad un semplice ritorno indietro e che la decomposizione si fermi a quel punto. Dalla Catalogna alla Scozia, senza dimenticare le forze irreden­tiste che si agitano nell’Europa centrale e orientale, molte situazioni lasciano prevedere questa possibilità.

Non è necessario qui ritornare su quanto sia abietta da un punto di vista semplicemente umano la sorte riservata ai migranti dalla società capitalistica. Il fatto che i paesi impe­rialisti portano, per di più, la principale responsabilità della migrazione, sia a causa del saccheggio dei paesi di partenza, sia a causa delle contorte manovre delle grandi potenze che hanno portato alle guerre che sappiamo, aggiunge un supplemento al­l’abiezione.

La migrazione non è di per sé un problema poiché fa parte di tutta la storia dell’umanità. Dalla comparsa del genere umano, tutta la storia è fatta di migrazioni e di mescolanze.

Fare della migrazione un problema è certa­mente il segno che il dominio della borghesia e l’ordine capitalistico sono diventati i princi­pali fattori reazionari nella società.

È significativo che le prese di posizione riguardanti l’accoglienza dei migranti danno luogo all’ultimo dei conflitti che erodono l’unità europea.

Non è un caso se i paesi dell’Est europeo sono all’avanguardia dell’evoluzione reazio­naria delle cose, sia per quanto riguarda l’atteggiamento nei confronti dei migranti che in molti altri campi.

L’Ungheria è stata la prima ad erigere fili spinati alle sue frontiere per impedire il pas­saggio dei migranti venuti dai Balcani. Triste degenerazione dell’evoluzione politica di questo paese che fu il primo a rimuovere il filo spinato che separava all’epoca il cosid­detto blocco sovietico da quello occidentale!

Il governo polacco, dal canto suo, è stato il primo a provare a tornare indietro sui pochi diritti che la Polonia, dopo il crollo del blocco dell’Est, aveva lasciato alle donne per ciò che riguarda il poter disporre del proprio corpo, allo scopo di tentare di proibire completamente l’interruzione volontaria di gravidanza. È stata la mobilitazione delle donne –e della popolazione più in generale– ad impedire al governo di portare il suo progetto a compimento.

Il cosiddetto “gruppo di Visegrád”, che riuni­sce, oltre alla Polonia e all’Ungheria, la Slo­vacchia e la Repubblica ceca, si distingue sulla scena politica europea per delle posi­zioni particolarmente reazionarie su molti punti.

In Europa centrale, le meschine borghesie di nuovi ricchi ed il loro personale politico provano a mascherare la loro subordina­zione al grande capitale occidentale ergendosi a difensori “dell’occidente cristiano e dei suoi valori”, incoraggiando lo sciovinismo, le rivendicazioni territoriali in una regione in cui le popolazioni sono spesso mescolate.

Bisogna tuttavia ricordare che, durante la grande crisi del primo dopoguerra, l’evolu­zione dei paesi dell’Est verso regimi autoritari annunciava in un certo qual modo il futuro anche per la parte occidentale dell’Europa, quella più ricca e che si proclamava la più civilizzata!

L’attualità del marxismo

Trotsky constatava nel 1939, in Il marxismo e la nostra epoca, che “nonostante gli ultimi trionfi dell’ingegneria e della tecnica, le forze produttive materiali hanno smesso di cre­scere. Il sintomo più chiaro di questo declino è il ristagno mondiale che regna nell’edilizia in seguito all’arresto degli investimenti nei principali rami dell’economia. I capitalisti non sono più nello stato di credere nel futuro del loro sistema”.

Mentre la borghesia ricorreva sia al fascismo sia al New Deal e si preparava a sprofondare l’umanità in una nuova guerra, Trotsky con­cludeva: “Riforme parziali e pannicelli caldi non serviranno a nulla. L’evoluzione storica è giunta a una di quelle fasi decisive in cui solo l’intervento diretto delle masse popolari può spazzare via gli ostacoli reazionari e gettare le basi di un nuovo regime. L’aboli­zione della proprietà privata dei mezzi di produzione è il primo passo per un’econo­mia pianificata, e cioè l’avvento della ragione nella sfera delle relazioni umane, prima su scala nazionale e alla fine mondiale”.

Pochi mesi dopo che queste righe erano state scritte, il mondo sprofondava nel cata­clisma della seconda guerra mondiale. Il sistema capitalistico, essendo sfuggito alla rivoluzione proletaria all’indomani di questo conflitto, conobbe alcuni anni di ripresa, che sembravano contraddire le previsioni di Trotsky.

Oggi però si constata che si trattava soltanto di una remissione e che il capitalismo con­duce l’umanità verso l’abisso.

Mai, tuttavia, l’umanità ha avuto nella storia tanti mezzi a sua disposizione per affrontare le necessità della sua vita collettiva. È la sua divisione in classi sociali dagli interessi oppo­sti ad impedirle di controllare la propria vita collettiva.

Mai è stato così enorme il divario tra un’uma­nità capace di esplorare i confini dello spazio ed una società che, allo stesso tempo, si consuma in guerre tra paesi, tra nazioni, tra etnie, tra villaggi.

Mai la globalizzazione capitalistica ha legato così strettamente gli uomini in un destino comune, e mai però, l’umanità è stata così frammentata.

Mai l’umanità ha avuto come oggi tanti mezzi materiali e culturali per superare definitiva­mente le molteplici forme di pregiudizi, di misticismi ereditati da secoli di divisione della società in classi e di oppressione. Mai però le religioni, i misticismi hanno conosciuto un ritorno così strepitoso nella vita sociale.

Quale espressione più orrenda della putre­fazione della società capitalistica dell’attra­zione letale del terrorismo islamista su una parte della gioventù?
Mai, insomma, le condizioni materiali e tec­niche per una società umana unificata in un insieme fraterno su scala planetaria erano state così favorevoli. Mai, allo stesso tempo, sono apparse così lontane.

Il grande contributo del marxismo al movi­mento operaio non è stato soltanto la denuncia del capitalismo e la constatazione che questo ha smesso di far avanzare l’uma­nità. Il suo grande contributo è stato innan­zitutto di indicare quali mezzi possono spezzare le catene: “I filosofi non hanno fatto altro che interpretare il mondo in vari modi, ma ciò che importa è trasformarlo”. Ciò Marx diceva già nel 1845.

Il marxismo non si è accontentato di vedere in quella classe allora nuova qual era il prole­tariato moderno una classe sofferente. Vi ha riconosciuto la classe sociale capace di rovesciare il capitalismo.

Marx, Engels e la loro generazione vedevano la fine del capitalismo più vicina. Avevano l’ottimismo dei rivoluzionari.

La storia in generale e quella del movimento operaio in particolare, con i loro enormi passi in avanti ma anche i loro arretramenti cata­strofici, hanno fatto sì che il capitalismo sopravvivesse a se stesso ben più a lungo di ciò che avevano sperato Marx, Engels ed i loro compagni.

È anche sopravvissuto ben più a lungo di quanto non avesse sperato Trotsky, quasi un secolo dopo, quando egli constatava che il capitalismo era incapace di far progredire le forze produttive.

L’umanità ha conosciuto dall’epoca di Marx un gran numero di crisi economiche, innume­revoli forme d’oppressione e di regimi autori­tari, innumerevoli guerre locali e due guerre mondiali.

Fino ad ora la storia ha confermato le analisi di Marx soprattutto in negativo. Tuttavia, il proletariato, in cui Marx vedeva la forza sociale capace di cambiare il futuro dell’uma­nità, non è una costruzione mentale, nem­meno si trattasse di quella di un genio della portata di Marx. È una realtà sociale. I robot non hanno sostituito il proletariato. E, nono­stante le possibilità crescenti offerte dalla scienza e dalla tecnica, la società è quella degli esseri umani.

Il proletariato, la classe degli sfruttati, è molto più differenziato oggi che non ai tempi di Marx, e lo è anche rispetto ai tempi di Lenin e della rivoluzione russa. La borghesia ha imparato a servirsi di questa diversità, ad opporre tra loro le varie categorie di lavora­tori dipendenti, a combattere la coscienza di classe e l’emergere di organizzazioni, nazio­nali ed internazionali che incarnino questa coscienza. Ma la classe operaia è molto più numerosa che in passato ed è presente ovunque sul pianeta.

La lotta di classe tra la borghesia ed il prole­tariato si conduce su una scala molto più vasta che in periodi del passato in cui il pro­letariato poneva la sua candidatura alla dire­zione della società.

In un gran numero di paesi dove il proleta­riato industriale è giovane e la sua condi­zione misera, dalla Cina al Bangladesh, la lotta di classe assume le stesse forme mas­sicce e virulenti dell’epoca della nascita del proletariato moderno in Europa occidentale. Essa è però incessante anche nei grandi paesi industriali, fosse anche solo sotto forma di quelle reazioni quotidiane che i lavoratori sanno opporre nelle imprese di fronte all’aggravarsi dello sfruttamento ed alle molteplici manifestazioni dell’arbitrio padronale.

Le idee di lotta di classe sono suscettibili di trovare un terreno fertile come ai tempi di Marx o di Lenin, semplicemente perché corri­spondono ad una realtà che i lavoratori vivono tutti i giorni. Bisogna solo saper espri­merle e trasmettere il vasto capitale politico accumulato dal marxismo rivoluzionario e sorto dalle lotte di generazioni di lavoratori!

È il ruolo che dovrebbe essere assunto dalle organizzazioni comuniste rivoluzionarie, la loro ragion d’essere affinché ogni lotta impor­tante della classe operaia benefici delle esperienze delle lotte precedenti.

È precisamente il merito del problema della nostra epoca. È ciò che Trotsky esprimeva affermando nel Programma di transizione che “la situazione politica mondiale nel suo complesso è caratterizzata innanzitutto dalla crisi storica della direzione del proletariato”.

Ciò che univa le generazioni di comunisti rivoluzionari, da Marx a Trotsky passando per Lenin, Rosa Luxemburg e tanti altri, era la convinzione che l’umanità, una volta sba­razzatasi delle catene del capitalismo, avrebbe ripreso la sua marcia in avanti, ma anche la convinzione che l’unica forza sociale capace di compiere questa trasfor­mazione storica fondamentale fosse il prole­tariato.

Il marxismo è sempre stato e resta oggi il solo modo scientifico di comprendere il fun­zionamento della società e delle sue leggi. È anche l’unico che non solo permette di capire il mondo, ma anche di trasformarlo. Il marxi­smo rimane l’unico umanesimo della nostra epoca.

“Tocca alle generazioni future ricollegarsi alle tradizioni del comunismo rivoluzionario, con le sue battaglie del passato, con le sue esperienze. Ovunque, si pone il problema di ricostruire partiti comunisti rivoluzionari, ed è lì che la questione si confonde con quella della rina­scita di un’internazionale comunista rivolu­zionaria”. Così abbiamo riassunto i compiti della nostra generazione di rivolu­zionari in occasione del nostro congresso del marzo scorso. Ed aggiungevamo: “Nessuno può predire come, attraverso quali percorsi le idee comuniste rivoluzionarie potranno trovare la via della classe operaia, classe so­ciale a cui tali idee erano destinate ai tempi di Marx, poi di Lenin e di Trotsky e che ancora oggi è l’unica che possa, impadro­nendosene, trasformarle in un’esplosione so­ciale capace di travolgere il capitalismo”.

La necessità rimane la stessa di quando Trotsky scrisse il Programma di Transizione. Ne conseguono i nostri compiti.

1° novembre 2016


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