Internazionale
Editoriale

Il “populismo” è l’ancora di salvezza del gran capitale

La vittoria di Donald Trump ha avuto i suoi immediati riflessi nelle lotte politiche di molti paesi. Almeno per il significato sociologico che, a torto o a ragione, gli si è voluto attribuire.

Visto che la cosa funziona, tutti i politici si sforzano ora di interpretare la parte di quelli che sono “dalla parte del popolo” e contro il “sistema”, come appunto ha fatto il miliardario intrallazzone americano. Nessuno sembra temere il ridicolo. La copertina del Newsweek, importante settimanale statunitense, mette il faccione di
Trump in copertina è titola: “Un eroe della classe operaia”!

In Italia i due schieramenti opposti nel referendum costituzionale hanno cercato, ognuno alla propria maniera, di agganciarsi al “vento populista”. Renzi si è fatto vedere, in maniche di camicia, a polemizzare contro i conservatori che “vogliono che tutto rimanga com’è ora per difendere i loro interessi di casta”. L’eterogeneo fronte del No si è fatto invece difensore dell’integrità della Costituzione, contro una riforma che sarebbe dettata dalle grandi banche d’affari americane, dai “poteri forti”, dalla Commissione europea, dalla BCE, ecc.

L’aggancio al “popolo” sta nella promessa che una vittoria del Sì, attirando frotte di capitali stranieri, farebbe rispuntare ovunque capannoni e ciminiere, offrendo innumerevoli possibilità di lavoro alla massa dei disoccupati, oppure, e parliamo dei sostenitori del No, che difendere la Costituzione così com’è è la migliore garanzia contro chi vorrebbe smantellare lo stato sociale, dare libero corso alle privatizzazioni, instaurare un potere forte, ecc.

La realtà è quella di una lotta per bande nella quale la difesa della Costituzione o la sua maldestra riforma c’entrano ben poco.

Ma se tanti leader politici, in America e in Europa, cercano di assomigliare a dei tribuni del popolo, c’è una ragione molto concreta: il peggioramento radicale delle condizioni di vita delle classi lavoratrici, contrassegnato dall’estendersi del lavoro precario, dall’erosione del welfare, dai bassi salari, dalla disoccupazione di massa, e il rischio che tutto questo si traduca in un movimento di rivolta del proletariato contro la classe dominante.

Una rivolta che, seguendo le proprie linee di sviluppo, metterebbe in discussione non un particolare assetto costituzionale, un determinato governo o una determinata politica, ma il capitalismo come sistema economico. Ed è precisamente per difendere questo che i gruppi economici più importanti, banche, gruppi finanziari e corporation industriali e commerciali - detentori reali del potere nella società - appoggiano di volta in volta questo o quel “volto nuovo”, questo o quel “movimento anti-sistema”. Serve catturare il consenso, dirottare il malcontento contro questo o quel nemico di comodo. Serve all’occorrenza prendersela con gli immigrati, con gli euroburocrati, con l’establishment.

L’importante, per la grande borghesia delle banche, della finanza e dell’industria è che i lavoratori non lottino come classe, non formino un proprio partito, non perseguano un proprio programma politico, non mettano in discussione il capitalismo. Soprattutto bisogna impedire loro di riscoprire quell’orizzonte socialista che nel passato ha fatto tremare il capitalismo dalle fondamenta e che è l’unica possibile, seria e umana speranza per l’avvenire.


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