Internazionale

Situazione internazionale

Testo votato dal Congresso di Lutte ouvrière – Da Lutte de classe n°174 (Aprile 2016)

Guerre in Medio Oriente, in Africa, in una parte dell’ex-URSS, legge delle bande armate, movimenti di truppe un po’ ovunque: l’ordine imperialista rimesso in discussione in diverse regioni del pianeta emana lo stesso odore di decomposizione dell’anno scorso, ma ancora più forte.

Alla migrazione di chi fugge l’Africa, le sue guerre, le sue dittature e la sua povertà nella speranza illusoria di trovare una vita più degna in Europa, si è aggiunta l’onda prove­niente dal Medio Oriente in guerra, “la più grande onda migratoria dalla seconda guerra mondiale” afferma la stampa scandalistica. Anche se questo tipo di affermazione è desti­nato soprattutto a seminare il panico nei ricchi paesi imperialisti, il raffronto non è assurdo. Il mondo sta sprofondando nella barbarie, seppur di forma diversa da quella che fece scrivere a Victor Serge, alla fine degli anni trenta, che era “mezzanotte nel secolo”, ma barbarie comunque.

Guerre in Medio Oriente

Dall’estate 2014, la politica delle potenze imperialiste in Medio Oriente si è centrata sull’obiettivo di sconfiggere l’Isis. La sua irruzione, il controllo delle sue milizie su terri­tori sempre più ampi, costituiscono, secondo loro, un problema non per la ferocia della dittatura che lo Stato islamico fa pesare sulle popolazioni, ma per il fatto che esso è incon­trollabile e rende ancora più instabile il sistema di divisioni e di opposizioni su cui si basa il dominio dell’imperialismo in Medio Oriente.

Questo cosiddetto Stato islamico non è usci­to dal nulla, così come i vari gruppi armati che si contendono il controllo dei territori. La politica delle potenze imperialiste è stata quella di favorire i gruppi ed i regimi più rea­zionari. I cosiddetti gruppi jihadisti si sono sviluppati in particolare in Afghanistan, quan­do gli Stati Uniti li li hanno sostenuti contro l’intervento militare sovietico. Gli USA hanno fornito loro armi e finanziamenti, in partico­lare tramite l’Arabia Saudita, di cui Ben Laden è stato dapprima un agente. Questi, poi, creando l’organizzazione Al Qaeda, conducendo azioni terroristiche contro obiettivi come le Torri gemelle di New York l’11 settembre 2001, ha voluto acquisire la fama di combattente contro l’influenza occi­dentale e raggruppare così, dietro la sua bandiera, le bande armate esistenti dal­l’Afghanistan all’Algeria.

L’avventura militare lanciata in Iraq nel 2003 dall’allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha aperto un nuovo spazio allo sviluppo di tali milizie. I dirigenti americani, insediando un potere politico dominato dai clan sciiti, congedando l’esercito iracheno di Saddam Hussein e tutti i suoi dirigenti sun­niti, hanno fornito migliaia di combattenti potenziali a queste milizie. Nelle condizioni di miseria e di sfacelo della società irachena derivanti dall’occupazione militare occiden­tale, farne parte è spesso l’unica possibilità di percepire un salario e dare da mangiare alla propria famiglia. I finanziamenti ed i sostegni non sono mancati, dal momento che potenze quali l’Arabia Saudita o l’Iran hanno compreso rapidamente come trarre vantaggio dall’esistenza di tali milizie oppo­ste tra loro nella lotta sulle zone d’influenza.

La destabilizzazione del regime siriano, a partire dal 2011, ha ancor di più ampliato il terreno di confronto tra le varie milizie e le varie potenze. Il regime di Bachar al-Assad ha risposto con una repressione violenta al movimento di contestazione popolare sorto in Siria nel marzo 2011 a seguito della “primavera araba” di Tunisia ed Egitto. Quando una parte dell’opposizione siriana ha creato gruppi armati per lottare contro il regi­me, le varie potenze della regione hanno cercato di utilizzare questi gruppi come stru­menti della loro politica.

Dall’inizio della guerra civile, le potenze im­perialiste hanno dato ai gruppi dell’oppo­sizione siriana un sostegno molto calcolato. I dirigenti occidentali, interessati ad indebolire il regime di Damasco, troppo indipendente nei loro confronti, non erano necessariamente interessati alla sua caduta finché non avevano garanzie sul potere politico che gli sarebbe succeduto. Non hanno però impedito alla Turchia, all’Arabia Saudita e al Qatar di dare un sostegno aperto alle varie milizie islamiste che sono apparse sul campo, spesso in rivalità tra di loro. Lo stesso regime di Bachar al-Assad ha liberato oppositori islamisti per dimostrare ai dirigenti occidentali che l’unica alternativa al suo mantenimento sarebbe stato un regime fondamentalista ancor meno controllabile.

In questa situazione, il gruppo Isis, anch’esso sorto da al-Qaeda e rafforzato da ex ufficiali dell’esercito iracheno, ha potuto prendere il controllo di vasti territori sia in Iraq che in Siria ed insediare il suo potere. Isis, prodotto della politica imperialista e degli interventi concorrenti dei vicini regimi di Iraq e Siria, nondimeno sfugge al controllo di questi regimi così come delle potenze occidentali ed ha ripreso la politica di al Qaeda organizzando attentati terroristici in Europa, ma anche in Egitto, in Libano, in Turchia, in Yemen.

Gli Stati Uniti hanno fatto ora della lotta al­l’Isis l’obiettivo immediato della “lotta al terrorismo” diventata da anni l’asse della loro politica. La lotta contro l’Isis ed i suoi soprusi ha fornito loro un motivo per costituire una coalizione internazionale il cui scopo è innanzitutto di provare ad imporre a Stati da­gli interessi divergenti una parvenza d’unità dietro la politica di Washington. È in gran parte un fallimento poiché gli Stati Uniti non possono impedire a Turchia, Arabia Saudita o Qatar di fare il proprio gioco. Così il regime turco continua a favorire lo Stato islamico e a dare la precedenza alla guerra contro i curdi, ai quali gli Stati Uniti avrebbero desiderato appoggiarsi. L’Arabia Saudita, ben più che contro l’Isis, combatte prioritariamente contro l’influenza dell’Iran, mentre gli USA vogliono normalizzare le relazioni con questo paese per stabilizzare la situazione in Iraq e in Siria. La Francia, parimenti, pur proclamando che sta a fianco degli Stati Uniti nella lotta contro l’Isis, approfitta delle loro difficoltà con gli alleati per ostentare la propria differenza, occupare un suo spazio e, soprattutto, vendere armamenti all’Arabia Saudita ed ai suoi alleati.
Dopo l’Iraq, la Siria come lo Yemen sono ormai campi dove si scontrano, per interposizione di milizie, le varie potenze della regione ed i loro protettori più lontani. Il Medio oriente è stato a lungo polarizzato dal conflitto che oppone Israele da un lato, i paesi arabi e musulmani dall’altro. Questo conflitto non è scomparso, il popolo palestinese continua a subire l’oppressione dello Stato d’Israele con il sostegno delle potenze imperialiste. I conflitti che dominano l’attualità sono tuttavia quelli che oppongono l’Arabia saudita, la Turchia e gli Emirati arabi da un lato, l’Iran ed i suoi alleati dall’altro, senza dimenticare le varie fazioni curde che approfittano della situazione per ritagliarsi un territorio, pur rimanendo rivali tra loro.

Presentare questi conflitti come se oppones­sero un grande campo musulmano sunnita ad un grande campo musulmano sciita è una semplificazione impropria ed ingannevole, anche se, in mancanza di un’altra ideologia, i protagonisti cercano di suscitare solidarietà basate sull’appartenenza religiosa. In un contesto in cui l’egemonia delle grandi poten­ze non è più incontestata ed in cui la loro politica di divisione tende a spezzettare sem­pre di più la regione, hanno sempre meno senso le frontiere tracciate in modo arbitrario nel 1919 dopo la fine dell’Impero ottomano, e si intensificano le lotte per le zone d’influenza e perfino gli scontri tra potenze regionali. Le stesse potenze imperialiste stentano a con­trollare tali lotte, anche quando le hanno suscitate.

Così l’unità di facciata della coalizione anti Isis mal dissimula enormi crepe ed il fatto che non ha un obiettivo politico definito, tranne quello di mantenere comunque la presenza dell’imperialismo in una regione che sta per esplodere, gestendo alla giornata contraddizioni sempre più insolubili. In queste condizioni, l’intervento militare della Russia in Siria, cominciato nell’autunno 2015, certamente concertato con gli Stati Uniti, aiuta questi ultimi ad uscire da una situazione difficile. Dopo cinque anni di guerra civile, che ha trasformato la Siria in un paese definitivamente consegnato a bande armate incontrollabili che si contendono i territori e saccheggiano la popolazione, è chiaro che non esiste un’alternativa politica al regime di Damasco. I dirigenti americani sanno benissimo che questo può essere un interlocutore affidabile, tanto più pronto a collaborare perché messo sotto forte pressione, ed anche se ciò implica dividere l’area d’influenza con Russia ed Iran. Ma è difficile per loro riconoscerlo apertamente senza aumentare ancor di più le difficoltà con gli alleati locali, come Turchia ed Arabia saudita.

Gli Stati Uniti preferiscono quindi lasciare alla Russia il compito, sempre che sia possibile, di ristabilire l’autorità del regime siriano a cui questa è alleata. Agli USA conviene solo protestare verbalmente quando le bombe russe colpiscono gruppi armati che prima hanno sostenuto ma che ora sono pronti ad abbandonare. Inoltre, i negoziati avviati sotto l’egida dell’ONU in vista di una “soluzione politica” in Siria sono soltanto una facciata che permette di aspettare che la soluzione appaia sul terreno, cosa che può richiedere del tempo anche con l’aiuto dell’intervento militare russo.

La situazione del Medio Oriente è così ad immagine della politica dell’imperialismo. Dietro le parole di mantenimento della pace, della democrazia e del diritto dei popoli, tale politica mira soltanto a mantenere i territori sotto controllo agendo con il cinismo più as­soluto, strumentalizzando gruppi armati, gio­cando con le contraddizioni tra gli interessi degli uni e degli altri e sostenendo nei fatti le dittature che si combatte a parole. Lungi dal lottare contro il terrorismo, essa lo alimenta, a volte sostenendolo direttamente, in ogni caso fornendogli combattenti in modo perma­nente. Isis, anche se fosse sconfitto in Medio Oriente, farebbe soltanto posto a nuove me­tamorfosi dello jihadismo che andrebbero a cercare fortuna in altri luoghi - o negli stessi - con il sostegno interessato di questa o quella potenza.
La lotta contro l’Isis è già diventata il pretesto alla costituzione di una nuova coalizione che mira ad un prossimo intervento militare là dove Isis si è diffuso, cioè in Libia. Si tratterà di tentare di ripristinare una stabilità politica compromessa da un precedente intervento militare, che non ha fatto altro che conse­gnare il paese a milizie concorrenti, aprendo un largo spazio all’attività dei gruppi jihadisti e mettendo in forse lo sfruttamento delle risorse petrolifere. È l’imperialismo stesso che, ricorrendo sempre più a metodi di bri­gantaggio, destabilizza sempre più il proprio sistema di sfruttamento e di dominio.

I contraccolpi in Europa

I ricchi paesi imperialisti possono circondarsi di filo spinato, ciò non li protegge dai contrac­colpi delle guerre in Medio Oriente e dalla barbarie crescente, della quale il filo spinato, del resto, è una delle espressioni.

I contraccolpi della guerra in Medio Oriente, però, non raggiungono l’Europa soltanto in questo modo. Gli attentati terroristici, sotto­prodotti sanguinosi di queste guerre, sono utilizzati dalle potenze imperialiste, a comin­ciare dalla nostra, per mantenere un clima sempre più guerrafondaio. Lo stato d’emer­genza proclamato in Francia, che sta per essere consacrato con l’inserimento nella costituzione, è completamente inefficace per opporsi agli attentati e, a maggior ragione, per fermare il terrorismo. Esso serve, però, a tentare di irreggimentare la popolazione e a mantenere un clima da fortezza assediata, con contraccolpi per le poche libertà demo­cratiche di cui le democrazie imperialiste tanto si inorgogliscono.

Pur denunciando il terrorismo e le correnti politiche reazionarie che lo praticano per imporre la loro dittatura, noi respingiamo qualsiasi forma di sacra unione con i respon­sabili della politica del nostro imperialismo.

Fra i contraccolpi, c’è anche la crescita della destra estrema quasi ovunque in Europa. Essa si sviluppa ovunque grazie al logora­mento dei partiti borghesi tradizionali, alla loro incapacità di affrontare la crisi dell’eco­nomia capitalistica mondiale e le sue molte­plici conseguenze.

Le formazioni che fanno della xenofobia, del­lo sciovinismo, del razzismo il loro capitale politico si sviluppano grazie alle paure di cui si servono e che propagano ed amplificano allo stesso tempo.

Queste formazioni, però, si sviluppano so­prattutto perché non c’è in nessun luogo, di fronte a loro, un movimento operaio politico capace di proporre alla società una prospettiva diversa dalle leziosaggini dei partiti della sinistra tradizionale, PC compreso, se non altro là dove questa esiste ancora.

L’Unione europea, questa coalizione di bri­ganti imperialisti d’Europa creata a fatica in circa cinque decenni, sta mostrando crepe dappertutto. Cinque anni dopo la crisi del­l’euro (2010-2011), seguita dalla crisi greca dell’anno scorso, ora è l’atteggiamento rispetto alle migrazioni ad opporre tra loro i vari paesi dell’Unione europea.

È il caso di dover sottolineare che, al riguar­do di quella che viene definita “crisi migra­toria”, è l’imperialismo francese, diretto da un governo socialista, ad assumere uno degli atteggiamenti più abietti? Al punto che Angela Merkel, donna politica di destra, sem­bra un’umanista accanto ad Hollande e a Valls, i discorsi e la politica anti-immigrati dei quali non hanno nulla da invidiare a quelli della destra e della destra estrema.

Le grandi potenze che dominano l’Europa sono, tuttavia, tutte sulla stessa linea, che consiste nel far pressione su uno Stato che non fa parte dell’Unione (la Turchia) perché accolga i migranti venuti da Siria e Iraq (quando ne ha già due milioni e mezzo sul proprio territorio), esigendo nel contempo che proibisca loro di continuare il viaggio verso l’Europa. Esse mostrano lo stesso tipo di cinica pretesa nei confronti della Grecia che, pur facente parte dell’Unione europea, è uno dei paesi più poveri di essa.

Le chiusure di frontiere anche all’interno dell’Unione europea, il filo spinato tra l’Un­gheria e la Croazia, tra la Slovenia e l’Au­stria, così come il ristabilimento dei controlli tra Germania e Francia e tra Germania e Au­stria stanno firmando il certificato di morte degli accordi di Schengen. È l’inizio di un ripiegamento nazionale, ed è difficile preve­dere fino a che punto esso può arrivare.

L’evoluzione reazionaria in corso comincia a porre problemi anche alla borghesia, in ogni caso ai suoi interessi economici.

Il giornale Les Echos del 4 febbraio titolava: “la fine dell’area Schengen penalizzerebbe fortemente l’economia europea” ed affer­mava nello stesso articolo: France Stratégie, un’agenzia collegata a Matignon, stima l’impatto economico della fine degli accordi di Schengen per la Francia a 13 miliardi di euro entro il 2025, cioè mezzo punto di PIL. E l’impatto, se ci riferiamo ai paesi dello spazio Schengen presi complessivamente, sarebbe ancora più importante, stimato a circa 0,8 punti di PIL, cioè più di 100 miliardi di euro entro dieci anni”.

Le grandi imprese, che sono state le princi­pali beneficiarie della condivisione del mer­cato europeo, hanno non a caso creato una rete di fabbriche interdipendenti. Per quanto riguarda l’industria automobilistica, ad esem­pio, lo stesso processo di produzione di un’automobile attraversa le frontiere. I con­trolli ristabiliti alle frontiere allungano i tempi di trasporto e, dunque, di consegna con un impatto sulla fluidità degli scambi economici. La stessa agenzia citata da Les Echos aggiunge: “i costi diretti per la Francia andrebbero da uno a due miliardi di euro a seconda dell’intensità dei controlli alle frontiere, senza contare il costo di questi controlli per le finanze pubbliche”. Tutto ciò peserà molto dal momento che circa la metà del commercio estero della Francia si effet­tua con membri dello spazio Schengen.
Anche la grande borghesia inglese, preoccu­pata di preservare i legami della Gran Bretagna con gli Stati Uniti nonostante la sua appartenenza all’Unione europea, non per questo vuole rompere con quest’ultima. Essa, mentre di solito lascia che i suoi servi ai vertici del governo gestiscano gli affari correnti, comincia a preoccuparsi pubblica­mente del referendum previsto dal governo conservatore, sotto la pressione della destra nazionalista, sulla questione dell’apparte­nenza o meno del paese all’Unione europea.

La possibilità di un’uscita della Gran Breta­gna dall’Unione europea (il “brexit”) inquieta, oltre che la grande borghesia inglese, la grande finanza internazionale. Si aggiunge­rebbe un elemento d’incertezza proprio quando il crac finanziario mondiale che si preannuncia scuote nuovamente i paesi europei e la loro Unione così malconcia. Le banche europee sprofondano, la zona euro è nuovamente minacciata da un ritorno della crisi dei debiti sovrani della Grecia, del Portogallo e forse anche dell’Italia.

L’Unione europea non è mai stata cosa diversa da un’intesa tra potenze concorrenti, ma costrette di unirsi fino ad un certo punto per sopravvivere nella guerra che si fanno tra loro. La scomparsa di alcune ripercussioni positive derivanti da questa unione, come la libera circolazione tra paesi d’Europa, pur limitate che siano, sarebbe tuttavia un arre­tramento. Essa significherebbe, in ogni caso, che sotto il regno della borghesia non ci sono progressi possibili.

Nella nostra critica alla propaganda antieu­ropea di alcune componenti della sinistra, il PC in passato, poi ripreso da Jean-Luc Mélenchon e persino da una parte dell’estre­ma sinistra, abbiamo sempre denunciato il fatto che queste organizzazioni, attribuendo alle istituzioni europee una responsabilità che è invero quella della dittatura del grande capitale sull’economia, allontanavano i lavo­ratori dagli obiettivi della lotta di classe contro la grande borghesia e il suo dominio sull’economia e la società. Nel contesto dell’attuale evoluzione reazionaria, l’agita­zione politica di quelli che pretendono di essere alla sinistra della sinistra somiglia sempre più a quella della destra e del­l’estrema destra nazionalista.

La scivolata a destra che caratterizza molti paesi ricchi dell’Europa occidentale, gli stessi paesi nordici, Danimarca, Svezia e Norvegia compresi, che a lungo sono passati per modelli di democrazia borghese, è più visi­bile e più brutale nei paesi dell’Est europeo. La Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovac­chia, l’Ungheria, i cosiddetti paesi del gruppo di Visegrad, si sono dati dei governi che, alle solite tesi del FN, integrano un’esaltazione delle radici cristiane dell’Europa e una xeno­fobia che non cerca neppure di dissimularsi.

In questi paesi, più poveri di quelli della parte occidentale dell’Europa, l’espressione politica delle relazioni sociali è più brutale di quanto si verifica nelle vecchie democrazie imperia­liste. Tuttavia, in quanto all’atteggiamento di rigetto nei confronti dei migranti, se Orban può vantarsi di essere stato di esempio alle democrazie occidentali, i dirigenti socialisti della Francia si distinguono soprattutto per una più grande ipocrisia.

Eccezione in Europa, il discredito dei partiti tradizionali della borghesia in Grecia è andato, almeno inizialmente, a favore non della destra estrema di Alba dorata, ma di Syriza che si riteneva di estrema sinistra. L’arrivo di Tsipras alla guida del governo era l’espressione di una certa radicalizzazione elettorale delle classi popolari in Grecia.

L’atteggiamento della troika (il FMI, la Banca centrale europea e la Commissione europea) ha mostrato che gli stati che costituiscono l’Unione europea non sono uguali, nono­stante la sedicente facciata democratica di questa Unione. Le relazioni tra le potenze imperialiste d’Europa e i paesi della parte povera del continente sono disciplinate dagli stessi tipi di rapporto esistenti in tutto il mondo imperialista: le borghesie dei paesi più ricchi impongono il loro diktat agli stati più deboli.

Le promesse fatte da Tsipras al suo eletto­rato erano piuttosto modeste per quanto riguarda i salari e le pensioni. L’originalità della sua politica rispetto ai suoi predeces­sori risiedeva soprattutto nel suo rifiuto che la Grecia fosse trattata dalle potenze imperia­liste d’Europa come una semi-colonia messa sotto tutela. Tsipras non ha mai rappresen­tato, né da vicino né da lontano, gli interessi politici della classe operaia greca. Non lo ha mai preteso del resto, anche se altri gli attribuivano obiettivi che non aveva. Non ha neanche mai tentato di prendersela con i greci benestanti, la grande borghesia degli armatori, la chiesa, ecc, e non era in condi­zione di opporre un rapporto di forza agli interessi delle istituzioni internazionali della borghesia.
Non ci è voluto molto tempo perché Tsipras mollasse dinanzi alla pressione di queste istituzioni, accettando di essere nel suo paese l’esecutore degli interessi della finanza. Quanto a cercare veramente appog­gi negli ambienti delle masse popolari, ciò non è mai stato nelle intenzioni né nella poli­tica di Tsipras.

L’evoluzione politica in Spagna ha una certa somiglianza con quella della Grecia. Il disgu­sto delle classi sfruttate nei confronti dei partiti tradizionali della borghesia, in parti­colare della socialdemocrazia, si esprime in particolare con la crescita di Podemos, ma anche con la crescita dell’indipendentismo catalano. Tuttavia, se Tsipras ha tentato al­meno di resistere qualche tempo alle pres­sioni della borghesia internazionale, Pablo Iglesias anche prima di di arrivare al gover­no, sembra pronto a partecipare a tutti i mercanteggiamenti per potervi giungere.

Anche quando i partiti tradizionali al potere si usurano al punto da non essere più abba­stanza credibili per garantire la possibilità di un’alternanza, la borghesia può trovare can­didati per assicurare il cambio, cioè persone che possono disporre, fosse anche molto provvisoriamente, di un credito sufficiente per farsi eleggere e poi governare nell’inte­resse della borghesia.

Il conflitto tra Russia e Ucraina ed i suoi arbitri imperialisti

L’ex-URSS, in particolare le sue due princi­pali componenti, Russia e Ucraina, subisce gli effetti combinati di due crisi importanti. Da un lato, le scosse ripetute di quel terremoto su scala di un sesto del pianeta che fu il crol­lo dell’Unione sovietica un quarto di secolo fa – di cui l’attuale conflitto Russia-Ucraina è la più recente manifestazione. Dall’altro, le ri­percussioni della crisi mondiale dell’eco­nomia capitalistica che colpiscono questi due paesi e le loro popolazioni, benché in modo diverso.

L’Ucraina, poco più di due anni fa , si trovava sull’orlo del default, quando i suoi dirigenti si posero l’interrogativo di accettare o meno il trattato d’associazione che proponeva l’Unione europea (UE) e che avevano nego­ziato con essa. Da allora, la situazione è peggiorata: lo Stato riesce a sbarcare il luna­rio solo con l’appoggio interessato politica­mente e finanziariamente delle potenze im­perialiste; il suo presidente dell’epoca, Ianou­kovitch, è stato cacciato via dalla piazza; ovunque regna una forma di caos su di uno sfondo di guerra e di crollo economico e sociale.
In quanto al trattato, questo è appena entrato in vigore. Esso, visto che esclude ogni prospettiva di adesione all’UE, si limita ad un partenariato commerciale tra un paese in ginocchio e l’Europa, o meglio i suoi grandi gruppi, che vengono lì a fare affari per vendere i loro prodotti (a chi ne avrà i mezzi), per riacquistare imprese in fallimento o per far produzione con una manodopera più qualificata che in Asia, ma altrettanto poco pagata e persino di meno.

Questo trattato ha implicato che l’Ucraina rompesse i legami con l’Unione eurasiatica, una zona di libero scambio che raggruppa attorno alla Russia alcune ex Repubbliche Sovietiche, principale sbocco delle produ­zioni ucraine. Il presidente ucraino Ianouko­vitch, a suo tempo, aveva stimato che, tutto sommato, l’Ucraina –in realtà i clan della burocrazia– avrebbe avuto più da perdere che da guadagnare dal trattato d’associa­zione con l’UE, e lo aveva infine respinto.

Ciò aveva innescato un movimento che ricor­dava “la rivoluzione arancione” di un decen­nio prima. La contestazione, partita dagli ambienti studenteschi pro-occidentali, aveva coinvolto la piccola borghesia dei grandi centri ed aveva trascinato nella sua scia strati sociali più popolari. Durante una mobili­tazione che, nonostante lo scatenarsi della polizia, il potere non riusciva a sconfiggere, una parte della popolazione aveva creduto di riconoscere negli obiettivi di questo movi­mento la sua aspirazione a vivere meglio e a sbarazzarsi della corruzione, della voracità e dell’impunità dei banditi al potere.

Nei mesi d’occupazione del centro di Kiev, il movimento del Maïdan ebbe il forte sostegno dell’Europa e soprattutto degli Stati Uniti, che vedevano là una nuova occasione di muovere le loro pedine a scapito della Rus­sia in quella che era stata l’Unione sovietica.

Il nuovo potere sorto dal Maïdan, che univa politici e clan dirigenti rivali tra loro, partiti che andavano dai filo-europei agli ultra-nazionalisti di tendenze fasciste, si rivelò, di primo acchito, minato dalle sue contrad­dizioni interne. Poiché gli eventi avevano spaccato l’apparato di Stato da un capo all’altro del paese, le autorità si appellarono alle forze – burocrati, mafiosi, affaristi – che controllavano le regioni e le loro ricchezze. Ianoukovitch era appena scappato che i suoi vincitori legittimarono apertamente numerosi politici ed oligarchi del regime precedente, odiati dalla popolazione.

In provincia, la tutela di Kiev è solo virtuale, ed è inesistente nell’Est industriale, che ha fatto la secessione con l’appoggio di Mosca. In quanto alla Crimea, con la popolazione in gran parte russa, le basi navali, le industrie militari, il Cremlino l’ha potuta recuperare. Ma così ha anche recuperato quell’handicap costituito dalla dipendenza della Crimea nei confronti dell’Ucraina per quanto riguarda le vie di comunicazione terrestri, l’approvvi­gionamento di energia, acqua e prodotti di base, altrettanti problemi che la Russia può difficilmente risolvere. A ciò si aggiungono sanzioni in serie, motivate da quella che gli stati occidentali considerano come un’annes­sione, sanzioni che peggiorano l’impatto della crisi mondiale sulla situazione econo­mica e finanziaria della Russia.

I dirigenti russi, che avevano perso la pic­cola-Russia (l’Ucraina), si vantavano davanti alla loro opinione pubblica di aver ripreso il Donbass e la Crimea ad un paese che voltava loro le spalle. È una vittoria di Pirro per il Cremlino, e soprattutto una trappola sanguinosa per le classi lavoratrici di Russia e di Ucraina.
In Ucraina, ciò approfondisce un fossato drammatico in seno alla popolazione, qual­che volta anche nelle famiglie. Il conflitto del Donbass, che ha già fatto quasi 10000 morti, centinaia di migliaia di profughi e che ha distrutto località, industrie ed infrastrutture, ha trasformato in inferno la vita in queste regioni molto popolate della linea del fronte.

Tale clima di guerra rafforza anche il peso degli oligarchi sui loro feudi e sul governo. Di fronte ad un potere incapace di farsi obbedire e, nonostante l’aiuto occidentale, di formare reggimenti che le reclute non abban­donino, i magnati degli affari hanno creato eserciti privati. Questi battaglioni formati da avventurieri in cerca di bottino e di attivisti d’estrema destra, pur combattendo all’Est contro i nemici di Kiev, proteggono i feudi dei loro protettori dalle velleità di Kiev di voler affermare la propria autorità.

L’estrema destra più radicale non è più rappresentata al governo. Ma il suo discorso ultranazionalista e fascista fa eco, amplifi­candolo, al nazionalismo bellicoso e all’anti­comunismo del potere che applaudono all’Europa e all’America. L’estrema destra non si accontenta di ammorbare l’atmosfera con la sua ideologia: i suoi accoliti si sono anche infiltrati all’interno dell’apparato statale, a cominciare dagli organi di repres­sione.

I gruppi d’estrema destra, che spesso si confondono con le milizie private delle imprese, sono una minaccia per i lavoratori che vorrebbero reagire contro i prezzi saliti alle stelle, la disoccupazione e le misure governative “anticrisi” imposte dal FMI e da altri commessi del grande capitale interna­zionale. Questi gruppi si sentono già abba­stanza forti e sicuri della loro impunità per voler impedire le rare manifestazioni pub­bliche dei gruppi d’estrema sinistra o loro equivalenti, e per aggredire e schedare i loro militanti.

Quanto alla Russia, per anni il regime Putin ha potuto ottenere una certa pace sociale con una relativa piena occupazione e con salari che aumentavano un po’ in termini reali. Ma la caduta dei prezzi delle materie prime, risultato del riflusso della domanda internazionale legato alla crisi mondiale, combinata alle sanzioni occidentali, ha getta­to il paese nella recessione.

Il rublo è al suo livello più basso da più di un decennio, l’inflazione cresce, i prezzi mon­diali del gas e del petrolio – da cui dipende più dalla metà delle entrate del bilancio dello stato russo – sono crollati, il prodotto interno lordo, che era già arretrato nel 2014, è dimi­nuito ancora del 3,7% nel 2015. E tutto sembra indicare che questo arretramento proseguirà nel 2016.

A fine gennaio il governo, mentre settori in­teri sono minacciati (automobile, agricoltura), mentre imprese chiudono o mettono i lavo­ratori in cassa integrazione senza retribu­zione, ha dovuto lanciare un piano anticrisi di 9 miliardi di euro. Esso ha dovuto rivedere il suo bilancio 2016, stabilito sulla base di un barile di petrolio a 50 dollari (la metà del prezzo di un anno fa), quando era precipitato a 30 dollari. Ora lo stesso governo annuncia un grande piano di privatizzazioni per fare cassa, ma anche per offrire nuove fonti di saccheggio ai benestanti e ai privilegiati locali.
Nonostante i proclami dei dirigenti russi, i quali avevano sostenuto che le sanzioni occi­dentali avrebbero stimolato alcune produ­zioni locali e che lo Stato russo disponeva di riserve valutarie sufficienti per resistere, da più di un anno la popolazione non vede giungere altro che nuvole sempre più scure. E non saranno le gesticolazioni nazionaliste del Cremlino nei confronti della Turchia a migliorare la situazione – quando numerosi cantieri edili e di opere pubbliche sono gestiti da società turche – e nemmeno le grida di trionfo di dirigenti e mass media intorno alle operazioni militari russe in Siria.

Queste ultime mirano a garantire al Cremlino il mantenimento delle rari basi militari di cui dispone fuori dall’ex-URSS e, soprattutto, a renderlo indispensabile, agli occhi degli Stati Uniti, nella situazione esplosiva del pantano siriano e nella cosiddetta “lotta internazionale al terrorismo”. Il Cremlino, oltre a restaurare il suo prestigio di grande potenza di nuovo in primo piano, spera anche che ciò gli varrà qualche ammorbidimento delle sanzioni occi­dentali.

Questa politica di bombardamenti quotidiani, di spostamenti di navi, aerei, attrezzature militari e di migliaia di soldati da usare all’uopo, ha però un costo. È terribile per le popolazioni che ne fanno le spese. Ma è una pazzia anche per le finanze compromesse dello Stato russo e per la popolazione russa che paga e pagherà il conto con tagli più drastici nei fondi per la spesa sociale, nei conti dello Stato, con aumenti delle tasse, ma anche con un potenziamento dell’intos­sicazione nazionalistica e militarista di tutta la società.

Nulla fa dire che i dirigenti russi potranno “inebriare il loro popolo di fumo” così facil­mente come in passato e nascondere sotto le cannonate la realtà sociale: quella della corruzione massiccia dei burocrati, del te­nore di vita scandaloso e dell’arricchimento criminale degli oligarchi mentre la grande maggioranza della popolazione vede crollare il proprio tenore di vita.

La Russia ha ritrovato con Putin un certo peso nelle relazioni internazionali, perso ai tempi di Yeltsin. Dal punto di vista dei rap­porti di forza, si è lontani dal tipo di relazioni che si avevano con gli Stati Uniti ai tempi dell’URSS, anche nel suo ultimo periodo di vita. La Russia, pur restando una grande potenza sul piano militare, si è considere­volmente indebolita con la decomposizione dell’URSS e con la scomparsa dell’economia pianificata.

In queste relazioni con gli Stati Uniti, perma­ne tuttavia lo stesso carattere contraddittorio che esisteva all’epoca dell’URSS. L’inter­vento attuale in Siria mostra che la Russia sa approfittare dell’occasione per proteggere i suoi interessi di grande potenza, ma solo assolvendo al ruolo di assistente per preser­vare l’ordine internazionale dominato dagli interessi dell’imperialismo.

Gli Stati Uniti

La vita politica negli Stati Uniti è segnata dal­l’approssimarsi della fine del secondo man­dato di Obama. Nel 2008, questi aveva promesso la fine della guerra in Iraq e la chiusura di Guantanamo; otto anni dopo, Guantanamo non è chiusa, e gli Stati Uniti sono coinvolti nella guerra in Iraq e in Siria col pretesto di “lottare contro il terrorismo”. Sul piano interno, il suo bilancio è deludente per gran parte del suo elettorato, mentre la povertà aumenta e anche la condizione dei neri non è migliorata, come mostrano le violenze poliziesche e le incarcerazioni di massa. Anche se Obama è ancora presi­dente per qualche mese, i repubblicani domi­nano la vita politica. Essi già controllavano la Camera dei rappresentanti e, dal novembre 2014, sono in maggioranza al Senato. I repubblicani controllano anche il 70% delle assemblee degli Stati e più del 60% dei governatori. Ad ogni modo, le differenze tra i due partiti sono sempre state marginali.

L’attualità è ora dominata dalla campagna delle primarie per l’investitura dei due grandi partiti, in vista delle elezioni presidenziali del novembre 2016. Se alcuni mesi fa tutto lasciava pensare che lo scrutinio sarebbe stato caratterizzato dal confronto -nelle per­sone di Jep Bush e di Hillary Clinton- di due famiglie che entrambe hanno già occupato la Casa Bianca nell’arco di vent’anni – la suspense è stata un po’ rilanciata. Per quanto riguarda i repubblicani, è in testa il più reazionario, il più provocatorio dei candi­dati: il miliardario Donald Trump, conosciuto per le sue opinioni misogine e xenofobe. Trump promette di chiudere le frontiere ai musulmani, accusati di essere terroristi, e di espellere gli immigrati in situazione irregolare che accusa di essere criminali, stupratori e di togliere il lavoro agli americani. Egli non ha fatto altro che attingere agli argomenti tradi­zionali dei repubblicani, limitandosi ad espri­mere le idee più abiette in modo un po’ più caricaturale, come sanno fare i demagoghi. Trump, per ampliare il suo elettorato negli strati popolari andando oltre la base reazio­naria del partito repubblicano, aggiunge alla sua demagogia propositi di vendetta contro le diseguaglianze o le banche, riprendendo temi del movimento Occupy Wall Street.

Nel campo democratico, Hillary Clinton ha per principale sfidante Bernie Sanders, che si pretende socialista e denuncia il divario crescente tra i ricchi ed il resto della popola­zione. Ma la demagogia di Sanders resta puramente verbale. Il cosiddetto senatore “indipendente” dello Stato del Vermont ha votato 98 volte su 100 con i democratici: per la criminalizzazione dei neri, per l’intervento militare americano in Afghanistan oppure per il sostegno ad Israele in occasione del bombardamento di Gaza. Sanders può captare, al più, la rabbia di una frazione delle classi popolari, per meglio incanalarla verso il partito democratico, questo grande partito della borghesia. Se esiste una suspense in queste elezioni americane, è perché lo show deve andare avanti. Ma i capitalisti americani sanno che, per loro, l’esito sarà una happy end.

Dal 2009, gli economisti borghesi spiegano che l’economia americana conosce una crescita. Certamente, i profitti sono tornati ad un livello alto; come parte del PIL, raggiun­gono livelli inediti dal 1929. L’essenziale di questi profitti è trasferito agli azionisti ed ai più alti dirigenti. Nel corso degli ultimi cinque anni, le imprese hanno così riacquistato le loro azioni per una media di 500 miliardi di dollari all’anno, per rialzare la loro quota­zione in borsa. La massa dei dividendi per le imprese nel loro complesso si attesta a circa il 10% del PIL. La speculazione è ripartita alla grande.
L’economia americana resta sotto la flebo della riserva federale, e la crescita si traduce solo di poco in una ripresa dell’occupazione. Mentre tutti gli economisti borghesi spiegano che i salari aumentano quando la disoccu­pazione scende, i redditi dei lavoratori anzi­ché aumentare diminuiscono.

L’amministrazione Obama si è vantata di un calo della disoccupazione, ufficialmente al 5% a fine 2015 (contro il 5,6% a fine 2014). Queste cifre sono soltanto la parte emersa dell’iceberg: ci sono, secondo le statistiche ufficiali, 7,1 milioni di lavoratori dipendenti ad orario ridotto imposto, 2,2 milioni di persone dette “marginalmente collegate alla mano­dopera”: si tratta di persone disoccupate, ma che non hanno fatto ricerca attiva di lavoro, registrate dalle autorità, durante le quattro settimane precedenti l’indagine. Quindi, sono più di 9 milioni a non avere un lavoro a tempo pieno o a non lavorare, mentre lo vorrebbero, che si aggiungono ai 9,3 milioni di disoccupati ufficiali. In altre parole, è un tasso di disoccupazione reale del 10% e non del 5%.

Soprattutto, il tasso d’occupazione aumenta solo di poco. Nel 2007, gli Stati Uniti conta­vano 121 milioni di persone occupate a tempo pieno; nel dicembre 2015, erano 122,6 milioni (+1,3%). Nel frattempo, la po­polazione americana è tuttavia passata da 301 a 320 milioni di abitanti (+6,3%). Il tasso popolazione occupata/popolazione totale in età lavorativa è dunque più significativo. Questo tasso ha raggiunto il suo massimo storico nella primavera del 2000 con il 64,7%, prima dello scoppio della bolla specu­lativa Internet. Con la crisi dei subprimes, poi con quella dell’economia, esso è caduto al 58,2% nel 2011; oggi, è soltanto del 59,5%.

Ci sono anche milioni di persone che non cercano più lavoro e quindi non sono più conteggiate come disoccupate. Un organi­smo che afferma di conteggiare il numero reale dei disoccupati ne registra una percen­tuale del 23% circa, e non individua alcuna diminuzione.

L’automobile è un caso emblematico. Le vendite hanno raggiunto un record storico di 17,5 milioni di automobili e di veicoli com­merciali nel 2015 (contro 10,4 milioni nel 2009). La produzione è al livello più alto, i profitti sono tornati. Le grandi case automobi­listiche fanno utili record. Gli organici dell’in­dustria automobilistica, invece, non sono risaliti allo stesso livello. Essa, mentre vende più veicoli di dieci anni fa, ha occupato solo 915 000 dipendenti nel 2015, a fronte di 1 090 000 nel 2005.
Tutto ciò comporta la crescita delle disegua­glianze. Secondo la riserva federale, nel 2013 il 3% dei cittadini più agiati ha percepito il 30,5% del totale dei redditi. Un altro 7% ne ha intascato il 16,8%. Dunque, solo la metà della somma totale dei redditi è lasciata al restante 90%. Il 3% più agiato è stata anche l’unica categoria a registrare l’aumento di una propria parte dei redditi dall’inizio degli anni 1990.

La Cina

Il rallentamento della crescita cinese riguarda in particolare l’industria e si traduce con licenziamenti massicci. Così, Long May, il primo gruppo minerario del nord-est del paese, ha annunciato la soppressione di 100000 posti di lavoro sui 240000 che aveva nell’Heilongjiang (ex-Manciuria), regione di industrie pesanti. Mentre, sotto l’effetto delle mobilitazioni operaie, i salari medi sono au­mentati in questi ultimi anni, le imprese, cinesi o occidentali, trasferiscono la loro pro­duzione verso paesi dai costi inferiori. Ad esempio, se nel 2010 il 40% delle scarpe Nike erano prodotte in Cina contro il 13% nel Vietnam, la parte cinese è scesa al 30% nel 2013 e quella del Vietnam è passata al 42%. Gli aumenti di salario restano comun­que relativi. Operai cinesi che lavorano per creare uno smartphone di Apple del valore di quasi 1000 dollari sono pagati 1,85 dollari all’ora. E se pare che gli scioperi e le mobili­tazioni operaie si moltiplichino, in particolare nell’industria, nell’edilizia e nelle miniere, in due terzi dei casi, è solo perché i salari non sono pagati. Ciò che ai media occidentali piace definire come “il miracolo cinese” conti­nua ad essere pagato a caro prezzo dal proletariato: sfruttamento selvaggio, settima­ne di lavoro interminabili, incidenti mortali, ecc. Senza parlare degli avvelenamenti o dell’inquinamento, che ucciderebbe ogni anno circa 1,6 milioni di persone, cioè 4400 al giorno.

Nel corso dell’estate 2015, e poi ancora a gennaio 2016, le Borse di Shanghai e Shenzhen hanno conosciuto autentici crac. La borsa di Shanghai è salita del 150% in un anno, creando una bolla speculativa che oggi sta scoppiando. Sintomo del rallentamento economico, il crac lo può accelerare. È certa­mente troppo presto per dire se le sue conseguenze possono essere dello stesso livello di quelle del crac asiatico del 1997, quando il crollo della Borsa della Malesia aveva trascinato tutto il Sud-est asiatico ed i suoi “dragoni” nella crisi. Nonostante la libe­ralizzazione degli ultimi 35 anni, una parte importante delle imprese cinesi resta control­lata dallo Stato, ciò che permette a questo di ammortizzare gli sbalzi del mercato. Ma ciò non toglie che la piccola e la grande borghe­sia cinesi, circa 200 milioni di persone che avevano investito nella Borsa e nel settore immobiliare, due settori oggi in crisi, stanno contando le loro perdite.

La vita politica interna è segnata dalla campagna contro la corruzione e contro le “infrazioni alla disciplina del partito”. Numero­si dirigenti sono allontanati dal tandem al potere, Xi Jinping e Li Keqiang. Così, a dicembre, l’undicesima fortuna del paese, Guo Guangchang, è “scomparso” per quattro giorni nelle mani della polizia, costringendo il conglomerato di società Fosun (che possiede in particolare Club Med), da lui diretto, a sospendere la sua quotazione. Un altro padrone, Mike Poon (proprietario di parte dell’aeroporto di Tolosa-Blagnac), è scomparso per sei mesi prima di essere miracolosamente “tornato in ufficio”. Altri sono stati meno fortunati, pesantemente con­dannati dalla giustizia o misteriosamente morti in carcere, come il miliardario Xu Ming, un industriale di 44 anni senza precedenti cardiopatici, ma che aveva avuto il torto di legare il suo destino a quello di Bo Xilai, un “principe rosso” decaduto nel 2012 che, da allora, vive dietro le sbarre. Dietro queste sanzioni, si svolgono regolamenti di conti più o meno violenti nell’ambito dell’apparato di Stato.
È difficile prevedere le conseguenze politiche del rallentamento economico della Cina. Resta il fatto che, negli anni in cui questo paese è diventato “l’officina del mondo”, si è sviluppato un proletariato cinese considere­vole, uno dei proletariati numericamente più importanti del mondo. I contadini di questo immenso paese sono diventati proletari. È il loro lavoro che ha permesso alle grandi città cinesi di trasformarsi, di diventare metropoli moderne. È il loro lavoro che fa funzionare questa “officina del mondo”, che non ha soltanto permesso l’arricchimento di una borghesia cinese e di una burocrazia statale imborghesita, ma che arricchisce, e certamente molto di più ancora, il grande capitale giapponese, quello americano ed alcuni altri.

Nonostante il regime di dittatura, questo pro­letariato ha già condotto lotte caratterizzate da scioperi importanti. La rapidità con cui questo proletariato si aprirà anche alla vita politica, cioè alla presa di coscienza dei suoi interessi politici, è una questione decisiva per il futuro, non soltanto della Cina ma del mon­do intero.

Il proletariato e la crisi della direzione proletaria

In Cina, in Brasile, in India, nel Bengladesh o, molto più vicino all’Europa, in Turchia, in tutti questi cosiddetti paesi “emergenti” dove si è rafforzato un proletariato giovane e spesso combattivo, si pone la questione della trasmissione del capitale di esperienze e del capitale politico accumulati dal proleta­riato mondiale nel suo complesso.

Il proletariato ha cominciato a svilupparsi prima nei paesi dell’Europa occidentale diventati industriali. È in quei paesi che si sono svolte le prime grandi lotte del proleta­riato ed è lì che è emersa una coscienza di classe: le prime lotte del proletariato nascen­te in Francia nello sviluppo stesso della rivo­luzione borghese, i primi raggruppamenti che si rifacevano all’ideale comunista, il Cartismo in Inghilterra, quel vasto movimento politico che trascinò nella mobilitazione centinaia di migliaia di lavoratori, le prime lotte politiche condotte dal proletariato sull’onda rivoluzionaria del 1848-1849 in Germania, in Austria e soprattutto in Francia, la Comune di Parigi, lo sconvolgimento economico e sociale della Germania con lo sviluppo folgorante di un partito operaio potente, il partito socialdemocratico. È in una regione periferica dell’Europa, in Russia, che un giovane proletariato è subentrato al movimento operaio dell’Europa occidentale, facendo tesoro delle sue esperienze per andare più avanti con l’esplosione rivoluzionaria del 1905 e la creazione dei Soviet. Queste forme d’organizzazione operaia annunciavano quella che avrebbe assunto concretamente il primo Stato operaio duraturo, sorto dalla conquista rivoluzionaria del potere da parte dei lavoratori.

Il marxismo comunista rivoluzionario è stato l’espressione teorica di tutte queste lotte, di questo sviluppo della coscienza di classe, dove ogni crescita rivoluzionaria poteva appoggiarsi sull’esperienza di quella prece­dente, anche se avvenuta in un altro paese.

La storia e lo sviluppo economico hanno fatto sì che il movimento operaio cosciente si sia sviluppato in Europa ed è anche lì che Marx, Engels, Bebel, Rosa Luxembourg, Lenin, Trotsky e tanti altri hanno formulato le idee del comunismo rivoluzionario arricchendole nel corso delle lotte del proletariato. Essi non si limitavano a questo o quel paese d’Europa poiché, dal proletariato inglese al proletariato russo, passando per il proletariato francese e tedesco, quando uno di questi aveva esau­rito la sua creatività o la sua energia rivolu­zionaria e una volta che il fuoco si era estinto in un paese, presto o tardi le fiamme riappa­rivano altrove. Quella storia non era lineare.

La classe operaia, nella sua lotta contro la borghesia, ha conosciuto successi e scon­fitte, arretramenti, repressioni. Peggio anco­ra, in occasione della prima guerra mondiale, essa ha subito il tradimento delle proprie organizzazioni, ma ha sempre superato le sconfitte. Anche il grande tradimento della IIa Internazionale, all’inizio della prima guerra mondiale, non ha interrotto la trasmissione delle idee e delle pratiche del movimento operaio rivoluzionario poiché, fallita la social­democrazia, è subentrato il comunismo. La prima guerra mondiale, cominciata con il fallimento delle organizzazioni della IIa Internazionale, si è conclusa con la rivoluzione russa, seguita dall’onda rivoluzionaria che ha travolto tutta l’Europa, e dalla creazione della IIIa Internazionale.

Questa continuità, questa trasmissione di esperienze della lotta di classe proletaria di generazione in generazione e da paese a paese, questo sviluppo continuo della coscienza di classe sono stati interrotti dallo stalinismo. Qui risiede la responsabilità prin­cipale dello stalinismo nella distruzione della direzione rivoluzionaria del proletariato.

Qui risiede la causa principale del ritardo accusato dal proletariato nella sua lotta contro la borghesia capitalistica. Da tempo il regno della borghesia è diventato anacro­nistico, dall’emergere dell’imperialismo, la “fase senile del capitalismo” di cui parlava Lenin. L’imperialismo è stato lì lì per essere portato via dall’onda rivoluzionaria seguita alla prima guerra mondiale, ma è soprav­vissuto. L’umanità avrebbe pagato con il nazismo, con una seconda guerra mondiale, con la sopravvivenza del capitalismo.

La crisi della direzione proletaria è suben­trata come fattore decisivo del ritardo della rivoluzione. L’umanità continua a pagarne il prezzo con l’aumento attuale della barbarie. Ma la classe operaia non ha cessato di es­sere alla base del funzionamento dell’econo­mia e non ha neppure cessato di rafforzarsi numericamente.

È forse lo sviluppo della classe operaia in Cina a riassumere il problema del proleta­riato mondiale. Le contraddizioni di classe che dilaniano questo paese spingeranno inevitabilmente gli operai cinesi alla lotta. Nessuno può prevedere come le cose avver­ranno, ma può darsi che sarà proprio la svolta della situazione economica in Cina, con tutte le conseguenze catastrofiche per una classe operaia giovane e numerosa, a spingere quest’ultima verso lotte molto più ampie di quelle operaie dell’Ottocento e di inizio Novecento. In tale caso, sarà essen­ziale che il proletariato della Cina si ricolleghi al passato, cioè all’esperienza dei suoi fratelli di classe d’Inghilterra, di Francia, di Germa­nia o di Russia, che abbia accesso alla coscienza politica indispensabile per conten­dere il potere alla borghesia e si dia il partito che incarni tale coscienza.

La società capitalistica porta nel suo seno le forze che la distruggeranno e, presto o tardi, ciò accadrà. La storia finirà inevitabilmente per fare il proprio cammino. Ma il ricollegarsi all’esperienza del passato e il ritrovare la coscienza di classe risparmierebbero molti tentennamenti al proletariato e molte soffe­renze all’umanità.

12 febbraio 2016


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