Internazionale

Il faticoso processo di formazione di un mercato unico europeo

Sessanta anni fa, il 25 marzo 1957, sei paesi firmavano il Trattato di Roma che partorì il mercato comune, all’origine dell’attuale Unione europea.
Mentre gli Stati Uniti avevano costituito un vasto mercato unificato già dal 1865 con la fine della guerra di Secessione tra il Nord ed il Sud, le borghesie della vecchia Europa si erano ancora scontrate militarmente per quasi un secolo, prima nella guerra franco-tedesca del 1870 e successivamente nella lotta per la divisione del mondo nel corso delle due guerre mondiali.

All’uscita dalla seconda, nonostante le belle parole sull’unione tra i popoli, le loro rivalità non cessarono. Furono gli Stati Uniti, desiderosi di sostenere globalmente un’economia europea che vacillava per aprire il mercato europeo ai loro capitali, a spingere nel senso di un’unificazione. I politici democristiani o socialdemocratici europei, si fecero interpreti della politica americana.

Primi passi difficili

Tuttavia, i primi passi furono timidi. Il Benelux, un’unione doganale sorta nel 1944, si limitò a tre piccoli paesi, il Belgio, i Paesi Bassi (Nederland) ed il Lussemburgo. Una Comunità economica che associava sei paesi, creata nove anni più tardi, la CECA, si limitò al carbone ed all’acciaio. Tentativi d’unione doganale tra l’Italia e la Francia e di questi due paesi con il Benelux –la “Fritalux” – fallirono.

Il Trattato di Roma, firmato nel 1957 dopo quasi due anni di trattative, poteva dunque sembrare un bel risultato, mentre in realtà la CEE, la Comunità economica europea che ne nacque il 1° gennaio successivo era ben lungi dall’essere un’Europa unificata. Era limitata all’origine a sei paesi: Italia, Francia, Germania ed i tre paesi membri del Benelux. La si chiamò il Mercato comune perché l’obiettivo era innanzitutto di eliminare gli ostacoli agli scambi, a cominciare dalle quote che limitavano le quantità di merci importate ed i dazi doganali tra i sei paesi, che spesso erano intorno al 30%. Si dovette aspettare dieci anni perché questi dazi cadessero a zero e la tariffa doganale imposta alle merci venute dall’esterno della comunità fosse unificata. Ci vollero ancora cinque anni di più per un allargamento alla Gran Bretagna, l’Irlanda e la Danimarca.

Questa laboriosa costruzione andò avanti negli anni successivi, per portare nel 1992 all’Unione europea che oggi comprende 28 stati -compresa la Gran Bretagna che ha deciso di uscirne-, ma senza mai arrivare ad una vera unificazione. I dazi doganali erano aboliti da poco quando, già nel mezzo degli anni 1970, ogni Stato cominciò a moltiplicare le norme che, col pretesto della difesa dei consumatori o della sanità pubblica, costituivano barriere invisibili per proteggere i “propri” capitalisti.

Da Maastricht all’euro

Fu solo nel 1992, in occasione del trattato di Maastricht, che fu presa la decisione di creare una moneta unica. Dopo vari episodi, l’euro sarebbe nato dieci anni più tardi. Ma non è affatto certo che possa resistere al prossimo episodio della crisi del capitalismo.

Quanto alla “abolizione degli ostacoli alla libera circolazione delle persone”, prevista dal Trattato di Roma, si dovette aspettare la firma degli accordi di Schengen perché gli stati tentassero di attuarla. Diventò realtà solo una decina di anni dopo ed oggi è rimessa in discussione. In compenso, il rafforzamento delle frontiere esterne dell’Unione, previsto anche a Schengen, è andato avanti. Ne risulta che, a rischio della loro vita, i migranti inciampano sui controlli sia all’entrata dello spazio Schengen che dentro.

Un processo contraddittorio

Questa costruzione europea è rimasta solo una fragile intesa tra borghesie rivali, fatta sotto la spinta dei loro interessi contraddittori: ognuna ha bisogno di un mercato più vasto del proprio mercato nazionale, ma ha anche bisogno della protezione del proprio Stato contro le altre borghesie. Per questo il processo di costruzione europea è senza fine, lastricato di incessanti mercanteggiamenti in cui ogni borghesia nazionale cerca di misurare ciò che guadagna e di perdere il meno possibile, e qualche volta preferisce fare un passo indietro.

I comunisti rivoluzionari sono a favore del superamento delle frontiere e dell’unificazione delle economie, non solo su scala europea, ma su scala mondiale. Il fatto che le borghesie del continente si siano sentite costrette a creare l’UE è il riconoscimento del fatto che le frontiere non hanno più senso rispetto alla realtà di un’economia esistente su scala europea e mondiale, ma al tempo stesso il carattere contraddittorio di questa unione dimostra che sotto il capitalismo una vera unificazione è impossibile. Anche gli aspetti positivi di questo processo per le popolazioni, quali la libera circolazione delle persone o l’unificazione monetaria, rischiano di scomparire con l’aggravarsi della crisi economica e la tendenza di ogni paese a ripiegarsi su sé stesso.

Il problema non è l’Europa, è l’esistenza del capitalismo che, ovviamente, orienta la politica dell’Unione come orienta la politica di ogni singolo paese. Quelli che se la prendono con l’Europa come se fosse la fonte di tutti i mali, sono dei bugiardi che cercano in questo modo di creare un diversivo. Tentano di aizzare i lavoratori dei vari paesi gli uni contro gli altri per evitare che se la prendano con i loro nemici più diretti, i capitalisti, a cominciare da quelli del loro proprio paese.

I militanti comunisti rivoluzionari devono dire chiaramente che non hanno niente in comune con i “sovranisti” e gli anti-europeisti di ogni genere e con la loro demagogia nazionalista. Anzi, combattono per gli Stati-Uniti socialisti d’Europa perché solo con l’espropriazione dei capitalisti e dei banchieri si potrà unificare davvero il continente creando un’economia pianificata al livello europeo, con l’obiettivo di farlo al livello mondiale.

J. S.


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