Internazionale
Editoriale

Una politica possibile

All’indomani della batosta del referendum di dicembre, con le dimissioni di Renzi, sembrava che la politica italiana camminasse spedita verso nuove elezioni, accompagnata, se così si può dire, da un governo per sua natura provvisorio, che avrebbe dovuto lasciar posto a un altro governo, “espressione del voto popolare”. Invece va tutto al contrario. La nuova legge elettorale deve essere ancora discussa e approvata, il PD si sta sgretolando, il fronte dei partiti e delle correnti che avevano sostenuto il No al referendum, si è decomposto nei suoi elementi originari e incompatibili fra loro. La poca “stabilità” esistente è rappresentata, paradossalmente, proprio dal governo Gentiloni. E siccome i grandi gruppi economici che sono i veri padroni dell’economia nazionale hanno bisogno di un governo stabile, va a finire che Gentiloni dura fino a scadenza naturale. Ma stabile o non stabile, questo governo o il prossimo avranno nella loro agenda prima di tutto le scadenze e le direttive che scaturiscono dal mondo delle grandi imprese, delle banche e delle assicurazioni, senza dimenticare quella grande associazione capitalistica che è l’Unione Europea. Ed è un mondo che mette i profitti al primo posto. Le ultime stime sulla crescita del Pil italiano, che ne sottolineano ancora una volta la distanza dai concorrenti, non promettono niente di buono. Ormai sappiamo per lunga esperienza che tutte le prediche e i piagnistei sul “gap” tra la produttività italiana e quella degli altri paesi europei, si traducono in nuove pressioni per peggiorare le condizioni di vita dei lavoratori. A parole tutti riconoscono che abbiamo troppa disoccupazione, troppa precarietà, salari troppo bassi, ma nei fatti, ogni ristrutturazione e riorganizzazione aziendale, per essere “più competitivi”, si risolve in meno posti di lavoro, in “esternalizzazioni” di processi produttivi con l’impiego di lavoratori peggio pagati, in chiusure di impianti. E i governi, tutti, non hanno fatto che aiutare il grande capitale nella sua guerra contro la classe lavoratrice. Con le varie “riforme” del mercato del lavoro, delle pensioni, del sistema contrattuale. La favola che raccontano è sempre la stessa: bisogna rendere più competitiva l’economia italiana, solo così salveremo i posti di lavoro, solo così ci saranno abbastanza risorse per aumentare i salari. Intanto una o due generazioni sono state condannate a una vita precaria e senza prospettive, mentre una parte della popolazione, il dieci per cento più ricco, ha continuato ad arricchirsi. È chiaro che non si può andare avanti in questo modo. Non si può aggiungere un’altra generazione a quelle che “aspettano” che le imprese si riprendano o che un nuovo governo trovi la politica economica che, miracolosamente, risolva tutto. Bisogna farsi carico in prima persona dei nostri interessi collettivi. La classe lavoratrice non può attendere ancora. Ci sono alcune rivendicazioni generali nelle quali possono riconoscersi tutti i lavoratori e che possono costituire un primo programma politico. Parliamo della necessità di spartire il lavoro esistente senza diminuire i salari, cominciando dalle grandi e medie imprese che utilizzano la cassa integrazione, parliamo della necessità di una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, parliamo della necessità di proibire per legge i licenziamenti cominciando col ripristinare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, parliamo della necessità di imporre un salario minimo vitale per tutte le categorie, parliamo della necessità di imporre la regola “a uguale lavoro uguale salario”, per porre fine ad appalti e subappalti basati sul ribasso dei salari e dei diritti degli operai. La “politica”, quella ufficiale, quella dei partiti che si contendono il bottino del governo o delle poltrone parlamentari, suscita, giustamente, un disgusto sempre più diffuso. Questo non significa che i lavoratori non debbano avere una propria politica e non debbano darsi gli strumenti per portarla avanti.

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