Internazionale

Il loro marciume non ci seppellirà

La manovra finanziaria di Tremonti ha suscitato un ampio fronte di proteste e spesso una sorta di opposizione interna al partito di governo capeggiata specialmente dai presidenti di centro-destra delle Regioni, che si sono visti tagliare pesantemente i trasferimenti del bilancio di stato così come i loro colleghi di centro-sinistra. Gli effetti sui servizi pubblici e quindi sulla qualità della vita della maggioranza della popolazione non tarderanno a farsi sentire. A questo si aggiunge la nuova ondata di rivelazioni collegata alle indagini sul sistema eolico in Sardegna, rivelazioni che chiamano ancora in causa il partito di Berlusconi ed il suo braccio destro nel partito, Denis Verdini, oltre a Dell’Utri e Cosentino, e che si aggiungono a quelle precedenti legate alla Protezione civile. E’ già saltato il ministro per lo sviluppo economico, Scajola ed è saltato Brancher. Chiamato a sorpresa a svolgere un incarico inesistente proprio mentre si stava per celebrare un processo contro di lui, il Brancher ha subito invocato il "legittimo impedimento" per non farsi giudicare. La mossa è stata troppo maldestra anche per una coalizione di governo che ha fatto quasi un vanto della propria mascalzonaggine e l’effimero ministro è stato costretto a dimettersi. Nel frattempo comincia a circolare l’ipotesi che Casini e i suoi potrebbero fare da stampella al governo. Profferta poi in parte negata, come del resto si fa nella politica nostrana, ma di cui si continua a discutere anche in relazione al possibile defilarsi di Fini e della sua corrente o anche della Lega. Sempre ammettendo che la Magistratura non metta in luce ulteriori scandali inducendo il taglio di ulteriori teste fino, forse, alla crisi finale.

Intanto una crisi c’è già ed è quella economica. Una crisi che non è affatto estranea allo scoppiare dei bubboni nel campo politico e istituzionale. La ricerca dei profitti , infatti, resa difficile dalla depressione della domanda di beni, spinge vari settori del capitalismo a procacciarsi un sempre maggior numero di "favori" da chi ha in mano le leve della spesa pubblica. Se si capisce la grandezza e l’importanza di questo fenomeno si può anche collocare il suo corollario di malversazioni e di corruzione di esponenti politici e di alti funzionari nella sua giusta luce: quella di un "effetto collaterale" del funzionamento della macchina del capitalismo contemporaneo. Uno dei segni più evidenti e "rispettabili" del più recente orientamento economico è la rinnovata spinta a privatizzare quello che ancora è rimasto da privatizzare. Non si tratta solo dell’Italia ma di tutti i paesi più sviluppati. In un’intervista al Corriere della Sera, Bernardo Bortolotti, direttore della Fondazione Eni Enrico Mattei, spiega: "Le cessioni potrebbero ben presto allargarsi a comparti diversi: dalle ferrovie alle tlc, dalle poste alle reti idriche. Non si tratta di liberarsi dello Stato azionista, ma di contenerne i rischi: da un lato non ci sono più risorse sufficienti per pensare a uno sviluppo infrastrutturale a carico delle finanze pubbliche, dall’altro c’è una montagna di liquidità sui mercati, in cerca di uno sbocco".

In un modo o nell’altro la grande borghesia si salva. La crisi la stanno pagando tutti gli altri. Secondo le ultime cifre fornite dall’Istat, il potere medio d’acquisto delle famiglie italiane si è ridotto del 2,6% nel primo trimestre di quest’anno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. La crisi continua a fabbricare disoccupati e ogni giorno arricchisce il proprio bollettino di guerra con la chiusura di qualche altro impianto industriale o con l’annuncio di licenziamenti o cassa integrazione. Come la Telecom, che dopo aver distribuito due terzi dei propri profitti agli azionisti e dopo che i manager hanno deciso di premiarsi con bonus ed emolumenti favolosi, annuncia 3700 licenziamenti entro la metà dell’anno prossimo o come la Fiat che chiuderà Termini Imerese dopo aver annunciato il proprio progetto "Fabbrica Italia". Anche il piccolo commercio risente pesantemente della crisi, secondo Marco Venturi, presidente della Confesercenti, negli ultimi 5 anni hanno chiuso oltre 100 mila negozi e sono spariti almeno 250 mila posti di lavoro. Tutto questo concorre a peggiorare sensibilmente le condizioni di lavoro anche per chi ha ancora un’occupazione, più o meno stabile. Non è un caso che si moltiplichino le pressioni del governo e della Confindustria per "riformare" il mercato del lavoro, per ridurre a niente la contrattazione collettiva, per estendere la precarietà. Non è un caso che in tante grandi, medie e piccole aziende si ponga perentorio, senza neanche la messinscena del referendum, l’ultimatum che Marchionne a posto agli operai di Pomigliano: "Vuoi lavorare? Queste sono le condizioni. Prendere o lasciare".

Non c’è niente da fare? I lavoratori devono soltanto continuare a subire? Ogni operaio, ogni tecnico, ogni impiegato deve soltanto sperare in cuor suo che non tocchi proprio a lui essere il prossimo licenziato e nel frattempo accettare qualsiasi sopruso, qualsiasi menomazione dei propri diritti?

La risposta è nella crescente disparità sociale registrata da tutte le fonti statistiche. I ricchi aumentano sempre di più la propria ricchezza, questo ci dicono in sostanza. Ciò significa che nella società ci sono risorse sufficienti e che bisogna in primo luogo spostare una parte della ricchezza nazionale dai profitti e dalle rendite verso i salari e verso la spesa sociale necessaria al sostegno dei disoccupati. L’unica cosa che impedisce che questo avvenga è la determinazione con la quale le classi possidenti difendono il loro privilegio, trincerandosi dietro a un baluardo di istituzioni, leggi, pregiudizi e ideologie. Le "leggi dell’economia" non c’entrano. C’entrano i rapporti di forza. Un miglioramento che interessa tutti necessita dello sforzo consapevole e della lotta di tutti. Occorre una mobilitazione generale e prolungata di tutto il mondo del lavoro e questa non potrà mai svilupparsi se prima non si organizzano e non si uniscono quei lavoratori che già ora capiscono questa necessità e che dovranno instancabilmente, pazientemente, costantemente, propagandarla tra i propri compagni.


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