Internazionale

Una classe operaia difficile da piegare

A Pomigliano il management Fiat si è ammaccato qualche dente

Lo scorso aprile la Fiat ha lanciato il suo piano industriale 2010-2014 illustrandolo non solo agli azionisti ma al pubblico più largo con apposite campagne pubblicitarie e conferenze-stampa. Lo hanno battezzato "Fabbrica Italia" e Sergio Marchionne e John Elkann hanno incantato, con cifre sbalorditive, il pubblico dei cronisti presenti al Lingotto al lancio ufficiale di questa ennesima operazione di immagine del Gruppo torinese. Ecco qua, si tratta di "credere nell’Italia" e quindi di spostare il grosso della produzione di veicoli della multinazionale Fiat, in patria. Venti miliardi di euro, ovvero il 70% di tutti gli investimenti del gruppo si faranno in Italia, dove la produzione sarà più che raddoppiata. Si passerà dagli attuali 800 mila, tra auto e veicoli commerciali, a 1 milione e 650.000 all’anno. Ma tutto questo, avevano precisato i due dirigenti, potrà avvenire soltanto se le fabbriche italiane cambieranno, se si lavorerà di più, se si diminuiranno le pause, se si potrà chiamare gli operai al lavoro straordinario obbligatorio senza nessuna contrattazione, se diminuiranno assenteismo e conflittualità. E se tutto questo non avverrà, se gli operai non lo accetteranno?

Qui
il tono da fratello maggiore di quei bambinoni degli operai, fino a quel momento usato da Marchionne, si è trasformato in quello del sorvegliante di un bagno penale: "il mondo è cambiato- ha detto- ci sono mille occasioni per investire e produrre. Le fabbriche in Italia devono accettare il cambiamento, è un’occasione unica, dipende dai sindacati, dai lavoratori prendere o lasciare. Se non sarà condiviso il nostro progetto abbiamo già pronto il piano B e vi assicuro che non è un piano molto bello".

Fabbrica Italia comincia con la chiusura di Termini Imerese

Venerdì 11 giugno, in un incontro al ministero dello Sviluppo economico, la Fiat confermava la scelta della chiusura dell’impianto di Termini Imerese, con spostamento della produzione della Ypsilon in Polonia entro la fine del 2011. Duemiladuecento operai siciliani si saranno chiesti allora che accidenti significhi "Fabbrica Italia". Nello stessa occasione, i rappresentanti della Fiat subordinavano l’investimento di settecento milioni di euro, finalizzati alla produzione della nuova Panda, alla sottoscrizione da parte dei sindacati di un accordo "prendere o lasciare". Il Comitato centrale della Fiom, riunitosi il 14 giugno, definiva quella della Fiat per Pomigliano come una proposta "che nel delineare un nuovo sistema di utilizzo degli impianti e di organizzazione del lavoro deroga all’applicazione del Contratto collettivo nazionale di lavoro e di diverse norme in materia di sicurezza e salute sul lavoro e nel lavoro a turni". I giorni successivi vedevano l’accodamento delle altre organizzazioni sindacali di categoria, Uil e Cisl in testa, al diktat di Marchionne fino a siglarne la proposta. Anzi, il "partito di Marchionne", chiamiamolo così, ha arruolato un numero sempre maggiore di sostenitori e di portavoce. Tutti a lodare la lungimiranza del manager italo-canadese e a inveire contro quei pazzi della Fiom e dei sindacati di base che rifiutano una grande occasione per salvare posti di lavoro al Sud. Tra l’altro, anche se nessuno sembra averci fatto caso, la proposta Fiat, divenuta poi accordo sottoscritto da tutti i sindacati esclusa la Fiom, non impegna praticamente in niente la direzione aziendale e non è quindi esigibile in alcun modo. In particolare non impegna la Fiat a mantenere un determinato livello di occupazione.

Il linciaggio mediatico dei lavoratori della Fiom prima del referendum

La decisione di promuovere il referendum matura in questo clima. Nelle colonne dei giornali si rasenta il linciaggio contro i dirigenti Fiom. Per fortuna gli operai di Pomigliano, in qualunque modo abbiano votato, non hanno mai considerato come nemici i delegati sindacali che li invitavano a votare No. Tutto il meccanismo referendario è stato orchestrato con la piena collaborazione dei vertici aziendali che sperano in una valanga di Sì. Forse si sono fidati delle rassicurazioni che, a questo proposito, davano loro i dirigenti della Cisl e della Uil, convinti di avere la situazione sotto controllo, convinti che la straordinaria pressione dei mass-media, degli organi confindustriali della gran parte dei dirigenti politici e sindacali nazionali costituisse la premessa per una vittoria plebiscitaria. A qualche giorno dal voto, anche diversi organi della Cgil campana hanno fatto appello a votare Sì. Lo stesso Epifani, in un’intervista che in quel frangente equivaleva ad una pugnalata alla schiena agli operai del suo stesso sindacato, si diceva sicuro della vittoria del Sì.

In un’assemblea dei lavoratori di Pomigliano era esposto un cartello che fa capire molte cose. C’era scritto: "Referendum alla Fiat di Pomigliano: se voto No sarò licenziato, se voto Sì sarò uno schiavo, se non voto sarò schedato". Nonostante tutto questo, nonostante la disoccupazione che al Sud rende cento volte più prezioso un posto di lavoro, nonostante la farsesca fiaccolata di quadri e impiegati organizzata dalla Cisl ("Noi siamo gli eredi della marcia dei 40 mila a Torino" si è vantato il segretario della Cisl, Bonanni, in un’intervista al Corriere della Sera ), i lavoratori che il 22 giugno hanno detto No sono stati quasi il 40%, percentuale che aumenta sensibilmente se si contano i voti dei soli operai.

Il voto operaio ha suscitato un certo sconcerto sia nel management Fiat sia negli ambienti sindacali più abituati a farsi portavoce della sottomissione e della mansuetudine più che della dignità operaia. Qualche sbandamento all’inizio, ma poi, ai primi di luglio diviene sempre più chiaro che i famosi 700 milioni la Fiat aveva comunque in testa di investirli o, almeno, di annunciarne l’investimento. Per ora la Fiom è stata esclusa da tutti i passi successivi al referendum e quindi anche dalla ratifica dell’intesa. Marchionne ha scritto una lettera indirizzandosi direttamente ai lavoratori. Vi si leggono cose che fanno dubitare dell’intelligenza tanto decantata di questo manager. Come in quel passo in cui dice che lo ha lasciato "incredulo" la "presunta contrapposizione tra azienda e lavoratori, tra "padroni" e "operai", di cui ho sentito parlare spesso in questi mesi". Non importa aver letto Marx o conoscere la storia della Fiat per ridere di queste parole. Come se un accordo che introduce un maggiore sfruttamento dei lavoratori e, in pratica, la proibizione dello sciopero, infarcito di minacciosi richiami al rispetto della disciplina aziendale, un accordo che elenca una serie di doveri tutti da una parte sola, un accordo che infrange le pur poche salvaguardie che i lavoratori hanno nel contratto nazionale e nelle leggi sul lavoro, non fosse la più chiara manifestazione di arroganza "padronale".

Unirsi oltre le frontiere

Ma una cosa che Marchionne ha scritto nella sua lettera merita una riflessione in più. L’Amministratore delegato della Fiat, per giustificare i sacrifici richiesti agli operai, oggi a Pomigliano, domani in tutti gli altri stabilimenti del Gruppo, tira in ballo la concorrenza internazionale e scrive: "Le regole della competizione internazionale non le abbiamo scelte noi e nessuno di noi ha la possibilità di cambiarle anche se non ci piacciono. L’unica cosa da scegliere è se stare dentro o fuori dal gioco".

Ora, queste "regole", lo sappiamo bene, si riassumono nell’adattarsi quanto più possibile alle peggiori condizioni di lavoro e di salario che ci sono in uno stesso comparto produttivo a livello mondiale. I sindacati, per quanto Marchionne possa non sapere queste cose e possa anche restarne incredulo, sono nati proprio da gente che non credeva alle fanfaluche sulle "regole" imposte dal mercato. Qualsiasi accordo collettivo che obblighi i datori di lavoro a rispettare degli "standard" di salario, di orario, di procedure di sicurezza nel lavoro, di salvaguardia della salute dei dipendenti è un bastone fra le ruote a queste "regole". Il problema che oggi è divenuto tanto urgente da essere vitale per i lavoratori, a cominciare da quelli che dipendono da una multinazionale come la Fiat, è quello di conquistare accordi internazionali per farla finita di mettere gli operai di una stessa "corporation" gli uni contro gli altri. Nel corso della vicenda di Pomigliano è stata agitata la fabbrica polacca di Tychy come il modello a cui dovrebbero conformarsi i ritmi produttivi italiani. Succederà altre volte. È l’ora di finirla. L’entusiasmo per "Fabbrica Italia" lasciamolo ai pennivendoli della grande stampa, noi sappiamo che ai "padroni" interessano i profitti, sotto qualunque cielo si facciano, e per difenderci dalle loro sempre nuove pretese dobbiamo trovare la maniera di unirci oltre le frontiere con chi fa il nostro stesso lavoro.

R.P.


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