Internazionale

La Cina raggiunta dalla crisi mondiale e dalla lotta di classe

Da Lutte de classe n°177 - luglio-agosto 2016

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Recentemente si sono moltiplicate le interrogazioni sulla salute reale dell’economia cinese, che finora i giornalisti della stampa borghese definivano miracolo economico. Tra una svalutazione dello yuan ed un crac alla Borsa di Shanghai, gli economisti si sono interrogati sui motivi del calo della crescita cinese e sulle conseguenze di tale rallentamento. Essi hanno lungamente discusso per capire se queste difficoltà annunciano un crollo brutale dell’economia cinese, suscettibile di trascinare un po’ di più nella tempesta tutta l’economia mondiale, o se i dirigenti cinesi sapranno far planare in modo morbido la loro economia in pieno surriscaldamento.

Da anni, la Cina vanta tassi di crescita del prodotto interno lordo che non temono alcuna concorrenza. Tuttavia, bisogna innanzitutto sottolineare che in queste cifre c’è tutto e di più. Ad esempio, le terre che il regime ha derubato ai contadini, valorizzate ai prezzi di mercato senza peraltro effettuare nessun miglioramento, hanno fatto meccanicamente gonfiare le cifre della crescita. Lo stesso vale per il settore immobiliare, i cui prezzi non smettono di salire nelle grandi città sotto l’effetto della speculazione. Questo per dire quanto la realtà economica evidenziata dai tassi di crescita ufficiali sia per lo meno discutibile, tanto più che il potere pubblica le cifre che vuole.

Non dimentichiamo che, secondo il regime, nel 2015 la crescita aveva superato il 7 %, mentre i consumi energetici erano rimasti fermi. In ogni caso, quest’anno la crescita ufficiale cinese sarebbe inferiore al 7%, il peggior risultato registrato da 25 anni, mentre nel 2007 il tasso di crescita ufficiale era salito ad un massimo del 14%, un record, e dal 2009 al 2011, quando il pianeta sprofondava nella crisi finanziaria e nella recessione, la Cina annunciava ancora tassi di crescita superiori al 9%.

La Cina, qualunque sia la sua crescita reale, resta comunque un paese sottosviluppato. Se si riporta il PIL ufficiale al numero di abitanti, questo paese gigantesco di 1,3 miliardi di abitanti non si colloca nel gruppo di testa mondiale, bensì verso l’80a posizione, allo stesso livello della Repubblica dominicana. In questi mesi, però, gli economisti occidentali e i mercati sono stati molto sensibili alle difficoltà dell’economia cinese. Ciò è dovuto a vari motivi.

Questo paese, per prima cosa, rappresenta il 20% dell’umanità e dal 2008 la sua attività economica è stata uno degli elementi che ha consentito all’economia mondiale di non crollare completamente. Inoltre, una parte importante dei profitti mondiali si sono fatti laggiù, sulle spalle del proletariato e dei contadini cinesi. Infine, è ovvio che chi specula sulle materie prime reagisca alla minima notizia proveniente da un paese che consuma il 40% dei metalli prodotti nel mondo, e dal 20 al 30% delle altre materie prime.

Un’economia d’esportazione innanzitutto al servizio dei trust occidentali

La crescita economica cinese si basa sullo sfruttamento dei lavoratori e sull’espropriazione dei contadini. L’economia cinese ha decollato realmente solo alle soglie degli anni 2000, quando cominciò ad essere, se non l’officina del mondo, almeno uno dei più importanti centri di produzione di manufatti. Questa trasformazione, certamente spettacolare, si basa principalmente sui salari bassi, fra quelli più bassi praticati nel mondo all’inizio degli anni 2000. La Cina, aprendosi ai capitalisti occidentali e mettendo a loro disposizione la potenza di uno stato fortemente centralizzato, ha attirato capitali occidentali e giapponesi investendoli in fabbriche che avrebbero prodotto per conto dei trust di quei paesi. I dirigenti cinesi hanno fatto sorgere dal nulla intere zone industriali in zone franche inizialmente situate sulla costa est tra Pechino, Shanghai, Shenzhen e Hong Kong. Lì hanno venduto, per meglio dire svenduto, la manodopera cinese.

Lo schema degli scambi commerciali, sempre attuale per l’essenziale, è il seguente: le fabbriche cinesi, tra le mani di subappaltatori cinesi o stranieri, importano le materie prime e i componenti, li assemblano per conto di Apple, Honda, Nike o di qualsiasi altro gruppo per cui la manodopera rappresenta un elemento importante del costo di produzione delle merci. E le merci, proprietà delle multinazionali, sono poi riesportate verso il mercato mondiale.

Ciò fu, sin dall’inizio, pienamente proficuo per le società occidentali. La forza lavoro cinese sembrava innumerevole, con colossali eserciti di riserva nelle campagne, il che induceva i capitalisti ad ipotizzare che i salari in Cina sarebbero rimasti bassissimi ben più a lungo che in Corea del Sud o in Taiwan, dove lo sviluppo industriale aveva rapidamente esaurito le riserve di lavoratori. In Cina, c’era inoltre il regime, con la polizia, l’esercito e il sindacato unico agli ordini del potere, che si incaricava del mantenimento dell’ordine creando nel contempo l’ambiente adatto a permettere alle imprese occidentali di trovare buone condizioni di sfruttamento e di fare profitti. Così la Cina superò il Giappone in termini di beni esportati nel 2004, poi gli Stati Uniti nel 2007 e, infine, la Germania nel 2009, diventando così il primo esportatore mondiale. Nel 2000, la quota della Cina nel commercio mondiale era sotto il 4%. Nel 2014, era del 12 %.

I dirigenti cinesi e uno strato di alcune decine di milioni di nuovi piccoli o grandi borghesi cinesi ne approfittarono al volo per arricchirsi con le bustarelle o con gli incarichi ottenuti ai vertici delle fabbriche, ricevendo così le briciole, e qualche volta le grandi briciole, dello sfruttamento dei lavoratori cinesi, uno sfruttamento la maggior parte del quale torna sempre a beneficio dei trust dei paesi imperialisti.

La crisi finanziaria e la politica d’investimenti

Fu la crisi finanziaria mondiale del 2008 a cambiare la situazione. La recessione toccò tutto il pianeta, e con essa un calo del consumo di manufatti che fu un vero problema per l’economia cinese. Di fronte agli effetti della crisi, il regime decise, sin dal 2008, piani di rilancio economico simili a quelli allora varati negli Stati Uniti. Il regime decise di sviluppare in maniera massiccia le infrastrutture del paese al fine di sostenere i profitti della nuova borghesia, ma anche per incoraggiare i capitalisti occidentali ad investire i propri capitali nel paese. Migliaia di miliardi di dollari furono spesi per costruire ferrovie, aeroporti, zone industriali del tutto nuove, ma anche teatri e musei. Miliardi furono iniettati nella costruzione navale, nel fotovoltaico, nel carbone, nell’acciaio, nel cemento... Tutti questi investimenti svilupparono le capacità di produzione cinesi, al punto che molto rapidamente, già a partire dal 2013, era ovvio che, in realtà, queste capacità superavano, e di molto, le necessità.

Il settore immobiliare fu il primo settore a segnare il passo. Per settore immobiliare s’intende da un lato la speculazione e l’ascesa dei prezzi nelle grandi città come Pechino e Shanghai, dall’altro interi quartieri fantasma in numerose città piccole o medie, dove gli enti locali fecero uscire dal nulla milioni di case e tutta l’infrastruttura che ne consegue. Queste case, in mancanza di acquirenti, sono sempre in gran parte vuote. Tuttavia, non è solo nel settore immobiliare o nell’edilizia che si può parlare di sovrainvestimento. Nel 2015 Il Financial Times stimava che la metà degli investimenti promossi dallo stato e dagli enti locali dal 2008 in poi, cioè 6800 miliardi di dollari, erano stati spesi in opere che, in seguito, si sono rivelate inutili. Tali cifre sono certamente discutibili, ma è altrettanto indubbio che tutto questo denaro profuso non è stato perso per tutti. Esso ha fatto la fortuna di molti imprenditori immobiliari, di padroni del settore edilizio, ma anche di industriali occidentali e di produttori di materie prime come il ferro, il petrolio ed i generi alimentari importate in massa per anni. Dopo il 2008, il paese era il nuovo Eldorado dei capitalisti occidentali, il posto dove bisognava esserci per vendere aerei, metropolitane, aeroporti, macchinari. Il piano di rilancio, dunque, non arricchì soltanto gli strati dirigenti ed abbienti cinesi. Tutta la borghesia mondiale ne approfittò, tanto che la Cina era allora considerata come uno dei pochi motori della crescita mondiale.

Il debito cinese e le sue conseguenze

È evidente che, dopo le esportazioni, la politica d’investimenti massicci nelle infrastrutture si è fermata a sua volta. Ciò per un motivo essenziale: il suo finanziamento. All’inizio questa politica è stata finanziata, in parte, a spese dei contadini. In Cina sono gli enti locali a decidere gran parte degli investimenti in infrastrutture. Le loro risorse principali derivano in realtà dalla vendita di terreni agli imprenditori immobiliari o agli industriali, terreni che gli enti locali hanno il diritto di strappare ai contadini che li coltivano. Secondo un’università cinese, a partire dal 1990 il 16% delle famiglie ha dovuto lasciare le proprie terre su disposizione delle autorità, cioè circa 200 milioni di persone. È così che i governi locali riescono a finanziarsi, come è così che la borghesia cinese e la borghesia mondiale si sono arricchite.

Tuttavia, ciò ha rappresentato solo una parte delle somme necessarie. Per il resto, il regime ha trovato le finanze per gli investimenti nelle infrastrutture mediante il debito. Dal 2003 al 2008, il debito cinese è rimasto relativamente stabile, attorno al 150% del PIL se si sommano debito pubblico e debito privato. Poi, dal 2009, il debito è letteralmente esploso, per raggiungere l’anno scorso il 260% del PIL, e non c’è alcuna ragione di pensare che ciò finirà. Così, dopo i guasti provocati dall’economia mondiale nel 2008, anche la Cina ha fatto funzionare quel meccanismo del credito che oggi fa acqua da tutte le parti. Un articolo del giornale Les Echos (“il debito obbligazionario esplode in Cina” - 11 maggio 2016) afferma che, negli ultimi dodici mesi, gli interessi da rimborsare, presi nel loro insieme, sono più che raddoppiati. Il numero di imprese, di imprenditori immobiliari e anche di città intere incapaci di rimborsare i prestiti, è in crescita continua. E se i maggiori debitori sono salvati dallo stato, va detto che un trasferimento del debito non lo annulla.

Verso un’economia di servizi?

Oggi, il regime cerca una soluzione. Le esportazioni non aumentano più, tendono anzi a diminuire come è accaduto negli otto degli ultimi nove mesi. Inoltre, come si è visto, gli investimenti nelle infrastrutture non offrono più le stesse garanzie di prima. Per questo motivo il regime parla ora di orientare l’economia cinese verso i servizi ed i consumi interni e sogna, con i capitalisti di tutti i paesi, di trasformare le centinaia di milioni di cinesi in un nuovo e gigantesco mercato. Ciò, tuttavia, è più facile a dirsi che a farsi. Nel frattempo, si ricorre alle vecchie ricette. Quest’anno il regime cinese ha svalutato più volte la sua moneta al fine di sostenere le esportazioni, renderle un po’ più vantaggiose e rispondere così alla (piccola) concorrenza di Vietnam e Cambogia. Questa politica significa far pagare i consumatori cinesi aumentando i prezzi delle merci importate. Il regime, inoltre, nel mese di marzo ha annunciato a favore delle imprese, oltre a sgravi fiscali destinati a riassicurare i capitalisti cinesi e stranieri per quanto riguarda i loro profitti, una nuova ondata di investimenti nelle infrastrutture: 300 miliardi di euro supplementari nelle ferrovie e nella rete stradale saranno finanziati dal prestito statale.

Così, il governo e la borghesia cinese fanno pagare il rallentamento economico innanzitutto alla classe operaia.

Il proletariato cinese

Se è vero che è difficile prevedere le conseguenze politiche del rallentamento economico della Cina, resta il fatto che negli anni in cui il paese è diventato l’officina del mondo, si è sviluppato un importante proletariato, uno dei più numerosi del mondo. L’immenso popolo contadino di questo paese si è proletarizzato. Spesso, nelle campagne, rimangono solo gli anziani. I loro figli sono emigrati verso le zone urbane. 274 milioni di cinesi sono diventati lavoratori migranti, i “mingong”. Sono coloro che, insieme alle altre centinaia di milioni di operai e di proletari delle città, hanno costruito la Cina moderna che si vuole mostrare a Shanghai o a Pechino e hanno assicurato la fortuna della borghesia cinese e degli strati dirigenti dell’apparato di stato. I lavoratori migranti sono cinesi di seconda o di terza categoria, i più sfruttati. Rappresentano un terzo della popolazione attiva e costituiscono la maggior parte degli operai dell’edilizia e dell’industria, in particolare nelle imprese private o semiprivate. I due terzi di loro non hanno neppure contratti di lavoro. Vincolati da una sorta di passaporto interno, l’hukou, che li lega in modo ereditario alla loro provincia d’origine, spesso non hanno diritto a nulla nelle città in cui lavorano, a nessun servizio pubblico, nessuna scuola pubblica, nessuna sanità pubblica. I loro salari sono inferiori alla media, ma quelli reali sono ancora più bassi, poiché devono servire a pagare tutto. Ciò significa che lo stato, pieno di debiti, non è pronto a sopprimere questa segregazione sociale, tanto gli costerebbe.

La popolazione attiva cinese è, nel complesso, di circa 800 milioni di persone. Nelle fabbriche propriamente dette ci sono più di 100 milioni di operai. Decine di milioni di operai lavorano nelle miniere, altre decine di milioni nell’edilizia. Un centinaio di milioni di lavoratori sono impiegati nel commercio. Infine, decine di milioni fanno piccoli lavori e vivono alla giornata. Tutto ciò disegna una classe operaia moderna, giovane e dinamica, che in questi anni non ha mancato di lottare.

Gli scioperi

Lo sciopero fa parte ormai delle armi a cui ricorrono i lavoratori cinesi, un’arma che hanno sperimentato nella lotta per migliorare salari, condizioni di lavoro, pensioni. La questione dei salari e della previdenza sociale è centrale poiché, in questo paese, sono le imprese in cui si lavora a dover alimentare i fondi che saranno distribuiti sotto forma di pensioni. Non c’è un fondo comune. In Cina, generalmente, un lavoratore è sfruttato nelle fabbriche propriamente dette fino all’età di 40 anni. Dopo, è considerato troppo vecchio, non abbastanza abile, e deve spesso accontentarsi di un lavoro meno pagato nell’edilizia o nel commercio. È il denaro salvato tra i 20 e i 40 anni di età che permette in seguito di far fronte, con difficoltà, ai rischi della vita, di compensare i salari più bassi e le misere pensioni. La lotta per i salari è dunque vitale.

I salari operai cinesi oggi si aggirano intorno ai 400 dollari mensili. Se è vero che essi sono superiori a quelli praticati in Vietnam o in Cambogia, restano però ben al di sotto di quelli di Taiwan, del Giappone e dei paesi occidentali. La Cina rimane un paese dai bassi salari. Bisogna tuttavia notare che gli operai cinesi sono riusciti, malgrado tutto, ad imporre che il salario minimo fosse raddoppiato in numerose città tra il 2008 ed il 2014, e che in dieci anni il salario medio fosse più che triplicato. Sono aumenti che occorre certamente relativizzare considerando l’inflazione ed in particolare l’aumento dei prezzi nel settore immobiliare. Tuttavia, sono aumenti di salario ottenuti con gli scioperi.

In materia, la stampa cinese ufficiale riporta soprattutto notizie degli scioperi nelle imprese straniere, che danno però un’idea del clima generale. Nell’estate 2010, a Fochan, uno sciopero nella fabbrica della giapponese Honda paralizzò tutti gli stabilimenti cinesi del gruppo per la mancanza di pezzi di ricambio. La direzione di Honda accettò un aumento del 50% dei salari, che passarono da 1600 a 2400 yuan al mese (cioè da 200 a 300 euro all’epoca). Per quanto è dato sapere, il contagio si estese allora nel paese. Nella città di Dalian, nella provincia del Liaoning, vicino alla Corea, 70000 operai distribuiti in 73 imprese distinte scioperarono nei mesi successivi. Nel 2014, un’altra serie di scioperi scosse la Cina, di cui il più conosciuto si svolse in primavera a Dongguan, uno dei principali centri industriali cinesi situato vicino a Hong Kong. 40000 lavoratori della Yue Yuen, il più grande produttore mondiale di scarpe (un paio di scarpe su cinque venduti nel mondo) e subappaltatore di Nike, Adidas e Asics, cessarono il lavoro per esigere una migliore previdenza sociale.

Negli ultimi quindici anni, la gioventù operaia cinese ha dunque dimostrato che non era sfruttabile a piacimento. Ecco cosa dice in proposito un padrone cinese: “i giovani nati dopo il 1990 sono molto difficili da gestire. Cambiano lavoro appena ne trovano uno migliore e comunicano molto rapidamente tramite le reti sociali per informarsi delle opportunità meglio pagate. Non vogliono trascorrere dalle otto alle dieci ore al giorno al lavoro, mentre nel 2000 si poteva facilmente arrivare alle 14 ore quotidiane” (Da Gabriel Grésillon, Chine, le grand bond dans le brouillard, Stock editore - 2015). I padroni si lamentano di non potere più sfruttare i lavoratori cinesi come una volta!

La classe operaia cinese di fronte al rallentamento dell’economia

La fine dell’anno 2015 è stata anch’essa caratterizzata, a quanto pare, da una nuova serie di scioperi. Secondo l’associazione China Labour Bulletin, con sede a Hong Kong, che censisce gli scioperi segnalati dalle reti sociali, tra il dicembre ed il gennaio scorsi, prima delle feste del Capodanno cinese, si sono svolti scioperi tre volte più numerosi della media dell’anno precedente. Questa volta, il motivo più frequente non consisteva negli aumenti di salario. Sui 503 conflitti censiti a gennaio, 439 riguardavano il pagamento di arretrati di salario o la lotta contro una diminuzione del salario, sintomatici del rallentamento dell’economia e dell’indebitamento delle imprese.

Per la classe operaia, buona parte della minaccia proviene dal governo cinese, che ha apertamente annunciato un piano di guerra sociale contro i lavoratori, in primo luogo nei settori considerati in eccesso di capacità produttiva o fortemente indebitati. La Cina si prepara così ad eliminare milioni di posti di lavoro in quelle che i cinesi chiamano aziende zombi, imprese di stato che reggono solo mediante il credito. Ciò riguarderebbe 1,8 milioni di posti nel settore minerario e nella siderurgia nei prossimi cinque anni. Nel carbone, si è già sentito parlare dei lavoratori della Longmay che, in molte centinaia, hanno manifestato e scioperato nel marzo scorso a Shuangyashan per protestare contro gli arretrati di salario. Alla Longmay sono 250000 i lavoratori occupati e 100000 i licenziamenti programmati. Anche nei cantieri navali e nella produzione di cemento ci si può aspettare la soppressione di centinaia di migliaia di posti di lavoro, in particolare nelle imprese statali. La soppressione di posti di lavoro nell’edilizia sarà attuata, o forse lo è già, senza grandi decisioni statali, poiché il settore è nelle mani di molti capitalisti indipendenti. E, come avviene nelle fabbriche la cui produzione è in calo in questi mesi, i lavoratori migranti, coloro che non hanno nemmeno un contratto di lavoro, saranno licenziati per primi.

Nell’immediato futuro, i lavoratori cinesi dovranno quindi lottare per difendere la propria condizione, come già fanno per ottenere il pagamento degli arretrati di salario. E forse questo nuovo periodo agitato è preparato proprio dal potere, che si radicalizza e si identifica sempre più nella persona del suo leader Xi Jinping. In Cina, il PC è il partito unico e dirigente, il partito che concentra al suo interno tutti coloro che si sono arricchiti in questi anni. Nel 2015, secondo le cifre pubblicate da un giornale locale, più di un terzo dei primi cento patrimoni della Cina si trovavano sia nel parlamento, sia nell’assemblea politica consultiva nazionale. La ricchezza accumulata da queste 36 persone equivaleva a 1200 miliardi di yuan (190 miliardi di dollari), cioè più del prodotto interno lordo del Vietnam. Nel complesso, il 30% dei primi mille patrimoni cinesi occuperebbero una posizione ufficiale, ed i dirigenti del partito e dello stato sono fra i primi favoriti.

Il leader attuale Xi Jinping è un “principe rosso” il cui patrimonio di quasi 400 milioni di dollari trova riparo in alcuni paradisi fiscali. Ciò fa capire che la lotta contro la corruzione intrapresa da costui da quando è al potere costituisce innanzitutto l’occasione per imporre il potere del suo clan. Xi Jinping, d’altra parte, si è messo ad accumulare funzione su funzione, occupando tutti gli spazi al vertice dell’apparato di stato, nel campo economico e in quello militare. Tutto si svolge in effetti come se Xi Jinping facesse il vuoto attorno a sé, eliminando ogni opposizione possibile e qualsiasi gruppo che potrebbe emergere ed avere la tentazione di imporsi e di sostituirlo, tutto ciò in un periodo che potrebbe diventare politicamente agitato.

Le contraddizioni di classi che dilaniano questo paese spingeranno inevitabilmente gli operai cinesi alla lotta. Non si può prevedere come andranno le cose, ma è possibile che sia precisamente il capovolgimento della situazione economica in Cina, con tutte le conseguenze catastrofiche che ne deriveranno per una classe operaia giovane e numerosa, a spingere quest’ultima verso lotte ben più ampie delle lotte operaie dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento. In tal caso sarà fondamentale che il proletariato della Cina si ricolleghi al passato, cioè all’esperienza dei suoi fratelli di classe d’Inghilterra, Francia, Germania e Russia. Esso dovrà inoltre acquisire la coscienza politica indispensabile per contendere il potere alla borghesia e darsi il partito in grado di incarnare tale coscienza.

Questo partito dovrebbe anche cercare di far rivivere nelle coscienze le esperienze rivoluzionarie che hanno vissuto gli operai cinesi, come quella degli anni tra il 1925 e il 1927. La giovane classe operaia, ancora molto minoritaria, alla fine venne schiacciata. Pagò a un caro prezzo il codismo del giovanissimo partito comunista cinese nei confronti dei nazionalisti borghesi del Kuomintang, che furono temporaneamente alleati contro gli imperialisti occidentali e i signori feudali e poi diventarono carnefici. Per far sì che in futuro queste esperienze possano servire, ci vorranno militanti che se ne approprino e trovino i mezzi per farle vivere all’interno di una classe oggi forte di centinaia di milioni di operai.

La società capitalistica ha in sé le forze che la distruggeranno e, presto o tardi, ciò accadrà. Il ricollegarsi all’esperienza del passato e il ritrovare la propria coscienza di classe potrebbero però risparmiare molti errori al proletariato.

19 giugno 2016


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