Internazionale
Turchia

Dal tentativo di colpo di stato al contro-colpo di stato di Erdogan

Da “Lutte de classe” n° 178 – Settembre - ottobre 2016

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Tentativo di colpo di stato militare fallito, ondata di epurazioni nelle istituzioni, attentati attribuiti all’organizzazione Stato islamico (Isis), riavvicinamento con la Russia e l’Iran, intervento militare in Siria. Nel corso di questa estate del 2016 gli eventi in Turchia sono precipitati. Il governo di Recep Tayyip Erdogan, nel tentativo di uscire dalle contraddizioni create dalla sua politica, prosegue una fuga in avanti che non si sa dove porti, ma di cui le popolazioni turche e curde fanno le spese.

Il lungo periodo di stabilità, cominciato nel 2002 con l’arrivo al potere di Erdogan e del suo partito AKP, definito “islamista moderato”, non è finito dal 15 luglio scorso e col tentativo di colpo di stato, ma da oltre tre anni. La rottura si è infatti palesata tra il 2012 e il 2013 in seno all’AKP, tra i sostenitori di Erdogan e quelli dell’imam Fethullah Gülen, oggi accusato di essere stato l’istigatore del colpo di stato. Nello stesso 2013 si sono svolti gli scontri di Park Gezi, nel corso delle prime manifestazioni di massa contro il governo AKP.

L’islamismo politico e la costituzione dell’AKP

Il partito AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi – Partito della giustizia e dello sviluppo), al potere dal 2002, è sorto dalla confluenza di varie correnti dell’islamismo politico, strutturato in Turchia attorno ad un certo numero di confraternite. Più che correnti di pensiero, sono gruppi di interessi in cui si trovano ricchi borghesi ed una clientela la cui fedeltà a questi ultimi è garantita mediante l’elargizione di un certo numero di vantaggi.

L’AKP si è anche inserito nella continuità dei partiti borghesi che, da più di mezzo secolo, hanno cercato uno spazio nel sistema politico ereditato dalla rivoluzione nazionalista condotta, dopo la prima guerra mondiale, da Mustafa Kemal. Dopo lo statalismo dei primi anni del regime, le aspirazioni di una borghesia capitalistica, desiderosa di svilupparsi senza ostacoli, si sono espresse consecutivamente nel Partito democratico di Menderes negli anni ’50, nel Partito della giustizia di Suleyman Demirel negli anni ’70, nel Partito della giusta via DYP dello stesso Demirel e nel partito ANAP di Turgut Özal negli anni 1980 e 1990. I punti comuni di questi partiti, oltre ad aver avuto tutti una vita breve, sono stati le loro divisioni, le loro difficoltà ad affermarsi di fronte all’ideologia kemalista ufficiale incarnata sia dall’esercito, sia dal partito CHP (Cumhuriyet Halk Partisi – Partito repubblicano del popolo), erede, quest’ultimo, del partito unico fondato da Mustafa Kemal che oggi si dichiara socialdemocratico.

A margine di questi partiti che ufficialmente accettavano la laicità dello stato turco, la corrente islamista si affermò solo gradualmente, fin dagli anni ’70, all’inizio con il nome di “Milli göruș” (la via nazionale religiosa). Sotto l’impulso di Necmettin Erbakan, tale corrente diede vita al MSP (Milli Selamet Partisi – Partito della salvezza nazionale) e, dopo la sua messa fuori legge, al “Partito della prosperità” (RP - Refah Partisi). Erbakan poté diventare primo ministro nel 1996, ma fu allontanato dall’incarico nel 1997 sotto la pressione diretta dell’esercito. Gli islamisti tornarono al potere solo dopo le elezioni del novembre 2002 con il nuovo partito AKP, il cui successo elettorale fu dovuto innanzitutto al profondo discredito degli altri partiti, in particolare del DSP, definito “socialdemocratico di sinistra”, di Bülent Ecevit che, alla testa del governo, si era trovato alle prese con una grave crisi finanziaria.

Se Erdogan, dirigente dell’AKP, veniva dal vecchio partito islamista di Erbakan, rappresentava la sua ala più moderata e, in qualche modo, il gruppo dei “giovani ambiziosi” ben decisi ad introdursi nella stanza dei buttoni. Il sostegno delle confraternite gli era garantito, in particolare quello della confraternita diretta da Fethullah Gülen. Quest’ultimo, esiliato negli Stati Uniti dal 1999 per il timore di essere arrestato dai militari kemalisti, era anche sostenitore di una politica chiaramente filoamericana. I dirigenti americani, conformemente alla loro politica tradizionale, erano favorevoli all’insediamento di un governo islamista in Turchia. Essi lo ritenevano, infatti, una garanzia di stabilità politica in un paese d’importanza primordiale per la loro politica diplomatica nella regione, in particolare dopo la defezione dell’alleato iraniano. Gli Usa, non a caso, non avrebbero mai dimenticato di fornire il proprio aiuto economico e finanziario alla Turchia.

L’AKP poté così beneficiare, per anni, di una congiuntura favorevole. Gli anni 2000 furono quelli in cui la Turchia poté trovare un posto a fianco di altre potenze emergenti più potenti quali la Cina, il Brasile e l’India, inserendosi nella corrente cosiddetta di “globalizzazione” dell’economia. I capitalisti europei, americani e giapponesi erano alla ricerca di paesi in cui investire per estendere le loro attività. La Turchia, come questi altri paesi, fu considerato un luogo sicuro, con un governo stabile e garante dell’ordine sociale, con una mano d’opera qualificata e disciplinata.

Così, dal 2002 al 2012, il prodotto interno lordo pro capite poté raddoppiare. E se i primi beneficiari furono i capitalisti, gran parte della popolazione si giovò, almeno un poco, di questo periodo di prosperità. Ciò spiega, in larga misura, i continui successi elettorali di Erdogan e dell’AKP, che apparivano, e ancora appaiono, come quelli che, giunti al governo, hanno finalmente permesso a gran parte della popolazione povera di migliorare la propria condizione.

La guerra Gülen – Erdogan

Tuttavia, dietro la vetrina della prosperità, una guerra latente si svolgeva nelle istituzioni, una guerra che alla fine sarebbe scoppiata apertamente. Il boom economico andava a vantaggio di tutta una classe di nuovi capitalisti, indicata con il termine di capitalisti “anatolici”, nati dalla borghesia arricchita del cuore della Turchia, tradizionalista, spesso legata ad una delle confraternite musulmane e costituente una delle basi sociali dell’AKP. In particolare, la setta di Gülen, dietro il paravento del suo movimento Hizmet (il Servizio) guadagnò in ricchezza e in influenza. Essa, con l’appoggio della rete delle scuole “İmam Hatip” e delle sue scuole serali (Dershane), diventò un canale d’ascesa sociale e poté inserire i propri uomini negli ingranaggi dell’apparato di stato. Ciò avvenne nella polizia, nella giustizia, ed anche nell’esercito mettendo in disparte il vecchio personale di tradizione kemalista. La stessa cosa si verificò nelle grandi imprese private, nel sistema sanitario e nelle università, dove la setta Gülen, controllando una parte del sistema educativo, riusciva a piazzare i suoi con i favoritismi. È un fatto noto che uno studente venuto dalle scuole Gülen, nel presentarsi in un’università Gülen, aveva la certezza di conoscere in anticipo gli argomenti degli esami per poi beneficiare di una rapida ascesa.

L’estensione delle reti d’influenza di Gülen lo metteva però in concorrenza con gli ambienti legati più direttamente a Erdogan, non fosse altro che per l’attribuzione dei posti, dei mercati, delle partecipazioni in questa o in quell’impresa. I conflitti, inoltre, non potevano che diventare più acuti quando la fine del periodo d’espansione determinò la diminuzione dei profitti da spartirsi. Lo scontro divenne aperto dal 7 febbraio 2012, quando intercettazioni telefoniche rese pubbliche fecero scoppiare uno scandalo di corruzione che coinvolgeva la stessa famiglia di Erdogan. Quest’ultimo rispose smentendo i fatti e accusando i poliziotti e i giudici legati alla confraternita Gülen di aver effettuato queste intercettazioni in modo illegale allo scopo di destabilizzare il governo. Dopo i giudici, centinaia di poliziotti furono accusati di essersi prestati al gioco. Sospettati di appartenere al movimento Gülen, furono arrestati o rimossi. Era solo l’inizio di una grande ondata di purghe.

La lotta tra le due correnti, sostenitori di Gülen contro sostenitori di Erdogan, continuò senza mai cessare in seno alle istituzioni, spesso in modo latente, a volte sotto forma di una crisi aperta portando ad arresti o a destituzioni.

La fine di un periodo favorevole

Il confronto fu poi accentuato dalle nuove difficoltà del governo Erdogan. Ci volle un po’ di tempo perché la crisi mondiale apertasi nel 2008 colpisse l’economia turca, ma quando ciò avvenne fu la fine del periodo eccezionale di quella prosperità che era stata la grande opportunità dell’AKP. In più, dal 2011, le conseguenze della crisi siriana iniziarono a manifestarsi.

Nel periodo di prosperità, il capitalismo turco aveva svolto sempre di più un ruolo d’appoggio alle multinazionali europee, americane e giapponesi desiderose di inserirsi nei mercati dell’Asia centrale, del Medio Oriente, del Magreb ed anche in quelli dell’Africa più lontana. I gruppi capitalistici turchi, spesso in associazione con gruppi quali Ford, Toyota, Fiat o Renault, avevano potuto sviluppare le loro esportazioni verso tutti quei paesi. I gruppi turchi dell’edilizia, dei lavori pubblici e dell’agroalimentare avevano conquistato anche mercati in altri paesi, in particolare in quelli arabi più vicini come la Siria. Erdogan ed i dirigenti dell’AKP, contagiati dall’euforia, parlavano anche di una specie di rinascimento dell’impero ottomano per il fatto che la Turchia conquistava nuovamente i suoi vicini con la forza d’attrazione della sua economia e non con la forza delle armi. Si parlò di “neo-ottomanesimo” e di una politica dello “zero problema con i vicini” fondata sulla cooperazione pacifica con questi ultimi per spartirsi i risultati della crescita economica. Il dittatore siriano Bashar al-Assad diventò, nei discorsi di Erdogan, un “fratello” a cui consacrare un’indefettibile amicizia.

Dallo “zero problema” ai problemi con tutti

La “primavera araba” di inizio 2011 mise fine a questa bella storia. Quando la contestazione del regime di Assad si trasformò in una guerra civile, Erdogan si erse rapidamente a protettore degli oppositori permettendo loro di ripararsi, di addestrarsi, curarsi e rifornirsi in territorio turco prima di oltrepassare la frontiera per combattere il regime del “fratello” Assad. Il peso delle cosiddette organizzazioni jihadiste quali lo Stato islamico o Al-Qaida, che beneficiavano di finanziamenti venuti dall’Arabia saudita e dagli Emirati, diventò tanto più importante in quanto esse godevano di un trattamento di favore da parte del governo “islamista moderato” di Erdogan, come pure di numerose complicità negli ambienti della polizia e dei servizi segreti di quest’ultimo. Il “neo-ottomanesimo” pacifico si trasformava in un intervento attivo, mediante gruppi armati interposti, per tentare di rovesciare il regime di Assad a vantaggio di un regime islamista amico della Turchia e delle potenze del Golfo.

Questa politica fu favorita anche dagli Stati Uniti e dalle altre potenze occidentali fino al 2014. Fu allora che l’estensione dei territori conquistati dallo Stato islamico in Iraq, poi in Siria, fece loro prendere coscienza del rischio di insediamento a Baghdad e a Damasco di governi incontrollabili almeno quanto i Talebani in Afghanistan. Quando però gli Stati Uniti pregarono i loro alleati della regione di cessare questo gioco pericoloso e costituirono una coalizione internazionale destinata a combattere lo Stato islamico, la Turchia ed i suoi alleati del Golfo indugiarono in bel po’ prima di parteciparvi. Il governo di Erdogan continuò infatti a fare il doppio gioco entrando nella coalizione, ma continuando, nel contempo, a favorire i gruppi jihadisti. Questi, del resto, non mancarono di far capire ad Erdogan che, nel caso in cui avesse smesso di farlo, avrebbero potuto adottare misure di ritorsione e non avrebbero avuto difficoltà ad organizzare attentati mortali in territorio turco.

D’altra parte, il regime di Assad, nonostante le previsioni, riusciva a mantenersi aiutato dai suoi alleati iraniani e russi e dai combattenti dello Hezbollah libanese. Egli seppe anche vendicarsi dell’atteggiamento del “fratello” Erdogan. Nei territori di insediamento curdo, limitrofi a quelli curdi della Turchia - ci riferiamo alla regione siriana chiamata Rojava – Assad lasciò il potere nelle mani delle milizie del PYD, partito fratello del PKK, quel partito dei lavoratori del Kurdistan autore della guerriglia curda in territorio turco. Il dittatore siriano poteva così inviare il suo esercito a combattere sugli altri fronti della guerra civile Non solo, ma il Rojava curdo autonomo costituiva un appoggio oltre confine per il PKK e una nuova spina nel fianco per Erdogan. Questi aveva intrapreso un processo di negoziazione con il PKK, nella speranza di far cessare la guerra nelle regioni curde in cambio di vaghe promesse di autonomia. Ma questo negoziato sarebbe andato sempre più per le lunghe prima di essere praticamente abbandonato.

La politica di Erdogan si concludeva, sotto numerosi aspetti, con un disastro. Lo metteva sempre più in contraddizione con la politica degli Stati Uniti. Ciò accadde quando i dirigenti americani scoprirono l’esistenza di un traffico con l’Iran organizzato da parenti di Erdogan, in violazione all’embargo deciso contro questo paese. Gli Stati Uniti, d’altra parte, cercavano sempre più di appoggiarsi ai combattenti curdi contro i jihadisti. Infine, la crisi in Siria e la rottura con il regime di Assad facevano perdere mercati vantaggiosi ai capitalisti turchi. Un po’ più tardi, la tensione con la Russia avrebbe avuto le stesse conseguenze. La guerra civile siriana si faceva sentire sul territorio turco non solo con l’arrivo di circa tre milioni di profughi, ma con gli attentati dell’Isis e con una tensione crescente nelle zone curde.

Questa politica si scontrava con opposizioni crescenti anche in seno alla grande borghesia turca. I sostenitori di Gülen, da parte loro, favorevoli ad una politica più chiaramente allineata alla diplomazia americana, non mancavano di palesare la propria ostilità alla politica di Erdogan. Le manifestazioni di Park Gezi di Istanbul, nella primavera del 2013, mostrarono che l’autoritarismo poliziesco del regime era sempre meno tollerato negli ambienti giovanili e da una parte dell’opinione pubblica. Infine, gli effetti della crisi economica si facevano sentire sempre di più, causando la crescita dell’inflazione e la fine della pace sociale, come avrebbero mostrato gli scioperi della primavera del 2015.

Una strategia della tensione

Le elezioni del 7 giugno 2015, segnate in particolare dal successo del partito filocurdo HDP, confermarono l’inizio del logoramento del regime. L’HDP (Halkların Demokratik Partisi - Parti democratico dei popoli) ampliava la sua area d’ascolto, in particolare grazie ad una campagna imperniata sulla difesa dei diritti dei popoli della Turchia - e non soltanto dei curdi -, sulla loro necessità di coesistere in modo pacifico e di farla finita col regime di violenza poliziesca e d’intolleranza evidenziato dalla repressione del movimento di Gezi. L’HDP, superando la soglia del 10% necessaria per essere rappresentato al Parlamento, otteneva il 13% dei voti, faceva eleggere 80 deputati ed impediva all’AKP, per la prima volta, di avere la maggioranza assoluta nell’assemblea nazionale.

La soluzione per l’AKP poteva essere quella di costituire un governo di coalizione con il partito socialdemocratico CHP o con il partito d’estrema destra MHP (Milliyetci Hareket Partisi – Partito del movimento nazionalista). Erdogan fece però di tutto per escludere tale possibilità, scegliendo di lanciarsi in una vera e propria strategia della tensione. Nel luglio del 2015, l’attentato di Suruç, diretto contro militanti di sinistra filocurdi ed organizzato dall’Isis, fu preso a pretesto per rilanciare la guerra non contro quest’ultimo, ma contro il PKK. L’esercito turco, rompendo completamente la tregua raggiunta con la guerriglia, avrebbe condotto per mesi l’offensiva contro interi quartieri delle città delle regioni curde, dove gruppi d’autodifesa avevano tentato di costituirsi. Parallelamente, i discorsi di Erdogan furono diretti contro “il terrorismo” in generale, avendo come bersaglio innanzitutto i curdi ed ignorando il problema creato dall’Isis e dalle evidenti complicità di cui questo disponeva nella polizia e nell’apparato di stato.

Erdogan e l’AKP erano determinati ad andare verso elezioni anticipate creando, a tal fine, un vero e proprio clima di guerra civile in cui sarebbero apparsi come i soli salvatori possibili. Le elezioni del 1° novembre 2015 permisero infatti all’AKP di ritrovare la maggioranza assoluta in Parlamento. Tuttavia, il loro esito non bastò ad eliminare il partito HDP che, nonostante la campagna condotta in modo persistente per indicarlo come complice dei “terroristi”, ottenne ancora il 10,5% dei voti conservando così la sua rappresentanza parlamentare. In effetti, si può parlare solo di una mezza vittoria per Erdogan che, d’altra parte, non era riuscito a conquistare la maggioranza dei due terzi necessaria per modificare la costituzione, non potendo così portare a termine il suo progetto di instaurare una repubblica presidenziale.

La Turchia avrebbe continuato a vivere in una situazione di crescente tensione, caratterizzata dalla ripresa della guerra nelle regioni curde, dagli attentati, dalle misure di epurazione dei gülenisti o presunti tali, dalle campagne del potere contro “i terroristi”, campagne che mettevano volontariamente sullo stesso piano la guerriglia curda e l’Isis presentandoli come elementi di un unico complotto contro la stabilità del paese e contro il suo presidente. Il tentativo di colpo di stato del 15 luglio, dunque, non sarebbe stato per nulla un fulmine a ciel sereno.

Il 15 luglio 2016 e le sue conseguenze

Non era assolutamente una sorpresa che l’esercito fosse insoddisfatto dalla politica di Erdogan e che una sua frazione preparasse un colpo di stato. L’esercito aveva subito, da parte del governo AKP, una serie di misure di epurazione che, dopo aver colpito generali e ufficiali kemalisti, avevano riguardato quelli di simpatie güleniste. Esso era stato anche in prima linea nella nuova offensiva contro i curdi, ma non è affatto detto che i militari debbano essere sempre i primi fautori della guerra, soprattutto quando i voltafaccia del potere sono tali da non poter più capire quali ne siano gli obiettivi. Soldati e ufficiali erano anche diventati l’obiettivo di una serie di attentati dovuti probabilmente all’Isis anche se il governo preferiva accusarne i curdi.

È vero che, in un paese con una lunga tradizione di colpi di stato militari, il tentativo del 15 luglio 2016 ha sorpreso per la sua impreparazione. Sembra, in realtà, che i suoi autori abbiano scelto di lanciarsi nell’azione per anticipare una nuova serie di purghe che stavano per subire in quanto sospetti di appartenere al movimento Gülen. Resta il fatto che il tentativo, se non ebbe l’approvazione di tutta l’alta gerarchia militare, beneficiò almeno della sua passività. Infatti, quest’ultima aspettò di vedere come le cose sarebbero andate prima di prendere una posizione chiara o più semplicemente di informare il governo del tentativo in corso. Se il governo Erdogan riuscì a rispondervi, fu grazie all’appoggio di alcuni settori della polizia e dell’esercito, nonché all’indecisione o all’attesa della maggioranza dei militari, che gli lasciò il tempo di intervenire alla televisione e chiamare i suoi sostenitori a scendere in piazza. Quando alcuni di questi andarono ad affrontare i carri dei golpisti, il fallimento del tentativo era già evidente.

Il tentativo del 15 luglio, pur conclusosi con un fallimento, rivelava tuttavia la fragilità degli appoggi del governo all’interno dell’esercito. La risposta di Erdogan a questa situazione fu una nuova operazione politica. La popolazione sarebbe stata invitata, per un mese, tutte le sere, a comizi di difesa della democrazia. È chiaro che la popolazione, nella sua maggioranza, era ostile al colpo di stato ed all’irruzione dei carri armati nelle strade, anche quando non era favorevole a Erdogan. Questi cercò di trasformare tale atteggiamento in una mobilitazione a suo favore. I trasporti furono resi gratuiti, si mobilitarono i mezzi logistici dei municipi, la televisione e tutti i media fecero permanentemente appello ai turchi a manifestare il loro sostegno alle autorità legali che i “traditori” avevano voluto rovesciare. Tutto ciò garantì il successo di manifestazioni nelle quali non si chiedeva altro alla popolazione che di applaudire e di sventolare la bandiera nazionale al cospetto di capi dell’AKP venuti ad esaltare “la democrazia” turca ed il suo capo Erdogan minacciati dai “terroristi”. Costoro non dimenticavano neppure di accusare i dirigenti americani ed europei, sospetti di aver visto con simpatia il tentativo di colpo di stato, o persino di averlo favorito.

Si assisteva, nel contempo, ad un rafforzamento della campagna di epurazione contro i gülenisti. È ovvio che il governo disponeva di liste di persone da arrestare, liste preparate ben prima del 15 luglio. Secondo un bilancio fatto dal primo ministro Binali Yildirim il 17 agosto, 40000 persone erano state fermate, di cui 20355 messe in stato di detenzione senza alcun intervento giudiziario. 79900 dipendenti del servizio pubblico erano stati rimossi nell’esercito, nella polizia e nella giustizia, mentre 4262 imprese o istituzioni erano state chiuse perché considerate legate all’organizzazione di Gülen, che ora il governo ed i media designavano solo con l’acronimo di FETÖ, cioè “organizzazione terroristica di Fethullah”. Un po’ ovunque, i fedeli del potere proseguivano la caccia ai “traditori” che si potevano ancora nascondere. Infine, lo stato di emergenza, instaurato almeno per tre mesi, faceva divieto a qualsiasi funzionario dello stato di uscire dal paese.

Non solo l’AKP, ma anche gli altri partiti parlamentari avevano condannato il tentativo di colpo di Stato. Si trattava del CHP socialdemocratico, ma anche del MHP nazionalista d’estrema destra, come pure dell’HDP. Erdogan si accorse rapidamente di quale vantaggio poteva trarne, chiamando i primi due ad unirsi alla mobilitazione per la difesa della democrazia, dandogli così una legittimazione. L’HDP, invece, veniva invitato a manifestare per conto suo, in quanto sospetto di simpatie “terroristiche” per i suoi legami con il PKK. Il CHP poté così organizzare i propri comizi, in particolare quello del 24 luglio in piazza Taksim di Istanbul, con il totale sostegno logistico del municipio AKP. Erdogan, infine, nello stesso momento in cui allontanava la gran parte dei generali dell’esercito in quanto sospettati di simpatia per Gülen ed i golpisti, siglava un accordo con i generali kemalisti che aveva precedentemente eliminato e sostituito… con gli stessi gülenisti. 150 generali e ammiragli erano stati arrestati, cioè la metà dell’alta gerarchia. Occorreva, dunque, colmare i vuoti creati ai vertici dell’esercito. I generali kemalisti furono quindi reintegrati, con l’assicurazione che tutti i processi che erano stati intentati contro di loro sarebbero stati dimenticati…

Fu così che Erdogan, forte di una legittimazione giunta dalla sua sinistra e dai kemalisti, poté apparire come il grande vincitore della prova rappresentata dal tentativo di colpo di stato. Alcune settimane più tardi, questa luna di miele sembra già terminata, probabilmente perché il CHP non aveva ottenuto ciò che sperava di avere in cambio del suo sostegno a Erdogan. Questi disprezzava troppo gli altri partiti, dal CHP all’MHP, per associarli al potere e garantirsi il loro aiuto nell’ambito di un governo di coalizione. Il governo dell’AKP si sentiva abbastanza forte per farne a meno, tanto da permettersi persino di allargare il campo della repressione, che, dopo aver prima risparmiato la sinistra, cominciava a colpire giornalisti filocurdi e numerosi membri del sindacato del settore pubblico KESK. Nessuno dei funzionari statali e degli insegnanti, così come numerosi impiegati, pur in assenza di alcun legame con l’ambiente gülenista, si sentiva più davvero al riparo da questa ondata di repressione.

Problemi per nulla risolti

Dopo la crisi aperta dal tentativo del 15 luglio, il potere di Erdogan e dell’AKP - o almeno della parte del partito realmente legata al clan del presidente - appariva dunque rafforzato. Erdogan non mancava di approfittarne proseguendo ed approfondendo l’epurazione delle istituzioni cominciata mesi prima, a tal punto che si può parlare di un vero contro-colpo di stato. La “democrazia” di Erdogan assumeva le caratteristiche di un regime totalmente dispotico, uguale a quello che i golpisti avrebbero potuto instaurare in caso di vittoria.
Nel contempo, gli accoliti di Erdogan, compresi i membri della sua confraternita, quella dei Nakșibendi, mettono le mani su numerose istituzioni, scuole, club, imprese che prima erano controllate da figure vicine alla confraternita di Gülen. Si trattava di occupare posizioni di potere, ma anche di collocare uomini in posti lucrativi, di inserirsi nelle imprese, nella finanza e nell’economia.

A più lungo termine, però, la vittoria di Erdogan potrebbe non essere più così chiara. I problemi da fronteggiare prima del tentativo di colpo di stato restano e si pongono tuttora anche in modo più acuto. Il suo governo deve adesso pagare il conto della strategia della tensione che ha voluto più di un anno fa e che, del resto, ha certamente contribuito a provocare il tentativo di colpo di stato.

Per quanto riguarda la politica estera del governo, Erdogan aveva cominciato a modificarla anche prima del tentativo del 15 luglio. Egli, riconoscendo implicitamente il fallimento della sua politica d’appoggio ai gruppi jihadisti in Siria, voleva ora dimostrare che li combatteva. Si era scusato ufficialmente per l’aereo russo abbattuto nel novembre 2015 dall’esercito turco ed aveva ristabilito i legami con la Russia, interrotti dopo questo fatto. Erdogan e Putin si erano poi incontrati ad agosto, confermando di aver dimenticato quell’episodio e che i numerosi affari in corso tra i due paesi potevano quindi riprendere.

Un ritorno alle relazioni è anche in corso con i dirigenti iraniani, e ciò lascia prevedere un ammorbidimento dell’atteggiamento della Turchia nei confronti del suo protetto, il regime di Assad. Non è certamente un caso se, pochi giorni dopo questi incontri, l’esercito turco è entrato in Siria attaccando le posizioni dell’Isis. Si trattava ufficialmente di rispondere all’attentato commesso da tale organizzazione il 20 agosto contro famiglie curde riunitesi per una cerimonia nuziale a Gaziantep, in territorio turco. L’esercito di Ankara, però, con l’occupare queste posizioni, ha nel contempo affrontato le milizie curde siriane per impedire loro di estendere il territorio del Rojava ed avvisarle che dovevano limitarlo all’est dell’Eufrate.

Sembra ovvio che la Turchia, prima di entrare nel territorio siriano senza essere stata invitata, ha voluto assicurarsi il consenso della Russia, dell’Iran, ed anche degli Stati Uniti che sostenevano l’avanzata delle milizie curde siriane. Essa si è così autoinvitata al tavolo dei futuri negoziati sul futuro della Siria ponendo le sue condizioni, fra cui il fatto di non tollerare né l’estensione del Rojava, né una vera autonomia curda in Siria. I curdi, come molte volte nella loro storia, fanno esperienza della fragilità degli appoggi offerti a volte dalle varie potenze. Queste, infatti, dopo averli usati, sono sempre pronte ad abbandonarli in seguito a qualche accordo diplomatico. L’Iran, l’Iraq, la Turchia, gli Stati Uniti lo hanno già mostrato tante volte.

Il governo Erdogan spera così di poter affrontare la questione curda nella stessa Turchia in una posizione migliore. Ciò si è reso necessario dal momento che tale questione non è stata risolta dall’offensiva condotta dal suo esercito nelle regioni curde a partire dal luglio 2015 in funzione dei calcoli elettorali di Erdogan. Dopo il colpo del 15 luglio, l’esercito turco è meno che mai in grado di condurre una guerra prolungata nelle zone curde, e si pone il problema di far ripartire il negoziato dal punto in cui si era bloccato, ma in una situazione peggiore e senza essere sicuro che oggi il PKK si accontenti di alcune concessioni del potere turco che avrebbe accettato due anni fa.

È però anzitutto sul piano interno che il conto si annuncia pesante. Non ci sarà più la mobilitazione su comando di queste ultime settimane sul tema della “difesa della democrazia” minacciata da “terroristi”, comprendendo con questo termine Fethullah Gülen, il PKK e l’Isis.

Per ora, l’arresto o la rimozione dei gülenisti presenti nelle varie istituzioni lascia grandi vuoti. Università e ospedali sono chiusi a causa dell’arresto dei loro quadri, scuole rimaste prive di una parte del personale non sanno come affrontare la riapertura dell’anno scolastico. C’è anche da chiedersi cos’è questa democrazia che arresta, imprigiona, licenzia o rimuove più di centomila persone su semplice decisione del potere, ben prima che ci sia la minima prova della loro partecipazione al colpo di stato o di qualche simpatia per i suoi autori.

D’altra parte, la crisi economica si è ancor più aggravata per l’arresto di numerose attività e, tra l’altro, per il mancato arrivo dei turisti stranieri spaventati dalla situazione in Turchia. L’inflazione continua ad erodere il potere d’acquisto della popolazione salariata. Il padronato, dal canto suo, fa pressione sul governo perché imponga alcuni arretramenti alla classe operaia, in particolare per quanto riguarda gli indennizzi che un padrone deve pagare ai lavoratori in caso di licenziamento.

Ci si aspetta, inoltre, che il governo agisca per limitare le rivendicazioni salariali sempre più insistenti. La classe operaia, tuttavia, non si sente affatto sconfitta. Essa, come si è già visto con le lotte dei lavoratori della metallurgia della primavera del 2015, si è abituata ad una situazione un po’ migliore, ha preso coscienza della propria forza e non è disposta ad accettare arretramenti. Il governo Erdogan, attento a non intaccare troppo la sua base elettorale, non ci tiene ad affrontare la classe operaia. Lo si è visto, in particolare, il 1° gennaio 2016, quando ha accettato di aumentare il salario minimo portandolo ad un importo netto di 1300 lire turche (vale a dire, in quel momento, 400 euro circa, corrispondenti al 30% di aumento).

L’incredibile lotta di clan che dilania l’AKP dimostra che il partito islamista è troppo diviso tra le diverse confraternite, accanite nell’appropriarsi un bottino e a soddisfare le proprie clientele, perché possa riuscire a costituire un partito di governo che conduca una politica un po’ coerente con gli interessi della borghesia. Da questo punto di vista, la sua immagine islamista non gli impedisce di inserirsi nella continuità dei cosiddetti partiti laici che lo hanno preceduto, partiti la cui corruzione ha rapidamente screditato. L’AKP, sebbene abbia mostrato più longevità nel conservare il potere, conosce lo stesso processo, anche se Erdogan si agita per provare ad evitarlo in qualsiasi modo.

Questa incapacità dei partiti di governo non fa altro che riflettere le contraddizioni della stessa borghesia turca e la sua incapacità di gestire i propri affari se non in funzione degli interessi più immediati. Il progetto di repubblica presidenziale di Erdogan è un tentativo di rispondere a questo problema imponendo un esecutivo alle cui decisioni tutti sarebbero assoggettati. Ora, però, sembra che non lo possa più portare a termine.

In passato, la risposta all’incapacità della borghesia turca è stata più volte quella dell’intervento dell’esercito e dei colpi di stato militari che, per un periodo, hanno mandato i politici in carcere arbitrando così i loro conflitti. Il tentativo del 15 luglio procedeva in fondo nella stessa logica. Esso non ha avuto successo e lascia dietro di sé un esercito diviso, umiliato ed insoddisfatto. Nulla, tuttavia, dice che altri progetti dello stesso genere non stiano già maturando nell’ambito militare. Erdogan, è vero, ha cercato di premunirsi mettendo alla testa dell’esercito uomini di fiducia. La storia, però, è piena di esempi in cui soldati che godevano della totale fiducia del governo e gli avevano giurato piena fedeltà hanno finito per mandarlo in prigione.

Se la situazione continua a degradarsi, la vittoria di Erdogan sui golpisti potrebbe dunque rivelarsi transitoria. L’esercito potrebbe nuovamente intervenire sulla scena politica e portare a buon fine il colpo di stato. Così, per la quinta volta nella storia della Turchia moderna, sarebbero i militari a permettere alla borghesia di uscire dalle contraddizioni create dai suoi governanti. È anche possibile che, il loro tentativo, al contrario del precedente, sia meglio accolto da un’opinione pubblica sempre più stanca. Un’opinione pubblica che ha avuto il tempo di misurare i limiti della “democrazia” di cui Erdogan si è erto a rappresentante e, a sostegno della quale, ha chiesto alla popolazione, per un mese, ogni sera, di scendere in piazza.
È anche possibile, e bisogna sperarlo, che una parte della popolazione, a suo modo, lo prenda in parola. Nel corso di un mese di mobilitazione su comando, il potere non ha cessato di ripetere che la vera sovranità non appartiene a un pugno di golpisti, ma al popolo. Tuttavia, se il potere ha mobilitato il popolo, lo ha fatto solo entro i limiti ben inquadrati di comizi in cui quest’ultimo era invitato a sventolare bandiere turche e ad applaudire oratori che esaltavano la nazione e l’opera del presidente minacciato dai “terroristi”. Erdogan non potrà impedire a numerosi lavoratori di pensare che, se il potere emana realmente dal popolo, allora il popolo è legittimato a prendere davvero la parola ed imporre le proprie esigenze. I dimostranti di Gezi, le donne preoccupate dall’aumento insidioso dell’ordine morale islamista, i curdi che chiedono il riconoscimento dei loro diritti, i lavoratori in lotta per i salari e contro un padronato che crede gli sia tutto permesso, tutti hanno molto da dire. Di fronte a militari golpisti, a politici borghesi che ostentano la propria corruzione, ad un regime sempre più autoritario, ad un sistema capitalistico asfittico, il solo potere politico realmente democratico sarà quello che i lavoratori costruiranno.

12 settembre 2016


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