Internazionale
Italia

Sindacati confederali, sindacati “di base” e limiti del sindacalismo

Gli attacchi condotti dalla borghesia italiana contro i diritti dei lavoratori, succedutisi praticamente senza interruzione dagli anni ’80, non sarebbero stati possibili senza la collaborazione delle confederazioni sindacali, in primo luogo di Cisl, Uil e Cgil.

Le prime due, tradizionalmente d’ispirazione cattolica l’una, socialdemocratica l’altra, potevano solo prestarsi agli attacchi contro i lavoratori. Tuttavia, la stessa Cgil, la confederazione più influente nella classe operaia e storicamente legata al Partito Comunista Italiano, mise in atto, sin dalla fine degli anni ’70, la cosiddetta svolta “delle compatibilità” indicando chiaramente che, nell’interesse della borghesia, avrebbe adattato le sue rivendicazioni a ciò che era accettabile per quest’ultima.

La Cgil, così, faceva propria la strategia detta “di compromesso storico” adottata dal Partito Comunista, strategia consistente nel dimostrare le sue capacità di partito di governo nel dare il suo sostegno alle politiche di austerità. Le lotte operaie degli anni 1969-1970 avevano costretto il padronato italiano a fare concessioni, sia sul piano economico che in materia di diritti dei lavoratori. La borghesia, però, intendeva ormai riappropriarsene, tanto più che il periodo di crescita era finito e l’evoluzione di tutta l’economia capitalista verso il ristagno riduceva i suoi margini di manovra. Il Partito Comunista, allora guidato da Enrico Berlinguer, si mostrava pronto ad aiutarla sul piano politico, come la Cgil in campo sindacale.

Lo sviluppo dei “sindacati di base”

Gli attacchi del padronato e del governo non mancarono di provocare reazioni nella classe operaia. Ciò si verificò nel 1984, quando il governo Craxi condusse un primo attacco alla scala mobile dei salari allora in vigore in Italia, poi nel 1992, quando il governo Amato la abolì definitivamente con l’accordo delle tre confederazioni sindacali, e ancora nel 1994, quando il governo Berlusconi condusse un primo attacco contro le pensioni. Ulteriori reazioni vi furono durante gli anni 2000, quando padronato e governo presero di mira l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori e la protezione contro i licenziamenti che esso comportava. In tutti questi momenti, l’atteggiamento delle confederazioni sindacali oscillò tra la collusione aperta con padronato e governo e un’opposizione di facciata che si guardava bene dall’organizzare una vera controffensiva dei lavoratori.

Fu in questa situazione che, fin dagli anni ’80, si assistette al moltiplicarsi dei “sindacati di base”. Numerosi militanti, di fronte alla politica delle confederazioni sindacali, tentarono di opporvisi tramite l’organizzazione di sindacati alternativi. In molti casi, lo poterono fare appoggiandosi alle reazioni di lavoratori decisi a far fallire gli attacchi di cui erano l’oggetto.

Dapprima, ciò avvenne in particolare nei servizi pubblici. Nacquero così il Comu (Comitato dei Macchinisti Uniti), che organizzava i macchinisti delle ferrovie dello stato, poi i Cobas, ossia i “comitati di base” della scuola pubblica, il cui esempio fu seguito in altri settori. Secondo i militanti che avevano dato origine a questi “sindacati di base”, di fronte all’aperta collaborazione di classe delle confederazioni, occorreva far nascere organizzazioni che rappresentassero effettivamente i lavoratori in modo democratico e, per alcuni, ricostruire un vero “sindacato di classe”.

L’idea di creare nuovi sindacati che contestassero agli apparati burocratici la pretesa di rappresentare la classe operaia ebbe un certo successo, in particolare negli anni ’90. In quel periodo, le direzioni confederali vennero in aiuto alla borghesia negli attacchi antioperai, che si trattasse della questione delle pensioni o della firma di contratti collettivi chiaramente al ribasso. Si assistette quindi alla moltiplicazione dei “sindacati di base”, spesso sotto l’impulso di militanti dell’estrema sinistra o ad essa vicini, che vi vedevano la possibilità di condurre nella propria impresa un’attività sindacale sfuggendo alla tutela degli apparati locali e nonostante la complicità di questi ultimi più o meno aperta con il padrone.

Inoltre, per molti militanti, si trattava di trovare qualcosa che sostituisse l’attività politica, a cui lo scoppio e la decomposizione delle organizzazioni d’estrema sinistra sembravano sempre più togliere ogni prospettiva. Molti arrivavano a teorizzare il rifiuto di ogni organizzazione politica nella convinzione che il sindacalismo e le lotte della base ne avrebbero consentito il superamento. Alcuni si ritrovavano così, senza saperlo, nelle concezioni dei sindacalisti rivoluzionari dell’inizio del 20° secolo, senza peraltro averne sempre le qualità.

Occorre aggiungere che i sindacati Cgil-Cisl-Uil, da parte loro, provavano un ovvio sollievo nel vedere questi militanti lasciarli per creare piccoli apparati minoritari, quando avrebbero potuto costituire nel loro seno opposizioni di un certo peso. In molti casi, d’altronde, gli apparati non lasciavano altra scelta ai militanti contestatari, dal momento che li espellevano o consentivano loro solo un’attività marginale.

Dall’utopia alla realtà

I “sindacati di base”, però, si sarebbero rapidamente mostrati distanti dall’utopia del vero “sindacato di classe” che alcuni avevano sognato. La realtà si sarebbe mostrata ben più forte.

Tuttavia, il loro sviluppo rispondeva ad un’insoddisfazione profonda. Così, nel settembre 1992, i dirigenti confederali furono fischiati dai lavoratori in tutte le città in cui tentavano di spiegare la loro scelta di accettare l’abolizione del sistema di scala mobile che proteggeva, seppur parzialmente, i salari dalle conseguenze dell’inflazione. Un po’ ovunque, i burocrati poterono parlare soltanto riparandosi dietro bersagli di plexiglas per proteggersi dal lancio di pomodori o addirittura di bulloni. Occorre tuttavia osservare che questa protesta, per quanto massiccia, in fondo rimaneva all’interno della logica sindacale. Se i lavoratori non esitavano a far sapere ai dirigenti confederali ciò che pensavano di loro, in nessuna situazione decisero di reagire con i propri mezzi di lotta. In nessuna impresa importante si videro i lavoratori andare oltre le decisioni dei capi sindacali e scioperare contro la soppressione della scala mobile.

Molti lavoratori, implicitamente o esplicitamente, ritenevano che il problema non riguardasse tanto il rapporto di forza con il governo ed il padronato, quanto i dirigenti sindacali. Siccome quelli delle confederazioni si mostravano pronti ad ogni compromesso, occorreva darsene altri. La creazione dei “sindacati di base” entrava in sintonia con questo sentimento.

Un’esperienza importante si ebbe nel settore dell’industria automobilistica. Militanti della fabbrica Alfa-Romeo di Arese, nella periferia milanese, nel lottare per liberarsi della tutela dei sindacati confederali, diedero vita ad un “sindacato di base”. Dopo alcuni successi limitati alla loro fabbrica, essi diedero vita allo “Slai Cobas” (Sindacato dei lavoratori autorganizzati intercategoriale Cobas). L’obiettivo era quello di tentare di generalizzare l’esperienza della fabbrica di Arese proponendo ai lavoratori di altre imprese di “autorganizzarsi” a loro volta, liberandosi della tutela dei sindacati confederali.

Per questi militanti, ispirati dal “movimentismo” dell’estrema sinistra italiana degli anni ’70, ma anche per alcuni vicini al Segretariato unificato della Quarta internazionale, lo Slai Cobas doveva essere un vero “sindacato di classe” rispettoso dell’opinione della base operaia, dunque un sindacato che avrebbe firmato con il padrone solo accordi democraticamente approvati dai lavoratori, un’organizzazione nemica di ogni comportamento burocratico, ecc.…

In questo periodo, lo Slai Cobas fu certamente quello che conobbe il maggiore successo, in ogni caso nell’industria. L’esistenza di un gruppo di militanti determinati e sperimentati nella fabbrica di Arese, un’impresa dalle tradizioni combattive, aveva permesso loro di aprire una breccia nel monopolio dei sindacati confederali presenti nella fabbrica. Ciò consentì a quei militanti di estendere la propria influenza, rispondendo al desiderio diffuso di trovare un’alternativa alla triade Cgil-Cisl-Uil.

L’esperienza tuttavia conobbe rapidamente i suoi limiti. Il successo che l’esistenza di questo gruppo di militanti aveva permesso ad Arese non poteva riprodursi automaticamente in altre imprese dove tali condizioni non esistevano. Il riferimento alla sigla Slai Cobas, indipendentemente dalla buona volontà di quelli che vi ricorrevano, non poteva di certo permettere di farne a meno. Quel riferimento non poteva neppure impedire che dei militanti gli dessero un contenuto diverso da quello che i militanti di Arese avevano dato in partenza. Nel voler proiettare il nuovo sindacato oltre l’originario settore d’influenza, si correva il rischio di dargli un tutt’altro contenuto.

Lo Slai-Cobas si scontrò rapidamente con gli ostacoli politici che aveva voluto ignorare. Nel 1996, il militante della Quarta internazionale Gigi Malabarba, che in un intero libro aveva incensato il sindacato di Arese come l’esempio stesso del sindacato “di classe”, democratico e pienamente rispettoso dei lavoratori di base, ne organizzò semplicemente la scissione. Malabarba, senza nemmeno aspettare il congresso del sindacato già in programma, annunciò che si separava dallo Slai Cobas per formare il S.in.Cobas (sindacato indipendente Cobas), legato in modo evidente al Partito della Rifondazione comunista. Lo stesso Malabarba fu poi eletto senatore nelle liste di questo partito. Una coincidenza o il riconoscimento della direzione del PRC per un gesto così degno? Lo Slai Cobas, da parte sua, continuò ad esistere, in particolare nella fabbrica Fiat di Pomigliano, nei pressi di Napoli, dove militanti di formazione maoista cercarono di dargli un’impronta politica.

L’episodio della scissione dello Slai Cobas doveva essere solo uno dei primi. I mini apparati costituiti dai sindacati di base sarebbero stati oggetto di manovre, di scissioni organizzate dai vari gruppi politici o semplicemente da individui, per motivi sempre più insignificanti. Il risultato fu la moltiplicazione di sigle concorrenti che, nonostante la loro influenza molto limitata, pretendevano di essere “il” sindacato. La loro politica, ancor oggi, si limita a fare appello ad azioni in concorrenza con quelle di altri “sindacati di base” o con quelle degli apparati confederali, non temendo nemmeno il ridicolo quando si indicono isolatamente “scioperi generali” che, su scala nazionale, possono al massimo riunire alcune centinaia di persone, una caricatura che giunge persino a svuotare l’idea di “sciopero generale” del suo vero significato.

In quanto all’unità sindacale, spesso rivendicata dai sindacati di base, essa non è mai andata al di là di un’unità tra le varie sigle, spesso in contraddizione con la reale unità dei lavoratori. I sindacati di base, generalmente, rifiutano di partecipare alle manifestazioni ed agli scioperi indetti da Cgil, Cisl ed Uil, opponendo loro altre azioni, in altre date, perdendo così un’occasione di unità e di dibattito con i lavoratori influenzati o controllati dalle grandi confederazioni sindacali. La concorrenza con queste ultime si riduce a scimmiottarle, e su scala infinitamente più ridotta.

Non vogliamo né possiamo qui citare tutti i cambiamenti intervenuti nella galassia dei sindacati di base. Ne menzioniamo, pertanto, solo alcuni. Le Rdb (Rappresentanze di base) possono essere considerate dei precursori in quanto sorte sin dalla fine degli anni ’70 su iniziativa di militanti Cgil della pubblica amministrazione che criticavano la politica di concertazione del loro sindacato. Le Rdb sono state, molto più recentemente, all’origine della creazione dell’Usb (Unione sindacale di base), che ha dato luogo, poco tempo dopo, ad una nuova scissione sotto il nome di Sgb (Sindacato generale di base), senza che le ragioni fossero particolarmente chiare. Si può aggiungere a questa lista il S.I. Cobas (Sindacato Intercategoriale Cobas) e la Cub (Confederazione unitaria di base), cioè altrettante organizzazioni di cui è difficile differenziare le politiche e le ragioni della loro esistenza distinta.

Occorre ancora citare la Confederazione Cobas, creatasi alla fine degli anni ’90. Rimasta principalmente presente nell’educazione, essa non ha tuttavia nulla di comune, se non la sigla, con i primi Cobas scuola che, nati negli anni ’80 nell’ambito di vere lotte dei lavoratori di quel settore, riflettevano anche la volontà di questi ultimi di avere interamente il controllo del conflitto.

Uno dei dirigenti della Confederazione Cobas, Piero Bernocchi, venuto dai movimenti degli anni ’70, tra i portavoce dei No Global in Italia, rappresenta molto bene una delle involuzioni ideologiche che accompagnano lo sviluppo dei sindacati di base. Bernocchi, infatti, teorizza il superamento del capitalismo con “il benicomunismo”, vaga idea di messa in comune dei beni che non ha più nulla da vedere con il comunismo di Marx. Egli sostiene pure il superamento della nozione marxista di lotta di classe, del ruolo dei sindacati, dei partiti, e persino della classe operaia in quanto tale.

Il S.I. Cobas e le lotte dei lavoratori della logistica

Un certo numero di “sindacati di base” sono giunti al punto di non rivendicare nemmeno più quel “sindacato di classe” prima tanto sbandierato, considerando che il sindacato deve solo diventare una semplice agenzia di servizi per i lavoratori dipendenti, cosa che le stesse Cgil, Cisl e Uil hanno del resto teorizzato da tempo. Tuttavia, se per questi piccoli sindacati, come per le grandi confederazioni, la nozione di lotta di classe è superata, molti altri continuano a farvi riferimento. Vale dunque la pena esaminare come questi ultimi la interpretano in pratica.
Il già citato S.I. Cobas, formatosi alcuni anni fa da una scissione dello Slai Cobas, ha conosciuto uno sviluppo relativamente importante nel settore della logistica grazie alle lotte condotte dai lavoratori di questo settore. Le imprese della grande distribuzione, infatti, ricorrono sempre più, per le loro operazioni di trasporto e facchinaggio, ad imprese di subappalto organizzate in “cooperative”, una delle forme giuridiche privilegiate dalla borghesia italiana per introdurre la precarietà. I lavoratori alle dipendenze di queste cooperative, considerati come “soci”, non beneficiano dei diritti più elementari riconosciuti agli altri lavoratori dalle leggi e dai contratti nazionali di lavoro. Essi non possono ricorrere alla giustizia del lavoro, poiché ciò sarebbe come fare causa a se stessi. Senza dimenticare che gli statuti di queste cooperative negano al “socio-lavoratore” una qualsiasi partecipazione alle decisioni dell’impresa.

Nel settore della logistica della grande distribuzione, queste “cooperative” si avvalgono generalmente di lavoratori immigrati, i quali non hanno altra scelta se non quella di accettare lavori duri e sottopagati, dagli orari aberranti fissati arbitrariamente dai padroni di questo settore. Sono padroni che non esitano a ricorrere ai metodi d’intimidazione, spesso essi stessi vicini alla mafia, in particolare la ’Ndrangheta, la mafia calabrese. Questi lavoratori, tuttavia, non hanno mancato di ribellarsi ed organizzarsi.

Il fatto di dover affrontare un padronato senza scrupoli e di non poter conquistare i loro diritti che con la lotta non è stato poi così sorprendente per loro. Non può essere altrimenti per chi spesso giunge clandestinamente in Italia a rischio della propria vita, fuggendo da paesi in guerra o in ogni caso da una situazione economica drammatica, preda degli scafisti trafficanti o di ogni specie di mafia. A tutto ciò si aggiunge spesso la solidarietà naturale esistente tra uomini che hanno subito le stesse prove e le stesse umiliazioni, uomini rimasti molto vicini gli uni agli altri per le condizioni di vita proprie dell’immigrazione.

Questi lavoratori, soprattutto con l’aiuto dei militanti del S.I. Cobas, hanno dunque scioperato, manifestato, organizzato picchetti davanti alle imprese della grande distribuzione, costringendo progressivamente queste ultime e le loro cooperative di subappalto a fare concessioni, come quella di pagare il minimo orario previsto dal contratto collettivo nazionale di lavoro del settore. Ciò sembra poca cosa, ma in quella realtà è tantissimo! L’esempio di questi lavoratori della regione milanese è stato contagioso e presto si è esteso alle città di Bologna, Padova, Torino e a gran parte delle imprese del settore, soprattutto nel Nord d’Italia. Tuttavia, anche nel Sud ci sono state alcune lotte importanti come quella dei lavoratori del subappalto della Tnt a Teverola, in Campania.

Sono servite dure lotte per farsi riconoscere i diritti elementari che teoricamente la legge riconosce a tutti, e i lavoratori di queste aziende, quasi sempre immigrati, hanno dovuto dare prova di una combattività e di una tenacia nella lotta, delle quali la maggioranza dei lavoratori italiani ha perso la pratica. Scioperi ad oltranza, picchetti mantenuti nonostante gli attacchi della polizia, licenziamenti che occorreva contrastare, intimidazioni intentate dagli uomini del padronato con i loro metodi mafiosi: la conquista della dignità è costata cara a questi lavoratori ed ai militanti che li hanno sostenuti. Il risultato, però, è stato più che positivo, dal momento che il padronato, in un gran numero di imprese del settore, ha dovuto imparare a rispettare i lavoratori che disprezzava.

Un altro risultato di quelle lotte è consistito nel fatto che molti lavoratori dei subappalti hanno aderito al S.I. Cobas, consentendogli di registrare una crescita esponenziale dei propri tesserati. Purtroppo, il successo conquistato nel settore della logistica non avrebbe impedito a questo sindacato che si afferma “di classe” di mostrare rapidamente gli stessi limiti degli altri sindacati di base.

Lo si è visto subito nel tipo di accordi conclusi con le direzioni aziendali. Il S.I. Cobas, quando chiedeva, in nome dei lavoratori, la soddisfazione di un certo numero di rivendicazioni, non trascurava di porre come condizione il riconoscimento dei delegati dei lavoratori e dello stesso sindacato S.I. Cobas.

Esiste però un accordo sulla “rappresentanza unica dei lavoratori”, firmato nel gennaio 2014 tra i tre sindacati confederali e l’associazione padronale Confindustria. Tale accordo, siglato dopo altri che andavano nella stessa direzione, mira a limitare le possibilità d’esistenza di altri sindacati che non siano Cgil, Cisl e Uil, a meno di non sottoporsi a regole rigorose. Il principio è quello di dare il diritto di rappresentanza solo ai delegati appartenenti ai sindacati firmatari dei contratti collettivi nazionali di lavoro o degli accordi aziendali…, sindacati che, pertanto, accettano di sottoporsi all’accordo sulla rappresentanza unica.

La minaccia è chiara: o un sindacato firma gli accordi imposti dagli altri (con il 50% più un voto), o si vede negare il diritto di essere rappresentato da propri delegati. Questo accordo confederale comporta, inoltre, che le trattative aziendali o categoriali debbano sottostare a procedure vincolanti per la soluzione dei conflitti del lavoro. Si tratta chiaramente di clausole antisciopero, poiché il sindacato, una volta firmato l’accordo, si servirà della sua influenza tra i lavoratori per impedire qualsiasi contestazione all’accordo stesso.

La maggior parte dei sindacati di base ha ovviamente denunciato tale accordo, imposto dai sindacati confederali per tentare di eliminarli o almeno di sottometterli. Gran parte di essi, però, ha finito col sottoscriverlo, sostenendo che altrimenti non potrebbero che scomparire. Altri, come il S.I. Cobas, hanno dichiarato che non l’avrebbero fatto. Tuttavia, lo stesso S.I. Cobas, per essere riconosciuto nelle imprese, ha sottoscritto condizioni simili.

Infatti, i padroni delle aziende in cui il S.I. Cobas si radicava non dimenticavano di esigere contropartite che avevano come modello di riferimento gli accordi firmati più in alto. In molti casi, queste contropartite sono consistite in impegni a raggiungere una maggiore produttività, una flessibilità degli orari, ma anche a limitare gli scioperi mediante una procedura predefinita tra datore di lavoro e sindacato comportante anche eventuali sanzioni per i lavoratori che non accettavano di sottoporvisi.

L’adozione di tali accordi si accompagnava a metodi sempre più burocratici assunti da “coordinatori” nominati dalla direzione del S.I. Cobas, i quali conducevano i negoziati in nome dei lavoratori, spesso senza rendere loro conto e finendo con l’imporre l’accordo raggiunto. Militanti che si opponevano a questi metodi sono stati espulsi dall’apparato nuovo di zecca del S.I. Cobas, come è accaduto recentemente, nel maggio 2016, a due militanti milanesi. Questi compagni, reputati troppo indocili dalla direzione, sono diventati l’oggetto di calunnie nel più puro stile staliniano. Ciò fortunatamente non ha impedito alla maggioranza dei tesserati dello stesso settore di affermare la propria solidarietà ai due militanti.

I limiti dell’ambito sindacale e la questione del partito

Così, le lotte dei lavoratori immigrati della logistica hanno loro permesso di conquistare un certo numero di diritti, ma hanno portato anche lì alla costituzione di un mini apparato burocratico che non è meglio degli altri, e a volte peggiore sul piano dei metodi. Ciò non ha impedito al S.I. Cobas di proclamarsi nei suoi testi un “sindacato di classe”, anticapitalista e rivoluzionario, nonché ai suoi dirigenti di dichiarare che stanno percorrendo una strada originale verso la costituzione di un’organizzazione operaia rivoluzionaria in Italia. Questa verbosità, accoppiata ad una pratica sindacale degna delle organizzazioni riformiste e staliniste, non lascia presagire un bel futuro per tale organizzazione.

L’esempio del S.I. Cobas è solo l’ultimo in ordine di tempo, ma è particolarmente rivelatore dei limiti del sindacalismo. Questo sindacato si è costruito sulla base di vere lotte operaie, con cui i lavoratori hanno imposto il riconoscimento di un certo numero di diritti. Gli hanno dato impulso militanti rivoluzionari che fanno riferimento alla lotta di classe e che si dicono fermi sostenitori della democrazia operaia. Ciò non ha impedito la sua rapida burocratizzazione e l’adozione, da parte della sua direzione nuova di zecca, di metodi a cui, sino ad ora, ci avevano abituato soprattutto le grandi burocrazie sindacali. Lì, come in tutta l’evoluzione dei “sindacati di base”, c’è una logica che va oltre le qualità o i difetti individuali dei militanti coinvolti, una logica che deriva dalle condizioni della lotta sindacale nella nostra epoca.

I “sindacati di base” italiani sono nati in opposizione alla concertazione tra le confederazioni ed il padronato per affermare la loro indipendenza. Tuttavia, questa critica alla concertazione, ossia al fatto che le direzioni sindacali accettano le ragioni del padronato e si impegnano con quest’ultimo in una vera e propria cogestione della crisi, non arrivava a mettere in discussione il sistema dei contratti (contrattazione) che pervade tutta la pratica sindacale italiana.

Questo sistema, la cui origine risale al periodo del fascismo e al “corporativismo” di mussoliniana memoria, rinchiude le rivendicazioni operaie nella gabbia della negoziazione periodica dei contratti collettivi ed assegna quindi un ruolo essenziale alle burocrazie sindacali. In un periodo di crisi, però, quando il padronato non accetta più la minima concessione e le burocrazie sindacali vogliono conservare ugualmente il loro ruolo, la “contrattazione” si trasforma del tutto naturalmente in “concertazione”, cioè nell’accettazione delle ragioni del padrone.

In realtà, la critica rivolta alle confederazioni dalla maggior parte dei sindacati di base era quella di non firmare più “buoni” contratti, concludendo soltanto che occorreva creare “buoni” sindacati, capaci di negoziare meglio e di non accettare le stesse concessioni accettate dalle confederazioni. In questa logica, anche quando i sindacati di base nascevano nel corso delle lotte ed usufruivano in partenza di un vero sostegno dei lavoratori, la principale preoccupazione dei loro dirigenti consisteva nel creare il proprio apparato.

Quest’ultimo doveva allora trovare posto nel sistema fortemente regolamentato delle relazioni tra stato, padronato e burocrazie sindacali, ed in fondo ne accettava il quadro. Il desiderio di costituire un apparato sindacale relativamente stabile portava in realtà gli stessi dirigenti a piegarsi alle condizioni poste dal padronato, che accetta di riconoscere un tale apparato solo se questo si impegna, da parte sua, a far accettare ai lavoratori regole identiche a quelle imposte dallo stato, dal padronato e dalle grandi confederazioni.

Trotsky, in un articolo scritto poco prima della sua morte, osservava come, nell’epoca dell’imperialismo, il padronato e lo stato che lo rappresenta tendano a non tollerare più l’esistenza di organizzazioni sindacali indipendenti, anche quelle riformiste. Ciò si è in gran parte verificato sia nei paesi europei sia negli Stati Uniti, dove le confederazioni sindacali sono diventate grandi apparati burocratici che impongono ai lavoratori gli obiettivi e la politica economica della borghesia. Questo è particolarmente vero in Italia.

È vero, le lotte dei lavoratori si svolgono, generalmente, nell’ambito sindacale, La maggior parte dei lavoratori, ad esclusione dei periodi di lotte generali ed esplosive in cui la coscienza politica cresce rapidamente, continua a considerare il sindacato come la forma d’organizzazione naturale. Il sindacato, tuttavia, è anche una forma d’organizzazione che da tempo la borghesia ha saputo addomesticare per farne un mezzo di controllo dei lavoratori e per rivolgerla contro di loro. È un fatto che i militanti della classe operaia che agiscono nell’ambito sindacale non possono ignorare. In caso contrario, essi rischiano di diventare più strumenti della politica padronale che attivisti dell’organizzazione dei lavoratori.

Trotsky, del resto, non concludeva dalle sue osservazioni che si dovesse abbandonare la lotta per la democrazia all’interno dei sindacati. Al contrario, questa lotta andava condotta sotto una direzione assolutamente rivoluzionaria. Infatti, come in tutte le lotte operaie, si tratta di distinguere tra ciò che favorisce davvero l’organizzazione degli operai in quanto classe, nonché la crescita della loro coscienza, e ciò che contribuisce a condurli in uno dei numerosi vicoli ciechi che la società borghese riserva loro. Può esserci un’organizzazione sindacale realmente utile ai lavoratori perché, in un dato momento, sa essere espressione dei loro interessi fondamentali ed eventualmente della loro lotta. Ci si può, inoltre, trovare di fronte a una burocrazia sindacale che, seppur piccola, diventa estranea ai lavoratori stessi. A volte la distanza tra l’una e l’altra può essere quasi impercettibile. Tocca ai militanti sinceramente dediti alla classe operaia saper distinguere dove si trova il confine tra le due, pena, in caso contrario, non esserle di alcuna utilità. Riuscirci è sicuramente difficile, o addirittura impossibile, in mancanza di una vera direzione rivoluzionaria.

Bisogna infatti che essi accettino l’idea che non tutto si gioca nell’ambito sindacale e che, prima o dopo, la lotta dei lavoratori deve uscire da esso per assumere un carattere politico e porre i problemi nei loro veri termini: quelli del rapporto di forza tra la classe operaia, il padronato, lo stato. Questo rapporto di forza può volgere a favore dei lavoratori solo se questi sanno ricorrere alle armi di classe che sono loro proprie, quali lo sciopero, le manifestazioni, la mobilitazione nelle fabbriche e nelle piazze, con i propri strumenti d’organizzazione e la determinazione ad andare fino in fondo alle possibilità della lotta. Se i lavoratori non sono pronti a questo, allora occorre almeno propagandare apertamente un tale programma d’azione. Ciò può solo essere fatto da militanti che agiscano davvero in una prospettiva rivoluzionaria, per il rovesciamento del sistema capitalistico, e che lottino per far emergere tale prospettiva su scala del paese.

Pensare che nella situazione attuale costruire nuovi sindacati può aprire una vera prospettiva ai lavoratori è, nella migliore delle ipotesi, un’utopia, nella peggiore l’ennesimo modo di fuorviare i lavoratori stessi e di condurli in un vicolo cieco. L’esperienza dei sindacati di base italiani lo dimostra ampiamente ed in tutti i modi possibili. Piaccia o meno a coloro che teorizzano il superamento della politica e dei partiti, il compito dei lavoratori e dei militanti che lottano sul proprio terreno non è la costruzione di un sindacato “di classe”, ritenuto migliore degli altri, ma la costruzione di un partito e di un’Internazionale comunisti e rivoluzionari.

12 settembre 2016


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