Internazionale

Antonio Gramsci rivoluzionario comunista

Quante volte è stato ucciso Gramsci? Una volta, il 27 aprile del 1937, in conseguenza di una prigionia decennale inflittagli dal regime fascista, un’altra volta dagli stalinisti, in primo luogo da Togliatti, che ne hanno a lungo omesso o rimaneggiato la corrispondenza e parte dei Quaderni dal carcere,per farne poi una specie di padre spirituale della via italiana al socialismo. Oggi se ne fa una specie di “eretico” del marxismo, un pensatore in realtà pienamente inscrivibile nella storia del liberalismo democratico, del quale ci si compiace citare, dalle più disparate sponde politiche, singole frasi avulse dai testi dei quali fanno parte, o del quale si celebrano le “intuizioni”. Ed ecco che lo si uccide un’altra volta!

L’anno della sua morte in un ospedale di Roma è un anno dei più oscuri per il movimento rivoluzionario internazionale. È l’anno in cui la repressione in Unione Sovietica fa il più alto numero di morti, accanendosi in primo luogo contro la vecchia guardia bolscevica. È l’anno di Ežov, il famigerato capo della polizia staliniana. È l’anno in cui si spenge la breve speranza portata dalla rivoluzione spagnola al proletariato europeo che, in Italia e in Germania è schiacciato dal tallone di ferro delle dittature fasciste. Proprio dalla Spagna rivoluzionaria, da radio Barcellona, un militante anarchico italiano ricorderà l’opera di Gramsci. Lo stesso militante, Camillo Berneri, che, pochi giorni dopo, sarà assassinato dai sicari stalinisti nel corso delle giornate di maggio.

Ma se la morte di Gramsci coincide con l’approfondirsi di una crisi tragica per tutta l’umanità, la sua vita come pensatore e militante del socialismo scorre parallela alla ripresa del movimento rivoluzionario internazionale.

L’influenza delle idee socialiste sul giovane Gramsci inizia con le prime letture e grazie all’esempio del fratello maggiore, Gennaro, che fu segretario della sezione di Cagliari del Partito socialista e amministratore della locale Camera del lavoro. Vinta una borsa di studio, Gramsci si iscrive all’Università di Torino, nella facoltà di lettere. È nell’ambiente di questa città industriale che cominciano a maturare le sue convinzioni politiche. Si iscrive al Partito socialista nel 1913 ma è ancora fortemente influenzato dalla filosofia idealista di Benedetto Croce. I moti di Torino dell’agosto 1917 e le notizie degli sviluppi rivoluzionari in Russia lo avvicinano all’ala più risoluta del movimento socialista. Nel 1919 fonda il giornale “L’Ordine Nuovo”che uscirà inizialmente come supplemento torinese dell’“Avanti!”. È attorno a questa testata che si formerà il gruppo di socialisti torinesi, operai e intellettuali, che costituirà una delle componenti del Partito comunista.

Gramsci è tra i dirigenti socialisti che segue, incoraggia, organizza la lotta dei lavoratori torinesi nel Biennio rosso 1919-1920. Il dibattito, e anche la polemica, che si sviluppò allora sulla questione dei consigli di fabbrica, che Gramsci vedeva come germi dei soviet italiani, non può essere trattato in poche righe. Basti dire, ed è quello che ci interessa sottolineare qui, che si trattò di una discussione tutta interna al nascente movimento comunista italiano. Gramsci difendeva le sue posizioni, giuste o sbagliate che fossero, come comunista, come militante della rivoluzione proletaria che cercava di trovare, nelle lotte e nelle forme organizzativa operaie la via per l’abbattimento del capitalismo.

Nonostante questa evidenza storica, senza capirne un’acca, e forse senza nemmeno averlo mai veramente letto, si sono “impadroniti” di Gramsci, negli ultimi anni, i più impensabili esponenti del mondo politico borghese, da Sarkozy in Francia a Gianfranco Fini o Sandro Bondi in Italia. Ma è soprattutto nell’ambiente dei professori, dei filosofi di mestiere che si trovano oggi i più improbabili interpreti ed elogiatori del pensiero gramsciano. Trovatasi di fronte alla profondità degli scritti di Gramsci ed essendosi fatti da tempo, nelle loro teste, la rappresentazione del marxismo come serie di rigidi dogmi, non possono ammettere che quella profondità scaturisce proprio dall’adesione ai principi marxisti. Così si sono fabbricati un Gramsci da salotto, colto filologo e raffinato umanista liberale. Il soggetto ideale per infiniti seminari, dibattiti accademici e tavole rotonde.

Il Gramsci che interessa a noi è quello che scrive alcuni mesi dopo il Congresso del gennaio 1921 a Livorno: “Con la creazione del Partito comunista, la classe operaia rompe tutte le tradizioni e afferma la sua maturità politica. La classe operaia non vuole più collaborare con le altre classi per lo sviluppo e la trasformazione dello Stato parlamentare burocratico: essa vuole lavorare positivamente per il proprio sviluppo autonomo di classe; essa pone la sua candidatura a classe dirigente e afferma di potere esercitare questa funzione storica solo in un ambiente istituzionale diverso dall’attuale, in un nuovo sistema statale e non già nei quadri dello Stato parlamentare burocratico”.

RC


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