Internazionale
Cento anni fa

23 febbraio (8 marzo) 1917: l’inizio della rivoluzione russa

Il 23 febbraio 1917 (8 marzo secondo il calendario occidentale) cominciava a Pietrogrado, capitale della Russia zarista, la rivoluzione che avrebbe scosso il mondo per decenni. Mentre da tre anni i dirigenti delle potenze europee costringevano i loro popoli ad uccidersi l’un l’altro nelle trincee della guerra mondiale, la classe operaia di questa città, in cinque giorni di scioperi e di combattimenti di strada, fece cadere lo zar Nicola II ed il suo regime, in piedi da secoli.

"Il 23 febbraio era la “giornata internazionale della donna’.” (...) scrive Trotsky nel suo libro “Storia della rivoluzione russa”, “ancora alla vigilia, nessuno si sarebbe sognato che questa ’giornata della donna’ potesse inaugurare la rivoluzione. Non una sola organizzazione aveva preconizzato uno sciopero per quel giorno. Di più, un’organizzazione bolscevica tra le più combattive, il comitato del rione essenzialmente proletario di Vyborg, sconsigliava qualsiasi sciopero. (...)

Le operaie tessili scioperano

“Nonostante tutte le direttive, gli operai tessili abbandonarono il lavoro in molte fabbriche e inviarono delegazioni agli operai metallurgici per chiedere il loro appoggio nello sciopero. “Di malavoglia”, scrive Kajurov, uno dei capi operai del rione, i bolscevichi si misero in movimento, seguiti dagli operai menscevichi e socialrivoluzionari. (...) Il numero degli scioperanti, uomini e donne, fu quel giorno di circa 90.000. Lo stato d’animo combattivo si tradusse in manifestazioni, comizi, scontri con la polizia”.

“All’indomani il movimento, lungi dal calmarsi, raddoppia di energia: circa la metà degli operai industriali di Pietrogrado sono in sciopero il 24 febbraio. (...) La parola d’ordine ’pane’ è lasciata cadere o è soffocata da altre: ’Abbasso l’autocrazia! Abbasso la guerra!’". (…) Il 25 febbraio, lo sciopero assunse una maggiore ampiezza. Secondo i dati ufficiali, vi parteciparono 240.000 operai. Elementi arretrati seguono l’avanguardia, un buon numero di piccole aziende sospendono il lavoro, i tram non funzionano più, i negozi restano chiusi. (...) Si cerca di organizzare comizi all’aperto, si verificano scontri con la polizia.” (...)

“La polizia a cavallo apre il fuoco. Un oratore cade ferito. Colpi d’arma da fuoco partono dalla folla: un commissario di polizia è ucciso, un capo e molti dei suoi agenti sono feriti. Si lanciano contro i gendarmi bottiglie, petardi, granate. La guerra ha insegnato bene quest’arte.”

“Per tutta la giornata, le folle di popolo non fecero che circolare da un quartiere all’altro, incalzate violentemente dalla polizia, contenute e respinte dalla cavalleria e da certi distaccamenti di fanteria. (…) La folla manifestava il proprio odio feroce verso la polizia. (…) Del tutto diverso l’atteggiamento degli operai verso i soldati. Attorno alle caserme, vicino alle sentinelle, alle pattuglie e ai cordoni di sbarramento, operai e operaie scambiavano parole amichevoli con la truppa. Era una nuova fase, determinata dallo sviluppo dello sciopero e dall’incontro tra gli operai e l’esercito.”

I soldati si schierano a lato degli insorti

La guerra aveva cambiato lo stato d’animo dei soldati. Sotto l’uniforme, i contadini fiancheggiavano gli operai. Si erano politicizzati e condividevano lo stesso rifiuto della guerra e lo stesso odio degli ufficiali. Anche truppe specializzate nella repressione, come i cosacchi, “ne avevano abbastanza e volevano tornare a casa”, Trotsky scrive.

Un po’ ovunque nella città, i contatti tra operai e soldati si moltiplicano. “Così, nelle strade, sulle piazze, dinanzi ai ponti, alle porte delle caserme, si svolgeva una lotta incessante, ora drammatica, ora impercettibile, ma sempre accanita, per la conquista dei soldati. (…) In questi incontri tra soldati e operai, le operaie hanno una parte importante. Più arditamente degli uomini, avanzano verso le schiere dei soldati, si aggrappano ai fucili, supplicano e quasi ordinano: “Togliete le baionette! Unitevi a noi!“. I soldati si commuovono, provano un senso di vergogna, si scambiano occhiate ansiose, esitano ancora; uno di loro, alla fine uno si decide prima degli altri e le baionette si alzano (...) la rivoluzione ha fatto un altro passo avanti”.

Trotsky racconta ancora come l’operaio bolscevico Kajurov si rivolse ai cosacchi: “Fratelli cosacchi, venite in aiuto agli operai nella loro lotta per rivendicazioni pacifiche! Vedete come questi faraoni (la polizia a cavallo) ci trattano, noi, operai affamati. Aiutateci! (…) I cosacchi scambiarono tra loro occhiate singolari, dice ancora Kajurov, e prima che avessimo il tempo di allontanarsi, si lanciarono nel pieno della mischia. Qualche minuto dopo, dinanzi alla scalinata della stazione, la folla portava in trionfo un cosacco che aveva appena dato una sciabolata a un commissario della polizia„.

La caduta del regime

La mattina del 27 “gli operai affluiscono verso le fabbriche e in assemblee generali decidono di continuare la lotta. (…) Continuare la lotta significa fare appello all’insurrezione armata”. In realtà, Trotsky scrive, “il loro compito era già stato assunto per i nove decimi. La pressione rivoluzionaria degli operai verso le caserme coincise con il movimento rivoluzionario dei soldati„. Gli uni dopo gli altri, i reggimenti della guarnigione di Pietrogrado si schierano dalla parte della rivoluzione, ogni reggimento ammutinato cerca di convincerne altri per assicurarsi che nessun ritorno indietro sia possibile.

“Nella giornata del 27,, senza colpo ferire, la folla liberò i prigionieri politici da molti luoghi di detenzione della capitale„. Il 27 alla sera, la capitale Pietrogrado era sotto il controllo degli insorti. Con pochi giorni d’intervallo, Mosca e poi le città di provincia caddero, e lo zar dovette abdicare.

Chi ha il potere?

“L’insurrezione aveva vinto. Ma a chi consegnò il potere strappato alla monarchia?„ si chiede Trotsky.

Appena la caduta dello zar sembrò inevitabile, alcuni deputati della Duma (l’assemblea parlamentare concessa dallo zar nel 1905) si precipitarono per formare un governo provvisorio. Ma il vero potere era altrove. Fin dalla sera del 27, su iniziativa dei dirigenti dei partiti socialisti e di sindacalisti, si svolgeva la prima riunione del Soviet (consiglio, in russo) di deputati operai e soldati raccogliendo 250 delegati venuti dalle fabbriche o dai reggimenti insorti.

“L’esperienza dei Soviet del 1905 si era scolpita per sempre nella coscienza operaia. Ad ogni ascesa del movimento, anche durante la guerra, l’idea di costituire dei soviet rinasceva quasi automaticamente„, scrive Trotsky. “Dal momento della sua costituzione, il Soviet, tramite il suo Comitato esecutivo, comincia ad agire come potere statale. (…) Per togliere ai funzionari del vecchio regime la facoltà di disporre delle risorse finanziarie, il Soviet decide che corpi di guardia rivoluzionari occupino immediatamente la banca dell’Impero, la Tesoreria, la Zecca (...). I compiti e le funzioni del Soviet aumentano di continuo sotto la pressione delle masse. (...) Gli operai, i soldati e ben presto i contadini ormai si rivolgono solo al Soviet, che diventa ai loro occhi il punto di concentrazione di tutte le speranze e di tutti i poteri, l’incarnazione stessa della rivoluzione.”

In queste giornate di febbraio, la determinazione della classe operaia aveva abbattuto lo zar. Ma questa era ancora solo la prima tappa della rivoluzione russa.


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