Internazionale

La trappola della “lotta all’islamofobia”

Da “Lutte de classe” n°181 – Febbraio 2017

Una parte dell’estrema sinistra porta avanti una politica di costruzione di fronti “per lottare contro l’islamofobia”, al punto però di perdere ogni riferimento di classe e di ricor­rere alla demagogia nei confronti dell’islam politico.

Il dibattito sulla questione si è amplificato con i vari casi di giovani donne che volevano portare il velo a scuola, dal 1989 e soprat­tutto dopo la legge del 2004 sul divieto del velo a scuola. Tale dibattito è proseguito con la polemica sul divieto del velo integrale nello spazio pubblico, adottato nel 2010.

Dopo gli attentati del 2015 e del 2016, la questione è venuta sempre più in primo piano. Ad esempio, il pietoso episodio del “caso burkini” ha portato alla luce, l’estate scorsa, quanto sia i politici di destra sia quelli di sinistra siano pronti, per demagogia eletto­rale, a fare di ogni erba un fascio per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai proble­mi essenziali del momento.

Colpisce questo recupero della questione del velo, del burqa o del burkini da parte di poli­tici che non si preoccupano affatto dell’op­pressione delle donne e sono laici solo quando parlano dell’islam. La loro non è altro che una campagna razzista.

Come militanti comunisti siamo risoluti avver­sari di tutte le religioni e di qualsiasi oppres­sione, e l’attuale campagna non deve far per­dere la bussola ai rivoluzionari.

La galassia dell’anti-islamofobia

Da molti anni, una galassia di gruppi che si danno per obiettivo “la lotta all’islamofobia” si forma e prende diverse iniziative. Alcuni, come la UOIF (Unione delle organizzazioni islamiche di Francia) o PSM (Partecipazione e spiritualità musulmane), sono apertamente associazioni di proselitismo religioso. Altri si presentano come organizzazioni religiose e si nascondono dietro rivendicazioni di ugua­glianza, di lotta al razzismo e all’islamofobia. È il caso del CCIF (collettivo contro l’islamo­fobia in Francia), di Mamme tutte uguali, del collettivo Una scuola per tutte, Femministe per l’uguaglianza, e più recentemente di Alcir (Associazione di lotta all’islamofobia ed al razzismo). Il Partito degli Indigeni della Repubblica (PIR) si colloca anch’esso in questa galassia.

Dall’attentato contro Charlie Hebdo del gen­naio 2015, le iniziative di questi gruppi si sono moltiplicate: comizio anti-islamofobia il 18 gennaio 2015 a Parigi; comizio contro l’islamofobia ed il clima repressivo il 6 marzo 2015 a Saint-Denis; Marcia della dignità e contro il razzismo organizzata dal PIR il 31 ottobre 2015; comizio a Saint-Denis contro lo stato d’emergenza l’11 dicembre 2015, e ancora, il 21 settembre scorso, comizio di Alcir denominato “per una primavera della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza” e organizzato nel 20° arrondissement di Parigi.

Queste varie iniziative non vanno necessa­riamente criticate. Il comizio del 18 gennaio 2015 era una risposta ad una manifestazione d’estrema destra organizzata lo stesso giorno per “espellere tutti gli islamisti”. Orga­nizzare comizi contro lo stato d’emergenza o marce contro il razzismo può essere giusto. La questione è sapere chi organizza queste iniziative, quali idee si esprimono, e cosa vi fanno e dicono i militanti che si affermano dell’estrema sinistra. Purtroppo queste riu­nioni, in realtà, sono sempre usate come cassa di risonanza per organizzazioni isla­miste e caratterizzate da uno spirito di appar­tenenza ad una comunità chiusa.

Durante il comizio del 18 gennaio 2015, molti giovani presenti innalzavano bandiere algeri­ne, turche, marocchine, cartelli con versi del corano, ed un grande striscione su cui cam­peggiava lo slogan “giù le mani dal mio profeta”.

Il meeting del 6 marzo 2015 era organizzato in comune con la UOIF. Quello dell’11 dicembre dava anch’esso grande spazio ai militanti religiosi. Certamente, sono interve­nuti dei laici quali i giornalisti di Le Monde Diplo­matique o i rappresentanti del Sinda­cato della magistratura, ma condividendo il palco con Tariq Ramadan, con il portavoce di PSM Ismahane Chouder o con Marwan Muhammad, portavoce del CCIF.

Gli stessi sono fra i firmatari dell’appello per il comizio di Alcir del 21 settembre 2016. I nomi dei portavoce delle associazioni e dei gruppi religiosi musulmani appaiono sul manifesto, abbellito dalla fotografia di una donna che porta il velo e si avvolge… in una bandiera tricolore.

Fra i firmatari di questo appello compare l’NPA, che ha pubblicizzato il comizio sul suo sito internet con quel manifesto che puzza di patriottismo e di repubblicanesimo.

Queste varie iniziative sono state organiz­zate con la partecipazione o il sostegno di gruppi o partiti di sinistra (Attac, Insieme, EELV) o d’estrema sinistra (anarchici libertari, antifa, NPA). E il 18 dicembre 2016 ancora, si è svolta a Saint-Denis una confe­renza internazionale contro l’islamofobia e la xenofobia, pubblicizzata congiuntamente dal Partito degli Indigeni della Repubblica e dall’NPA, il cui appello era firmato da Olivier Besancenot e Tariq Ramadan.

Organizzazioni oscurantiste e reazionarie

È vero che l’NPA dice di avere differenze po­litiche con alcune di queste organizzazioni. Meno male! Ma sapendo chi sono questi por­tavoce dell’antislamofobia con parte dei quali l’NPA stima che sia giusto di mostrarsi, è legittimo considerare che le affermazioni sono deboli.

L’UOIF? Ha partecipato, del tutto logica­mente, alle sfilate contro il matrimonio omo­sessuale. Ha in particolare accolto nei suoi congressi Christine Boutin, Dieudonné, Alain Soral, e le due ispiratrici della “Manif pour tous” (contro il matrimonio omosessuale - NdT) Frigide Barjot e Ludovine della Rochère. Reazionari di tutte le religioni, unitevi!

Il CCIF è rappresentato da Marwan Muham­mad. Questo ex trader dà oggi conferenze in compagnia di Abou Houdeyfa, l’imam della città di Brest, il quale spiega nelle sue pre­diche che coloro che ascoltano musica “saranno trasformati in scimmie o in maiali”. Marwan Muhammad firma regolarmente comunicati comuni con Idriss Sihamedi, re­sponsabile dell’associazione BarakaCity, il quale nel gennaio 2016, durante una tra­smissione televisiva, spiegava che essendo lui “un musulmano normale”, di conseguenza “non stringe la mano delle donne”. Recen­temente Marwan Muhammad, in occasione di un dibattito, ha affermato che la poligamia non lo riguardava poiché era “come l’omo­sessualità, una scelta di vita personale”.

Terminiamo questo breve giro d’orizzonte con l’associazione PSM (Partecipazione e spiritualità musulmane), rappresentata tra l’altro da Ismahane Chouder, militante pro velo, antiaborto e omofobo, che tuttavia si definisce femminista ed ha preso la parola in tutti i meeting citati. Hassan Aglagal, un militante marocchino del NPA, più lucido di molti suoi compagni, ha scritto in una tribuna intitolata “Basta con PSM nelle nostre lotte”: “Partecipazione e spiritualità musulmane (PSM) è l’associazione che rappresenta in Francia il movimento Al Adl Wal Ihsane (giustizia e beneficenza), movimento dell’i­slam politico fondato nel 1973 in Marocco dal mistico sufista Abdelassame Yassine”. Questo gruppo è in particolare responsabile, in Marocco, “dell’assassinio di due studenti d’estrema sinistra” nel 1991 e nel 1993.

Il ritorno delle “razze”

Il Partito degli Indigeni della Repubblica (PIR) è anch’esso presente in tutte queste iniziative, e qualche volta tra gli organizza­tori.

Il PIR da parte sua non si colloca solo sul ter­reno della lotta all’islamofobia, ma più in generale su quello della difesa politica di tutti quelli che chiama gli indigeni, cioè vittime del colonialismo. Non proprio tutti però: il PIR, si legge nella pagina di presentazione del suo sito, “costituisce uno spazio di organizza­zione autonoma di tutti coloro che vogliono impegnarsi nella battaglia contro le discrimi­nazioni razziali che relegano i Neri, gli Arabi ed i musulmani in una posizione simile a quella degli indigeni nelle ex colonie”. Sembra che gli asiatici, per quanto ugual­mente vittime degli orrori della colonizza­zione e dell’imperialismo, non interessino particolarmente al PIR.

Questo partito, che in particolare fu all’origine della marcia dell’ottobre 2015 per la dignità e contro il razzismo, non solo rivendica la difesa della religione musulmana ma ripren­de un termine utilizzato dall’estrema destra: “la razza”. Tale parola, che generazioni di mi­litanti del movimento operaio e di scienziati hanno bandito dal loro vocabolario, per il puro e semplice motivo che non esistono le razze nella specie umana, sta tornando in questo momento anche nei discorsi dell’e­strema sinistra, nella sua forma grezza oppu­re tramite il neologismo “racisé” (che sarebbe “razzizato” - NdT). Questo termine è utiliz­zato senza la minima sfumatura in decine di pubblicazioni, opuscoli, giornali, discorsi anche dall’NPA.

Tali idee si sono propagate, almeno in una parte della gioventù militante, a tal punto che organizzazioni di quest’area hanno potuto convocare a Reims, dal 25 al 28 agosto 2016, quello che chiamano un “campo estivo decoloniale” nel quale la presenza di “non razzizati” (cioè i bianchi) era semplicemente vietata. Durante il movimento contro la legge lavoro della scorsa primavera, si sono orga­nizzate assemblee nelle facoltà, in partico­lare di Saint-Denis e Parigi-Tolbiac, riservate ai “razzizati”.

Il PIR si presenta come il portavoce di questa evoluzione. Esso studia tutta la società fa­cendo riferimento al colore della pelle, mai alle classi sociali né alle relazioni econo­miche. Il PIR assume completamente questa visione “razzialista”, fondata sull’idea che i bianchi sono tutti colpevoli dell’oppressione dei popoli coloniali ieri, e degli immigrati oggi. Nel suo ultimo libro I Bianchi, gli Ebrei e noi, la portavoce del partito Houria Bouteldja, scrive: “Al di sopra di me, ci sono i profittatori bianchi. Il popolo bianco, proprietario della Francia: proletari, funzionari, classe media. I miei oppressori. Piccoli azionisti della vasta impresa di spoliazione del mondo”. E poi: “Il Francese, nel suo ufficio, va tutto bene per lui. L’Arabo, invece, fa lo spazzino”.

Questo libro abietto difende le idee più rea­zionarie, a cominciare da un nauseante antisemitismo (“Voi ebrei (…) vi riconoscerei tra mille, il vostro zelo è tradimento”.), da un’omofobia dichiarata, da un’esaltazione “dell’insolente e temibile virilità islamica” (sic), e da una presa di posizione contro il femminismo, denunciato come un’espor­tazione bianca: “Il mio corpo non mi appar­tiene. Nessun magistero morale mi farà as­sumere una parola d’ordine concepita per e da femministe bianche. (…) Appartengo alla mia famiglia, al mio clan, al mio quartiere, alla mia razza, all’Algeria, all’islam”.

Queste parole dovrebbero bastare, se si è comunista rivoluzionario, a rifiutare di ritro­varsi sullo stesso palco di quelli che le profe­riscono e che per noi non sono altro che dei nemici politici.

Il “femminismo bianco”

Una parte dell’estrema sinistra, sulla scia della corrente islamista e del PIR, si libera quindi del femminismo in un batter d’occhio introducendo il concetto, relativamente nuovo, di “femminismo bianco”. Le donne che intervengono nei meeting citati si dicono tutte femministe, ma di un femminismo islam-compatibile, che consiste nel dire “Sono donna, quindi faccio ciò che voglio, e se ho voglia di nascondermi sotto un velo, questo riguarda solo me”.

È una nuova versione del relativismo cultu­rale, che già da tempo afferma che noi europei e imperialisti non dovremmo giudi­care le pratiche “culturali” degli altri paesi, in particolare quelli che sono stati colonizzati.
Ci siamo già espressi sul paternalismo che sottende questa pseudo-teoria, quando è difesa da militanti europei di sinistra o d’estrema sinistra: l’uso del velo, ad esem­pio, sarebbe loro insopportabile, ma ritengo­no che vada bene per donne musulmane. Perché? Perché le ritengono meno evolute di loro?

No, il fatto di sottoporre le donne alla clitori­dectomia, di incitarle oppure costringerle a passare tutta la vita nascoste agli occhi degli uomini in una forma di segregazione ses­suale permanente, non è una “pratica cultu­rale” alla stregua di una danza popolare. È un attacco selvaggio contro l’altra metà dell’umanità.

Bouteldja, che dice di preferire appartenere “alla (sua) razza ed all’islam” piuttosto che dire che il suo corpo le appartiene, si spinge anche più avanti: “un femminismo decolo­niale deve avere come imperativo quello di rifiutare radicalmente i discorsi e le pratiche che stigmatizzano i nostri fratelli”. Così assol­ve in anticipo i lapidatori di donne ed i clitori­dectomizzatori, in nome del femminismo de­coloniale.

Si può anche citare il recente libro di Nar­gesse Bibimoune, Confidenze al mio velo. Vi si legge ad esempio: “Mio caro velo, dì loro che sei la prova della mia sottomissione a Dio e solo a lui! Dì loro che ai miei occhi sei uno strumento d’emancipazione di fronte ad una società che desidererebbe dettarmi il mio modo di essere una donna liberata”.

Le militanti come Nargesse Bibimoune o Houria Bouteldja scelgono quindi di essere schiave volontarie di Dio o degli uomini. Tanto peggio per loro. Ma noi, militanti comu­nisti e rivoluzionari, possiamo scegliere il nostro campo: nel caso del velo, poi in quello del burkini, decine di femministe algerine, turche, marocchine, hanno espresso la loro rabbia di fronte all’accondiscendenza dell’e­strema sinistra francese nei riguardi di questi simboli d’oppressione. Esse ogni giorno rischiano la vita nel rifiutarli. A loro va la nostra solidarietà ed il nostro rispetto.

L’accondiscendenza dell’estrema sinistra

Una parte della “sinistra della sinistra” orga­nizza con questo ambiente reazionario qualsiasi tipo di iniziativa, gli apre le colonne dei propri giornali o discute dottamente con esso delle sue posizioni.

Non è per un caso. Da molto tempo la LCR, e poi ancor di più l’NPA si sono rifiutati di cri­ticare chiaramente il velo, e hanno dato prova rispetto all’islam di una buona dose di demagogia. Ci si ricorda del caso della can­didata del NPA nel Vaucluse, nel 2011, che portava il velo. Membri di questo partito, ad esempio, rifiutando di affermare senza incer­tezze il carattere oppressivo del velo e delle sue varie versioni, sono giunti al punto di organizzare nello scorso agosto, durante la loro università estiva, una manifestazione per difendere il diritto delle donne di portare il burkini, al grido di “Troppo coperte o non ab­bastanza, tocca alle donne decidere”. Come si vede, non si è molto lontani dal femmi­nismo decoloniale.

L’NPA ha dichiarato, a seguito di una riunione della sua direzione nazionale svolta­si il 17 ed il 18 settembre scorsi, che “l’NPA, i suoi militanti, il suo portavoce ed il suo can­didato saranno nel cuore dell’azione contro il razzismo e l’islamofobia”. Un comunicato del 16 ottobre invita “a fare della lotta contro l’islamofobia una vera priorità”.

Ciò non ha nulla di fortuito, da parte di una corrente la cui pratica è quella di sposare le idee di altre, nella speranza di essere ascol­tata da questa o quella parte della gioventù, della piccola borghesia intellettuale o del mondo del lavoro. In altre parole, si tenta di attirare a sé i giovani delle periferie… schie­randosi dietro ad organizzazioni che dicono ciò che questi giovani vogliono sentire, per quanto possano essere reazionarie le loro idee.

Questo opportunismo è una vecchia tradi­zione di una parte del movimento trotskista, la stessa che in passato l’ha portata a sostenere, senza smarcarsene, i nazionalisti dei paesi colonizzati come l’FLN algerino o alcune correnti staliniste, a scoprire grandi qualità nelle associazioni più riformiste come Attac, o ad ammiccare ai sostenitori della decrescita.

Comunismo e religione

Per giustificare la loro indulgenza per l’islam politico, i vari gruppi d’estrema sinistra che gravitano in questo movimento cercano giu­stificazioni teoriche.

Essi dapprima spiegano che la religione musulmana in Francia sarebbe una religione di oppressi e, a questo titolo, non compara­bile alle altre che, loro sì, sarebbero dalla parte degli oppressori.

Che l’islam sia in Francia una religione per lo più praticata dagli oppressi, cioè da proletari, è una certezza. Fare questa constatazione deve allora portare a mostrarsi concilianti con questa religione? Al contrario, proprio perché coloro che sono contagiati dalla confessione islamica sono i nostri fratelli di classe, la dobbiamo combattere! La classe operaia, precisamente perché è la classe oppressa della società, ha meno accesso alla conoscenza, alla cultura di altri strati della società, cosa che la rende più permeabile a tutti i pregiudizi. E se questi assumono la forma di pregiudizi religiosi fra i lavoratori d’origine maghrebina o africana, in altri strati del proletariato ne assumono altre. A cominciare dal razzismo, purtroppo ben presente nella classe operaia francese. Eppure, nessun militante immagina di non combatterlo col pretesto che si tratta di pregiudizi di oppressi. Perché dovrebbe es­sere diverso con la religione?

Un’altra argomentazione è che il marxismo non avrebbe una vera tradizione antire­ligiosa. È, ad esempio, ciò che sostiene Pierre Tevanian, un insegnante di Seine-Saint-Denis, che difende la libertà di portare il velo a scuola. La sua opera, intitolata L’odio della religione, spiega, con una falsifi­cazione, che Marx in fondo non era tanto antireligioso. Vi si legge: “Oggi è l’ateismo e la battaglia antireligiosa, l’irreligione insom­ma, che vanno considerati come l’oppio del popolo di sinistra”.

È indubbio che il marxismo non si è mai dato come obiettivo prioritario quello di fare propa­ganda antireligiosa. I comunisti non sono “laïcards”, dal nome della corrente di bor­ghesi radicali che a cavallo dell’Ottocento e del Novecento consideravano la lotta contro la religione più importante della lotta di clas­se, o che preferivano di molto che gli operai lottassero per la laicità anziché per la messa in discussione dell’ordine sociale.

Marx sapeva che i pregiudizi religiosi erano le conseguenze dell’oppressione, e che non sarebbero scomparsi prima di una trasfor­mazione profonda della società, vale a dire prima che la società comunista, eliminando lo sfruttamento e l’oppressione, eliminasse allo stesso tempo le cause della religione. La linea di demarcazione che tracciano i comu­nisti, nella società attuale, non è tra i laici e i religiosi, ma tra i proletari ed i borghesi.

Tuttavia, i marxisti hanno sempre conside­rato la propaganda antireligiosa come indi­spensabile. Essere comunista significa essere materialista, ed essere materialista significa essere ateo. Si può essere ateo e lottare, durante uno sciopero, a fianco di un lavoratore credente. Ciò non toglie che ogni rivoluzionario comunista debba provare a strappare all’influenza della religione non sol­tanto i militanti che vuole conquistare alla propria causa, ma anche i suoi compagni di lavoro e di lotta. Trotsky lo spiegava, nel 1923: “Assumiamo un atteggiamento del tutto irriconciliabile riguardo a tutti coloro che pronunciano una sola parola sulla possibilità di combinare il misticismo ed il sentimen­talismo religioso con il comunismo. La reli­gione è irriconciliabile con il punto di vista marxista. Chi crede ad un altro mondo non può concentrare tutta la sua passione sulla trasformazione di quello presente”. E alla fine degli anni ’30 scriveva, in In difesa del marxi­smo: “Noi rivoluzionari, non abbiamo mai finito con i problemi della religione, poiché i nostri compiti consistono nell’emancipare non soltanto noi stessi ma anche le masse dall’influenza della religione. Chi dimentica di lottare contro la religione è indegno di essere definito un rivoluzionario”.

La trappola della “islamofobia”

Quindi, ovviamente, è possibile lottare allo stesso tempo contro le discriminazioni razzi­ste e contro la religione.

È il motivo per cui il termine di islamofobia ci è sembrato ambiguo, e lo è sempre sotto certi aspetti, nonostante la parola sia diven­tata d’uso comune. Respingiamo e combat­tiamo le discriminazioni che possono eserci­tarsi nei confronti dei musulmani perché siamo per la libertà di culto. Ma siamo atei, opposti a tutte le religioni. E l’equazione, imposta dagli islamisti e dai loro amici, per cui lottare contro la religione musulmana significherebbe essere razzista, è una truffa.

Una parte dell’attuale classe politica francese respinge e discrimina i musulmani, in ogni caso quelli poveri, quelli dei quartieri popolari e delle fabbriche, poiché certamente non respinge i miliardari delle teocrazie del Golfo. E si può comprendere perché numerosi giovani si sentano vittime di una particolare oppressione, che effettivamente esiste. Come accettare che i politici di destra, i quali si appellano alla laicità e vogliono proibire i menu senza carne di maiale nelle mense scolastiche, siano gli stessi che combattono per consentire di addobbare l’atrio del pro­prio municipio con presepi natalizi?

La laicità dei politici borghesi odierni è a geo­metria variabile, ed è rivolta contro la reli­gione musulmana come lo è stata in altri tempi contro gli ebrei. E ciò è ancor più scioccante se consideriamo che gli stessi non hanno esitato, in passato, a servirsi dell’islam per provare ad incanalare la collera ed il risentimento dei giovani delle periferie, come fece Sarkozy quando creò il Consiglio nazionale del culto musulmano.

Difendere il comunismo

Riteniamo però che sia nostro compito, come comunisti, denunciare l’influenza della reli­gione musulmana sulla gioventù di origine immigrata, lottare e militare per provare a strappare quei giovani alla “nebbia della reli­gione”, come scriveva Marx, per aprir loro gli occhi, far loro capire che l’emancipazione non deriverà dalla sottomissione a principi religiosi di altri tempi, ma dall’unione di clas­se con il resto del proletariato.

Il nostro compito di rivoluzionari non consiste nell’assecondare i pregiudizi religiosi dei lavoratori, ma di combatterli. Il nostro compito è quello di spiegare che l’islam politico, anche se radicale, non ha mai combattuto l’oppressione sociale; che esso è una corrente profondamente anticomunista; che là dove è al potere si trova al fianco della borghesia, reprime gli scioperi ed assassina i militanti operai; che l’islam, come tutte le religioni, raccomanda la sottomissione e la rassegnazione di fronte all’ordine sociale, in breve che i partiti politici islamisti sono partiti borghesi. Si possono riprendere tali e quali le seguenti affermazioni di Marx, aggiungendo semplicemente alla parola cristianesimo quelle di giudaismo e di islamismo: “I principi sociali del cristianesimo predicano la vigliac­cheria, il disprezzo di sé, l’avvilimento, il ser­vilismo, l’umiltà, in breve tutte le qualità della canaglia; il proletariato, che non vuole lasciarsi trattare da canaglia, ha bisogno del coraggio, della coscienza della propria dignità, dell’orgoglio e dello spirito d’indipen­denza ancor più del pane”.

Il nostro ruolo è inoltre quello di spiegare che, se i musulmani sono vittime di discrimi­nazioni, è anche grazie alla politica degli stessi gruppi jihadisti, i cui attentati dal carat­tere cieco mirano precisamente e coscien­temente a causare reazioni di rigetto contro i musulmani da parte dei francesi che non originano dall’immigrazione. I lavoratori mu­sulmani, in Francia, sono le vittime degli at­tentati, dopo i morti e i feriti. Si tratta di una politica cosciente dei dirigenti dell’islam poli­tico, che ragionano come i dirigenti imperia­listi, e sono, come loro, nemici degli op­pressi.

Per condurre queste lotte e difendere queste idee, non mancano i precedenti a cui ci si può ispirare, a cominciare dall’esempio del bolscevismo. Infatti, gli attuali attacchi isla­mofobi sono poca cosa rispetto a ciò che fu l’antisemitismo nella Russia zarista, che assumeva la forma di pogrom e di massacri di massa. I militanti bolscevichi, in quel contesto, non scelsero la demagogia nei confronti del nazionalismo ebreo, ed ancor meno della religione, ma lottarono instanca­bilmente per strappare gli ebrei oppressi al­l’influenza del nazionalismo e della religione integrandoli nella battaglia generale condotta dal proletariato. Il ruolo dei militanti ebrei nel partito bolscevico e nella rivoluzione russa dimostra fino a che punto i bolscevichi vi riu­scirono.

* * *

Oggi, 170 anni dopo la stesura del Manifesto comunista, sembra che occorra ancora ricordare che il comunismo non è compatibile con la religione.

È penoso vedere che presunti rivoluzionari solidarizzano con le cosiddette idee che si trovano in libri come quelli di Houria Boutel­dja. Queste idee sono proprio la negazione delle idee comuniste.

Tale evoluzione è un sintomo del regresso reazionario che riguarda la società. L’unico rimedio contro questa disgregazione è difen­dere senza sosta le prospettive comuniste, l’idea che non si può combattere l’oppres­sione difendendo un’altra forma di oppres­sione. È conservare la propria bussola di classe, lottare instancabilmente per ridare una coscienza ai lavoratori anziché atte­nuarla ancor di più, militare per costruire un partito comunista operaio.

In questa battaglia, è indispensabile conqui­stare al comunismo giovani lavoratori venuti dall’immigrazione, non incoraggiando i loro pregiudizi religiosi ma facendone dei rivolu­zionari, cioè degli atei, capaci di contro­bilanciare nel loro ambiente le idee propa­gate dai nemici del movimento operaio.

15 gennaio 2017


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