Internazionale

La Cgil si ostina a percorrere la via perdente dei referendum

Le otto ore di sciopero generale indette dalla Cgil unitamente alla Uil in data 12 dicembre 2014, possono considerarsi l’unica, tardiva, modesta e quindi inefficace reazione al Jobs Act a nove mesi dal varo del primo decreto attuativo. Otto misere ore di sciopero in risposta al più grave attacco alle conquiste della classe lavoratrice in Italia dai tempi dell’abolizione della scala mobile. Per tutto il perdurare dell’iter parlamentare che ha portato alla cancellazione di fatto dell’articolo 18, cioè alla generalizzazione della condizione di precario a tutti i nuovi rapporti di lavoro, mascherata con la formula delle “tutele crescenti”, alla possibilità di demansionamento e di controllo a distanza dei lavoratori, la Cgil, invece di contrastare l’attacco, organizzando una seria mobilitazione della classe lavoratrice, ha preferito, come ormai di costume, cercare sponde in taluni gruppi parlamentari, sollevare dubbi di costituzionalità sui decreti legge e lamentarsi della scarsa propensione del governo a trattare col sindacato. Il risultato di questa ormai consolidata prassi è sotto gli occhi di tutti: il Jobs Act è passato a tutta velocità senza alcuna modifica sostanziale rispetto agli intenti originali. E’ certamente vero che la nostra classe, demoralizzata da anni di sconfitte, non ha dato vita ad episodi significativi di lotta spontanea per resistere a questo attacco. Quindi i quadri sindacali hanno dormito sonni tranquilli, non dovendosi nemmeno porre il problema di fingere di appoggiare lotte del genere. Ma la passività dei lavoratori non è una scusa valida per la complicità di fatto dei vertici sindacali. I sindacati confederali, e la Cgil in particolare, quando ne hanno avuto l’interesse, si sono mostrati capaci di mobilitare milioni di lavoratori.Ma questa volta non si trattava di salvaguardare i propri legami col partito di riferimento come era accaduto nel 2002, quando la Cgil di Cofferati portò in piazza 700.000 persone a Roma per difendere proprio l’articolo 18 dagli attacchi dell’allora governo Berlusconi. Stavolta si trattava di contrapporsi ad un attacco del quale si era fatto interprete proprio quel partito a cui la Cgil era storicamente legata e nel quale ha ancora, in determinate sue frazioni, numerosi addentellati. Di fronte a tutto ciò gli interessi dei lavoratori sono passati in secondo piano. Così, a Jobs Act approvato, la Cgil non ha affatto mutato prassi. Di pari passo con il roboante annuncio del leader della Fiom Landini circa il progetto di Coalizione Sociale, iniziativa dimostratasi velleitaria ed arenatasi mentre ancora era in embrione, la Camusso proponeva la Carta dei Diritti Universali del Lavoro, una sorta di secondo Statuto dei lavoratori, dopo aver assistito senza muovere un dito alla parziale demolizione del primo. Inoltre, la Cgil impegnava le sue già scarse energie per raccogliere 3,3 milioni di firme atte a promuovere un referendum per abrogare alcune misure del Jobs Act, tra le quali le modifiche all’articolo 18, affidando di fatto le sorti delle condizioni dei lavoratori a procedure e strumenti che nulla hanno a che fare con le più efficaci modalità di difesa espresse dalla storia del movimento operaio. Neppure la parziale ma significativa bocciatura dei quesiti referendari da parte della Corte costituzionale è riuscita a smuovere i burocrati della Cgil dal solco finora seguito e rivelatosi fallimentare per la nostra classe. La strada referendaria per reagire al Jobs Act è infatti errata tanto nel metodo quanto nel merito. Nel metodo, innanzitutto, poiché consegna la decisione sulle specifiche condizioni della classe operaia ad una ordalia interclassista in cui frazioni borghesi grandi e piccole possono bellamente dire la loro. Così facendo, inoltre, si fornisce un ulteriore apporto a quel lungo processo di diseducazione della nostra classe alla lotta. In ultima istanza poi, sarebbe pura illusione pensare che la pletora piccolo-borghese, determinante nella bocciatura referendaria della riforma costituzionale del governo Renzi, possa schierarsi per cancellare provvedimenti che la avvantaggiano massicciamente nello sfruttamento dei lavoratori. Ma nemmeno l’ennesima doccia fredda della sentenza della Corte costituzionale è servita ai vertici della Cgil ad abbandonare la prassi di affidare la difesa dei lavoratori alle logiche da azzeccagarbugli. Ecco dunque la Camusso che annuncia la prossima mossa, ovvero valutare di portare il caso alla Corte Europea. Da questo comico scenario, ma purtroppo tragico per la nostra classe, emerge con forza che solo nella capacità di organizzazione autonoma e di lotta, i lavoratori possono trovare le risorse per difendersi dagli immancabili attacchi padronali. Una conclusione, questa, che non deriva in nessun modo da romantiche suggestioni o infatuazioni ideologiche, ma è una conferma a cui la realtà stessa non fa che fornire nuovi elementi a sostegno. P.M.

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