Internazionale
Editoriale

Un’alternativa alla miseria e alla disoccupazione

Se non è per esperienza personale è per quello che capita a parenti e amici. Chiunque di noi si rende conto di quanti posti di lavoro siano scomparsi o stiano scomparendo. Anche ora, mentre si parla di “segnali incoraggianti” dell’economia. I lavoratori e i loro rappresentanti delle aziende che stanno per chiudere o che riducono il personale li vediamo e li sentiamo, a volte, in televisione. È una cosa che lascia la bocca amara e stringe il cuore. Più o meno tutti si aggrappano alle stesse speranze, più o meno tutti vivono la loro disgrazia come un fatto unico, particolare, dovuto alle “scelte sbagliate” dell’azienda, alla “miopia” dei dirigenti, alla mancanza di un “piano industriale”. E si ripercorrono, caso dopo caso, le stesse strade. Bisogna “salvare” l’azienda, bisogna attirare nuovi investitori, bisogna appoggiarsi al Ministero dello sviluppo economico, bisogna “pretendere risposte precise”…

Ora, senza nulla togliere al fatto che ogni situazione ha una sua storia, bisognerà bene che si veda che cosa le unisce tutte. Bisognerà bene che si mettano all’ordine del giorno alcune, poche, rivendicazioni comuni a tutta la classe lavoratrice che facciano da argine alla sua rovina. C’è un terreno comune e bisogna essere ciechi per non vederlo!

Una ramazzata che, dall’inizio della crisi, ha eliminato alcune centinaia di migliaia di posti di lavoro: questo è il primo dato da cui partire. L’altro è il peggioramento delle condizioni lavorative. Salari da fame e una flessibilità che è spesso completa subordinazione della vita del lavoratore alle “necessità” dei datori di lavoro. Chiunque non passi il proprio tempo in Parlamento, nelle redazioni dei grandi quotidiani o negli studi televisivi, sa bene di quanta “creatività” siano ormai fatti i rapporti di lavoro. Ore non dichiarate ma che si impone di lavorare, stipendi non pagati per mesi, buoni pasto al posto del denaro, e così via. C’è l’imbarazzo della scelta.

Le cose possono cambiare? Sì, ma solo imponendo nuovi rapporti di forza. Solo con la lotta.

Non si può più accettare la logica padronale, la logica di chi mette in primo piano l’interesse dell’impresa anche quando questo significa licenziamenti, salari da fame e precarietà. Bisogna partire dai nostri interessi, dai bisogni dei lavoratori come esseri umani. Siamo esseri umani, appunto, e se lavoriamo o cerchiamo un lavoro è per ricavarne da vivere per noi e per la nostra famiglia. Il salario deve avere come misura il nostro sostentamento, non può essere un compenso arbitrario, non può dipendere da quanto il datore di lavoro “può permettersi”.

Dalle montagne di denaro che la borghesia capitalistica italiana ha ammucchiato, anche solo nell’ultimo decennio, si possono prendere risorse sufficienti a costituire un fondo che garantisca un salario decente a tutti, anche quando si renda necessaria, ed è certamente questo il caso, una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro. Bisogna prendere seriamente in considerazione questo dato economico, perché solo spostando quote di ricchezza dai profitti ai salari, dal capitale al lavoro, si può combattere la disgregazione sociale che sta trasformando sempre più lavoratori in poveri e che spinge sempre più disoccupati nella miseria.


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