Internazionale
La morte di Fidel Castro

Che cosa fu la rivoluzione cubana

Fidel Castro, principale dirigente della rivoluzione cubana, è morto il 25 novembre, dieci anni dopo avere trasmesso il potere a suo fratello Raúl. A Cuba, gran parte della popolazione gli ha reso omaggio, mentre nelle cancellerie delle grandi potenze si cercava quale rappresentante di second’ordine avrebbe potuto andare al suo funerale, svoltosi senza Obama ma con dirigenti dell’America latina e dell’Africa. Anche dopo la sua morte, i dirigenti imperialisti trovano compromettente rendere omaggio ad un uomo che ha tenuto loro testa tanto a lungo!

La rivoluzione cubana, il 1° gennaio 1959, rovesciò la dittatura di Fulgencio Batista, un militare che controllava il paese dal 1933 e si era imposto nuovamente nel 1952 con un colpo di Stato. Aveva il sostegno degli Stati Uniti, per i quali l’essenziale era che le imprese nord-americane controllassero l’economia cubana, le sue raffinerie di petrolio e la sua industria saccarifera.

Avvocato, figlio di un proprietario terriero, Castro aveva 26 anni al momento del colpo di Stato di Batista. Nel 1953, con alcuni compagni attaccò una caserma di Santiago, la Moncada, sperando di dare inizio ad un sollevamento di sottufficiali contro Batista. Arrestato, Castro fece del suo processo una denuncia del dittatore con la sua dichiarazione “la storia mi assolverà”.

Una guerriglia sostenuta da un sollevamento contadino

Liberato dal carcere e riparato in Messico, Castro ritornò nel novembre 1956 a bordo dello yacht Granma con 82 uomini, tra cui suo fratello Raúl ed Ernesto Che Guevara. La maggior parte fu massacrata dall’esercito. Una ventina di sopravvissuti, tuttavia, si rifugiò nella sierra Maestra. Il loro destino incrociò fortunatamente quello del malcontento contadino. La guerriglia apriva infatti ai contadini la possibilità di porre fine alla confisca delle terre da parte delle imprese americane. Guevara dirà più tardi: “la riforma agraria fu un’esigenza imposta dai contadini alla nostra rivoluzione”. La dittatura di Batista con la sua ferocia spinse verso la guerriglia molti combattenti.

Castro trovò l’appoggio della borghesia moderata delle città stanca del dittatore, ma per lui la montagna (la sierra) doveva dominare la pianura (le città) poiché, spiegava Guevara, “in queste zone rurali, comincia la strutturazione del futuro apparato di Stato. La guerriglia possiede un’organizzazione, una struttura nuova, tutte le caratteristiche di un governo in miniatura”. La putrefazione del regime di Batista consentì un successo rapido poiché il dittatore era anche l’uomo di fiducia della mafia. L’Avana era il bordello delle Americhe, con bische, casinò e night-club. La caduta di Batista sollevò l’entusiasmo popolare ed ebbe una ripercussione mondiale.

Un governo provvisorio fu incaricato di organizzare le elezioni. Ne facevano parte un Primo Ministro avvocato d’affari e filo-americano e dei militari rivali di Batista ma anticomunisti, mentre i fratelli Castro e Che Guevara non avevano alcun portafoglio ministeriale. Ma, per la popolazione, Castro era l’artefice della vittoria, il solo arbitro possibile tra forze politiche eterogenee, ed il vero dirigente. I castristi erano coloro che volevano la fine della tirannia e della corruzione, il miglioramento della sorte delle masse popolari ed una vera indipendenza politica nei confronti degli Stati Uniti.

Braccio di ferro con gli Stati Uniti

Cercando di allacciare relazioni amichevoli con gli Stati Uniti, Castro vi si recò nell’aprile 1959, ma i rappresentanti del governo americano rifiutarono di parlare con lui. Il 17 maggio, Castro lanciò una riforma agraria moderata, identica a quella promulgata da Batista nel 1940. Riguardava l’esproprio e la distribuzione delle terre incolte, i cui proprietari sarebbero stati indennizzati poco a poco. Gli Stati Uniti esigettero una compensazione più forte, pagabile immediatamente, ma Castro non volle mollare. L’esercito cubano prese possesso delle terre delle società americane.

Nell’aprile 1960, quando le raffinerie americane di Cuba rifiutarono di raffinare il petrolio russo, Castro le mise sotto controllo. Poi il Senato americano pose fine all’accordo con Cuba per l’acquisto di zucchero. Castro rispose nazionalizzando una parte dei beni americani dell’isola ed accelerò la riforma agraria.

Nell’ottobre 1960, i dirigenti statunitensi decisero l’embargo sulle loro esportazioni. Il governo cubano prese il controllo di nuove imprese. Allora i capitalisti, i mafiosi ed il loro ambiente presero la strada di Miami, in Florida. Coloro che, nei giorni scorsi, si sono rallegrati della morte di Castro sono spesso i loro figli o nipoti.

Le nazionalizzazioni, lungi dal far parte di un progetto socialista maturato a lungo, furono quindi la risposta pragmatica di una direzione decisa a difendere la sovranità cubana di fronte ad un imperialismo americano intransigente.

Il 3 gennaio 1961, gli Stati Uniti ruppero le relazioni diplomatiche con Cuba. Il 17 aprile, tentarono di imporsi con la forza. Fu l’invasione della “Baia dei porci”, un fiasco clamoroso per gli anticastristi ed i loro consulenti americani ed un’occasione di misurare il sostegno popolare al nuovo regime, poiché si vide la popolazione mobilitarsi per difendere l’isola contro questi invasori.

Il 3 febbraio 1962 cominciava un embargo generale contro Cuba, che mirava a fare cedere rapidamente il regime castrista privando l’isola di prodotti alimentari e di medicine. I dirigenti castristi cercarono allora il sostegno dell’URSS. Il 16 aprile 1961, Castro proclamò il carattere socialista della rivoluzione cubana. Allora si aprì un periodo di trent’anni d’aiuto economico dell’URSS, che garantì una prosperità relativa fino all’inizio degli anni 1990, ma il governo cubano si allineò alla politica estera di Mosca.

Fu dunque l’astio degli Stati Uniti contro la rivoluzione cubana che finì per spingere i dirigenti castristi nelle braccia dell’URSS. Infatti gli Stati Uniti temevano che il successo della rivoluzione cubana ne incoraggiasse altri, in tutta l’America latina, dove destava l’entusiasmo di tutta una generazione in lotta contro le dittature sostenute da Washington. Cuba era un esempio per chi voleva porre fine al saccheggio economico da parte della potenza imperiale del nord a scapito delle popolazioni operaie e contadine del centro e del sud America.

Il vicolo cieco del nazionalismo

Nel 1967, Che Guevara morì durante un’operazione di guerriglia in Bolivia. Il “Che”, che a suo modo aveva voluto estendere la rivoluzione, falliva mentre Castro riusciva a mantenere in piedi lo Stato cubano. Il gruppo dirigente castrista era ormai isolato e tributario di aiuti che certo si accompagnavano a pressioni politiche stringenti.
Il limite nazionale della rivoluzione cubana era anche, di fatto, il limite politico dei dirigenti cubani. Se questi sono sempre stati coscienti che occorreva loro conservare il sostegno della loro popolazione per resistere all’influenza nordamericana, non erano per questo dei rivoluzionari proletari. Non era nei loro orizzonti la possibilità di giocare un ruolo nella lotta per rovesciare il sistema mondiale di dominio imperialista.

Lo Stato cubano rimase isolato ma il suo governo si mantenne. Certo, non si può definire il regime di Castro una democrazia. Tuttavia, ha beneficiato a lungo del sostegno popolare, anche perché è riuscito a garantire una notevole protezione sociale, in particolare in materia di sanità e istruzione. Tali conquiste sono sufficientemente rare in America latina da dare prestigio al regime sorto dalla rivoluzione del 1959, ma non evitano per il futuro le pressioni del mondo imperialista e il rischio che si ritorni alla situazione dell’epoca di Batista.

Non si sa se la storia assolverà Castro, ma si può constatare che quest’ultimo ha saputo tenere testa alle pressioni dell’imperialismo, con l’appoggio del suo popolo. Ciò rimarrà una prova della forza che può dare una rivoluzione, ed è anche il vero motivo dell’odio che continua a suscitare, quasi sessant’anni dopo, da parte delle classi dominanti.

J. F.


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