Internazionale
Francia

La campagna dell’elezione presidenziale e delle elezioni politiche

Da “Lutte de classe” n° 180 – Dicembre 2016

Questo testo è stato approvato dal 46° congresso di Lutte ouvrière, in dicembre 2016.

La situazione politica

Da più di mezzo secolo, l’istituzione della Quinta Repubblica, le campagne elettorali e particolarmente l’elezione presidenziale, si sono organizzate attorno ad un duello sinistra - destra. La spinta continua del Front national dal 2012 e l’attuale impopolarità di Hollande e del Partito socialista dopo quattro anni al potere hanno cambiato il gioco.

A prescindere dalle configurazioni e dal­l’identità dei candidati di destra e di sinistra, il FN è dato presente al secondo turno da tutti i sondaggi. Secondo ogni probabilità, il PS sarà eliminato fin dal primo turno, ed il secondo turno opporrà un candidato di de­stra alla candidata del Fronte nazionale. Il candidato del PS potrebbe anche essere superato da Mélenchon, che alcuni sondaggi danno in migliore posizione rispetto a Valls o Hollande.

A sei mesi dall’elezione, possono ancora succedere molte cose. La personalità dei candidati e le avventure individuali possono perturbare la meccanica ben oliata dei grandi partiti. Ma l’evoluzione verso destra della vita politica, che si esprime nei toni molto reazio­nari di questo inizio di campagna, è una ten­denza di fondo che andrà a vantaggio della destra ed del fronte nazionale.

La destra

Il Partito socialista è tanto screditato che il vincitore delle primarie della destra, ancora sconosciuto mentre scriviamo, ha tutte le possibilità di diventare presidente della Repubblica. Che sia Juppé, Sarkozy o Fillon, ciò non farà alcuna differenza per i lavoratori. Sarkozy si rivolge al nucleo dei militanti del suo partito e alla frazione che strizza l’occhio al FN, mentre Juppé scommette sul raggrup­pamento della destra e del centro. Ma, al potere, governeranno con gli stessi uomini e soprattutto per gli stessi interessi, quelli del grande padronato.

Ci sarebbero elettori di sinistra pronti a votare per Juppé alle primarie della destra per evitare un duello Sarkozy – Le Pen al secondo turno. In anticipo, si preparano quindi ad eleggere Juppé. Ciò misura il livello di spoliticizzazione e di rassegnazione a cui conducono l’elettoralismo e l’illusione del voto per “il meno peggio”.

Juppé non nasconde che vuole rialzare l’età della pensione a 65 anni. Vuole portare la durata del lavoro a 39 ore. Vuole ridurre le spese pubbliche di 85 miliardi di euro, in par­ticolare eliminando 300.000 posti di lavoro di funzionari; vuole sopprimere l’imposta sulla fortuna (ISF), ridurre l’imposta sulle società ed aumentare l’IVA. Condurrà la guerra alla classe operaia con la stessa brutalità di Sarkozy, o di lui stesso quando era Primo Ministro. E anche se non avrà discorsi dello stesso livello provocatore di Sarkozy nei con­fronti degli immigrati o dei musulmani, contri­buirà anche lui a rafforzare le idee reazio­narie. Una volta al potere, cercherà di stru­mentalizzare le paure e i pregiudizi, come ha fatto Hollande sbandierando il ritiro della nazionalità.

Né Sarkozy, né Juppé, né Fillon hanno assunto il rischio di in una guerra fratricida che rischiava di compromettere la vittoria quasi garantita del loro partito. Sarà la stessa cosa quando il vincitore delle primarie sarà stato designato? I perdenti rientreranno nelle file? Questo si saprà nelle prossime settimane.

Il Fronte nazionale

Con il 27 o il 28% nei sondaggi, il Fronte nazionale è quasi sicuro di essere presente al secondo turno. Ricordiamo che ha tota­lizzato 6 milioni di voti (il 27,7%) al primo turno delle elezioni regionali del dicembre 2015, e 6,8 milioni di voti al secondo turno, dopo aver già ottenuto il 25% dei voti alle elezioni europee del 2014. La spinta eletto­rale dei partiti che rivendicano idee reazio­narie non è condizione esclusiva della Fran­cia. La si constata in quasi tutti i paesi. Quando non si incarna in partiti d’estrema destra, prende l’aspetto di populisti del genere di Trump, negli Stati Uniti, ma anche del tipo di Beppe Grillo in Italia.

Lo sviluppo delle idee razziste, il ripiega­mento su se stessi e il rigetto degli altri sono i prodotti delle condizioni oggettive: la crisi economica, la disoccupazione di massa e il deterioramento delle condizioni d’esistenza delle classi popolari, ma anche le guerre, le minacce terroristiche. Speculando molto sui più bassi pregiudizi, l’estrema destra li amplifica e li peggiora. Né le argomentazioni, né i buoni sentimenti possono contro­bilanciare questa realtà e invertire la corrente reazionaria. Solo una ripresa delle lotte della classe operaia e la sua presenza sul terreno politico possono opporre alle idee reazio­narie e agli stupidi pregiudizi propagati dalla borghesia decadente e dai suoi politici i valori dell’unica classe sociale in grado di offrire alla società una prospettiva che non sia il mantenimento del capitalismo.

In campo elettorale, la corrente reazionaria serve innanzitutto l’FN. Prima di tutto perché, in materia di xenofobia e di razzismo, questo partito ha dimostrato le sue capacità: è stato da sempre il difensore del nazionalismo e dell’immigrazione zero. E poi, il potere ha utilizzato la destra e comple­tamente screditato la sinistra nelle classi popolari, mostrando che l’alternativa sinistra/destra era solo un’illusione. L’FN che non è stato mai associato al potere può presentarsi come un’opportunità.

Anziché cercare di sfruttare il fallimento dei partiti parlamentari per accusare la Repub­blica e aspirare al suo rovesciamento, come l’estrema destra francese degli anni Trenta, l’FN per ora si riferisce in ogni occasione alle istituzioni repubblicane e conta sulle elezioni per accedere al potere. Spiegando che “la faglia non è più tra la sinistra e la destra ma tra quelli che credono nella nazione e coloro che non vi credono “ (Philippot, RMC, il 28 ottobre 2016), l’FN si presenta come la nuova alternativa politica e contribuisce a salvare il sistema moribondo della demo­crazia borghese.

Mentre in molti paesi europei la destra o la destra estrema sono associati al potere da molti anni, la messa fuori gioco del FN si spiega con il cordone sanitario instaurato dalla destra gollista contro i nostalgici di Pétain e dell’Algeria francese. I suoi eredi RPR, UMP e Les Républicains lo manten­gono per la semplice ed unica ragione che non vogliono spartirsi i posti attorno alla mangiatoia. Giocano sempre alla commedia del FN “infrequentabile, anche quando sono i primi a riprendere le sue idee più nausea­bonde.

Da parte sua, l’FN fa di tutto per presentarsi come un partito di destra rispettabile. Marine Le Pen ha ritinto la facciata mettendo in un angolo suo padre e fondatore del FN. Respinge dietro le quinte i crani rasi, i catto­lici integralisti e i razzisti incapaci di stare zitti. Appoggiandosi alle giovani leve, con­dotte da Philippot, ha sostituito due terzi dei responsabili dipartimentali e prova a costruir­si un apparato che le sia fedelissimo. Ma l’FN resta eterogeneo: come mostrano i frequenti conflitti che sembrano opporre Marine alla alla sua giovane nipote oppure le dimissioni del 28% degli eletti FN nelle elezioni comunali, Marine Le Pen è ben lungi dall’avere costrui­to un apparato che si conformi alla sua politi­ca attuale.

L’FN conta sempre fra i suoi membri un nucleo di nostalgici dei metodi fascisti, che sognano di farla finita con gli immigrati e di scontrarsi con la sinistra e le organizzazioni operaie. Ma perché la loro politica si possa imporre, ci vorrebbe tutt’altra situazione. Occorrerebbe una radicalizzazione sociale che spingesse le categorie piccolo borghesi a mobilitarsi con la violenza.

Attualmente, la politica del FN è banalmente elettoralistica e i suoi successi elettorali non possono che confortarlo in questo senso. Se in effetti l’FN sarà presente al secondo turno della presidenziale, come nel 2002, da parte del PS ma anche della destra si sentirà dire che occorre porre un “ostacolo al fascismo “. Sarà, come nel 2002, una montatura eletto­rale.

La demagogia attuale del FN basta comun­que per farne uno dei nemici più pericolosi dei lavoratori. Alimentando i pregiudizi razzi­sti e le paure, esso divide i lavoratori, attizza le reazioni comunitarie, peggiora il regresso della coscienza di classe. Combattere, “arre­stare” l’influenza del FN nella classe operaia è una necessità. Ma non è una questione elettorale o di combinazioni politiche, è una questione militante sulla base della prospet­tiva politica specifica della classe operaia, il rovesciamento del potere della borghesia. Credere che votare per il personale politico tradizionale della borghesia ci possa proteg­gere da questo pericolo è un’illusione. Al potere, la sinistra e la destra non hanno fatto che rafforzare l’FN. Già cedono davanti l’FN e le sue idee e loro stessi non esitano a metterle in pratica, che sia nella loro politica nei confronti dei migranti o in materia di sicu­rezza. La Le Pen non è al potere, ma parte del suo programma lo è.

Senza essere al potere, l’FN pesa su tutta la vita politica, e senza neanche essere entrato pienamente nella campagna, è questo partito che ne detta la musica. Praticamente la Le Pen non ha bisogno di fare campagna. Si accontenterà di contare sul fatto che non ha mai governato, e di incassare i frutti della demagogia anti-immigrati e per la sicurezza di tutti gli altri candidati. Per quanto riguarda i suoi propri impegni sociali ed economici, continuerà a far finta di difendere sia i piccoli che i grandi padroni, sia i padroni che gli operai e i disoccupati.

Si potranno misurare le conseguenze della spinta del FN solo dopo le politiche. Lo scru­tinio maggioritario porterà ad una sotto-­rappresentazione del FN all’assemblea, ma quanti deputati farà eleggere? Saranno 10, 20 o 50? Ci saranno accordi tra amici di destra e del FN? La destra otterrà una mag­gioranza netta o avrà bisogno di alleanze? I dirigenti del FN aspirano solo ad integrarsi nel sistema. A questo la borghesia non ha un’opposizione di principio, anche se preferi­sce affidarsi ad un personale politico che conosce perfettamente. Ma la destra e il sistema politico nel suo complesso sapranno digerire senza crisi l’arrivo del FN nel gioco istituzionale? Lo si saprà solo in futuro.

Il Partito socialista

Il Partito socialista è in crisi aperta. Questa crisi è innanzitutto la crisi del riformismo. Il capitalismo e le esigenze padronali tagliano le basi di una politica riformista di sinistra. Qualsiasi tentativo di ridistribuzione e di giu­stizia sociale è destinato a fallire davanti al muro del denaro. Nel corso delle sue nume­rose confidenze Hollande ha dichiarato che “con la disoccupazione è stato sfortunato”. La leggerezza di questa espressione sotto­linea la sua disinvoltura e il suo disprezzo verso i disoccupati. Ma esprime anche una parte di verità. Pur essendo Presidente della Repubblica, Hollande non controlla la crisi dell’economia capitalista, ma la subisce. Governando per conto della borghesia, il suo ruolo si limita a prendere le misure che la favoriscono.

La legge sul lavoro e la decisione del governo di approvarla di forza, la disoccu­pazione, la chiusura d’imprese e i piani di soppressione di posti di lavoro hanno finito di screditare il potere socialista agli occhi delle classi popolari. Il rigetto di Hollande e l’odio verso il PS si esprimono più che mai. E qualunque sarà il candidato scelto dal PS, non passerà il primo turno.

In Le Monde del 25 ottobre, un giornalista descrive così la situazione: “La paura di perdere, che di solito porta a stringere le file, non incide questa volta perché tutti, a sini­stra, si sono già adattati alla sconfitta”; e aggiunge: “Il riflesso unitario non funziona più. Il PS è arrivato all’esaurimento della sua sopravvivenza”.

I primi a parlare del pericolo di esplosione del PS, della “polverizzazione” della sinistra, sono gli stessi dirigenti del PS. Il suo segre­tario Jean-Christophe Cambadélis non lo nasconde: “Ogni giorno passato” senza esplosione del PS è “una vittoria“ (intervista data a Public Sénat nel maggio 2016). Questi dirigenti sanno di che cosa parlano. Il loro partito ha già affrontato una situazione simile. Dopo il governo di Guy Mollet nel 1956, la SFIO (Il PS di allora) si è scom­posta, non riuscendo neanche a presentare un candidato alle presidenziali del 1965 e ottenendo nel 1969 non più del 5% dei voti con la candidatura di Defferre. All’epoca, fu Mitterrand, un politico estraneo alla SFIO, che riuscì a rinsaldare il partito e a trasfor­marlo in PS. E fu grazie all’appoggio del PCF e alla sua influenza nella classe operaia che il PS si rifece una credibilità elettorale nelle classi popolari.

Il PS non può più contare sul PCF per portargli i voti dei lavoratori, poiché il PCF si è screditato in questa operazione. Alle classi popolari, il PS comunque non ha più nien­t’altro da promettere che una politica anti-operaia meno violenta della destra. Che resti unito o meno, il PS è quindi condannato a trasformarsi per trovare una nuova clientela elettorale.

Questa necessità è difesa da anni da Manuel Valls. Nell’aprile 2008, in un libro intitolato “Per farla finita con il vecchio socialismo...ed essere finalmente di sinistra!”, scriveva: “Partito socialista, è una cosa datata. Non significa più nulla. Il socialismo è stato un’idea meravigliosa, un’utopia splendida. Ma era un’utopia inventata contro il capita­lismo dell’Ottocento!”. Nel giugno 2009, riba­diva: “Bisogna sbarazzarsi della sinistra antiquata, quella che guarda ad un passato superato e nostalgico, abitata dal super-io marxista e dalla memoria dei Trenta gloriosi. La sola questione che conti è come orientare la modernità, per accelerare l’emancipazione delle persone”.

Se vogliamo credere alle confidenze raccolte dai giornalisti di Le Monde, Lhomme e Davet, anche Hollande è da tempo preoc­cupato da questa necessaria rifondazione. “Occorre un atto di liquidazione. Occorre un hara-kiri”, ha dichiarato nel dicembre 2015, immaginando di lanciare un nuovo movi­mento all’inizio del 2016 che lo potesse por­tare ad essere di nuovo candidato nel 2017. È chiaro che anche lì non è riuscito.

Il PS si trova ormai con le spalle al muro. La questione per il PS non è tanto di vincere le elezioni quanto di preservarsi un futuro. E se Hollande non ha ancora abbandonato questo obiettivo, nonostante tutti i problemi che ciò pone al partito, è perchè ritiene ancora di poter essere l’uomo per questo compito.

Ciò che avverrà durante questa campagna sarà senz’altro un momento decisivo per il PS. Ci sarà prima il momento delle primarie. Per salvare il salvabile, i suoi dirigenti rinvie­ranno i loro conflitti a dopo l’elezione come desidera Valls, che adesso tende la mano alle due sinistre che riteneva irreconciliabili. Si va verso un’implosione del PS? Se un rag­gruppamento si farà, sarà attorno a chi? Valls? Hollande? Montebourg?

Ma altrettanto importanti saranno la gestione del secondo turno e ciò che farà il PS in caso di duello destra-FN. Il fronte repubblicano (destra-sinistra contro estrema destra), al quale il PS ha chiamato sistematicamente nell’ultimo scrutinio, aprirà la strada ad un governo d’unione nazionale riunendo la destra ed il PS? Accelererà la ricomposi­zione politica e aprirà la strada ad un partito “né sinistra, né destra”, come sognato da Macron?

Un anno fa, commentando le conseguenze delle elezioni regionali, noi scrivevamo: “Nessuno può prevedere, al momento, per quanto tempo potrà funzionare il tripartitismo – in realtà una nuova forma di bipartitismo finché la destra non accetterà di integrare il FN alle sue combinazioni di governo. Ma il suo funzionamento non lascerà altra scelta all’elettorato popolare che votare la destra, fiancheggiata o meno da una sinistra destreggiante, o la destra estrema. Dinanzi alle grandi manovre intraprese tanto a destra quanto a sinistra, non si può neppure scartare l’ipotesi che il nuovo bipartitismo assuma una forma concreta. Chiaramente, a sinistra è l’orientamento politico di Valls, che trova un riscontro a destra relativamente a Raffarin ed anche a Bertrand, che ha appena accolto calorosamente Hollande. Il quale, dal canto suo, ha voluto riservargli la prima delle sue visite ai presidenti di regione recen­temente eletti.

Si tratta, insomma, del sogno di un grande partito, paragonabile al Partito democratico degli Stati Uniti. Sarebbe un modo per liquidare definitivamente ogni legame, anche se lontano e formale, con il movimento ope­raio da parte di uno dei partiti dell’alter­nanza.”

Questo sogno continua ad abitare nei diri­genti del PS. Dal sogno alla realizzazione, c’è tuttavia una differenza: per i partiti eletto­ralistici, i disastri elettorali sono più propizi alle scissioni ed al frazionamento che non alle trasformazioni.

Del suo lontano passato legato al movimento operaio, il PS ha conservato soltanto l’eti­chetta socialista. Anche per la sua compo­sizione sociale, l’ex SFIO diventata PS non è più un partito operaio, praticamente sin dalla Seconda guerra mondiale. Politicamente, non rappresenta più gli interessi della classe operaia sin dal fallimento del suo antenato all’inizio della Prima guerra mondiale.

L’abbandono della sua etichetta socialista porrebbe un punto finale ad un secolo di falli­menti e di tradimenti.

La politica del PCF

Nel 2012, il PCF aveva sostenuto Jean-Luc Mélenchon al primo turno ed aveva chiamato a votare Hollande al secondo. Questa volta, la sua direzione è divisa: appena il suo segretario Pierre Laurent rendeva pubblica la sua proposta di sostenere Mélenchon, la conferenza nazionale del PCF annunciava che non se ne poteva parlare. La decisione sarà presa solo dopo un voto allargato ai militanti.

Il 55% dei votanti della conferenza nazionale si sono schierati a favore di un candidato del PCF... con l’eventualità che si possa ritirare se sorge un candidato unitario. È un modo per rimandare ancora la scelta definitiva. Queste esitazioni del PCF, e sopratutto quelle della sua direzione, sono significative della politica del partito e del vicolo cieco in cui si trova.

La direzione del PCF ritarda la sua scelta da sei mesi, accontentandosi di ostentare la sua politica di “unità della sinistra” ed evocando, oltre quello di Mélenchon, i nomi di Monte­bourg o Hamon. Infatti il PS ha ben più cose da proporre alla PCF che non Mélenchon, il quale non ha la stessa base elettorale nei consigli comunali, dipartimentali o regionali. Ma, ovviamente, il PCF non ha voglia di essere associato al disastro del PS se quest’ultimo avesse Hollande come rappre­sentante alle presidenziali. Se tuttavia Hollande non si candidasse e Montebourg, invece di Valls, uscisse vittorioso dalle primarie socialiste, sarebbe una situazione più facile per il PCF, che gli consentirebbe di unire l’utile delle alleanze con il PS nelle elezioni politiche, regionali e comunali, con il dilettevole di non dover assumere l’eredità Hollande. Ma quanti “se”!

Il disagio nelle file del PCF durante questi mesi di esitazioni non deriva dal carattere opportunista e elettoralistico della sua poli­tica. I militanti del PCF non immaginano un altro modo di fare politica che non sia di provare ad influire dall’interno nel sistema. Ma divergono sulla strategia da adottare, o più esattamente sulla persona da sostenere. Molti sono, ad esempio, riluttanti all’idea di sostenere Mélenchon, che ha ostentato tanto disprezzo nei confronti del PCF e tenta un’avventura individuale. Ma condividono gran parte della sua politica, a cominciare dal sovranismo e dalla sua denuncia di Bruxelles e di Berlino.

Molti militanti sono scontenti di Pierre Lau­rent. I più virulenti fanno spesso riferimento a Georges Marchais e a quella bella epoca in cui il PCF era un gran partito vicino al 25% dei voti. Ma è precisamente in questi periodi, in cui il PCF era ascoltato dalla classe ope­raia, che ha fatto più danni. Tanto vale dire che questa nostalgia non li avvicina per niente alle prospettive rivoluzionarie.

Anche se il PCF era allora molto più presen­te nella classe operaia e aveva un ruolo dirigente nella maggior parte delle sue lotte, aveva abbandonato da molto tempo la prospettiva della trasformazione rivoluzio­naria della società. Prima ancora di mettersi a disposizione della borghesia, come ha fatto durante e dopo la guerra, aveva rinnegato la classe operaia e i suoi interessi politici fonda­mentali. Ne risulta la profonda diffidenza del PCF nei confronti dei lavoratori che, ispirata all’origine dalla burocrazia staliniana, fu preziosa soprattutto per la borghesia e per la preservazione dell’ordine capitalista.

Mélenchon

Nel 2012, Jean-LucMélenchon aveva pre­sentato la sua candidatura in concorrenza con quella di Hollande. Da quel momento si è sempre presentato come l’oppositore di sinistra numero uno. Legge finanziaria, au­mento dell’IVA, riforma delle pensioni, patto di responsabilità, scadenza della nazionalità e ovviamente la legge El Khomri o “legge lavoro”, ha impugnato tutti gli argomenti.

Convinto di essersi imposto come l’alterna­tiva di sinistra più credibile, Mélenchon ha annunciato la sua candidatura già dal febbraio 2016, senza aspettare l’approva­zione di chiunque. Scommettendo sull’ade­sione forzata del PCF, Mélenchon ha sepolto il Fronte di sinistra e non si è neanche dato la pena di rivolgersi ai militanti del PCF, che avevano fatto la sua campagna nel 2012. Forte di questa indipendenza, Mélenchon cerca ormai di allargare il suo elettorato e, di conseguenza, ha lavorato sul suo personag­gio.

Il nuovo Mélenchon è anzitutto il primo ecolo­gista del paese. Dalla fine del nucleare alla denuncia del mal mangiare e alla rinuncia al consumo di carne, Mélenchon spera di toccare una parte dell’elettorato ecologista e piccolo borghese. Non si riferisce più al socialismo, bensì all’“ecosocialismo” oppure all’“ecoumanesimo”!

È anche quello che pretende di incarnare un nuovo modo di fare politica. La sua candi­datura non sarebbe quella di un partito, ma quella di un movimento, il movimento della Francia ribelle, che rappresenta le 130.000 persone che hanno sostenuto la sua candi­datura su internet. È del resto su questa base che un migliaio di persone sono state sorteggiate per partecipare alla convenzione del movimento, il 15 e 16 ottobre scorsi, e 11.362 hanno votato sui social, per scegliere dieci misure emblematiche nel programma di Mélenchon. Questa commedia nasconde male il fatto che è lui a decidere tutto. Il suo discorso somiglia a quello di molti politici, sul supposto incontro tra un uomo e il popolo francese. Ma è anche un modo di sopperire all’assenza di partito, poiché il Partito di sinistra che aveva fondato può rivendicare solo 8.000 aderenti, pochi militanti ed eletti, dopo quasi otto anni di esistenza.

Le dieci priorità prese in considerazione, fra le quali “no ai trattati transatlantici”, “abro­gazione della legge lavoro”, “regole verdi”, “uscita dai trattati europei”, “pianificazione ecologica”, “Sesta Repubblica”, sono signifi­cative del pubblico influenzato da Mélenchon, e al quale si rivolge. Si tratta di un ambiente no global, ecologista piccolo-borghese, a cui si aggiunge un ambiente sin­dacalista, da tempo influenzato dalle idee protezioniste e sovraniste distillate dal PCF.

La campagna di Mélenchon, anche se fa sentire la piccola musica sociale della “sparti­zione delle ricchezze”, non si svolgerà sul terreno degli interessi dei lavoratori. Non trat­terà né della lotta di classe, né dello sfrutta­mento, né della necessità per i lavoratori di rovesciare il rapporto di forza con il padronato per salvare le loro condizioni d’e­sistenza. Peggio ancora, la sua campagna nazionalistica e protezionista, che lo ha portato a riprendere discorsi degni del Fronte nazionale contro i lavoratori trasferiti “che rubano il lavoro dei lavoratori di qui” contribuirà ancora di più ad offuscare la coscienza di classe degli sfruttati.

Vedremo se i risultati promessi dai sondaggi si manterranno una volta conosciuto il candi­dato del Partito socialista. Comunque Mélenchon ha ben poche possibilità di essere presente al secondo turno e non è il suo principale obiettivo. Vuole presentarsi come l’uomo provvidenziale agli occhi di una parte della sinistra e avere un risultato suffi­cientemente attraente per tentare sedurre una parte del PS.

Certamente l’interesse politico dei lavoratori non può far risorgere un PS che si riferisca al movimento operaio e ne innalzi alcuni valori solo per continuare a fuorviarli. Del resto questo non è neanche il progetto di Mélenchon. Ecologia, sovranismo, cambia­menti costituzionali, Mélenchon si allontana sempre più dal capitale politico proprio del movimento operaio.

La nostra campagna

Il nostro obiettivo in questa campagna è di chiamare ad un voto di classe e di coscienza operaia. Partecipiamo a questa battaglia politica perché si affermi un campo, che ha una politica, un programma, le sue proprie prospettive all’opposto di quelle del padro­nato e dei suoi servi politici. Mentre alcuni vogliono fare campagna sull’identità nazio­nale, cristiana e addirittura gallica, vogliamo condurre una campagna sull’identità di lavo­ratore e di sfruttato, sugli interessi politici e le lotte che ne derivano.

Siamo gli unici a voler fare campagna sulle idee della lotta di classe. Non è ovviamente il caso di Mélenchon. Non rappresenta, né da vicino, né da lontano gli interessi dei lavo­ratori e neanche lo pretende. La frazione del­l’elettorato popolare che è indignata dalla politica di Hollande-Valls, che vuole indicare la sua opposizione a questa politica e al tempo stesso dimostrare che rimane a sinistra, in gran parte si rivolgerà verso Mélenchon. Così sarà innanzitutto negli ambienti sindacalisti, anche fra quelli, ex-militanti o simpatizzanti del PCF, che si sono allontanati del partito ma che restano attivi sul piano sindacale. Anche fra quelli che si considerano “nel campo dei lavoratori”, molti voteranno per Mélenchon. Gli uni, la maggioranza, perché ne condividono le posizioni riformiste. Alcuni altri anche perché appare più credibile di Lutte ouvrière. Spesso sarà con gli elettori di Mélenchon che ci troveremo a dover discutere.

Ma noi non ci presentiamo contro Mélen­chon. Ci presentiamo in nome di tutt’altra prospettiva.

Che coloro che condividono le prospettive di Mélenchon votino per lui, è nell’ordine delle cose. Ma nei confronti di quelli che, pur essendo attirati dalla “credibilità” di Mélen­chon, si sentono nel campo dei lavoratori, occorre argomentare dimostrando che il voto a Mélenchon non esprimerà per niente que­sta appartenenza al campo dei lavoratori.

Nello stesso modo, a quelli che si sentono comunisti, a prescindere dal senso che danno a questa parola, ma che sono indi­gnati dalla politica del PCF, il suo seguire servilmente il PS o i suoi derivati, bisogna dire che non possono esprimere la loro convinzione comunista con il voto a Mélen­chon. Quest’ultimo non l’ha mai rivendicata.

Tocca a loro scegliere: a quale preoccu­pazione danno la priorità? Quale identità vogliono esprimere con il loro voto? Piaccia o no, esprimere appartenenza al campo dei la­voratori e adesione alle prospettive comu­niste si può fare, senza ambiguità, solo con il voto per Nathalie Arthaud.

Neanche l’asse politico scelto dal NPA fa riferimento al campo dei lavoratori. Come dimostrano i vari interventi di Philippe Poutou o di Olivier Besancenot, l’NPA si rifiuta di utilizzare un discorso di classe e di centrare i suoi interventi sugli interessi e le lotte dei lavoratori. L’NPA si appoggia alla rinfusa sulle mobilitazioni esistenti, sia il movimento contro la legge El-Khomri che la lotta contro l’aeroporto di Notre-Dame des Landes o su quelle che denunciano le violenze poli­ziesche. Prova a galleggiare sul rifiuto dei politici di portare avanti le parole d’ordine di “deprofessionnalizzazione” della vita politica, del “non cumulo dei mandati”. Tutte cose che non possono fare avanzare la coscienza di classe.

La coscienza di classe non è tuttavia sospe­sa nell’aria. Deve concretizzarsi in una politica che corrisponda alle necessità della situazione dal punto di vista degli interessi della classe operaia.

Riprenderemo nella nostra campagna il programma che sarebbe necessario per i lavoratori mettere al primo posto rispetto alla crisi e le sue conseguenze. É questo pro­gramma che abbiamo cercato di diffondere in vari modi dall’inizio della crisi dell’eco­nomia capitalista, cioè da tempo. All’elezione presidenziale del 1995, Arlette Laguiller parlava di “piano di emergenza per i lavora­tori e i disoccupati”. Nonostante l’emergenza sia rimasta la stessa da vent’anni, potrebbe sembrare improponibile utilizzare oggi la stessa espressione. Ma si tratta sempre della difesa degli interessi materiali e politici dei lavoratori nel contesto della crisi dell’econo­mia capitalista.

Ribadiremo, come facciamo da anni, che per impedire alla grande borghesia di far pagare ai lavoratori la crisi della sua economia, occorre imporre alla borghesia ed al suo personale politico:

- Il divieto dei licenziamenti e la spartizione del lavoro tra tutti a parità di salario per eliminare la disoccupazione.

- Salari e pensioni decenti e garanzia del potere d’acquisto con il loro aumento auto­matico a seconda dell’aumento dei prezzi.

- La soppressione del segreto degli affari per svelare le frodi dei banchieri e le scelte criminali dei grandi azionisti, che preferi­scono licenziare ed aumentare la disoccu­pazione piuttosto che toccare i loro profitti.

Bisogna dimostrare nei nostri argomenti che tutte queste esigenze sono dettate dal semplice buon senso, dal momento che la preoccupazione è di proteggere la principale classe produttiva della società dalla decadenza materiale e morale.

Ma questo “semplice” buon senso non può essere condiviso da alcun politico che rimane sul terreno del capitalismo, cioè che non immagina di governare diversamente dagli interessi della borghesia.

Chiamare i lavoratori a portare avanti i loro interessi di classe e a condurre la battaglia politica contro i veri responsabili della disoc­cupazione, della precarietà e dei salari bassi, che sono i capitalisti; avvertirli contro tutti i demagoghi che cercano di dividere i lavora­tori e fuorviarli della loro battaglia, saranno il leitmotiv della nostra campagna.

Convinceremo solo, tra i lavoratori, i più com­battivi e più coscienti. Nel contesto attuale, non saranno numerosi. Del resto non sarà più facile convincere gli astensionisti degli altri, perché l’astensione copre molto spesso un elettoralismo incorreggibile. Bisogna tuttavia conservare l’obiettivo di convincere, fosse solo per spingere le discussioni il più avanti possibile.

In mancanza di lotte collettive e di fiducia nella capacità dei lavoratori di lottare, la grande maggioranza vede possibilità di cam­biamento solo con le elezioni, nonostante il disgusto e la rabbia nei confronti dei politici. Le nostre idee possono soltanto rimanere minoritarie. Minoritari rimarremo fino alla rivoluzione stessa. E’ stato così per tutti quelli che hanno combattuto le oppressioni, la schiavitù, la colonizzazione, fino alla rivolta collettiva della loro classe.

Queste idee corrispondono agli interessi obiettivi e alle lotte necessarie che i lavora­tori dovranno condurre. Questo del resto è il motivo per cui, anche se non abbiamo alcuna credibilità elettorale, abbiamo una credibilità militante laddove siamo presenti. Questa credibilità l’abbiamo conquistata nelle fabbriche prendendo pienamente il nostro posto di militanti operai. Partecipare alle elezioni e difendere la nostra politica senza spostare una virgola, senza cedere ai venti contrari, fa parte della battaglia politica per mostrare che i problemi essenziali hanno le loro radici nell’organizzazione capitalista della società. Sarà questa credibilità a contare per le battaglie future.

Gli scioperi, le mobilitazioni sociali e le rivolu­zioni non seguono i risultati elettorali. Obbe­discono ad altre leggi molto più profonde, quelle della lotta di classe condotta sempre più violentemente dal padronato, quella dell’azione delle masse e del progresso della loro coscienza. E queste lotte possono svilupparsi tanto più, se le nostre idee circo­leranno e saranno presenti. Allora esprimia­moci, e portiamo il maggior numero possibile di lavoratori a farlo con noi.

La nostra campagna non mirerà soltanto ad esprimere queste idee, ma anche a raggrup­pare attorno ad esse coloro che le condivi­dono. Ciò significa fare in modo che questa campagna sia la loro campagna. Non soltanto nel senso della loro partecipazione attiva per diffondere le nostre idee, ma anche per condividerle profondamente, per assimi­larle.

La campagna elettorale solleva più o meno chiaramente una folla di problemi che riguardano la marcia della società, le rela­zioni tra le varie classi sociali. Occorre che coloro che si considerano nel “campo dei lavoratori” acquistino durante la campagna la convinzione che la nostra prospettiva, il rove­sciamento del potere politico della borghesia, implica una politica coerente.

È in questo senso che la campagna eletto­rale può costituire un passo di più nella rico­struzione di un partito comunista rivoluzio­nario.

7 novembre 2016


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