Internazionale

Il primo nemico della pace è il capitalismo

La sensazione che il mondo sia un posto sempre meno sicuro non è solo una sensazione. I governanti di tutti i paesi fingono di preoccuparsi per le guerre, con le loro centinaia di migliaia di morti in Medio Oriente o in Africa. Ma sono proprio loro e le classi capitalistiche che li foraggiano e li sostengono le vere cause delle guerre. La diplomazia è il regno dell’ipocrisia. Le potenze europee, Italia compresa, vendono armi moderne e micidiali all’Arabia Saudita, la quale scarica tonnellate di ordigni sullo Yemen, uccidendo migliaia di persone e precipitando la popolazione nella fame. Attualmente 7 milioni di persone sono in pericolo di vita per mancanza di nutrimento. Gli stessi governi che vendono armi all’Arabia Saudita o alle milizie sciite appoggiate dall’Iran lanciano grida allarmate per la crisi umanitaria della popolazione yemenita.

La guerra è un buon affare. L’Italia è passata dai 2,6 miliardi di esportazione di armi nel 2014 ai 7,9 nel 2016. E sono solo le cifre ufficiali. Come credere ai piagnistei “umanitari” del presidente del consiglio Gentiloni, al “serio impegno” del ministro degli Esteri Alfano, alle note tranquillizzanti della ministra della Difesa Pinotti? E certo queste considerazioni non valgono solo per l’Italia o solo per il conflitto yemenita. Secondo il Sipri, il più accreditato centro di studi sulle spese militari e il commercio di armi nel mondo, nel 2016 l’export di armamenti ha fatto un balzo in avanti come non si vedeva da cinque anni. Al vertice dei paesi esportatori gli Stati Uniti e la Russia, che da soli coprono il 56% del mercato.

I governi delle grandi potenze sono impegnati a presentarsi ai propri popoli come sensati difensori dell’ordine e della pace mondiale nello stesso tempo in cui fanno arricchire le “proprie” industrie di armamenti speculando sui conflitti, sulle guerre civili, sulle guerriglie.

Ognuno poi cerca di difendere una determinata sfera di influenza, ognuno, anche quando ne è formalmente alleato, è disposto a tutto per togliere qualche brandello di carne dalla bocca dello squalo concorrente. Così, ad esempio in Siria, sulla pelle di un popolo martoriato, si affrontano la Russia, gli Stati Uniti, la Francia, la Turchia, l’Arabia Saudita, l’Iran, intervenendo direttamente o appoggiando in un caso il governo, nell’altro questa o quella milizia, quando non addirittura l’Isis. Ed è in Siria che Trump ha voluto mostrare i muscoli, annunciando al mondo il nuovo corso della politica estera americana con 59 missili lanciaticontro una base aerea siriana. Il pretesto qui era stato offerto da Assad, accusato di aver usato armi chimiche contro la popolazione civile in un villaggio ancora controllato dalle milizie islamiste, causando decine di morti, molti dei quali bambini. Ma lo show di Trump è continuato nei giorni successivi con lo sgancio di una super-bomba in Afghanistan e con l’invio di una portaerei e di un sottomarino nucleare nelle vicinanze della Corea del Nord.

Sì, il mondo è un posto sempre più pericoloso. E affidarsi ai governanti per il mantenimento della pace è come affidare a un gruppo di piromani il servizio dei vigili del fuoco. Ci sono ragioni economiche, dirette e indirette, per il moltiplicarsi delle guerre e delle violenze. Se davvero si è aperta, secondo l’espressione usata da un rapporto del FMI, una fase mondiale di stagnazione secolare, la competizione fra gruppi industriali e finanziari, sostenuti e difesi dai vari Stati nazionali, si farà più dura. Ed è la competizione che, una volta che la restrizione dei mercati rende impossibile la sua forma pacifica, si trasforma in guerra vera e propria.

Difendere una prospettiva di pace significa allora lottare per una società basata non sulla competizione, sulla concorrenza, sul mors tua vita mea, ma sulla cooperazione e sulla solidarietà. Per un’economia fondata non sul profitto di una minoranza, ma sulla messa in comune dei mezzi di produzione, sulla loro organizzazione secondo un piano, per la soddisfazione dei bisogni di tutti. In una parola: il socialismo. La classe lavoratrice è l’unico gruppo sociale che ha un diretto interesse a una tale trasformazione sociale. Inoltre ha in sé la possibilità materiale di inceppare la macchina del capitalismo e del suo apparato militare e burocratico, per impedire che, presto o tardi, questo conduca anche i popoli europei verso nuove tragedie.


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     RSS it RSSIl Giornale RSSNumero 151 - Maggio 2017   ?