Internazionale

2015-20Minacce di crac e sussulti della crisi dell’economia capitalista

Testo votato dal Congresso di Lutte ouvrière – Da Lutte de classe n°174 (Aprile 2016)

Pochi crac finanziari saranno stati annunciati quanto il prossimo. Dai primi giorni di gen­naio, le previsioni catastrofiche si susse­guono nella stampa. Secondo Les Echos del 5 gennaio 2016: “riemerge lo spettro di un crac cinese… La borsa di Shanghai è spro­fondata del 7% prima della sospensione delle quotazioni trascinando nella sua scia le piazze di tutto il mondo”.

L’Expansion del gennaio 2016 titola in prima pagina: “ 2016: un’altra crisi. Depressione cinese, ritorno delle bolle, rischio geopolitico. Perché la ripresa è un’illusione”. Anche il quotidiano popolare Le Parisien titolava il 6 gennaio: “un’economia mondiale deteriorata, un’altra crisi ci minaccia” e aggiungeva “le lezioni dalla crisi dei subprimes del 2008 non sono state assimilate. Febbre borsistica in Asia e risalita annunciata dei tassi negli Stati Uniti suscitano forti preoccupazioni”. Il tono è rimasto lo stesso durante tutto il mese di gennaio. Il 1° febbraio, Les Echos pubblicava un’intervista di Patrick Artus, capo econo­mista della grande banca di finanziamento Natixis: “la prossima crisi sarà  straordi­nariamente violenta”.

Le teste pensanti dell’economia capitalistica divergono in quanto al settore dove la bolla finanziaria scoppierà per prima: titoli obbli­gazionari, azioni, gas di scisto, settore immo­biliare cinese o credito al consumo nel­l’automobile americana. Sarà il mercato dei debiti sovrani, o quello dei cambi? La crisi finanziaria partirà da una debolezza del Brasile o di un altro grande paese la cui economia è diventata instabile? Alcuni puntano la Cina con un dito accusatore, altri pensano di più alla “pazzia delle banche centrali”, per riprendere il titolo di un recente lavoro dello stesso Patrick Artus. Ma molti condividono la diagnosi di quest’ultimo che sottotitola il suo lavoro: “la prossima crisi sarà peggiore”.

La causa fondamentale di questa situazione è conosciuta da tutti e denunciata quasi al­l’unanimità. Dopo la crisi bancaria del 2008, le banche centrali delle potenze imperialiste, la riserva federale americana, seguita dalla banca d’Inghilterra, quindi dalla banca del Giappone e infine dalla banca centrale europea (BCE), si sono lanciate in vaste operazioni di creazione di moneta per venire in aiuto alle banche. Queste operazioni con­sistevano nel fatto che una banca centrale acquistava, con la moneta creata, obbli­gazioni, crediti, titoli detenuti dalle banche e vari istituti finanziari. Nel periodo successivo alla crisi del 2008, questi acquisti riguarda­vano quantità astronomiche, in particolare di titoli che rappresentavano crediti deteriorati o “sofferenze”, cioè crediti per i quali la speranza che fossero rimborsati era nulla.
Nel contempo, le banche centrali hanno abbassato praticamente a zero il loro tasso di riferimento, cioè il tasso d’interesse al quale le banche private possono recipro­camente prendere denaro in prestito. Ciò significava che il sistema finanziario aveva accesso quasi gratuitamente a denaro fresco in quantità illimitata.
Dietro l’espressione recentemente forgiata di “quantitative easing” (o facilità quantitativa), si celavano ovunque varianti moderne della vecchia stampa di banconote.

Complessivamente, dal 2008 circa 6 674 miliardi di dollari sono stati iniettati nel­l’economia, l’equivalente del prodotto interno lordo annuale della Francia e della Germania messe insieme.

La massa monetaria dei paesi dell’OCSE, cioè di tutti i paesi industriali, è stata triplicata in sette anni, proprio quando la produzione di beni e servizi ristagnava e la circolazione di merci non poteva assorbire un tale aumento vertiginoso della massa monetaria. La valuta creata dalle banche centrali rappresenta oggi quasi il 30% del PIL mondiale, invece del 6% della fine degli anni Novanta. L’indebi­tamento mondiale è ormai superiore a quello del 1946, con livelli che non si vedevano se non dopo le guerre, e forse nemmeno al­lora!

I gruppi finanziari, vale a dire le grandi banche, le assicurazioni, i fondi pensione, i fondi speculativi, gli hedge funds, che hanno soldi da investire in quantità quasi illimitate, sono alla ricerca permanente del settore più vantaggioso. Ma più aumenta la massa monetaria, meno si investe nella produzione. Perché investire nella costruzione di nuove fabbriche, nella creazione di strumenti di produzione, se non si può vendere il surplus di produzione con profitto? Da decenni il capitalismo cozza contro la sua contrad­dizione fondamentale consistente nella rela­zione inconciliabile tra la capacità illimitata di aumentare la produzione e i limiti del mer­cato, cioè dei consumi solvibili.

Con l’aumento della massa monetaria, cresce ciò che gli economisti della borghesia chiamano “la febbre degli investitori”. L’espressione diventa un tema ricorrente in tutti gli articoli dedicati all’economia. Qual è “l’attivo finanziario”, così dicono, che frutta di più nel dato momento, fosse di una minima percentuale più degli altri? Al più piccolo allarme, alla minima “informazione” (vera o falsa che sia), alla minima dichiarazione di un responsabile di una banca centrale, al minimo fremito dell’economia produttiva, alla minima minaccia di crisi sociale o politica, i miliardi si muovono in un senso o nell’altro.

L’economia capitalistica somiglia ad un treno lanciato ad alta velocità verso il precipizio. Il conducente ed il personale di bordo sono coscienti del pericolo ma non possono rallentare la locomotiva. I viaggiatori lanciano grida d’aiuto. Ma nessuno fa nulla per il solo motivo che in questo treno non esiste né freno né alcun altro mezzo per impedire la catastrofe…

I dirigenti politici giustificavano questa poli­tica di denaro facile ripetendo come pappa­galli che era indispensabile per rilanciare l’economia. Ma, dalla crisi del 2008, l’eco­nomia non è stata mai stata rilanciata davvero. O, più esattamente, è stata rilanciata solo nel settore finanziario. La moneta che inonda l’economia è stata essenzialmente assorbita da operazioni finanziarie. Con alti e bassi in funzione della congiuntura settoriale, il CAC 40 e gli altri indici borsistici sono globalmente in crescita. Ma allo stesso tempo, facendo soltanto l’esempio della zona euro, l’investimento produttivo è arretrato del 15% rispetto al suo livello del 2007.

Il sistema finanziario è drogato fino all’overdose dal denaro gratuito che gli forniscono le banche centrali e che non ritorna all’economia produttiva sotto forma di investimenti. Ma che fare? Disassuefare la sfera finanziaria da questa droga aumen­tando il tasso di riferimento delle banche centrali, è ucciderla. Non disassuefarla è ucciderla comunque.

La banca centrale americana si è dedicata nel corso dell’anno ad una girandola di esitazioni tra l’avviso di un aumento dei suoi tassi di riferimento, poi un arretramento dinanzi alla reazione di panico dei “mercati finanziari” e infine, nonostante tutto, un lieve aumento per la prima volta dalla crisi finanziaria del 2008. Un aumento prudente, dallo 0,25% allo 0,5% : ciò significa che il denaro resta ancora quasi gratuito per la finanza.

Quanto alla BCE, essa non ha alcuna esitazione: aumenta la quantità di droga! Il suo presidente Mario Draghi ha annunciato che “non c’è limite” alla sua politica monetaria, cioè alla creazione di moneta.

Di sussulto in sussulto , l’ampiezza e la vio­lenza degli spostamenti di capitali aumen­tano. Per fare un solo esempio: ad una vera e propria marea di capitali che inonda i cosiddetti mercati emergenti sta suben­trando la loro fuga brutale. Negli anni conse­cutivi alla crisi finanziaria del 2008, capitali in cerca di rendimenti interessanti si sono diretti verso l’India, la Russia, il Brasile, l’Indonesia, la Turchia e, soprattutto, la Cina. Il giornale Le Monde (27 gennaio 2016) cita la Cina, la cui banca centrale disponeva all’estate 2014 di 4 000 miliardi di dollari, mentre nel 2002 le sue riserve si limitavano a 220 miliardi di dollari, quasi venti volte di meno. Ma l’estate 2014 era il momento della svolta. I capitali, inquieti per la recessione in Brasile e in Russia, e per il rallentamento economico in Cina, scapparono brutalmente così come erano venuti. Le uscite di capitali dai paesi raggruppati sotto l’acronimo di BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) sono stimate attualmente tra 300 e 400 miliardi di dollari al mese! Le somme in movimento sono così enormi che causano crac nelle borse dei paesi da cui i capitali partono o sul tasso di cambio della loro valuta. Contribuiscono a formare delle bolle speculative laddove questi capitali vengono investiti in maniera massiccia.

L’onda dei capitali in circolazione ha fatto affondare il real brasiliano ed ha scosso il rublo russo. Minaccia lo yuan cinese. Le scosse del mercato dei cambi si riflettono sugli scambi internazionali con conseguenze sulla produzione. Creano allo stesso tempo nuovi spazi per la speculazione al ribasso sulla moneta di parecchi grandi paesi cosiddetti emergenti. I dirigenti cinesi, il cui Stato dispone tuttavia di mezzi più importanti dei suoi simili per contrastare la specu­lazione sulla propria moneta, sono sul punto di denunciare nelle colonne del Quotidiano del popolo i fondi speculativi consigliati da George Soros. Ricordiamo che si tratta dello stesso direttore di fondi speculativi che, nel 1992, costrinsero il governo britannico a svalutare la sterlina e a ritirarla dal sistema monetario europeo.

Le monete dei cosiddetti paesi emergenti, oltre alla Cina, avrebbero perso mediamente il 30% rispetto al dollaro dal gennaio 2014. Ciò significa, per i paesi interessati, un rincaro delle importazioni mentre la situa­zione del mercato mondiale non permette loro necessariamente di esportare di più per compensare tale rincaro. Ne risulta un impo­verimento delle classi popolari di questi paesi. Questa crisi dei paesi emergenti mostra che gli intellettuali della borghesia possono pur giocare con le parole ed inventare questa nuova definizione Ciò non cambia la realtà per cui questi paesi, anche quelli più grandi, subiscono la legge del grande capitale dei paesi imperialisti, in questo caso le molteplici conseguenze delle speculazioni dei magnati della finanza.

Le preoccupazioni dei mercati finanziari attualmente si concentrano in particolare sulla Cina. Ciò sembra paradossale poiché questo è un paese a cui si attribuisce ufficialmente un 7% di crescita, tasso di crescita di cui i dirigenti di Francia, Germania o Stati Uniti non osano neppure sognare.

Pur tenendo conto della parte d’esage­razione in questa percentuale , anche se la si divide per due o per tre, la situazione econo­mica della Cina appare pur sempre invidia­bile per molti altri paesi. Il 27 gennaio, Les Echos titolava del resto: “Petrolio, metalli, cereali… la Cina continua ad importare” e dava anche notizia di un aumento dei suoi acquisti di rame o di nichel.

Ma non è questo il problema. Non è, o non è ancora nella diminuzione degli acquisti di materie prime da parte della Cina. Esso sta nell’idea che se ne fanno, per il prossimo periodo, i grandi possessori di capitali. Sta nell’importanza delle operazioni speculative che si sono aggiunte agli scambi reali. Per anni, la produzione industriale in Cina è stata certamente in crescita. Per anni, i bassi salari vi hanno attirato i capitali dei paesi imperialisti, Giappone, Taiwan, Stati Uniti, ma anche Francia e Gran Bretagna.

Grazie a questi capitali e, soprattutto, ai lavoratori cinesi e allo sfruttamento di centi­naia di milioni di persone cacciate dalle campagne e costrette ad accalcarsi nelle città industriali, la Cina è diventata “l’officina del mondo”.

Anche una parte dei capitali dei paesi imperialisti che si sono realmente investiti nella produzione sono stati attirati da calcoli speculativi. La speculazione puntava inizial­mente sull’ampliamento e l’arricchimento di una borghesia cinese suscettibile di com­perare automobili di alta cilindrata, articoli di lusso, case di gran lusso, e di pagarsi fantasie da nuovi ricchi. Per soddisfare meglio questo strato in procinto di arricchirsi, occorreva essere sul posto. E la Cina attirava anche, nello stesso movimento, capitali puramente speculativi. La Borsa di Shanghai è diventata una piazza importante della finanza mondiale, dove occorre essere presente. È stata la Cina stessa, lo sviluppo illimitato del mercato cinese, a diventare l’oggetto della speculazione.

Tuttavia la crescita economica della Cina era in gran parte basata sul niente, anche quan­do gli economisti potevano ancora evocare una crescita a due cifre. Le famose “classi medie” che si ampliavano in Cina al punto di attirare investimenti da Renault o PSA alla Mercedes o a Louis Vuitton, i grandi dell’edi­lizia e dei lavori pubblici e molti altri si arric­chivano in gran parte grazie ad operazioni speculative, in particolare immobiliari o borsi­stiche.

La maggior parte delle allucinanti fortune emerse in Cina e che oggi fanno parte del Gotha delle fortune mondiali si sono costruite nel settore immobiliare. È bastato che il settore immobiliare cinese rallentasse o che la Borsa di Shanghai portasse alla rovina uno strato di borghesi piccoli e medi per provocare reazioni a catena che hanno influito sulle previsioni dei gruppi finanziari.

La stampa economica è piena di articoli sulle costruzioni faraoniche, sulle città artificiali la cui costruzione è cominciata al momento del boom economico e dell’arricchimento della nuova borghesia cinese, che oggi si trasfor­mano in città fantasma prima ancora di essere nate. Le Figaro del 27 gennaio 2016 descrive così la copia conforme di Venezia, Gran Canale compreso, costruita a Dabian (ex Port Arthur), dove le case sono state vendute in anticipo a privilegiati cinesi ma dove, oggi, “alloggi venduti a più di 2 milioni di euro sono vuoti, e il nuovo complesso commerciale è fatto di correnti d’aria”.

Ma lo sviluppo industriale della Cina ha sca­tenato molte altre speculazioni, in particolare quelle sulle materie prime. Se la Cina appariva come la locomotiva dell’economia mondiale, non era solo perché le necessità della sua industria facevano crescere la domanda di ferro, nichel, rame, ecc. Essa alimentava ancor di più gli investimenti speculativi.

I grandi fondi speculativi avevano messo la mano sulla gallina dalle uova d’oro compe­rando azioni nelle miniere di ferro, nichel, rame, ecc. Ma già l’anno scorso questi fondi, sentendo che aria tirava, hanno cominciato a liberarsene. L’arretramento generale per quanto riguarda le materie prime, uno degli aspetti significativi della situazione econo­mica odierna, non è semplicemente l’effetto meccanico di un rallentamento della doman­da cinese. È stata soprattutto la fuga degli investimenti speculativi a provocare il ribasso dei prezzi delle principali materie prime. Cominciato più di due anni fa, si è ancor più accentuato nel 2015: -3% per l’alluminio, -9% per il rame, -15% per il nichel, -28% per il ferro. Senza dimenticare il petrolio greggio che partecipa allo stessa dinamica ma per il quale intervengono anche fattori geo-strate­gici.

Le conseguenze del ribasso del prezzo del petrolio greggio e del gas sono già catastro­fiche per il Venezuela e lo stanno diventando per l’Algeria come pure per la Russia.

Il ribasso non si limita alle materie prime industriali, ma riguarda anche la produzione agricola capitalistica: - 8% per il grano alla Borsa di Chicago, - 8% per l’olio di palma, -16% per il granturco, - 25% per la soia.

Come l’anno scorso, da questi ribassi dei prezzi conseguono licenziamenti, chiusure di miniere, crollo dell’economia di numerosi paesi il cui commercio estero si limita ad uno o due prodotti.

L’amplificazione e l’accelerazione della finan­ziarizzazione dell’economia mondiale non risalgono solo alla crisi bancaria del 2008. Ma per molti economisti, se pur lucidi sulle conseguenze della finanziarizzazione accele­rata e sui pericoli che ne risultano, far comin­ciare la storia nel 2008 è un modo per nascondere il fatto che la stessa crisi finanziaria del 2008 è stata il risultato di tutta l’evoluzione precedente.
Questo modo di cominciare la storia con la più recente delle crisi permette di prender­sela con questa o quella causa circostanziale – così, si può dare la colpa alle sole banche centrali e alla loro politica dopo il 2008 – per non parlare della crisi dell’insieme dell’eco­nomia capitalista!

È la storia dell’economia mondiale da molti decenni. Praticamente dall’inizio degli anni 1970, l’economia capitalista sopravvive con la droga del credito (e quindi dei debiti), tanto pubblico che privato. Essa è scossa da crisi più o meno larghe, più o meno generali. Il farmaco inventato per superare un accesso di febbre finisce per peggiorare la malattia e per portare ad un altro accesso di febbre, più grave del precedente.

Da tempo parliamo di questa finanziariz­zazione, che la stessa stampa borghese mette sotto accusa e indica come la minac­cia più grave all’economia, per constatare che è diventata un aspetto principale del­l’evoluzione economica in quattro decenni. Abbiamo affermato molte volte, anche in testi di congresso, che non si tratta neppure più di una delle crisi periodiche che scuotono l’economia capitalista dalla sua comparsa, ma del modo di funzionare del capitalismo odierno. L’espressione di “ristagno secolare” recentemente inventata da economisti bor­ghesi si trova sempre più spesso negli scritti di alcuni di loro.

La politica di denaro facile delle banche centrali nei confronti del sistema finanziario è peggiorata ed accelerata dalla finanzia­rizzazione dell’economia, con tutte le sue conseguenze. È una politica suicida per il funzionamento dell’economia e tuttavia non accenna a fermarsi, perché è una politica che corrisponde agli interessi dello stesso grande capitale. È una politica di classe. Anche un economista di grido come Patrick Artus, nel fare il bilancio pessimista dell’ul­timo periodo, dopo avere affermato che “il quantitative easing produce l’aumento dei prezzi degli attivi”, constata in realtà che “le banche centrali si servono di queste bolle sui prezzi degli attivi (titoli vari, azioni, obbligazioni, ecc.), in particolare delle azioni e del settore immobiliare, come di uno strumento della politica monetaria per fare emergere gli effetti di ricchezze necessari a stimolare la domanda mediante l’arric­chimento dei detentori di portafogli”.

Questa frase complicata significa che tale politica mira all’arricchimento degli azionisti e di tutta la gerarchia del grande capitale che vive e prospera grazie alla finanza ed a detrimento soprattutto della classe lavoratrice, ma anche di tutti quelli subalterni alla borghesia. È il trionfo degli azionisti che si arricchiscono contemporaneamente con l’aumento globale dei prezzi delle azioni, nonostante variazioni spettacolari, e grazie ai dividendi distribuiti ed ai riacquisti di azioni. L’importo globale dei riacquisti delle proprie azioni operati dalle ditte americane avrebbe superato per la prima volta i mille miliardi di dollari nel 2015.

Affinché possa proseguire il trasferimento verso gli azionisti a discapito soprattutto della classe operaia , è indispensabile che le banche centrali mantengano la loro politica di denaro facile. Ma è solo olio in un mecca­nismo la cui ragion d’essere è quella di aumentare lo sfruttamento della classe operaia, di aumentare incessantemente il plusvalore estorto ai lavoratori dipendenti, sia plusvalore assoluto che plusvalore relativo. Ne conseguono , ovunque nel­l’economia capitalista, le pressioni per intensificare sia il ritmo del lavoro che il suo allungamento. Ne consegue la corsa alla competitività che i lacchè politici della bor­ghesia presentano come un mezzo per superare la crisi.

È una grossolana menzogna poiché l’aumento della competitività di un’impresa o di un paese non influisce sulla situazione economica globale e non ha il potere di superare la crisi. Permette soltanto alle grandi imprese interessate di battere i loro concorrenti aggravando la guerra commer­ciale.

L’aggravarsi dello sfruttamento che deriva da queste corse alla competitività ha per risultato di aumentare la massa di plusvalore da dividere tra i capitalisti. Tale divisione viene realizzata sempre più a vantaggio del capitale finanziario. Favorisce quindi il grande capitale e coloro che lo possiedono, cioè la grande borghesia, proprio quando una parte crescente della classe operaia è spinta verso la disoccupazione e la povertà.

La prova di forza tra le istituzioni ufficiali della grande borghesia (FMI, BCE, Commissione europea) e la Grecia, soprattutto la sua conclusione, costituisce una delle espres­sioni più lampanti della dittatura mondiale dell’alta finanza. Lo si riscontra nell’oggetto stesso della prova di forza: le istituzioni cercavano di imporre al governo greco misure drastiche contro le sue classi lavo­ratrici, in nome del debito accumulato nel corso degli anni dallo Stato greco.

È indiscutibile che sia stata la borghesia stessa, greca o non, a contrarre questo debito e ne ha approfittato, e non i lavoratori salariati, gli statali, i disoccupati o i pensio­nati greci, costretti a pagare il conto. Ciò che però va evidenziato è il fatto che, nel momento stesso in cui il debito greco veniva portato alle stelle, le banche centrali stampavano biglietti a tutta velocità, produ­cendo moneta falsa in quantità spropor­zionata rispetto al debito greco. È la dimo­strazione che tutto questo meccanismo del debito è soltanto il mezzo per ricattare le classi popolari a vantaggio del capitale finanziario.

Tutto il resto, i discorsi moralistici dei politici, le spiegazioni pseudo-scientifiche degli economisti borghesi sono solo grandi polveroni. Ma la pressione sullo Stato greco, a cui il governo Tsipras, presentato come d’estrema sinistra, ha ceduto al pari dei suoi predecessori, spiega anche quanto gli stati diventino esecutori del lavoro sporco svolto per conto del capitale finanziario e della grande borghesia che lo monopolizza. Sono gli stati stessi, o le loro associazioni interna­zionali, a garantire il trasferimento nelle casse dell’alta finanza delle somme rubate alle classi lavoratrici.
Abbiamo anche sottolineato varie volte che lo spostamento di una quota crescente del grande capitale dagli investimenti produttivi verso operazioni finanziarie non è soltanto un prelievo sull’economia a vantaggio della finanza. Questo modifica anche il funzio­namento dell’economia nel suo complesso.

Il peso crescente della finanza rispetto alla produzione riassume la dinamica del grande capitale nella nostra epoca. Non si tratta tuttavia di due settori distinti dell’economia, ancor meno di due frazioni distinte della grande borghesia che monopolizza il grande capitale. Si tratta del comportamento degli stessi grandi gruppi industriali e finanziari.

La maggior parte dei fatti e degli eventi dell’economia capitalista che sembrano caotici e senza relazione tra di loro sono espressioni concrete, dirette o indirette della finanziarizzazione.

Da quando è iniziata l’evoluzione del capita­lismo in crisi, abbiamo dovuto discutere, esplicitamente o implicitamente, con ogni specie di correnti riformiste, staliniane o no global , per combattere l’idea che questa evoluzione sia causata dalla politica degli stati e dei governi. In passato queste correnti accusavano Thatcher, Reagan ed alcuni altri. Costoro sono ormai morti e sepolti. Nondimeno l’evoluzione continua e si amplifica…

La finanziarizzazione non deriva da un orien­tamento politico. Le politiche in questo campo come in tanti altri servono soltanto a giustificare, a volte con ritardo e spesso anticipandolo, l’orientamento del grande ca­pitale. Si tratta di un’evoluzione fonda­mentale del capitalismo imperialista stesso, di cui la politica degli stati è solo uno degli elementi, seppur qualche volta decisivo.

Il colonialismo, questa prima forma dell’im­perialismo, non fu solo opera di Jules Ferry o di Gallieni. L’imperialismo stesso, così come lo ha analizzato Lenin, non derivava da scelte e decisioni degli stati dei paesi econo­micamente avanzati alla fine dell’Ottocento. Lenin descriveva l’evoluzione del capitalismo ad una certa fase del suo sviluppo, e la poli­tica degli stati ne era soltanto un’espres­sione.

Non è un semplice dibattito teorico, non lo è mai stato e certamente non lo era ai tempi di Lenin. Era un’opposizione di merito tra i comunisti rivoluzionari ed i riformisti. All’epo­ca, ciò riguardava le ragioni fondamentali della prima guerra mondiale. Oggi, dietro la messa in discussione dei soli governi e delle loro scelte di politica economica, c’è l’idea che un’altra politica sia possibile nell’ambito del sistema capitalista.

La crescente finanziarizzazione dell’econo­mia, con le sue conseguenze catastrofiche per la società, è l’espressione del parassi­tismo crescente del capitalismo. Pretendere di combatterla sulla base dell’economia di mercato e della proprietà privata dei mezzi di produzione è un inganno.

I capitali non si accontentano di mettere sul mercato dei prodotti finanziari. Essi spingono incessantemente affinché si allarghi questo mercato. Ciò avviene mediante l’invenzione di ciò che i finanzieri chiamano “nuovi prodotti finanziari”. La creazione di una quantità di nuovi titoli ha avuto lo stesso ruolo sul mercato finanziario dell’invenzione dei telefoni cellulari e degli smartphones nel campo produttivo, anche se su una scala ben più vasta.

I prodotti finanziari oggi sono innumerevoli ed incontrollabili. Si vendono e si comperano alla velocità consentita dalle tecniche più moderne, utilizzando i collegamenti della nostra epoca. Alcuni di questi strumenti, come il trading alta frequenza, fanno anche a meno dell’intervento umano per approfittare della minima differenza tra i prezzi dei prodotti finanziari nelle borse delle varie zone del pianeta.
I capitali privati sono spinti incessantemente verso l’allargamento del mercato finanziario. Lo fanno, in primo luogo, integrandovi il settore statale, tra cui, soprattutto, servizi pubblici, trasporti, sistema sanitario, previ­denza sociale, dove si maneggiano somme considerevoli.

Da sempre i capitali privati si comportano da parassiti dei servizi cosiddetti pubblici. La Sncf, seppur statale al 100%, ha sempre fatto prosperare una folla di fornitori e di appaltatori. Ma con la finanziarizzazione, i capitali privati penetrano all’interno stesso del settore statale per sottometterlo sempre più alle leggi del mercato e della concor­renza, e quindi della finanza.
I servizi pubblici, come li chiamano i riformisti di ogni genere, dal PCF ai sindacalisti, non sono mai stati davvero al servizio del pubblico. Vennero organizzati, in gran parte, nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, per garantire servizi indispensabili al funzionamento dell’economia capitalista, ma non abbastanza redditizi all’epoca perché i capitali privati vi fossero interessati. Hanno origine, inoltre, dalle necessità politiche di un certo contesto economico e sociale, in cui occorreva disinnescare la minaccia che quella guerra portasse, come la prima guerra mondiale, ad eventi rivoluzionari.

Il fatto che la sanità, la previdenza sociale o una parte dei trasporti pubblici siano fuori dall’economia di mercato, rappresentava e rappresenta ancora un vantaggio per la maggioranza della popolazione. Occorre difendere ciò che, nel servizio pubblico, è nell’interesse delle classi popolari, ma non “il servizio pubblico” in generale. Occorre al contrario evidenziare ciò che si nasconde dietro l’astrazione, vale a dire l’opposizione degli interessi di classe.

Sostituire il sistema attuale delle pensioni con la pensione per capitalizzazione, la pro­tezione della previdenza sociale con l’assi­curazione privata, è l’espressione della stessa evoluzione fondamentale mostrata, ad esempio, dal taglio della Sncf in due, poi tre enti che hanno sostituito le relazioni interne, cioè pianificate, con rapporti com­merciali, di mercato. E chi vuole relazioni di mercato tra gli enti risultanti dallo smantel­lamento della Sncf, vuole anche una nuova apertura alle banche, ai prestiti e all’indebi­tamento.

Lo stesso si può dire per il sistema ospeda­liero. In un’evoluzione a lungo termine, la nozione di redditività è stata introdotta nel funzionamento degli ospedali. Quindi, in nome della modernità, si è andati verso l’indebitamento. Risultato: gli ospedali pub­blici restano pubblici, nel senso che non hanno azionisti privati, e quindi non versano dividendi. In compenso, però, pagano inte­ressi sempre più elevati alle banche. E, in realtà, è per liberare il denaro necessario a pagare questi interessi alle banche che attualmente gli ospedali vengono riorga­nizzati a danno del personale.
La stessa evoluzione spiega le difficoltà crescenti degli enti locali. Queste difficoltà derivano , da un lato, dalla riduzione delle dotazioni dello Stato, cosa che origina, a sua volta, dall’indebitamento proprio dello Stato, e da un altro lato derivano dall’inde­bitamento degli enti locali. Anche qui, le banche hanno incoraggiato l’indebitamento proponendo prodotti finanziari più o meno sofisticati per finanziare la costruzione, ora di una piscina, ora di un campo sportivo, spese che oggi producono un effetto boomerang con un’impennata dell’indebitamento. (vedi fallimento della banca Dexia).

Ricordiamo, inoltre, , a titolo informativo, che le società d’assicurazione, di cui le più impor­tanti sono anche grandi gruppi finanziari, hanno messo gli occhi sulla previdenza sociale. Demolire la previdenza sociale con la concorrenza esterna o con l’integrazione di una sua parte nell’economia di mercato aprirà al settore privato l’accesso a somme considerevoli che potranno a loro volta entrare nella danza delle finanze e della speculazione.

Un’altra conseguenza della finanziarizza­zione, e non la meno importante, con­siste nel fatto che le liquidità riversate nell’econo­mia, se vanno a vantaggio del grande capitale, demoliscono al contempo il ruolo di regolatore svolto dalle crisi cicliche nell’eco­nomia capitalista. Sono le crisi cicliche che regolano l’anarchica economia capitalista, che adattano con ritardo la produzione ai consumi solvibili, nella brutalità delle chiusu­re di fabbriche, dell’aumento della disoccu­pazione e del crollo dei prezzi. Esse, sfron­dando l’economia dei suoi rami secchi, con­sentono la concentrazione cre­scente dei capitali e, raggiunto il punto più basso, con­ducono ad una nuova crescita della produ­zione.

Nell’economia finanziarizzata, anche questa regolazione brutale è falsata. Il carattere anarchico del capitalismo assume un aspetto ancora più violento e sempre più staccato dall’economia produttiva.

In quanto ad imporre alle banche regole di funzionamento volte a rallentare gli impaz­zimenti finanziari, come promettevano i dirigenti delle potenze imperialiste impauriti dalla crisi del sistema bancario nel 2008, si tratta di una stupidaggine. La circolazione dei titoli finanziari è sempre più garantita da isti­tuti non bancari: assicuratori, fondi pensione, fondi d’investimento, fondi speculativi molte­plici.
Creare filiali non bancarie è del resto uno dei mezzi con cui le grandi banche che dominano l’economia mondiale aggirano anche le poche regolamentazioni che gli stati tentano di imporre loro. “La pazzia” che denuncia il titolo del libro di Patrick Artus non è soltanto quella “delle banche centrali”, è la pazzia del sistema capitalistico stesso. Una pazzia esacerbata, peggiorata ancor di più dalla finanziarizzazione.

La crisi e la finanziarizzazione crescente del­l’economia hanno colpito la classe operaia con l’aggravarsi della disoccupazione e della precarietà, anche nei paesi imperialisti. Inoltre, la divisione internazionale del lavoro, provocando incessanti modifiche nell’econo­mia, ha comportato di conseguenza modifi­che nella composizione della classe operaia e nella sua ripartizione geografica. Le attività produttive si sono mosse sempre di più verso i paesi poveri, dove i salari sono più bassi. Nei paesi imperialisti si è sviluppato ciò che si raccoglie sotto il nome generico e vago di “servizi”: le fabbriche e le zone industriali dove erano concentrate decine di migliaia di operai sono sostituite in questi paesi da concentrazioni di banche, di società d’assicu­razione, di società della grande distribuzione, con il loro esercito di dipendenti dai salari spesso poco superiori a quelli dei lavoratori dell’industria, o addirittura più bassi.

Allo stesso tempo, la crisi e la disoccu­pazione hanno fornito l’humus che permette alla borghesia ed ai suoi servi di inco­raggiare la formazione di ciò che si chiama pomposamente gli auto-imprenditori. Il disoc­cupato diventato venditore di pizza nel suo furgoncino o la disoccupata diventata sarta a domicilio, non hanno smesso di essere proletari. Hanno soprattutto perso le poche tutele che avevano ottenuto più grazie alla loro appartenenza ad una collettività che non alle leggi. La frammentazione di una parte della classe operaia in tanti lavoratori isolati gli uni dagli altri, non è certamente un pro­gresso. Ed è significativo che la borghesia dei paesi imperialisti sviluppati stia risco­prendo il fascino di ciò che, nei paesi poveri, si chiama il “settore informale”.

La putrefazione del capitalismo, di cui la finanziarizzazione è l’espressione, ha effetti deleteri sul proletariato e la sua coscienza di classe. Favorisce l’individualismo, i ripiega­menti ed il pregiudizio per cui “la sorte di ciascuno è nelle proprie mani”.
La coscienza di classe del proletariato e la sua incarnazione nel movimento operaio organizzato sono emerse attraverso combat­timenti innumerevoli contro i suoi sfruttatori.

Da sempre la borghesia ha cercato di contrastare questa presa di coscienza. Fin dagli inizi, essa ha suscitato la concorrenza tra lavoratori, facendoli competere gli uni contro gli altri, puntando sull’aspirazione di cavarsela individualmente. Col passare del tempo e nel contesto dello sviluppo economico, ha aggiunto altre frecce al suo arco servendosi di istituzioni avute dalla storia: prima i preti ed i loro equivalenti in tutte le parti del mondo, poi, da un certo momento, gli apparati sorti dal movimento operaio stesso, sindacati, partiti riformisti, ecc.
La borghesia ha imparato a servirsi della diversificazione della classe operaia, conse­guenza dello sviluppo economico stesso, ad elaborare nuove barriere tra tutti, in funzione della categoria, delle origini, dello statuto.

Nonostante la sua diversità, il proletariato continua tuttavia a rafforzarsi numericamente su scala mondiale. Per quanto variegate siano le loro condizioni d’esistenza tra i vari paesi d’appartenenza ed all’interno di ogni paese, i proletari hanno in comune la condizione di poter vivere soltanto vendendo la propria forza lavoro, di essere sfruttati. Le stesse necessità della produzione capitalista legano in una sola catena gli anelli dispersi in tutto il pianeta: dai bambini che, nel Congo, estraggono dalle profondità della terra, in condizioni infami, i metalli rari neces­sari alla fabbricazione dei telefoni cellulari, fino ai manovali dei depositi di Amazon o ai rappresentanti commerciali che contribui­scono alla loro vendita, alle ragazze di 12 o 14 anni che assemblano queste meraviglie della tecnica moderna nelle fabbriche cinesi. Sono loro che fanno funzionare l’economia mondiale.

L’interdipendenza dei proletari dei vari paesi che partecipano a queste catene di produ­zione è iscritta nel funzionamento stesso dell’economia capitalista, finanziarizzata o non. La borghesia capitalistica combatte e combatterà inevitabilmente ogni politica mirata a rendere coscienti i lavoratori che occupano posizioni diverse nelle catene di produzione, essa proverà ad impedire loro di essere solidali e prendere coscienza che l’interesse di tutti loro è di impegnarsi nella stessa battaglia per abbattere la dittatura della classe capitalistica sulla società. La borghesia capitalistica inasprirà le differenze nazionali o culturali , quelle nel tenore di vita, il nazionalismo e molti altri fattori ancora.

È indispensabile opporre a questo atteg­giamento della borghesia una politica che miri a sviluppare la coscienza di classe.

La grande ondata rivoluzionaria verificatasi dopo la prima guerra mondiale aveva come centro di gravità le grandi fabbriche con le loro migliaia di operai. Fu così in Germania certamente, ma anche in Ungheria e, soprattutto, in Russia, nonostante l’arretra­tezza della sua economia. In Cina, qualche anno dopo, l’ascesa operaia di Canton, così come l’insurrezione di Shanghaï furono espressione di un proletariato composto in parte dai lavoratori dei settori industriali moderni, quelli dell’industria del cotone o delle filature, dai minatori e dai ferrovieri, ma ancor di più dai coolie, dai manovali, dai conduttori di risciò, (gli auto-imprenditori del­l’epoca!), ai quali si aggiungevano centinaia di migliaia di piccoli artigiani e di dipendenti dei negozi. Si sono trovati nella stessa insur­rezione proletaria che, anche se sconfitta, ha segnato la storia della Cina.

Allora, il vero problema del futuro della società è quello della rinascita della direzione rivoluzionaria del proletariato, cioè di partiti comunisti rivoluzionari, ed allo stesso tempo quello di un’internazionale capace di com­prendere gli effetti deleteri di una società capitalistica e di combatterli.

Scrivevamo nel nostro testo congressuale del 2014:

“ Già circa un secolo fa, nel momento in cui le rivalità imperialiste facevano sprofondare il pianeta nella Prima Guerra mondiale, Lenin definiva l’imperialismo lo «stadio senile del capitalismo». Questo capitalismo senile, non essendo stato distrutto dal proletariato rivoluzionario, continua a sopravvivere. Le leggi della biologia non sono adattabili alla società umana: una forma di organizzazione sociale, seppur anacronistica da lungo tempo, non sparisce se non dopo che la classe privilegiata che ne è beneficiaria è rovesciata da una classe sociale portatrice di una nuova forma, superiore, di organizza­zione sociale. L’umanità pagherà il ritardo della rivoluzione sociale con la crisi del 1929, con la barbarie nazista, con una seconda guerra mondiale, poi, dopo tre decenni di calma relativa, con una nuova crisi economica e con la crescita straordinaria del parassitismo della finanza con tutte le minac­ce che essa nasconde.

Il problema che si pone alla società supera, e di gran lunga, la necessità di difendere le condizioni di vita della classe operaia, la principale classe produttiva dell’economia. Esso è quello del futuro dell’umanità. La società non riesce più a svilupparsi sulla base del capitalismo. L’avvenire dell’umanità dipende dalla capacità della classe operaia di elevarsi al livello del compito storico che le spetta e nel quale nessuna forza sociale può rimpiazzarla: quello di rovesciare il dominio della grande borghesia e sostituire l’econo­mia capitalistica con un’organizzazione eco­nomica che permetta all’umanità di ripren­dere il suo cammino in avanti.”

Non abbiamo nulla da aggiungere a questa affermazione, tranne la constatazione che la situazione economica si è ancora aggravata nel 2015 e si annuncia peggiore nel 2016, con tutte le conseguenze sulle relazioni sociali, sulla vita stessa. “Socialismo o barbarie”, viviamo un periodo della storia del capitalismo in cui questa espressione acqui­sisce un senso pieno.

4 febbraio 2016


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