Internazionale

Che cos’è il socialismo?

Il secolo che ci separa da uno dei periodi più straordinari della storia moderna, quello che va dall’inizio della Prima guerra mondiale alla Rivoluzione dell’ottobre 1917, fino alla fondazione dell’Internazionale comunista e ai vari tentativi rivoluzionari che le classi lavoratrici cercarono di portare avanti in vari paesi, Italia compresa, ha già favorito il fiorire di articoli, libri, interventi televisivi. Oppure la riedizione di testi dimenticati e non più in commercio. Su questo periodo storico, i comunisti rivoluzionari hanno molto da dire. Ed è giusto, tra l’altro, che si colga, per così dire, l’occasione per rivolgersi ai più giovani, cercando di fare delle lezioni del passato l’oggetto di una formazione salda per affrontare i compiti del presente e del futuro.

Quello che segue è un articolo, evidentemente scritto per dei lettori di estrazione operaia, nel dicembre del 1916. L’autore è N.I.Bukharin, in quel momento emigrato negli Stati uniti. In Europa siamo in piena guerra. Il giornale per cui scrive, il “Novyj Mir” (il Nuovo Mondo), è l’organo dei socialisti russi emigrati in America. Come altri pubblicisti bolscevichi, Bukharin si sforza di partire dalle condizioni più note all’insieme dei lavoratori, dalle ingiustizie sociali più evidenti, per tracciare una direzione di marcia che dovrebbero imboccare le lotte della classe operaia. La descrizione sommaria del socialismo parte proprio dalle cose conosciute. Invita a riflettere su quanto lo sviluppo del capitalismo abbia già preparato i presupposti tecnici e organizzativi di una società senza sfruttati né sfruttatori e appaia quindi - già cento anni fa! - come una sopravvivenza antistorica e reazionaria.

Che cos’è il socialismo?

Qualunque paese oggi si prenda, Russia, Germania, America o Francia, dappertutto regna tra la gente la diseguaglianza: gli uni stanno sulla schiena degli altri, godono di tutto, padroneggiano tutto, mentre altre persone lavorano giorno e notte, mangiano male, dormono poco, gravati dalla miseria e dalla sventura e assoggettati in tutto ai propri padroni e governanti. Nelle grandi città, per le strade principali, passeggia il “pubblico rispettabile”. Qui è tutto di un lusso che abbaglia gli occhi. Ma nei quartieri miserabili di queste stesse città abitano i senzatetto. La mattina presto, appena comincia a far giorno, si trascinano fuori vecchie cenciose, bambini pallidi, scheletri umani. E cominciano a formicolare nell’immondizia della strada. Con avidità raccolgono gli avanzi degli ortaggi, dei pezzi di cartone, degli stracci: da questo ricavano il loro cibo, i loro “vestiti”, il loro combustibile per riscaldarsi…
Qual è il motivo di tale diseguaglianza? Nel fatto che alcune persone possiedono tutto, altre non possiedono niente, a parte un paio di braccia per lavorare. I primi hanno i soldi, i macchinari, le fabbriche, le case, la terra, che detengono come loro proprietà. I secondi sono poveri in canna. La società umana è scissa in due parti, in due parti, in due campi, in due grandi classi: la classe dei capitalisti-possidenti e proprietari terrieri e la classe dei lavoratori-proletari.

Per cancellare dalla faccia della terra questa diseguaglianza, bisogna togliere ai capitalisti il fondamento della loro forza, cioè la loro proprietà; bisogna sottrarre loro il possesso delle fabbriche, delle officine, dei macchinari e delle terre, delle cave e delle miniere. Allora non potranno più opprimere il popolo lavoratore, allora smetteranno di vivere alle spalle dell’operaio. Ma come agire oltre con i beni tolti al capitalista? La prima risposta è dividersi tutto in parti uguali. Ma questo proposito non ci porta da nessuna parte; non può uscire niente di buono dal fatto che un uomo riceva una parte di macchina, un altro un’altra parte, il terzo ancora qualche altra cosa. Ecco perché dividere semplicemente tutto in parti uguali non è pensabile. Inoltre, anche nel caso che tutto potesse essere diviso, ognuno si ritroverebbe a lavorare da sé come un piccolo artigiano, comincerebbe a vendere le sue merci strappando clienti all’altro. Chi si dimostrasse anche di poco più forte comincerebbe a vincere. Di nuovo crescerebbero i grandi capitalisti e si ricomincerebbe con la vecchia solfa: una parte dei piccoli padroni andrebbe in rovina e di nuovo sarebbe al servizio dei suoi fortunati rivali.

In altri termini, la spartizione dei beni tolti ai capitalisti, dei mezzi di produzione strappati loro, non serve. Essa conduce ancora alla diseguaglianza, verso la ricchezza degli uni e verso la miseria degli altri.

Rimane un’altra possibilità. Non dividere, non spezzettare i mezzi di produzione espropriati, ma trasferirli all’utilizzo sociale, dirigere la produzione in comune, trasferirne la conduzione a tutta la società attraverso un piano generale.
Questa soluzione è completamente giusta e completamente possibile. Vedete come oggi tutta la produzione è diretta dalle unioni dei capitalisti, i trust? Un pugno di grandi capitalisti tramite i loro fiduciari, direttori, manager, ecc. conducono i loro affari in tutti i paesi, oltre le frontiere, attraverso un piano preciso. Perché mai la società intera non potrebbe fare la stessa cosa da sé stessa? Pensiamo alla cooperazione tra operai che lavorano come uguali componenti di una stessa squadra. Allo stesso modo, solo su scala più vasta, attraverso la cooperazione tra lavoratori, si ha il socialismo.

Socialismo significa produzione socializzata, proprietà sociale di tutti i mezzi di produzione, eliminazione delle diseguaglianze tra gli uomini, eliminazione delle classi e trasformazione di tutta la società umana in una comunità solidale del lavoro, di uomini liberi ed eguali.

Il socialismo libererà i lavoratori dal potere del capitale e porterà immensi benefici a tutta l’umanità. Già il fatto che gli uomini potranno dirigere la produzione secondo un piano generale, porterà un grande vantaggio: oggi, a causa di una cattiva organizzazione della produzione, si produce o troppo o troppo poco. Succede che si è prodotto così tanto, che i beni di consumo restano nei magazzini e marciscono; e nello stesso tempo, la gente affamata non può comprarli. Così comincia la crisi, la disoccupazione, e cresce la miseria. Con il socialismo questo non accadrà. Perché innanzitutto verrà calcolato, come in un’unica grande economia sociale, quanto e cosa è necessario produrre.

Perciò, dato che tutto sarà gestito secondo da un piano generale, si potrà lavorare solamente con le migliori macchine. L’introduzione di nuove macchine non sarà lesinata come adesso, quando l’avido capitalista approfitta della forza lavoro a buon mercato e a causa del prezzo sempre più basso delle braccia operaie non introduce le macchine. Il lavoro con i migliori macchinari, il piano generale del lavoro, la sua gestione su grande scala, tutto questo darà la possibilità di risparmiare tempo di lavoro e fatica umana.

Enormi risparmi di forze saranno realizzati con l’eliminazione delle guerre, quindi della produzione per l’esercito e per la flotta di fortificazioni e di corazzate. Oggi centinaia di migliaia, milioni di braccia lavorano per la distruzione. Ma perfino riferendosi all’attuale tempo di “pace” quante forze ancora si possono risparmiare. Guardate quale enorme quantità di forze si spreca nelle lotte di classe, nell’oppressione da parte dei dominatori, e nei tentativi di emancipazione dalla parte degli oppressi! Il socialismo, il quale sarà raggiunto dalla classe operaia solamente con una lotta accanita, eliminerà le classi, metterà fine alla lotta tra esseri umani, e tutte le energie dell’umanità confluiranno nella lotta per piegare le forze ostili della natura e per la sua conquista.

Il socialismo consentirà di risparmiare tante forze, consentirà un tale miglioramento della produzione, che il lavoro da maledizione che incombe sull’umanità oppressa, diventerà un bisogno del sano e libero cittadino della società socialista. Si romperà il legame dorato che incatena il lavoro al capitale. Si instaurerà la cooperazione del lavoro, felice e libera.

Questo è il traguardo che sta davanti alla classe lavoratrice. Essa raggiungerà questo traguardo attraverso una ostinata, dura, cruenta lotta.

N.I. Bukharin (28 dicembre 1916)


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