Internazionale
Francia

Legge lavoro, le lezioni di quattro mesi di lotta

Da Lutte de classe n°177 – Luglio – agosto 2016

* * * * * * * * * * * *

La mobilitazione contro la legge El Khomri, la cosiddetta legge lavoro, ha dato concretezza al risveglio della combattività collettiva del mondo del lavoro.

Questo progetto di legge ha fatto reagire una parte significativa dei lavoratori. È stato la scintilla, la provocazione di troppo. La reazione ha espresso il malcontento accumulato dalle numerosissime misure antioperaie prese dal governo socialista e rimaste senza risposta.

Nonostante il comportamento delle confederazioni sindacali, soprattutto la CGT, che in alcuni momenti hanno messo l’accento sulle rivendicazioni specifiche di alcuni settori in lotta, a cominciare dalle ferrovie, e in altri momenti sull’obiettivo del ritiro della legge lavoro, si tratta di fatto di un movimento globale. I vari settori in lotta, che si siano succeduti o che abbiano trovato una convergenza, si sono influenzati l’un l’altro.

Dopo anni la classe operaia ha rotto il silenzio dinanzi agli attacchi subiti dal mondo del lavoro ad opera del padronato e del governo.

Tre mesi e mezzo di mobilitazione

La principale caratteristica del movimento è stata la sua durata. Non è mai stato esplosivo e non ha mai coinvolto tutta la classe lavoratrice. Molti lavoratori, in particolare quelli delle grandi imprese private, sebbene abbiano scioperato o manifestato, hanno sempre rappresentato una piccola minoranza degli organici. D’altra parte, la durata del movimento ha permesso a varie categorie della classe operaia di entrare in azione, a volte direttamente contro la legge lavoro, a volte con rivendicazioni specifiche contro sue applicazioni locali.

All’inizio, il movimento è stato segnato dalla presenza di categorie sociali come la gioventù studentesca, studenti delle scuole superiori e dei licei, o come una frazione dell’intellighenzia, entrambe arrabbiate nei confronti della politica governativa. Le loro iniziative hanno svolto un ruolo di trascinamento. Una delle prime espressioni in tal senso è stata la petizione “legge lavoro, no grazie!” lanciata a febbraio da una vecchia militante del PS, Caroline de Haas, e firmata da oltre un milione e trecentomila persone.

Le iniziative promosse da un certo numero di intellettuali, come l’occupazione di Piazza della Repubblica a Parigi da parte di “Nuit debout” (La notte in piedi) a partire dal 31 marzo e imitata in varie altre città, hanno inizialmente occultato la mobilitazione crescente del mondo del lavoro. Ma, col tempo, il movimento è apparso sempre più per ciò che era: l’espressione della rabbia del mondo operaio.

La durata del movimento ha inoltre permesso di trascinare, simultaneamente o in successione, vari settori della classe operaia. Alcuni, come i ferrovieri, sono stati presenti durante tutto il movimento, benché lo sciopero rinnovabile ad oltranza sia stato dichiarato soltanto dal 18 maggio da SUD e FO e il 1° giugno dalla CGT. Altri, come i lavoratori delle raffinerie, dei trasporti di carburanti, gli spazzini, i lavoratori degli inceneritori dei rifiuti, sono invece entrati nella mobilitazione dopo più di due mesi dal suo l’inizio.

Il movimento ha coinvolto lavoratori di imprese medie e piccole. Per molti di loro era il primo a cui partecipavano. Un certo numero di giovani del mondo operaio ha fatto la prima esperienza di sciopero e di manifestazione.

In tutti i settori interessati, coloro che hanno partecipato al movimento hanno costituito una minoranza. Nel contempo, essi non sono stati mai respinti dai loro compagni di lavoro. Anzi, all’apice della mobilitazione, secondo i sondaggi, dal 60 al 70% delle persone interrogate approvava il movimento. In poche parole, ciò significa che la quasi totalità dei lavoratori lo sosteneva, pur non partecipandovi.

Questa simpatia generale del mondo del lavoro è stata un punto d’appoggio per il movimento pur indicandone, allo stesso tempo, i limiti. I lavoratori mobilitati hanno beneficiato di un sostegno morale del resto della classe operaia, della sua approvazione, ma non della sua partecipazione attiva. Tutto si è svolto come se la maggioranza dei lavoratori partecipasse al movimento per delega.

La politica delle confederazioni sindacali

All’annuncio del progetto di legge El Khomri, tutte le confederazioni sindacali ne hanno preso le distanze, ma nessuna ne ha chiesto il ritiro. Questo periodo di incertezza, tuttavia, ha rapidamente lasciato posto ad una rottura tra l’atteggiamento della CFDT da un lato, e quello di CGT, FO, Solidaires ed FSU dall’altro, in compagnia, per quanto riguarda la gioventù studentesca da UNEF, UNL e FIDL.

La CFDT ha rapidamente scelto di abbandonare il movimento e di opporvisi, col pretesto di aver ottenuto alcuni ritocchi al progetto di legge. Essa si è fatta garante ed anche portavoce del governo. A tal punto da affermare, per il tramite del suo segretario nazionale Laurent Berger, che “ritirare la legge sarebbe inaccettabile” proprio quando il ritiro puro e semplice era diventato l’obiettivo di tutte le manifestazioni e degli scioperi. E lo stesso Berger aggiungeva che il ritiro della legge “sarebbe un duro colpo per i lavoratori poiché perderebbero il vantaggio dei nuovi diritti riconosciuti dal testo” (Le Parisien, 25 maggio).

CGT, FO, Solidaires e FSU hanno fatto la scelta opposta. L’intersindacale di queste organizzazioni ha assunto la direzione del movimento fino alla fine. Le successive giornate d’azione e di manifestazione di cui sono state promotrici hanno innegabilmente strutturato il movimento.

La CGT, con il numero dei suoi militanti sul campo, con la sua influenza dominante nella classe operaia, è apparsa nel corso del movimento e durante la prova di forza con il governo come l’elemento determinante del confronto.

La scelta della direzione confederale di assumere questo ruolo si era delineato già in occasione del congresso confederale svoltosi dal 18 al 22 marzo a Marsiglia, in cui i toni erano diventati più energici di prima. Si era parlato, se non di sciopero generale, almeno di sciopero prolungabile ad oltranza.

Quanto contava, nelle scelte della direzione confederale CGT, il ruolo delle lotte di correnti e di clan per consolidare la posizione del segretario generale Philippe Martinez, insediato di recente dopo il penoso episodio della dirigenza Thierry Lepaon? La risposta a questa domanda sarebbe puramente aneddotica se si limitasse a vedere un gioco tattico tra queste correnti. La scelta del gruppo Martinez è stata in ogni caso la prova che la base militante della CGT ne aveva abbastanza di rimanere armi in resta così come era stata condannata a fare da quando la sinistra era arrivata al potere.

In sostanza, quando la direzione della CGT ha aperto le porte, la base si è precipitata, tra cui numerosi quadri. Una parte l’ha fatto con entusiasmo. L’altra con il DNA degli apparati riformisti: la mancanza di fiducia nei confronti dei lavoratori per paura che il movimento gli sfuggisse di mano, anche se ciò era da escludere vista la sua dinamica.

Ne sono derivati atteggiamenti spesso ambigui e contraddittori, ad esempio una sfiducia atavica per le assemblee generali e per tutto ciò che poteva favorire l’espressione autonoma dei lavoratori in lotta. E lo stesso movimento non ha avuto la potenza necessaria per imporre la sua dinamica agli apparati sindacali, poiché questi ultimi hanno mantenuto il controllo durante tutta la mobilitazione.

Occorre anche ricordare che la direzione della CGT, fatta la sua scelta, ad eccezione delle ferrovie che la federazione CGT presentava inizialmente come un caso particolare, ha avuto una tattica adeguata al movimento. Le manifestazioni periodiche, annunciate in anticipo in modo che ciascuna preparasse quella successiva, hanno strutturato il movimento, gli hanno permesso di durare e di allargarsi, anche perché permettevano in vari momenti a questa o quella categoria di lavoratori di entrare nell’azione.

Abbiamo avuto occasione di dire, in particolare nel numero precedente di Lutte de classe, che la politica assunta dalla direzione della CGT a partire dal mese di marzo costituisce una critica non dichiarata alla sua politica precedente. La CGT ha dimostrato la sua capacità di mobilitazione. Ciò lascia immaginare come un atteggiamento più combattivo ed una giusta politica della CGT, fin dal ritorno al potere della sinistra nel 2012, avrebbero potuto contribuire a ridare fiducia alla massa dei lavoratori. Tale politica avrebbe potuto accelerare la presa di coscienza di ciò che oggi è evidente: non solo il governo socialista non è un alleato dei lavoratori nella battaglia contro il grande padronato, ma è lo strumento dell’offensiva di quest’ultimo.

Nessuno può ovviamente affermare che, se questa preparazione morale e politica fosse stata fatta, ci sarebbe stata una partecipazione più massiccia e più potente della massa dei lavoratori al movimento contro la legge lavoro. È però innegabile che non si riconquista facilmente quanto è stato perso negli anni in cui le direzioni sindacali restavano silenziose dinanzi agli attacchi del governo perché si dichiarava di sinistra. Ciò è da avere ben presente nelle future discussioni con militanti che potrebbero uscire demoralizzati dalla mobilitazione contro la legge El Khomri o rimproverare ai lavoratori, in particolare a quelli delle grandi imprese private, di non avervi partecipato con più determinazione.

La CGT ha potuto assumere la direzione del movimento fino alla fine della prova di forza con il governo, in primo luogo perché non temeva di essere scavalcata dalla base. In effetti, la politica che essa proponeva corrispondeva al movimento stesso e al livello della mobilitazione.

Questa scelta, però, è anche l’espressione di una rottura con il governo. In fondo, il motivo è semplice. La CGT non ci tiene ad essere coinvolta nella sconfitta del governo e nel discredito che esso subisce nel mondo del lavoro.

Non si può prescindere dalla concorrenza tra le confederazioni sindacali, soprattutto in vista delle elezioni professionali nelle imprese più piccole (TPE) che si svolgeranno nel novembre 2016.

La direzione della CFDT ha fatto la scelta di puntare, nell’ambito di questa concorrenza, su una classe operaia rassegnata. Come ha detto Laurent Berger nell’intervista già citata “scommetto sull’intelligenza collettiva che consiste nel costruire compromessi equilibrati”! Ma raccomandare l’equilibrio durante un confronto tra il governo che voleva far passare un’ulteriore legge antioperaia ed i lavoratori che la respingevano, significava schierarsi dalla parte del governo.

La CGT, nell’assumere la posizione opposta, non è di certo diventata rivoluzionaria. I suoi interessi d’apparato le imponevano, tuttavia, di andare fino in fondo nella prova di forza con un governo screditato e a cui non aveva più alcun motivo di legare la propria sorte.

Bisogna ricordare che la posizione della CGT si discosta nettamente rispetto a quella della CFDT, ma non in rapporto a tutto un settore del campo di sinistra deluso da Hollande. Buona parte dei militanti e dei quadri della CGT è influenzata politicamente dal PCF e, più in generale, dal Fronte di sinistra. L’uno e l’altro, pur avendo contribuito alla vittoria elettorale di Hollande e del PS, ne hanno preso le distanze nel corso degli anni.

La scelta della direzione della CGT e, in gran parte, quella della direzione di FO riflettono a modo loro una certa rottura, anche in seno a quel “popolo di sinistra” tanto spesso invocato dal PCF.

Il futuro dirà se questa politica favorirà, oppure no, la CGT nella concorrenza elettorale con la CFDT. È però innegabile che sia la sua scelta, sia il fatto di mantenerla per oltre tre mesi di scontro corrispondevano agli interessi dei lavoratori e del movimento di contestazione.

Tuttavia, un altro fattore non trascurabile ha facilitato la scelta della CGT. Il governo, nel fare della CGT il suo avversario per così dire unico, ha cercato di isolarla. La manovra non è riuscita. FO in particolare e Solidaires, come pure la FSU, sono rimaste a fianco della CGT nel corso del movimento. E, nel contesto in cui la grande maggioranza del mondo del lavoro respingeva la legge lavoro, è stata la CFDT, fiancheggiata solo dalla CFTC, ad apparire isolata nel suo sostegno alla politica governativa.

Le lezioni del movimento

Occorre avere sempre in mente che il movimento, le manifestazioni, gli scioperi hanno fatto sì che decine, centinaia di migliaia di lavoratori si sono posti molte domande che prima non si facevano. È nei movimenti, qualunque ne siano i limiti, che la massa dei lavoratori è portata a cercare soluzioni a tutta una serie di problemi.

È nelle lotte che possono giudicare la politica degli uni e degli altri, che possono prendere coscienza di chi è dalla loro parte e chi è contro di loro, e anche valutare la condotta del movimento.

Coloro che hanno lottato, ma anche tutti coloro che, solidali, hanno seguito la prova di forza tra i lavoratori ed il governo, hanno molto appreso da questo movimento. Si sono scontrati con le menzogne e poi, durante la lotta, con l’odio antioperaio di questo governo che si pretende socialista. Essi hanno potuto constatare come funziona la democrazia borghese. Mentre questa legge lavoro è respinta dalla maggioranza della popolazione e dalla schiacciante maggioranza dei lavoratori salariati destinati ad esserne le vittime, hanno visto come il governo, utilizzando l’articolo 49-3 della costituzione, ha potuto imporre, anche alla sua stessa maggioranza parlamentare, una legge dettata dal grande padronato.

Quei lavoratori hanno visto il governo ricorrere a tutti gli argomenti per imporre la sua legge filopadronale contro la volontà dei lavoratori: dall’appello alla solidarietà con le vittime delle inondazioni all’evocazione dell’immagine del paese che sarebbe danneggiata a livello internazionale e agli europei di calcio. Ministri e media hanno versato fiumi di calunnie sui sindacati che hanno partecipato al movimento, prendendo particolarmente di mira la CGT, ma bersagliando in realtà tutti quelli che, iscritti o no ad un sindacato, contestavano la politica del potere.

Essi hanno visto il governo servirsi dei danni causati da alcune centinaia di “casseurs” ai margini delle manifestazioni per passare sotto silenzio le ragioni per cui centinaia di migliaia di lavoratori hanno partecipato, per tre mesi, ad una manifestazione dopo l’altra.

Hanno visto un primo ministro che si dichiara socialista minacciare di proibire una manifestazione sindacale, ciò che nessun governo, anche di destra, aveva fatto dall’epoca della guerra d’Algeria. Il suo ridicolo attacco d’autoritarismo si è concluso in un nonnulla, con la proposta di racchiudere i dimostranti parigini del 23 giugno in una sfilata circondata da poliziotti e CRS (forza di polizia per la sicurezza nazionale).

Sì, i lavoratori che sono insorti contro la legge El Khomri hanno visto mettersi contro di loro ministri e dirigenti politici del PS con il sostegno ed i rilanci dei dirigenti della destra. Hanno visto dispiegarsi contro di loro tutta quella macchina per formare l’opinione pubblica costituita dalle grandi reti televisive e dalla grande stampa, dalle proprietà di Dassault e dei suoi simili. È una grande lezione politica, e non sarà dimenticata.

Lo sviluppo della mobilitazione stessa racchiude molte altre lezioni politiche

La gioventù studentesca come pure l’occupazione di piazze pubbliche hanno innegabilmente avuto un ruolo all’inizio. Riflesso di questo ruolo: i piccoli borghesi più o meno intellettuali di Nuit debout affermavano la loro pretesa di attrarre i lavoratori verso di loro e si ponevano, in un certo qual modo, come embrione di direzione del movimento.

Questa fase è stata rapidamente superata da quando i lavoratori hanno costituito il grosso delle truppe delle manifestazioni e CGT e FO hanno assunto il proprio ruolo.

Tuttavia, per un certo periodo, i media hanno continuato ad avere occhi solo per ciò che avveniva in piazza della Repubblica a Parigi o in altre di alcune città, sotto lo sguardo compiaciuto e tollerante del governo.

Nell’ambito di Nuit debout, si svolgevano astrusi dibattiti sul modo di moderare il capitalismo, sul fascino dell’apoliticità o dell’“orizzontalità” da opporre alla “verticalità” del potere. Ciò ha soltanto dimostrato che questa frazione della piccola borghesia intellettuale che ha avuto il merito di mobilitarsi contro il governo non aveva alcuna politica ed ancor meno prospettive da proporre ai lavoratori.

Quanto ai comunisti rivoluzionari, questi dovevano far leva sulla presa di coscienza dei lavoratori coinvolti nel movimento per farla avanzare il più possibile, senza proporre al movimento un altro obiettivo che non fosse il ritiro della legge lavoro, rivendicazione che corrispondeva alla volontà dei lavoratori mobilitati e che era stata fatta propria dalla direzione sindacale.

I comunisti rivoluzionari dovevano fare in modo che la partecipazione dei lavoratori fosse la più attiva e la più cosciente possibile.

Dietro i freddi numeri della partecipazione alle manifestazioni o agli scioperi, c’è la realtà di migliaia, di decine di migliaia di lavoratori. Si tratta, in gran parte, di militanti del mondo del lavoro allontanati dall’attività per le delusioni nei confronti del governo socialista, ma che, grazie al movimento, hanno ritrovato la speranza e, soprattutto, la volontà di agire.

Ma ne ce ne sono anche migliaia di altri, giovani in particolare, che hanno conosciuto in tutta la loro vita attiva solo il peso dello sfruttamento e la precarietà. L’immagine che essi avevano del mondo in generale, e delle relazioni sociali in particolare, era quella di cui erano imbevuti dai mass media, dalle loro manipolazioni per far passare continuamente la visione del mondo corrispondente agli interessi della borghesia. E, soprattutto, quella fondamentale manipolazione di classe che consiste nell’imporre l’idea che spetta ai potenti del mondo, alla classe capitalistica decidere, ed ai lavoratori tocca subire.

Ebbene, il semplice fatto di provare ad agire collettivamente ha mostrato che i lavoratori ne erano capaci. È partendo da questa consapevolezza che tutto diventa possibile.

Occorre, ad ogni tappa, comprendere la dinamica del movimento, a che punto esso sia, quali le sue possibilità e renderne coscienti i lavoratori, non soltanto in funzione del movimento presente ma anche dei movimenti futuri.

Facciamo l’esempio dei blocchi. Nel caso del movimento presente, in cui la maggioranza dei lavoratori non partecipa attivamente, sembra più efficace bloccare un incrocio o l’ingresso di una fabbrica piuttosto che coinvolgere nella lotta i lavoratori della zona. Un militante stalinista o riformista, indotto ad azioni spettacolari decise dall’alto, è rafforzato nelle sue convinzioni dall’esempio dei blocchi di raffinerie riusciti che mirano ad impedire l’approvvigionamento di carburanti.

In un editoriale dei bollettini d’impresa Lutte ouvrière abbiamo evidenziato i limiti dei blocchi. “I poliziotti possono infatti far sgomberare alcune centinaia di dimostranti che bloccano una raffineria o una ferrovia, ma non possono sostituire i lavoratori in sciopero di quella raffineria, né improvvisarsi macchinisti dei treni, controllori o piloti di aerei. Esse non possono sostituire gli operai nelle catene di montaggio, gli impiegati, i tecnici o gli ingegneri, tutti elementi indispensabili per far funzionare le imprese” (30 maggio).

I blocchi hanno fatto e fanno parte del movimento così com’è. Non si tratta di rifiutarli. Occorre però essere coscienti dei loro limiti. Non sempre è possibile fare ciò che è giusto e necessario. Ma è sempre possibile spiegare, convincere, far comprendere, contribuire ad elevare la coscienza dei lavoratori.

Per quanto possa essere embrionale, la presa di coscienza del mondo del lavoro dopo quasi quattro mesi di movimento è infinitamente più importante di ciò che diventerà la legge lavoro dopo il suo passaggio al Senato, di quali saranno le modifiche ed i tagli maldestri che questa subirà da ogni parte. È infinitamente più importante delle sceneggiate parlamentari sull’utilizzo o meno dell’articolo 49-3. È infinitamente ancora più importante dell’esasperazione della concorrenza tra i vari clan della sinistra che hanno, tutti, contribuito a far eleggere Hollande nel 2012 e che oggi cercano di salvare la loro carriera, gli uni contro gli altri.

La legge El Khomri sarà stata soltanto una battaglia nella guerra tra la classe capitalistica e la classe operaia. Questa guerra non è finita. L’offensiva della borghesia, del grande padronato e dei loro servi al governo continuerà, perché la situazione economica e la crisi li spingeranno a continuarla.

Molte altre battaglie aspettano gli sfruttati, battaglie più importanti, più determinanti. Le esperienze di una battaglia, la presa di coscienza a cui essa può portare serviranno in quelle future.

Hollande, Valls ed il loro governo, nel giocare ai piromani, avranno forse acceso un incendio che non si spegnerà tanto presto.

24 giugno 2016


| Home | Area riservata |

     RSS it RSSLa rivista "Lotta di Classe" RSSLotta di Classe n° 21 - Ottobre 2016   ?